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sabato 15 giugno 2024

La mia Ingeborg: le Signore dei libri discutono di relazioni ossessive al Salone del Libro di Napoli

 Oggi, domenica 16 giugno alle 15:00 “Le Signore dei libri” arrivano a “Napoli Città Libro”, Salone del Libro e dell’Editoria di Napoli, in Sala Urania 3.

 


 

 

Durante l’incontro, il gruppo di lettura ideato e organizzato da Imma Malva, titolare della Cartolibromania di Somma Vesuviana e dalla giornalista Sonia Sodano, direttore del giornale Cultura A Colori, leggerà e commenterà “La mia Ingeborg”, libro di Tore Renberg pubblicato da Fazi nella collana “Le strade” e candidato nella cinquina del Premio Strega Europeo 2024.

In programma alcuni interventi tematici, tra i quali quello della poetessa Irene Mascia e quello della dott.ssa Tania Sabatino, giornalista e sociologa.

IL LIBRO – Il vecchio Tollak è un uomo pieno di contraddizioni: orgoglioso e furioso, giusto e tenero. Ormai vecchio e solo, non fa che imprecare contro il mondo che da tempo, per lui, ha smesso di avere senso. Solo una cosa lo teneva attaccato alla vita: sua moglie Ingeborg, amatissima, scomparsa diversi anni fa. I suoi due figli, ormai adulti, hanno abbandonato la vita desolata della provincia remota dove sono nati, e passano a trovarlo di rado; soltanto Oddo è rimasto con lui: Oddo loscemo, come lo chiamano i vicini, di cui Tollak si prende cura da quando, ancora bambino, è stato abbandonato dalla madre. Tollak insiste affinché sua figlia e suo figlio tornino a casa ancora una volta: ha bisogno di parlare e condividere il suo segreto prima che sia troppo tardi. O meglio, i suoi segreti: le verità che Tollak ha sempre tenuto per sé sono molteplici, e sono una più terribile dell’altra.


Fonte della notizia

domenica 11 giugno 2023

Aemorragia: il Nostos Teatro chiude la rassegna Approdi con un'opera intensa e inquietante

 Il teatro Nostos chiude la rassegna Approdi all'insegna della più elevata qualità, trait d'union che caratterizza tutta la sua produzione e gli spettacoli messi in scena.

Lo fa con un testo liberamente tratto dal Calderòn di Pasolini, ennesima ed efficace critica al sistema borghese e alle sue odiose ipocrisie.

L'atmosfera è noir, a tratti orrorifica. I protagonisti sono de-umanizzati e privati della loro identità, in nome di una cieca e acritica adesione alle regole imposte dal sistema: una sorta di zombie viventi o di marionette, che si muovono a scatti.

L'unica a fare eccezione è Rosaura - che non a caso in questo riadattamento - per la regia di Dimitri Tetta - mantiene il suo nome.

La protagonista - che cade in un sonno profondo, forse per sottrarsi alle vessazioni cui è sottoposta o, forse, perché tutti coloro che la attorniano le sottraggono costantemente energia vitale - si risveglia, per ben tre volte, in epoche e in condizioni sociali differenti.

Ma tutte sono accomunate dalla completa estraneità che lei avverte rispetto ai luoghi fisici in cui si ritrova e ai legami familiari che vengono millantati, Rosaura vorrebbe non limitarsi a sopravvivere come fanno tutti - ripetendo meccanicamente gesti e conversazioni svuotate di reale significato - ma aspira a vivere pienamente. 

Per farlo abbisogna del corpo, che è sia il substrato che, come sottolinea il filosofo Galimberti, le permette di proiettarsi nel mondo circostante, sia il nucleo del suo slancio vitale. Proprio per questo è il corpo a essere "svuotato" di pulsioni, emozioni e sentimenti. 

Non a caso lo psicologo Reich diceva che l'espediente utilizzato dai regimi per depauperare gli individui della loro forza creativa - e concomitantemente del loro spirito critico - è privarli della possibilità di vivere una sessualità piena e autentica.



Infatti, gli amori di Rosaura si rivelano tutti impossibili - perché incestuosi e in quanto tali doppiamente proibiti - ma ciononostante ella rivela il desiderio e il bisogno - che resterà insoddisfatto - di viverli ugualmente.

