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domenica 6 novembre 2022

E' tutta colpa della luna: una malattia che consuma... un sentimento che può salvare

 Dopo l'ultima intensa serata di rappresentazione dello spettacolo È tutta colpa della Luna, svoltasi stasera, domenica 6 novembre, al teatro Tram di Port'Alba, e un po' di tempo dedicato a  digerire pensieri ed emozioni torno a parlarvene, condividendo con voi l'intervista integrale a Francesco Luogo, che lo ha scritto, diretto e interpretato.



Attraverso una narrazione che procede a strati e la mistione di testi, Francesco Luongo porta in scena un'intensa riflessione sulle conseguenze dell'amore malato e tossico che rivela di essere un non-amore.

Un sentimento oscuro, torbido, che nasce da una ferita e inevitabilmente produce una ferita con esiti orribili e funesti. 

 Con lui - che cura anche la regia dello spettacolo -  sulla scena due intensissime attrici che lo aiutano a parlare di questi amori straziati e strazianti, come vengono definiti con un gioco di parole quanto mai calzante: Chiara Barassi e Sonia Totaro.

 
Protagoniste sono alcune donne del mito e frutto della fantasia, quali Elena di Troia, Lady Macbeth le protagonoste dei versi di Salvatore Di Giacomo o ancora Assunta Spina. A loro si affiancano figure muliebri silenti e anonime. Piccole donne al centro di microstorie ugualmente tragiche e importanti. 

Donne che non hanno avuto il tempo di fuggire e di salvarsi, alla ricerca di un riscatto possibile.
Lo spettacolo si apre ricordando che in tutto l'universo non ci sono due esseri uguali, ma che esiste uno ed un solo essere umano che rappresenta l'anima gemella di un altro. 

 Proprio per questo, è  molto difficile che questi due esseri complementari si incontrino... 

 Poi ci conduce sulle strade sdrucciolevoli percorse da donne che si rivelano avviluppate nelle spire della dipendenza affettiva: si abbeverano alla voce di un uomo e cercano di riconquistarne il favore.
Tutto nasce, come ci ricorda Luongo, dalla lettura estiva di un testo di Schopenhauer L'arte di trattar le donne. Francesco prende a prestito le parole di grandi autori quali Shakespeare, Schopenhauer o Euripide.


La lingua utilizzata, che sia italiano dotto, popolare, dialettale o aulico, è solo uno dei tanti mezzi possibili - tra poesia e prosa - per raccontare l'amore, seppur un sentimento non apportatore di vita, come dovrebbe essere, ma di morte e di oscurità.

 


 


Una domanda affiora alle labbra: "Esiste la strada che conduce alla salvezza e al riscatto?


Ora lasciamo la parola a Francesco Luongo, affinché ci racconti il suo E' tutta colpa della luna. 

D. Nella rappresentazione si intrecciano storie di donne illustri e ignote a delineare un percorso simile di derisione e negazione fino alla morte. Come le hai scelte?
 
R. La scelta dei testi viene semplicemente dai vari studi fatti in passato e messi in scena negli anni. L'idea di missare questi testi in un unicum viene da una lettura estiva de L'arte di trattar le donne di  Schopenhauer . Da lì è partito tutto.  
 
D. Come viene delineata e caratterizzata la figura maschile?
 
R. Le donne e gli uomini  che si raccontano sono sia vittime che carnefici , sono sullo stesso piano. Ovviamente la bilancia cade di più sulla donna , nel senso che troppo spesso risulta essere la vittima.
Vittima di un uomo incatenato nel morso della gelosia piuttosto che della "semplice" pazzia.
Donne e uomini imbrigliati in relazioni tossiche, malate...che inevitabilmente portano ad un finale nella maggior parte dei casi terribile. Nello spettacolo, per quanto riguarda la figura dell'uomo,  ho cercato di mettere in evidenza la sua debolezza, quella debolezza che è incapacità di relazionarsi in modo pulito, debolezza che porta poi ad atti orrendi.
 
D. Medea è  una figura controversa, oggi parzialmente riabilitata. Com'è la tua Medea?
 
R. Su Medea si potrebbe dissertare all'infinito, Medea è il male? Medea agisce solo perchè ferita?
 Nello spettacolo ...lo stralcio su Medea è solo una parte del tutto, come lo è Lady Macbeth piuttosto che Assunta Spina, tante parti che vanno a delineare quello 'spettrogramma' finale che è la  sintesi di E' tutta colpa della luna...
 
D. Quali sono le varie facce dell'amore e del non amore che racconti, tra intensità, dolore e dipendenza?
 

R. E' tutta colpa della luna... è un viaggio tra varie storie che si inseguono , si scontrano e si sovrappongono, è una preghiera aperta sui turbamenti, è una ferita inferta, esposta, narrata....è il racconto di amori malati, straziati e strazianti. Si racconta l'amore o presumibilmente tale il non-amore, viziato e malato che inevitabilmente porta al male, alla ferita.

