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sabato 15 giugno 2024

La mia Ingeborg: le Signore dei libri discutono di relazioni ossessive al Salone del Libro di Napoli

 Oggi, domenica 16 giugno alle 15:00 “Le Signore dei libri” arrivano a “Napoli Città Libro”, Salone del Libro e dell’Editoria di Napoli, in Sala Urania 3.

 


 

 

Durante l’incontro, il gruppo di lettura ideato e organizzato da Imma Malva, titolare della Cartolibromania di Somma Vesuviana e dalla giornalista Sonia Sodano, direttore del giornale Cultura A Colori, leggerà e commenterà La mia Ingeborg”, libro di Tore Renberg pubblicato da Fazi nella collana “Le strade” e candidato nella cinquina del Premio Strega Europeo 2024.

In programma alcuni interventi tematici, tra i quali quello della poetessa Irene Mascia e quello della dott.ssa Tania Sabatino, giornalista e sociologa.

IL LIBRO – Il vecchio Tollak è un uomo pieno di contraddizioni: orgoglioso e furioso, giusto e tenero. Ormai vecchio e solo, non fa che imprecare contro il mondo che da tempo, per lui, ha smesso di avere senso. Solo una cosa lo teneva attaccato alla vita: sua moglie Ingeborg, amatissima, scomparsa diversi anni fa. I suoi due figli, ormai adulti, hanno abbandonato la vita desolata della provincia remota dove sono nati, e passano a trovarlo di rado; soltanto Oddo è rimasto con lui: Oddo loscemo, come lo chiamano i vicini, di cui Tollak si prende cura da quando, ancora bambino, è stato abbandonato dalla madre. Tollak insiste affinché sua figlia e suo figlio tornino a casa ancora una volta: ha bisogno di parlare e condividere il suo segreto prima che sia troppo tardi. O meglio, i suoi segreti: le verità che Tollak ha sempre tenuto per sé sono molteplici, e sono una più terribile dell’altra.


Fonte della notizia

venerdì 11 marzo 2022

Venere Tascabile: al Tram il dramma di un massacro e il conforto di una grande amicizia

 Carmen Pommella torna a calcare le tavole del palco di un teatro dopo 5 anni e lo fa in occasione di una data importante e con il coraggio di interpretare un personaggio scomodo e controverso: Laura Betti.

 


"Il mio - evidenza Carmen - è un ritorno all'insegna di un personaggio scomodo e antipatico".

Le quinte, che la vedranno in scena fino a domenica 13 marzo, sono quelle del teatro Tram di Port'Alba, piccola e ardimentosa realtà cittadina situata nel cuore del centro storico, votata all'arte dello spettacolo, della cordialità e dell'accoglienza, che vanta un palinsesto "pensante" di grande spessore: a livello di temi affrontati, sempre in maniera intellettualmente onesta, di interpretazione e sfide attoriali e di portato emotivo potenzialmente smosso.

Carmen porta in scena un testo scritto e diretto da Antonio D’Avino, dedicato all’artista la cui vita fu segnata indelebilmente dall’incontro con il poeta-scrittore-regista

La narrazione si muove tra il  palcoscenico, dove Laura recita e canta, infilandosi in movenze da "divina" e, a tratti, assumendo un'aria intellettuale, e vita privata. Un retroscena amaro: lei, figlia di una famiglia borghese e benpensante ingabbiata in rigidi pensieri e regole, vittima di una madre algida, fugge a Roma dove, nella casa di via del Babbuino, intreccia amicizie, frequentazioni, relazioni fugaci che spesso si concludono con gravidanze indesiderate e aborti, perchè più hai relazioni di cui ti vanti nei salotti e nei ristoranti, più arriva il lavoro... ma poi, in fondo - si chiede - cos'è, in cosa consiste davvero, questo lavoro che, alla fine, non c'è mai?


 

Mossa da dinamiche relazionali e da ingranaggi che la stritolano e la inducono a conformarsi a quello che fanno tutti, riducendo la sua vita a pura apparenza e abitudine, Laura è disperata, ma mostra una facciata allegra e sfacciata. Prende in giro tutto e tutti; è regina ciarliera dei salotti, dove "graffia"  e "morde" con le sue battute. Sbeffeggia gli uomini mammoni, attaccati alle vesti di una matrona e sempre succubi di una donna, e persino se stessa, definendosi una Venere Tascabile, dal seno piccolo ma morbido al punto giusto, un senino appunto, da poter cacciare dal taschino e utilizzare alla bisogna.