Amori che non regalano un senso di pienezza e completezza, ma che consumano, lacerano, frammentano, creando emorragie emotive.

L'atmosfera viene caricata di un pathos ansiogeno grazie a un uso sapiente delle luci  e del trucco con volti cerei, quasi esangui, dove spiccano profonde occhiaie scure.

Un solo punto luminoso - che sia un piccolo proiettore o una lampada da salotto -  che diffonde una luce cruda e dura, mentre il resto del teatro è immerso nel buio. Un punto di luce spot che a volte illumina i personaggi da dietro, inquadrandoli in controluce e rendendo le sagome nitide, ma il volto sfocato; altre volte mette a fuoco solo il viso, quando proviene dal basso, con un effetto ancora più spiazzante  e grottesco. Sembra che l'ambiente sia illuminato dalla fioca luce di una candela, e questo aumenta l'effetto di straniamento. 

Lo spettatore si sente risucchiato dalla scena, quasi fosse sul palco in una posizione defilata, e questo amplifica il senso di coinvolgimento, ma anche di terrore claustrofobico che piano piano si insinua sotto la pelle. In mezzo a un'atmosfera buia  e greve, immobile, spicca un solo punto di colore: è la poltrona rossa dove Rosaura giace addormentata. Il giaciglio, dov'è riversa a testa in giù, inquieta ancora di più.

Unica macchia di colore  - che pare una stilla di sangue - e di vita, che uno strenuo tentativo di vita autentica accoglie.

Strepitosi gli attori in scena - molto intensi e assolutamente credibili in un testo difficile come tutti quelli che richiamano temi così forti, nonché quando ci si confronta con il genio pasoliniano:  Adelaide Baldini, Teresa Barbato, Mattia D'Angelo, Mariarita De Lucia, Luigi Di Biase, Elisa Ferrara, Gaetano Ferrara, Marika Frongillo, Maria Francesca Iannicelli, Ilenia Lisbino, Federica Palmente, Antimo Puca, Mariano Scuotri, Antonella Tranchino, Daniela Colella, Paolo Corso, Barbara De Gaetano, Salvatore De Leo, Giuliana Gravino, Salvatore Mangiacapra, Veronica Mele, Mariachiara Nardelli, Michele Pedata, Nicla Salve e Rosaria Truppo. 

I costumi sono di Gina Oliva, la produzione è del Nostos Teatro.

Ora lasciamo la parola al regista Dimitri Tetta.

L'intervista

D. Un'emorragia di sangue, di sentimenti, di slancio vitale. Cosa resta?

R. Resta Il Corpo, per dirla con le parole di Artaud -"un corpo vuoto, nuovo, diverso, che non potrete rivedere mai più". Rosaura viene continuamente svuotata dalle entità che la circondano, il cosa fare corrisponde sempre al contrario di quello che lei vorrebbe fare, viene letteralmente eviscerata in scena citando Lezione di Anatomia di Rembrandt. Il Corpo vuoto resta e non mente, il motivo della sua "prigionia" è proprio l'essere dotata di quel Corpo lì.

 D. La protagonista viene considerata aliena alla realtà che la circonda e quindi pazza. È  necessaria una spinta normalizzante. Ma essere fedeli allo standard non implica tradire dolorosamente e dolosamente sè stessi, se non vi si riconosce?

R. E' un tradimento necessario come necessario è uniformarsi allo standard se si vuole vivere, Rosaura però vuole essere viva. Anche quando prova, (finge?) a normalizzarsi dimostrando di essere pazza attraverso l'uso di frasi sconnesse, anche quando decide di comportarsi esattamente come "loro" vogliono, sono proprio "loro" che innalzano nuove barriere, nuovi pretesti per non considerarla "guarita".

D. La protagonista inciampa sempre in entità che parlano il linguaggio di amori impossibili. Come mai? Cosa racconta questa scelta di lei?

R. A Rosaura non è permesso vivere quelle tipologie di amori perché incestuosi, l'amore nei confronti del padre e del figlio. Credo che Pasolini prenda questa impossibilità estrema per attaccare la piccola borghesia bigotta e per toccare e trattare  - odio il termine diversità - dunque utilizzerò la parola singolarità, ecco,  la particolarità di ogni soggetto. Mi viene in mente "Respiro" di Crialese , film nel quale l'eccentricità della protagonista viene scambiata per follia, poiché inserita in un contesto quale una comunità di pescatori sull'isola di Lampedusa.