 
D. Tu intrecci poesia e prosa, linguaggio moderno e arcaico. Napoletano e italiano. Perché? Perseguendo quale effetto? 

R.  Intreccio poesia e prosa, linguaggio moderno e arcaico. Napoletano e italiano.....e inglese, perchè? l'intento è sempre lo stesso,raccontare... l'amore seppur sbagliato , malato, contorto...va oltre la lingua, e di risposta anche la conseguenza, il male, la ferita...superano i semplici idiomi...! E allora perchè non farmi aiutare dalle splendide parole di Schopenauer, Shakespeare...piuttosto che Euripide e Salvatore Di Giacomo?
 
D. Esiste una via di salvezza e riscatto?
 
R. Esiste una via di salvezza? Francesco ti risponde e risponderebbe sempre : Si, certo...deve esserci! Per i testi contenuti nello spettacolo, un pò la risposta la conosciamo.


D. I tuoi e i vostri prossimi progetti?
 
R. Io personalmente comincerò a breve un tour di teatro scuola con la Compagnia Liberaimago e poi vari concerti col mio gruppo "Ra Di Spina" e con Eugenio Bennato.
Chiara Barassi andrà in scena con una sua regia dello spettacolo Killing time il mese prossimo.
Sonia Totaro sarà in giro con concerti, anche lei con Eugenio Bennato.

 

sabato 8 febbraio 2020

Ad occhi chiusi: il coraggio e la paura di riconoscere l’orrore


C’è ancora tempo fino a stasera, sabato 8 febbraio, alle 19 e domani, domenica 9 febbraio, alle 18, per assistere allo spettacolo Ad occhi chiusi, di scena al teatro Tram di Portalba (12 euro il biglietto intero, 10 per gli under 26).

Un intenso Andrea Fiorillo, in questo monologo, indossa vari abiti e lo fa magistralmente passando dall’uno all’altro apparentemente con fluidità, ma provocando, nello spettatore, una serie di strappi e shock emotivi.



Ad orchestrare la narrazione è il regista Luca Pizzurro e lo fa scegliendo le parole, i gesti e l’ambientazione giusti, talmente giusti da apparire profondamente disturbanti ad un certo punto. Così veri da provocare ribellione interiore, sdegno, disgusto, come reazione di fronte all’impotenza del dolore.

Uno spettacolo coraggioso, che ha la forza di narrare un orrore quanto mai attuale, quello della pedofilia, un orrore talmente grande ed indicibile che a tratti viene da pensare che la narrazione voglia orientarsi verso un’altra vittima di un amore malato, distorto e distruttivo.



Forse questa vittima potrebbe essere Italia, la donna che il protagonista conosce durante il suo vagabondare per Roma, lui così socievole e disponibile verso il prossimo che tutti gli si affezionano. E gli si affeziona anche lei, che al mercato compra frutta e verdura difettati, perché meno costosi, e li porta a casa, trascinandosi pesantemente, pronta a preparare un lauto pasto per un parentado assente, ma immaginato.

Fin quando non arriva lui, una sorta di eroe, cui il pubblico inizialmente non può che affezionarsi, anzi il regista orienta la narrazione affinché sia così. Lui che condivide le domeniche vuote e solitarie di questa donna appesantita e delusa dagli anni  ed ama i suoi intingoli, per quanto pesanti ed a volte indigesti.



Lui, giunto nella capitale dalla lontana Sicilia, dove ha lasciato madre, nipoti ed un pianoforte che sapeva suonare con dita leggere.

Lui che di quella Sicilia rimpiange i refoli di vento ed il colore del cielo.

Lui che in quella stanzetta angusta, prepara un caffè, lo sorbisce piano, ascolta musica classica, guarda vecchie fotografie e legge qualche pagina di un libro, anche se qualcosa sembra distrarlo, innervosirlo, sottrarlo a quel piacere semplice: ora è il contattore che, scattando, lascia la stanza immersa nel buio; ora lo sbattere insistente e inopportuno di una finestra, che fa entrare, con prepotenza, la vita esterna in quello spazio ristretto.

Lui così garbato e rassicurante.

Ed è ancora un eroe quando guarda da lontano, pronto ad intervenire, i soprusi di due ragazzini che si accaniscono su una busta ballonzolante, contenente , a ben vedere, degli esseri viventi, dei minuscoli gattini, uno dei quali viene accecato con uno spillone rovente, ma costretto a rimanere in vita e ad affrontarla “ad occhi chiusi”, portando addosso, a mo’ di croce, il peso della sua diversità  e delle sue difficoltà procurate da altri.


La pena dell’uomo quando si avvicina e vede il povero gattino inerme, abbandonato a se stesso dopo essersi dimenato per il dolore di fronte al supplizio subito, è tangibile, così come l’ammirazione per l’animale che, nonostante la subalternità e la forza impari, ha comunque cercato di difendersi, apportando un danno alla mano del suo carnefice.

Ed è ancora un eroe, che muove nello spettatore sentimenti di tenerezza, quando dalla finestra osserva qualcuno che calcia un pallone negli afosi pomeriggi estivi. Nessuno gioca con lui e la sua solitudine è palpabile.

Solo l’uomo gli offre amicizia e ristoro dalla calura, in un posto dove ci sono mura spesse che celano e proteggono l’intimità.