L'incontro con Pierpaolo Pasolini  è quasi uno scontro, perchè lei inizialmente lo provoca, cerca di sedurlo e irretirlo. Schernisce lui e i suoi ragazzi di vita magri e brufolosi. Sfida la sua timidezza, la compostezza e la presunta pensantezza, Nonostante tutto e inesorabilmente, però, lui le cambia la vita... Di più... Pasolini diviene il fulcro stesso della sua esistenza.

 "Lui le chiede - ricorda Carmen - se abbia una coscienza e in lei avviene una vera e propria trasformazione, legata a una presa di consapevolezza. Sono entrambi borghesi, ma ne contestano le idee. La loro è un'amicizia tra caratteri opposti, ma in fondo uguali".

 

 Amica e musa di Pasolini, la Betti fu una donna istintiva, un essere di temperamento, piena di fragilità ma disperatamente vitale e intensa, che scelse fino alla fine di risultare odiosa.

 

Ma, probabilmente, l'incontro con Pasolini pur rivelandole drammaticamente la tragicità della sua vita, offrì a entrambi anche momenti di sollievo dal vivere quotidiano, colmo di ipocrisia, ieri come oggi, di finto cordoglio e di informazioni manipolate affinchè tutto sembri cambiare, mentre in realtà nulla cambia davvero.

 

La celebrazione dei cent'anni dalla sua nascita avviene in maniera indiretta, attraverso la storia di una donna innamorata di lui e delle sue fragilità, come lo furono anche la Callas e la Magnani.


"Volevamo rinfrescare la memoria dei giovani - continua Carmen - . Ma un approccio diretto alla grandezza di Pasolini fa paura. Per comprendere un suo testo è necessario leggerlo almeno 3-4 volte. Lui è il traguardo, ma bisogna passare attraverso vari strati, da Joyce a Dostoevskij".


 Dopo la morte violenta di Pierpaolo, Laura non smise mai di lottare per disvelare la verità. Gli fu fedele e accanto nella morte come nella vita, alleata e conforto durante ben 33 processi.

 

In scena Carmen beve e vomita del vino: con esso ripudia, simbolicamente, le bugie, il finto pietismo, le prove occultate, la vicinanza di chi piange guardandoti negli occhi e ti critica alle spalle o di chi si nasconde nell'ombra, al riparo del consenso sociale.

 

Vomita un liquido vischioso rosso scuro, al pari del sangue vomitato dall'amico durante l'agguato e il massacro subito.


"Non posso dire che io e Laura Betti siamo simili - evidenzia Pommella - ma entrambe abbiamo dovuto affrontare il tema della traformazione corporea. Lei lo dice: ho semplicemente allineato il mio fuori al mio dentro".


 


Un dentro in disfacimento, perchè dopo la morte dell'amico per Laura c'è solo il vuoto e in fondo, forse, il rimpianto più grande fu proprio questo: non essere riuscita a proteggerlo e a salvarlo dalla solitudine che lo perseguitava.



Fino al 13 marzo 2022

VENERE TASCABILE

testo e regia Antonio D’Avino

con Carmen Pommella

aiuto regia Michele Farina

al pianoforte Salvatore Benitozzi

scene e costumi Valeria Malpeso

assistente alla regia Umberto Serra

produzione Musidantea 2.0

 




domenica 13 febbraio 2022

Amleto: rivelare la verità attraverso l'arte, specchio della natura

 Amleto (o il Gioco del suo Teatro) per la regia e l'allestimento di Giovanni Meola è, come rivela il titolo stesso, un gioco. Un gioco cui sarà possibile assistere anche stasera, domenica 13 febbraio alle 18:00, al teatro Tram di Portalba.

Il gioco è penalizzato nella nostra cultura di riferimento, perchè viene associato a qualcosa di fanciullesco e in qualche modo di poco importante.

In realtà il gioco rappresenta, a tutte le età, uno strumento di crescita e di confronto, utile a allenenarsi, con leggerenza calviniana, nel role taking, l'assunzione del ruolo dell'altro, un momento in cui si indossano numerosi vestiti che apparentemente non ci appartengono. Serve a sperimentare, simulandole, varie situazioni di vita.