D. Quali sono i punti di contatto e quali le differenze rispetto all'originale pasoliniano?

R. Il testo è stato brutalmente tagliato, svuotato di tutto il significato partitico, sono stati eliminati tutti i nomi, tranne quello della protagonista e tutti i riferimenti ai luoghi. la struttura dell'opera tuttavia è rimasta la stessa, ma il significato è completamente mutato. La Rosaura dell'opera originale si risveglia in un lager, la nostra invece non beve dalla coppa del potere, lo rifiuta, è una protagonista vincente, almeno fino a poco prima del buio, quello che succede dopo non possiamo saperlo o forse possiamo intuirlo.

Ph. Simone Marigliano

domenica 6 novembre 2022

E' tutta colpa della luna: una malattia che consuma... un sentimento che può salvare

 Dopo l'ultima intensa serata di rappresentazione dello spettacolo È tutta colpa della Luna, svoltasi stasera, domenica 6 novembre, al teatro Tram di Port'Alba, e un po' di tempo dedicato a  digerire pensieri ed emozioni torno a parlarvene, condividendo con voi l'intervista integrale a Francesco Luogo, che lo ha scritto, diretto e interpretato.



Attraverso una narrazione che procede a strati e la mistione di testi, Francesco Luongo porta in scena un'intensa riflessione sulle conseguenze dell'amore malato e tossico che rivela di essere un non-amore.

Un sentimento oscuro, torbido, che nasce da una ferita e inevitabilmente produce una ferita con esiti orribili e funesti. 

 Con lui - che cura anche la regia dello spettacolo -  sulla scena due intensissime attrici che lo aiutano a parlare di questi amori straziati e strazianti, come vengono definiti con un gioco di parole quanto mai calzante: Chiara Barassi e Sonia Totaro.

 
Protagoniste sono alcune donne del mito e frutto della fantasia, quali Elena di Troia, Lady Macbeth le protagonoste dei versi di Salvatore Di Giacomo o ancora Assunta Spina. A loro si affiancano figure muliebri silenti e anonime. Piccole donne al centro di microstorie ugualmente tragiche e importanti. 

Donne che non hanno avuto il tempo di fuggire e di salvarsi, alla ricerca di un riscatto possibile.
Lo spettacolo si apre ricordando che in tutto l'universo non ci sono due esseri uguali, ma che esiste uno ed un solo essere umano che rappresenta l'anima gemella di un altro. 

 Proprio per questo, è  molto difficile che questi due esseri complementari si incontrino... 

 Poi ci conduce sulle strade sdrucciolevoli percorse da donne che si rivelano avviluppate nelle spire della dipendenza affettiva: si abbeverano alla voce di un uomo e cercano di riconquistarne il favore.
Tutto nasce, come ci ricorda Luongo, dalla lettura estiva di un testo di Schopenhauer L'arte di trattar le donne. Francesco prende a prestito le parole di grandi autori quali Shakespeare, Schopenhauer o Euripide.


La lingua utilizzata, che sia italiano dotto, popolare, dialettale o aulico, è solo uno dei tanti mezzi possibili - tra poesia e prosa - per raccontare l'amore, seppur un sentimento non apportatore di vita, come dovrebbe essere, ma di morte e di oscurità.

 


 


Una domanda affiora alle labbra: "Esiste la strada che conduce alla salvezza e al riscatto?


Ora lasciamo la parola a Francesco Luongo, affinché ci racconti il suo E' tutta colpa della luna. 

D. Nella rappresentazione si intrecciano storie di donne illustri e ignote a delineare un percorso simile di derisione e negazione fino alla morte. Come le hai scelte?
 
R. La scelta dei testi viene semplicemente dai vari studi fatti in passato e messi in scena negli anni. L'idea di missare questi testi in un unicum viene da una lettura estiva de L'arte di trattar le donne di  Schopenhauer . Da lì è partito tutto.  
 