Quello stesso uomo arriva in soccorso anche della famiglia del piccolo, che di anni ne ha appena 10, dove la madre è sola e con un marito in galera.

A questo punto però la prospettiva si ribalta: l’uomo diventa un carnefice, costringendo il bimbo a baci che gli rubano l’innocenza, l’infanzia e la spensieratezza per sempre. Dai baci passerà alla masturbazione, resa sulla scena in maniera cruda, senza celare nulla, in un’atmosfera sempre più allucinata.

Nella testa dell’uomo è tutto distorto: il terrore del bambino viene scambiato per incitamento, in assenza di proteste verbali, che muoiono in gola;  il suo tentativo di ritrarsi diventa un gioco per irretirlo; il suo chiudere gli occhi, per non vedere l’abuso cui è sottoposto,  decodificato come un segno di piacere e lascivia. L’uomo ribadisce di aver agito per amore, solo per amore.



La prospettiva continuerà ad essere distorta anche quando il bambino avrà il coraggio di parlare con la madre, inizialmente incredula, e quando alla sua voce si unirà un coro sempre più ampio.

L’uomo reagirà prima con incredulità, poi con rabbia, sentendosi vittima di un’ingiustizia, proprio lui che ha aiutato e supportato tutti quei bambini con amore. Lui abbandonato e ferito nella sua tenerezza profonda per Marco, che “aveva un’anima” e le sue stesse dita da pianista, una ferita che non si rimarginerà presto. Lui vittima dell’invidia di chi quell’amore non sa capirlo. Lui vittima di un odio e di un disgusto che stenta a comprendere. Quasi un martire, vessato e oggetto di bieca discriminazione.




DIETRO LE QUINTE E DENTRO LO SPETTACOLO

Luca Pizzurro, il regista dello spettacolo, è consapevole che si possa cadere in errore su chi sia la “vittima” di questo amore malsano, forse perché l’opinione pubblica ha i “nervi tesi” su alcuni temi.

Nel parlare con Luca l’orrore, però, si dilata ed amplifica, perché si scopre che lo spettacolo prende le mosse da una storia vera, appresa durante una cena di dieci anni prima.

In un momento conviviale, il “carnefice” sceglie Luca come suo interlocutore e confidente, raccontandogli gli abusi perpetrati nei confronti di molti ragazzini. Lo fa con estrema tranquillità e con un senso di sconcertante ed aberrante “normalità”, come se si trattasse di una bravata, senza alcuna traccia di rimorso: supporto materiale in cambio di favori sessuali e del silenzio.

Si tratta di ragazzini poco più grandi di Marco, il protagonista dello spettacolo, ma che, come lui, sono privi di una rete di protezione sociale, privi dei mezzi necessari al proprio sostentamento, vittime di un subdolo adescamento da parte di chi occupa una posizione privilegiata.



Un macigno cala sul cuore di Luca attraverso questa discesa agli inferi e ingigantisce il bisogno di sublimare quell’orrore, di compiere un percorso catartico attraverso la scrittura, di denunciare questa profonda ferita inferta a chi è fragile, fiducioso ed indifeso, di porre una sorta di freno sociale attraverso il discredito.

La genesi di questo testo lo vede fare una serie di ricerche, attraverso giornali e libri, per  “entrare” nella mente del carnefice, dove “tutto è ribaltato” e carpire frammenti del suo spostamento di valori. Ma i libri non bastano: Luca parla anche con alcuni ragazzi vittime di violenza ed abusi, la cui vita emotiva è stata distrutta per sempre, i cui occhi si sono per sempre chiusi su un futuro luminoso, sostituito da una prospettiva buia, abitata da incubi e da un’incessante sensazione di sporcizia che rimane attaccata al corpo ed all’anima.



Il regista ha intrapreso un percorso di scavo ed approfondimento psicologico sia incentrato sulle vittime sia sui carnefici, che spesso, a loro volta, hanno subito la stessa sorte e ripetono il medesimo copione, cercando di affrancarsi dalla violenza subita divenendo abusanti, in una sorta di rivalsa e di rivincita.

Pizzurro tratteggia la figura del carnefice in chiaroscuro, riuscendo, con maestria, a non rinunciare alla cifra stilistica di un “teatro poetico”: anche lui riesce a provare pietas, anche se per un gattino e, nella sua visione distorta e ribaltata, lui prova davvero amore per quel bambino, benché si tratti di un amore malato.



Poi la sua riflessione si sofferma sul proprio io e si allarga anche alla società circostante: quella cieca, che chiude gli occhi di fronte all’orrore, o prova un’empatia “monca”, a singhiozzo e selettiva.

La reazione del pubblico, non solo ieri sera, ma anche nel corso degli anni e delle diverse rappresentazioni, è stata diversificata, come ricorda lo stesso Pizzurro.

“Dipende da come si vive il dolore – ribadisce il regista – c’è chi ci si avvicina, ha bisogno di comprenderne le radici e lo attraversa. Chi se ne allontana e fugge”.



** Le foto sono di Sergio Siano