Poi c'è anche un altra prospettiva e ce la rivela la parola inglese joke, che significa scherzo. Mi viene in mentre un vecchio adagio che ci ricorda che "nello scherzo si dicono le cose serie".


 

E'  per questo che il principe Amleto, dopo che suo padre in sogno gli ha rivelato di essere stato ucciso per mano del fratello, decide di affidare al teatro, incarnato da un gruppo di attori che divengono specchio della natura, il compito di rivelare il vero. Per non dimenticare e per non spegnere il lume della ragione e della verità. Paradossalmente, però, in un mondo in cui le apparenze sono mistificatrici e la verità viene messa a tacere, per cercare di far prevalere la ragione il principe danese deve varcare i confini della pazzia.

Pare frutto di un gioco la rappresentazione che Amleto reclama. Poco più di uno scherzo, della facezia di un burlone, quei versi aggiunti quasi a caso per un divertissement, ma l'obiettivo del principe - filosofo è ambizioso: "continuare a essere e a esistere auteticamente per sognare". Ritrovare i sogni, dunque, e fugare gli incubi. Quelli che nascono dai complotti orditi da anime nere, scure come le pareti del palco del piccolo teatro Tram di Portalba che ospita la rappresentazione.

Il teatro, dunque, liberandosi da inutili orpelli e innaturali enfatizzazioni di situazioni e stati d'animo, rivela di avere un ruolo cruciale: riflettere la realtà, esserne specchio meno reale ma più vero, e far, parallelamente, riflettere su di essa.

Secondo le parole del regista, Amleto è uno dei personaggi più moderni della drammaturgia  e delle stesse tragedie shakesperiane. Non uomo idealizzato nè monolitico, bensì essere umano scisso, frammentato, corroso da dubbi e conflitti. Profondamente contraddittorio, laddove pensa una cosa e ne fa un'altra. Prende una decisione e poi fa un passo indietro.

Ofelia è la sua figura amata e complementare. Infatti, se Amleto vive il crollo delle illusioni e lo scollamento tra il dire e il fare, Ofelia non sa concepire una realtà diversa da come appare. Troppo onesta e tersa per concepire l'accusa infima, l'inganno e il complotto, questa figura, tragica , vittima dei demoni che la perseguitano al pari del protagonista, finisce per eclissarsi, forse per scelta o forse per tragica fatalità... l'opera originale e il regista non lo rivelano.


 

Sul palco si alternano solo tre attori ad interpretare tutti i personaggi, Solene Bresciani, Vincenzo Coppola e Sara Missaglia  della compagnia Virus Teatrali.

Assistente alla regia Chiara Vitiello e costumi di scena, all'insegna dell'essenzialità, firmati da Marina Mango.

 

Due voci femminili, in dialogo con quella maschile, che sgusciano fuori dalla propria pelle per entrare in quella di vari personaggi, partorendo e riparterendo, non senza sforzo, se stessi e interpretazioni sempre più sconsapevoli in un tourbillon, un vortice, che avvolge e stupisce lo spettatore. Una rappresentazione che alterna  diversi ruoli e che affida il cambio di ritmo e di ambientazione non a caratterizzazioni fisse e alla cristallizzazione di genere, bensì all'intensità della resa scenica, capace di traslarsi e traformarsi continuamente. 

 

A distanza di secoli le donne si riappropriano del palco, interdetto loro in epoca elisabettiana.

 

Ogni personaggio ha i suoi tormenti, amplificati da una cassa che rappresenta il rimbombo del dubbio nella coscienza. Un dialogo interiore esternalizzato attraverso una serie di domande rivolte all'amico Orazio, spettatore inerme dello scorrere di tanti fatti di tradimento e di sangue.

 


Ma il dubbio non viene mai fugato del tutto.

 

"Si tratta di un'opera densa di misteri e di cose non dette - rivela Meola - . D'altronde Shakespeare faceva parte della Compagnia del Ciambellano e tanti aspetti all'epoca, persino i più impensati, potevano assumere un significato politico. Se, per esempio, il personaggio della madre di Amleto fosse stato accusato esplicitamente di essere complice nell'assassinio del marito, quest'accusa sarebbe potuta suonare rivolta a Elisabetta nei confronti di Maria Stuarda".


Il riadattamento di Meola scompone e ricompone i frammenti della narrazione, li moltiplica in migliaia di potenziali specchi, incastri e punti di vista.