D. Come viene delineata e caratterizzata la figura maschile?
 
R. Le donne e gli uomini  che si raccontano sono sia vittime che carnefici , sono sullo stesso piano. Ovviamente la bilancia cade di più sulla donna , nel senso che troppo spesso risulta essere la vittima.
Vittima di un uomo incatenato nel morso della gelosia piuttosto che della "semplice" pazzia.
Donne e uomini imbrigliati in relazioni tossiche, malate...che inevitabilmente portano ad un finale nella maggior parte dei casi terribile. Nello spettacolo, per quanto riguarda la figura dell'uomo,  ho cercato di mettere in evidenza la sua debolezza, quella debolezza che è incapacità di relazionarsi in modo pulito, debolezza che porta poi ad atti orrendi.
 
D. Medea è  una figura controversa, oggi parzialmente riabilitata. Com'è la tua Medea?
 
R. Su Medea si potrebbe dissertare all'infinito, Medea è il male? Medea agisce solo perchè ferita?
 Nello spettacolo ...lo stralcio su Medea è solo una parte del tutto, come lo è Lady Macbeth piuttosto che Assunta Spina, tante parti che vanno a delineare quello 'spettrogramma' finale che è la  sintesi di E' tutta colpa della luna...
 
D. Quali sono le varie facce dell'amore e del non amore che racconti, tra intensità, dolore e dipendenza?
 

R. E' tutta colpa della luna... è un viaggio tra varie storie che si inseguono , si scontrano e si sovrappongono, è una preghiera aperta sui turbamenti, è una ferita inferta, esposta, narrata....è il racconto di amori malati, straziati e strazianti. Si racconta l'amore o presumibilmente tale il non-amore, viziato e malato che inevitabilmente porta al male, alla ferita.

 
D. Tu intrecci poesia e prosa, linguaggio moderno e arcaico. Napoletano e italiano. Perché? Perseguendo quale effetto? 

R.  Intreccio poesia e prosa, linguaggio moderno e arcaico. Napoletano e italiano.....e inglese, perchè? l'intento è sempre lo stesso,raccontare... l'amore seppur sbagliato , malato, contorto...va oltre la lingua, e di risposta anche la conseguenza, il male, la ferita...superano i semplici idiomi...! E allora perchè non farmi aiutare dalle splendide parole di Schopenauer, Shakespeare...piuttosto che Euripide e Salvatore Di Giacomo?
 
D. Esiste una via di salvezza e riscatto?
 
R. Esiste una via di salvezza? Francesco ti risponde e risponderebbe sempre : Si, certo...deve esserci! Per i testi contenuti nello spettacolo, un pò la risposta la conosciamo.


D. I tuoi e i vostri prossimi progetti?
 
R. Io personalmente comincerò a breve un tour di teatro scuola con la Compagnia Liberaimago e poi vari concerti col mio gruppo "Ra Di Spina" e con Eugenio Bennato.
Chiara Barassi andrà in scena con una sua regia dello spettacolo Killing time il mese prossimo.
Sonia Totaro sarà in giro con concerti, anche lei con Eugenio Bennato.

 

sabato 8 febbraio 2020

Ad occhi chiusi: il coraggio e la paura di riconoscere l’orrore


C’è ancora tempo fino a stasera, sabato 8 febbraio, alle 19 e domani, domenica 9 febbraio, alle 18, per assistere allo spettacolo Ad occhi chiusi, di scena al teatro Tram di Portalba (12 euro il biglietto intero, 10 per gli under 26).

Un intenso Andrea Fiorillo, in questo monologo, indossa vari abiti e lo fa magistralmente passando dall’uno all’altro apparentemente con fluidità, ma provocando, nello spettatore, una serie di strappi e shock emotivi.



Ad orchestrare la narrazione è il regista Luca Pizzurro e lo fa scegliendo le parole, i gesti e l’ambientazione giusti, talmente giusti da apparire profondamente disturbanti ad un certo punto. Così veri da provocare ribellione interiore, sdegno, disgusto, come reazione di fronte all’impotenza del dolore.

Uno spettacolo coraggioso, che ha la forza di narrare un orrore quanto mai attuale, quello della pedofilia, un orrore talmente grande ed indicibile che a tratti viene da pensare che la narrazione voglia orientarsi verso un’altra vittima di un amore malato, distorto e distruttivo.



Forse questa vittima potrebbe essere Italia, la donna che il protagonista conosce durante il suo vagabondare per Roma, lui così socievole e disponibile verso il prossimo che tutti gli si affezionano. E gli si affeziona anche lei, che al mercato compra frutta e verdura difettati, perché meno costosi, e li porta a casa, trascinandosi pesantemente, pronta a preparare un lauto pasto per un parentado assente, ma immaginato.