 

Il risultato è che lo spettatore, così come avviene per quegli specchi... non può non riflettere... su di sè e sulla sua identità; sulla vita con le sue inevitabili e ineliminabili contraddizioni; sul valore della cultura e del pensiero critico e sulla funzione del teatro che, attraverso apparenti infingimenti e giochi di ruolo, si fa veicolo di una consapevolezza profonda, capace di bucare il velo delle apparenze.


Ph. Nina Borrelli

giovedì 19 dicembre 2019

Actor Dei: la storia di Padre Pio che svela l'uomo dietro al personaggio. Al Teatro Trianon Viviani dal 25 dicembre al 6 gennaio

Debutterà a Natale, il 25 dicembre, il musical Actor Dei, di cui è protagonista e co-autore Attilio Fontana. Ultima replica prevista per l'Epifania, il 6 gennaio.

L'attore di Dio, Padre Pio, come è stato definito dal suo più grande bibliografo e custode della memoria, è un santo che dal popolo del Sud viene più concepito come un "supereroe" con tanto cuore.

Le quinte ed il palcoscenico sono quelli del Trianon Viviani, dato che appare giusto portarlo "nei posti vicini al cuore". Dunque, empaticamente,  in un quartiere popolare e nel teatro del popolo.

"Si tratta - racconta Fontana -  di una storia delicata e bellissima e non vi è un  posto migliore di Napoli in cui raccontarla. Infatti, si tratta di un musical mediterraneo, pregno di tradizioni nostrane, che dà voce a tutto il popolo del Sud e lo rende protagonista. Un popolo dal sangue caldo, animato da una passione che si autoalimenta. Una versione francescana della storia, che merita di essere vista, dove ci si diverte anche e che è raccontata con gli occhi del popolo del Sud".



Lo spettacolo è stato ideato dall’attore e cantautore Attilio Fontana, qui impegnato non solo nel ruolo del protagonista, ma anche nella direzione musicale e nella scrittura dei testi con Mariagrazia Fontana, Francesco Ventura, Antonio Carluccio, Michela Andreozzi e Federico Capranica.

Perchè questo titolo, Actor Dei? Perchè a Padre Pio è assegnato l'arduo compito di interpretare la croce e di incarnare il ruolo di Cristo.

"Ci ha fatto molto piacere accogliere questo spettacolo - evidenzia Giovanni Pinto, presidente della fondazione Trianon Viviani - , mai rappresentato a Napoli e reduce dal successo al Teatro Quirino di Roma. Dato il tema ci è sembrato giusto coinvolgere le istituzioni ecclesiastiche, le parrocchie , le associazioni dei giovani cattolici, quali realtà in rete".

Fontana, che ha appena pubblicato l’ultimo singolo Gesù (L’ultimo comunista), con Actor Dei propone un percorso poetico in musica e danza di alcuni momenti della vita del santo, al secolo Francesco Forgione, nato a Pietrelcina nel 1887 e morto a San Giovanni Rotondo nel 1968, un uomo semplice e coraggioso continuamente provato da pene fisiche e spirituali, spinto dalla volontà di sollevare il genere umano dalle sofferenze.



"Questo anno mi ha visto protagonista - dice Fontana -. di molti momenti di musica e spettacolo improntati alla spiritualità. Un messaggio forse che è necessario decodifichi ed interpreti. Questo lavoro musicale è stato realizzato con Ivan Granatino, mischiando gli stili, dato che lui è interprete dell'urban, della quotidianità urbana. Cristo si occupa e si preoccupa dell'altro, di colui che subisce il peccato capitale. Cristo è come un pugile che arriva al dodicesimo round, richiamadoci al rispetto dell'etica"

Con musiche che spaziano dal sacro al tradizionale della pizzica salentina e al pop, coreografate da Orazio Caiti, l’opera ci restituisce così la giovinezza di Padre Pio, dall’infanzia al miracolo delle stimmate; quindi la sua maturazione spirituale a San Giovanni Rotondo fino alla morte della madre; per arrivare al racconto delle mille traversie per la creazione della Casa sollievo della Sofferenza.

"Nel cast - mette in rilievo Fontana - vi sono 40 ragazzi, scelti tra 1000. Si tratta di ragazzi partenopei, pugliesi, siciliani. Volevamo dare vita ad un'opera bella, pensata afffinchè non fosse destinata solo ad un pbblico prettamente cattolico e strutturata in maniera tale da rimanere nel tempo. E' permeata da melodie partenopee ed arricchita da tarante che esplodono, a descrivere il percorso di un uomo, costellato da mille tempeste e conflitti".