Fin quando non arriva lui, una sorta di eroe, cui il pubblico inizialmente non può che affezionarsi, anzi il regista orienta la narrazione affinché sia così. Lui che condivide le domeniche vuote e solitarie di questa donna appesantita e delusa dagli anni  ed ama i suoi intingoli, per quanto pesanti ed a volte indigesti.



Lui, giunto nella capitale dalla lontana Sicilia, dove ha lasciato madre, nipoti ed un pianoforte che sapeva suonare con dita leggere.

Lui che di quella Sicilia rimpiange i refoli di vento ed il colore del cielo.

Lui che in quella stanzetta angusta, prepara un caffè, lo sorbisce piano, ascolta musica classica, guarda vecchie fotografie e legge qualche pagina di un libro, anche se qualcosa sembra distrarlo, innervosirlo, sottrarlo a quel piacere semplice: ora è il contattore che, scattando, lascia la stanza immersa nel buio; ora lo sbattere insistente e inopportuno di una finestra, che fa entrare, con prepotenza, la vita esterna in quello spazio ristretto.

Lui così garbato e rassicurante.

Ed è ancora un eroe quando guarda da lontano, pronto ad intervenire, i soprusi di due ragazzini che si accaniscono su una busta ballonzolante, contenente , a ben vedere, degli esseri viventi, dei minuscoli gattini, uno dei quali viene accecato con uno spillone rovente, ma costretto a rimanere in vita e ad affrontarla “ad occhi chiusi”, portando addosso, a mo’ di croce, il peso della sua diversità  e delle sue difficoltà procurate da altri.


La pena dell’uomo quando si avvicina e vede il povero gattino inerme, abbandonato a se stesso dopo essersi dimenato per il dolore di fronte al supplizio subito, è tangibile, così come l’ammirazione per l’animale che, nonostante la subalternità e la forza impari, ha comunque cercato di difendersi, apportando un danno alla mano del suo carnefice.

Ed è ancora un eroe, che muove nello spettatore sentimenti di tenerezza, quando dalla finestra osserva qualcuno che calcia un pallone negli afosi pomeriggi estivi. Nessuno gioca con lui e la sua solitudine è palpabile.

Solo l’uomo gli offre amicizia e ristoro dalla calura, in un posto dove ci sono mura spesse che celano e proteggono l’intimità.

Quello stesso uomo arriva in soccorso anche della famiglia del piccolo, che di anni ne ha appena 10, dove la madre è sola e con un marito in galera.

A questo punto però la prospettiva si ribalta: l’uomo diventa un carnefice, costringendo il bimbo a baci che gli rubano l’innocenza, l’infanzia e la spensieratezza per sempre. Dai baci passerà alla masturbazione, resa sulla scena in maniera cruda, senza celare nulla, in un’atmosfera sempre più allucinata.

Nella testa dell’uomo è tutto distorto: il terrore del bambino viene scambiato per incitamento, in assenza di proteste verbali, che muoiono in gola;  il suo tentativo di ritrarsi diventa un gioco per irretirlo; il suo chiudere gli occhi, per non vedere l’abuso cui è sottoposto,  decodificato come un segno di piacere e lascivia. L’uomo ribadisce di aver agito per amore, solo per amore.



La prospettiva continuerà ad essere distorta anche quando il bambino avrà il coraggio di parlare con la madre, inizialmente incredula, e quando alla sua voce si unirà un coro sempre più ampio.

L’uomo reagirà prima con incredulità, poi con rabbia, sentendosi vittima di un’ingiustizia, proprio lui che ha aiutato e supportato tutti quei bambini con amore. Lui abbandonato e ferito nella sua tenerezza profonda per Marco, che “aveva un’anima” e le sue stesse dita da pianista, una ferita che non si rimarginerà presto. Lui vittima dell’invidia di chi quell’amore non sa capirlo. Lui vittima di un odio e di un disgusto che stenta a comprendere. Quasi un martire, vessato e oggetto di bieca discriminazione.




DIETRO LE QUINTE E DENTRO LO SPETTACOLO

Luca Pizzurro, il regista dello spettacolo, è consapevole che si possa cadere in errore su chi sia la “vittima” di questo amore malsano, forse perché l’opinione pubblica ha i “nervi tesi” su alcuni temi.

Nel parlare con Luca l’orrore, però, si dilata ed amplifica, perché si scopre che lo spettacolo prende le mosse da una storia vera, appresa durante una cena di dieci anni prima.

In un momento conviviale, il “carnefice” sceglie Luca come suo interlocutore e confidente, raccontandogli gli abusi perpetrati nei confronti di molti ragazzini. Lo fa con estrema tranquillità e con un senso di sconcertante ed aberrante “normalità”, come se si trattasse di una bravata, senza alcuna traccia di rimorso: supporto materiale in cambio di favori sessuali e del silenzio.

Si tratta di ragazzini poco più grandi di Marco, il protagonista dello spettacolo, ma che, come lui, sono privi di una rete di protezione sociale, privi dei mezzi necessari al proprio sostentamento, vittime di un subdolo adescamento da parte di chi occupa una posizione privilegiata.



Un macigno cala sul cuore di Luca attraverso questa discesa agli inferi e ingigantisce il bisogno di sublimare quell’orrore, di compiere un percorso catartico attraverso la scrittura, di denunciare questa profonda ferita inferta a chi è fragile, fiducioso ed indifeso, di porre una sorta di freno sociale attraverso il discredito.

La genesi di questo testo lo vede fare una serie di ricerche, attraverso giornali e libri, per  “entrare” nella mente del carnefice, dove “tutto è ribaltato” e carpire frammenti del suo spostamento di valori. Ma i libri non bastano: Luca parla anche con alcuni ragazzi vittime di violenza ed abusi, la cui vita emotiva è stata distrutta per sempre, i cui occhi si sono per sempre chiusi su un futuro luminoso, sostituito da una prospettiva buia, abitata da incubi e da un’incessante sensazione di sporcizia che rimane attaccata al corpo ed all’anima.



Il regista ha intrapreso un percorso di scavo ed approfondimento psicologico sia incentrato sulle vittime sia sui carnefici, che spesso, a loro volta, hanno subito la stessa sorte e ripetono il medesimo copione, cercando di affrancarsi dalla violenza subita divenendo abusanti, in una sorta di rivalsa e di rivincita.

Pizzurro tratteggia la figura del carnefice in chiaroscuro, riuscendo, con maestria, a non rinunciare alla cifra stilistica di un “teatro poetico”: anche lui riesce a provare pietas, anche se per un gattino e, nella sua visione distorta e ribaltata, lui prova davvero amore per quel bambino, benché si tratti di un amore malato.



Poi la sua riflessione si sofferma sul proprio io e si allarga anche alla società circostante: quella cieca, che chiude gli occhi di fronte all’orrore, o prova un’empatia “monca”, a singhiozzo e selettiva.

La reazione del pubblico, non solo ieri sera, ma anche nel corso degli anni e delle diverse rappresentazioni, è stata diversificata, come ricorda lo stesso Pizzurro.

“Dipende da come si vive il dolore – ribadisce il regista – c’è chi ci si avvicina, ha bisogno di comprenderne le radici e lo attraversa. Chi se ne allontana e fugge”.



** Le foto sono di Sergio Siano

venerdì 13 dicembre 2019

Cyrano al Teatro Augusteo: un amore, dall'anima mediterranea, che sfida il tempo e le apparenze


Se avete voglia di poesia e di romanticismo, non quello “zuccherino”, ma quello vero, che nasce dal conflitto tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere, tra la vita sognata e quella vissuta, non vi resta che correre al Teatro Augusteo (fino a domenica 15 dicembre 2019) per immergervi in un altro tempo che, a ben vedere, si rivela sempre attuale o che comunque svela quella voglia di unicità che mal si concilia con questi tempi troppo veloci e che hanno trovato nell’intercambiabilità, degli oggetti così come delle persone, la loro nota (stonata) caratteristica.



 Un romanticismo che mescola sapientemente prosa, poesia, canzoni, musica e ballo, che si rincorrono e si passano armoniosamente il testimone, come nella più virtuosa delle staffette, che parla il linguaggio dei sentimenti, delle emozioni autentiche, delle sfide al perbenismo di facciata,  a colpi di ironia sagace, del contrasto sempiterno tra chi ha scelto di vivere nel compromesso più becero o forse è la sua vigliaccheria, serva del finto moralismo al servizio del mantenimento dello status quo ad aver scelto per lui, e chi, invece, agisce, come ci ricorda il filosofo Aldo Masullo, all’insegna dell’etica.