Secondo le parole dell'attore e co-autore viene raccontata una storia che ci appartiene e lo si fa attraverso l'entusiasmo dei giovani .

"C'è bisogno di semplificazione  - evidenzia - che passi attraverso i linguaggi della musica e del teatro e che i simboli della spiritualità vengano riportati ai giovani  onde attivare un processo di umanizzazione. Nessuno sta più attento agli ultimi. Se una persona è in difficoltà spesso non la si aiuta, ma ci si fa un selfie, inquadrandola".

Uno spettacolo coinvolgente con videoimmagini scenografiche, animato da una compagnia composta da una trentina di attori, cantanti e ballerini, per la regia e le scene di Bruno Garofalo.

"Padre Pio - evidenzia Fontana - è un uomo del Sud che con il Sud condivide tante difficoltà, problemi e affanni. Ciononostante a questa terra ha dato tantissimo ed è stato ripagato dall'affetto di un popolo, fino ad essere consacrato. Questo musical ha una cifra stilistico-interpretativa connotata da un peculiare erotismo drammaturgico, dove il pubblico religioso incontra quello del teatro. La sua storia è un cristallo da maneggiare con delicatezza e prudenza, onde evitare le accuse di strumentalizzazione".

 Actor Dei è stato allestito da Rosario Imparato per Immaginando produzioni, con l’organizzazione di Mario Minopoli.

Il vocal coach della compagnia è Maria Grazia Fontana. I costumi sono firmati da Maria Grazia Nicotra e le videoimmagini scenografiche sono curate da Claudio Garofalo. Regista assistente Gennaro Monti.

Parte degli incassi dello spettacolo verranno devoluti all'ospedale fondato con tanti sacrifici da Padre Pio stesso, Casa Sollievo dalla Sofferenza, che assiste 3200 persone.

L'altra "locomotiva" dello spettacolo è l'antagonista di Pio, il diavolo, interpretato da Lello Giulivo, definito dall'attore  come un burattinaio del male, che riesce ad essere tante cose: un guascone impertinente, un comico, un cattivo. A lui spetta il compito di essere di contrappunto al personaggio buono.

"Si tratta di un ruolo stimolante dal punto di vista attoriale e professionale - rivela Giuliano -. I cattivi devono essere distanti da qualsiasi possibilità di commozione ed amorfi".



Un musical che secondo Gennaro Monti, assistente alla regia, nasce da un incontro all'insegna del coraggio: di raccontare Padre Pio, come uomo e come santo, di crederci fino in fondo, di esserci. Un lavoro che si dipana tra musica e parole, ospitato da un teatro coraggioso, fatto da persone coraggiose.

Un'opera popolare e "popolata", complessa tecnicamente che smentisce "coloro che dicono che a Napoli si fanno le cose in maniera approssimativa. Invece in quest'opera c'è il cuore napoletano ed al contempo tanto impegno, disciplina, decisione, determinazione e tecnica".

"Bruno Garofalo - continua Monti - coordina la parte attoriale e l'allestimento. Mette questa storia in una tavolozza bianca ed immacolata, come l'animo del protagonista, e mano mano la tinge con i vari colori dell'animo umano, incarnati dai co-protagonisti e dagli antagonisti".


LE MUSICHE

Secondo le parole di Fontana si tratta di un'opera da "mangiare come un cioccolatino buono". Le melodie nascono dal lavoro di squadra di cinque professionisti. L'arrangiatore è Federico Capranica.

"Musicalmente - racconta Fontana -  è un lavoro che ti apre il cuore. Si tratta di un musical esportabile, capace di conquistare anche l'estero. Già il Canada ce lo richiede. Un progetto ambizioso, mediterraneo, animato da musiche napoletane, ma che sa anche di taranta. Con un'ouverture ed una trama musicale che richiamano un'opera".