Di questi fa parte un certo spadaccino, che ha il coraggio di sollevare il velo su problemi scomodi, di affrontare a viso aperto chi prevarica gli altri e di cercare di guardare i fatti, anche e soprattutto quelli propri di un’epoca, da una prospettiva diversa trovando possibili soluzioni che nessuno, per cecità, comodità, incapacità o mera viltà, ha avuto mai l’ardire di intraprendere.



Dalle mie parole forse avreste intuito di chi si stia parlando: si tratta di di Cyrano (de Bergerac) che, affidando il proprio messaggio alla commedia musicale di Riccardo Pazzaglia, ispirata al testo di E. Rostand, torna a calcare le tavole di un palcoscenico.

Di un eroe che appartiene ad un tempo storico ben preciso, ma è al contempo senza tempo, la cui spada, le cui parole, la cui filosofia, sfidano le epoche, eternandosi.

Cyrano de Bergerac è eroe ed antieroe insieme, perché sfida, con il suo naso lungo, le fattezze che l’eroe classico ed armonioso dovrebbe possedere. E’ filosofo, spadaccino, poeta, ma al contempo rifugge qualsiasi classificazione, allergico a regole rigide. Non vuole assecondare né compiacere in nome dell’interesse.

Se poesia o prosa, filosofia o arte della spada dev’essere, allora che sia vera e sentita, figlia delle muse e non serva di padroni, che non assuma la forma di una pessima imitazione che  a questi divinità delle arti fa offesa . Se così fosse, meglio liquidare l’attore in malo modo e rimborsare di tasca propria  gli astanti, anche se così, si rischia di rimanere poveri in canna.

“Si tratta – evidenzia Gennaro Cannavacciuolo , che interpreta proprio l’abile spadaccino dal cuore di poeta e filosofo – di un’opera universale piena di emozioni e di amore. Una storia dall’anima mediterranea, accompagnata da musiche meravigliose”.


Un po’ capopopolo dei marginali un po’ Pulcinella, in grado di fare sberleffi , ma con stile indiscusso e saggezza, questo Cyrano aspira ad essere libero, quella libertà cui anelavano i pensatori controcorrente dell’epoca quando guardavano ai popoli selvaggi extraeuropei con ammirazione, come ad un modello da imitare. 

E qui la commedia teatrale si fonde con la vita vera perché  Savinien de Cyrano de Bergerac  fu personaggio storico, autore, tra le altre opere, di un trattato di fisica, stregato, come il suo alterego, dalla bellezza e dai misteri della luna. 

Savinien de Cyrano de Bergerac , come quei pensatori, ricercava in quei popoli, in maniera inconsciamente proiettiva, l’esistenza e la possibilità di uno spazio di reale libertà, scevra dai vincoli, dalle restrizioni e dalle convenzioni della vita delle città e delle corti. Una libertà totale, avulsa dai legacci della tradizione, in nome di un concetto di natura e di naturalità, che non implicasse né l’idea del peccato né quella coattiva della legge[1]. 

Chi sono i marginali in questa storia? Sono coloro che hanno idee avanguardiste ma che sono ancora detentori di scarso potere.

Le donne come Rossana, che ha scelto di cambiare il suo nome rispetto a quello originario,  in nome della possibilità di scegliere liberamente per se stessa e di essere artefice del proprio destino, interpretata da un’affascinante e caustica Cosima Coppola.


Donne  che scelgono la filosofia, la scienza, la poesia, il pensiero critico, al posto di un rassicurante matrimonio voluto e imposto dalla tradizione.

Ma anche gli ubriachi, che hanno il coraggio di inventare canzoni, satiriche e sboccacciate,  in cui vengono sbugiardate le voglie e gli intrighi orditi dai signori ai danni delle altrui vite. I barbieri-cerusici che hanno il compito di cercare di donare la bellezza anche a costo di dire qualche bugia ben confezionata, ma poi sanno rivelarsi anche saggi compagni d’avventura e di sventura.



A ben vedere Rossana e Cyrano nella loro voglia di scegliere chi essere, e di farlo ad ogni costo, sono le due facce di una stessa medaglia. Rossana vuole liberarsi dalle stecche (metaforiche) di un corsetto troppo stretto e scegliere in nome della passione, dell’amore e non del compromesso e della convenzione. 