Un musical che, secondo i protagonisti, anche gli agnostici ameranno, per la forza del personaggio e di un popolo raccontato in maniera sincera ed onesta.


venerdì 22 marzo 2019

La sentinella di Elsinore: in scena il complesso rapporto con l'aldilà

Un percorso laboratoriale di un anno, in cui i ragazzi imparano le tecniche nevralgiche che deve padroneggiare un attore. Impegno e dedizione, che, sia ben chiaro, non si esaurisce qui, ma che durerà almeno 10 anni, in un percorso progressivo, per chi voglia intraprendere la carriera attoriale. Lezioni di training fisico e vocale, per perfezionare non solo la dizione, ma per vibrare al ritmo del respiro del personaggio da interpretare e per sentire nel profondo ed autenticamente emozioni e sentimenti.

A condurre i ragazzi in questo viaggio Giuliana Pisano e Salvatore d'Onofrio dei Quartieri Airots.

Quattro le fasi laboratoriali: la prima dedicata allo studio del personaggio scelto, con il testo nella sua versione originaria  (l'anno scorso l'Antigone e, da martedì 19 marzo, l'Elettra), la seconda dedicata alle varie versioni del testo, rielaborato nel corso del tempo da numerosi autori, mentre negli ultimi tre mesi si sceglie la specifica versione da reinterpretare e riadattare e poi, come fase finale, arriva la messa in scena ed il confronto "in vivo" con il pubblico.

Nello spettacolo La sentinella di Elsinore, rappresentato nel Teatro dei 63, ospitato negli ambienti della Chiesa del Carminiello a Toledo, ci si è confrontati con Shakespeare ed il suo Amleto, trasposto in atmosfere contemporanee.

In scena Nicola Conforto, Ivan Iuliucci e Mariano Savarese. Il testo e la regia sono di Giuliana Pisano. L'aiuto regia di Lorenza Colace. L'allestimento scenico di Salvatore D’Onofrio. Le musiche di Alessandro Cuozzo, mentre la consulenza costumi è di Alessandra Gaudioso.

La sentinella di Elsinore conta le stelle per fugare inquietudini e malinconie, per scacciare pensieri tormentosi e per evitare di impazzire. Suo fido amico Amleto, il suo "Lord", inizialmente incredulo sulla reale esistenza dello spettro del padre, ma poi sempre più consapevole della sua missione di riscatto del nome e della dignità paterne.



Ad alternarsi sulla scena vari spettri: quello del re morto prima di portare a termine il suo mandato. Quello di una sposa che non conoscerà mai le gioie del matrimonio, in vista del quale intrecciava ghirlande profumate. Quello di una bimba che cerca ancora i dolciumi, quale premio del suo essere stata brava.

Grande assente Tecla, lo spirito della donna e sposa amata da Bernardo che, seppur invocata varie volte, non si presenterà mai, dato che non prova i medesimi sentimenti per il marito, cui la legavano solo il senso del dovere ed il rispetto delle convenzioni sociali.

"Ad essere centrali tanto nella versione originaria di Amleto quanto in questa rivisitazione - spiega l'autrice e regista Giuliana Pisano - sono il desiderio e la manipolazione, ed attualmente esistono tanti manipolatori e fanno danni, nonchè lo spettro, la cui esistenza viene assunta come un dato di fatto".

Una rivisitazione in cui trovano spazio gli stessi dubbi dell'autrice, ma anche incursioni e riflessioni sull'attuale situazione politica.

Con l'avanzare dell'interazione sulla scena, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia sempre più, fino a generare nello spettatore una confusione pervasiva su chi sia ancora in vita e chi no.



Nel frattempo, si dipanano i dubbi dei protagonisiti su cosa ci sia nell'aldilà, frammisti ai sentimenti di tenerezza per chi non c'è più, dai nonni al piccolo animale domestico,  con i quali si vorrebbe instaurare un "colloquio di amorosi sensi".

"Nel aldilà - continua la regista -  si troverà la verità. La verità vince sempre ed è l'unica speranza. Ma mentre siamo da quest'altro lato la verità può essere solo cercata ed intuita . Solo dall'altra parte tutti i dubbi verranno definitivamente sciolti".

Il teatro diviene non solo specchio della vita, ma anche magistra vitae, palestra in cui allenarsi alla tenacia, alla disciplina, ed all'autenticità del sentire.

"Ai miei allievi - evidenzia Giuliana - dico sempre che possono e devono sbagliare. Siamo in un'epoca di perfezionismo esasperato, in cui tutto dev'essere perfettamente padroneggiato, ma durante le prove è necessario sbagliare. Non a caso si chiamano così".