Cyrano vuole affrancarsi dai legacci di un pensiero limitante, ma anche di un aspetto, che pur difendendo strenuamente dalle offese e dalle prese in giro, egli non riconosce in linea con la profondità e con la delicatezza della sua anima. 



Quell’anima che guarda sempre con ammirazione verso la luna, quale fonte di bellezza, armonia, ispiratrice di poesia e scienza insieme.

Solo che Rossana non ha ancora compiuto fino in fondo il suo percorso di maturazione esistenziale e di presa di consapevolezza: per lei l’amore e l’intelligenza devono incarnarsi in un corpo ed in un viso bello ed affascinante. Sarebbe ancora impossibile pensare che il sillogismo greco secondo il quale ciò che è bello è anche buono menta, che non sempre corrisponda al vero.

Così le aspettative di Cyrano sono dolorosamente deluse, ma, con la pulizia d’animo che lo contraddistingue, il fine poeta-spadaccino, trova il modo per realizzare il sogno d’amore della sua bella e, al contempo, per esprimere fino in fondo i moti della sua anima. Lo fa prestando le sue parole e le sue rime a Cristiano, interpretato da Gianluca Di Gennaro, ma rimanendo fino in fondo se stesso, seppur acquattato nell’ombra.


Si tratta di uno sforzo corale, quello messo in atto in questa versione in scena all’Augusteo fino a domenica 15 dicembre, cui hanno lavorato alacremente 30 attori, 4 sarte, 5 macchinisti, 3 fonici. Spazio anche ai caratteristi e ad attori napoletani davvero bravi, come ha ricordato ancora Gennaro Cannavacciuolo. Un'interpretazione che, pur rimanendo fedele alle atmosfere dell'opera originaria, sa attualizzarla, rendendone accessibile la bellezza, la magia ed il messaggio più vero ad un pubblico trasversale.

E poi ci sono le musiche e le parole cantate,  quelle di Domenico Modugno, accompagnate dalla leggiadria e dalla forza dei balletti, ideati dal coreografo Orazio Caiti. Alle rielaborazioni musicali ci pensa Ermanno De Simone. Per completare e rendere magica l’atmosfera ci sono i costumi di Silvia Polidori, che riportano ai fasti di un’epoca, tra pizzi e trine. La regia e le scene sono affidate a Bruno Garofalo.
 
Per rendere ancora più realistici i duelli è intervenuto persino un maestro d’armi: Flavio Massimo Grumetti.



“Ermanno De Simone ha impiegato 7/8 mesi – continua Cannavacciuolo -  per riarrangiare le musiche di Domenico Modugno, che sembrano facili, ma non lo sono affatto”.

Anche Cristiano, pur essendo poco avvezzo alle parole, non rappresenta l’incarnazione del bello che vuole approfittare della situazione. Egli stesso, a suo modo, sfida le apparenze e rivendica il diritto ad essere amato per quello che è, nonostante le sue parole imperfette. 

Non vuole “trafugare” un amore che non gli appartiene, un’anima che a ben vedere e già promessa ad un altro, ma il destino sceglie diversamente e beffardamente per lui.

Per un destino avverso, o forse solo per cercare di proteggere un sogno d’amore che si rivela stridente illusione fuori tempo massimo, troppo tardi le anime dei due protagonisti, di Cyrano e di Rossana, si riconoscono simili, in una presa di consapevolezza che, come spesso accade, arriva quando si sta per perdere la persona amata (ed in questo caso la si perde due volte).

[…]    Qui riposa Cirano
        Ercole Saviniano
        Signor di Bergerac,
        Che in vita sua fu tutto e non fu niente!»
    Io me ne vo… Scusate: non può essa aspettarmi.
    il raggio della luna, ecco, viene a chiamarmi. […]   


Per informazioni e prenotazioni
Teatro Augusteo
Piazzetta duca d’Aosta 263
tel. 081414243 – 081405660
www.teatroaugusteo.it


[1] Ci si rifà a Lissa Giuseppe (a cura di) Storia degli Agiaoaini di Bernard de Fontenelle, Guida Editori, Napoli, 1979, pp. 70-71.

 ** In locandina tutto il cast ed i professionisti coinvolti
*** Le foto sono di Grazia Guarino