I diktat tirannici dell'epoca contemporanea non abitano il palco del teatro e non sono neanche ospiti graditi. Su quelle tavole, invece, sbagliare, procedere per tentativi ed errori, diventa utile e necessario per migliorarsi ed approcciarsi al personaggio quasi come se si fosse senza pelle. Un percorso lento e faticoso, per apprendere competenze e tecniche nevralgiche.

Dalla bocca del re padre, poi, arriva una frase ,declamata in lingua napoletana, che suona come un monito " Della vita, così come del porco, non si butta niente".

Il dolore, le gioie, gli errori.... tutto può essere fonte di arricchimento se guardato e vissuto nella giusta prospettiva. Tutto è utile per vivere pienamente e fino in fondo il tempo che ci è concesso.

Ne La sentinella di Elsinore, il rapporto con i morti sembrerebbe essere diretto, senza bisogno di intermediari. Un rapporto in cui pare riecheggiare il nostrano culto delle capuzzelle, in cui un vivo ed un morto dialogano "alla pari", si aiutano e si scambiano favori.

"Non si tratta di un riferimento intenzionale - dice Giuliana - ma io sono partenopea e forse un'eco della spiritualità e della ritualità tipicamente nostrane è trapelata comunque".


Il viaggio della rassegna teatrale Allegati continua:


In calendario     
L’ora blu
22-23-24 marzo – Quartieri Airots
Human Animal
26-27 aprile – Teatro dei 63
Rosa Balestrieri
10-11-12 maggio – Quartieri Airots

giovedì 20 marzo 2014

Ascesa al mondi degli immortali: sono le emozioni a salvare dalla decadenza dell'anima

Giovedì 20 marzo alle ore 20.30 nella bellissima cornice di Villa Contarini Nenzi di Dosson di Casier (TV), in via Guizzetti, 78/82, lo scrittore Alessandro Pierfederici presenta i suoi due romanzi “Ritorno al Tempo che non fu" e "Ascesa al mondo degli immortali", entrambi pubblicati da edizioni del Leone – LCE.

Un incontro in cui le parole incontrano la musica in un "minuetto perfetto ed alchemico.

Gli intermezzi musicali eseguiti al pianoforte da Alessandro Pierfederici.

Dialoga con l'autore Franca Barzan.





L'evento, ad ingresso gratuito, è realizzato con il patrocinio dell'Assessorato alla cultura del comune di Casier.

La vicenda del romanzo “Ascesa al Mondo degli Immortali” di Alessandro Pierfederici è ambientato al tempo della cosiddetta Belle Époque.

A descrivere questo periodo è lo stesso autore.

“Si tratta di quel periodo fra Ottocento e Novecento in cui in Europa si era consolidato un nuovo ordine politico che, sotto una pace apparente, nascondeva tensioni e conflitti pronti a scatenarsi. Fu il periodo dell’emigrazione di massa dall’Italia unificata, delle repressioni armate dei moti popolari, delle disfatte nelle guerre coloniali. Di lì a poco il mondo occidentale precipitò nel più spaventoso conflitto bellico mai visto, il tragico punto di arrivo di un’epoca, che distrusse, assieme a milioni di persone inconsapevoli ed innocenti, l’eredità di secoli di storia”. 

Un'epoca, quindi, macchiata dal sangue e dalla violenza e attraversata da una progressiva decadenza. Un tempo che, contrariamente a quanto sembra suggerire il nome, è oscuro e “spettrale”. Così lo dipinge l'autore del romanzo, che ambienta la vicenda tra belle epòque triestina e viennese, creando un ponte tra le due realtà territoriali e sociali.

“Centro nevralgico, quasi simbolico, di questa decadenza – rimarca Pierfederici - è la Vienna imperiale che l’enorme numero di musicisti, scrittori, pittori, scienziati, uomini di cultura e intellettuali allora attivi aveva reso una delle capitali culturali del mondo. Tutti avvertivano il dramma che si andava preparando, ne traevano linfa per le loro creazioni ma nello tesso tempo erano prostrati dalla consapevolezza dell’impotenza a fronteggiarlo”.

A questo clima di sgretolamento di un'epoca e delle sue certezze fa da contraltare il senso di fallimento di Anton, il protagonista. Ne nasce un'atmosfera lenta, attutita dove spira una sorta di aria di catastrofe e morte incombente.

Il protagonista aspira all'idea di infinito, a trascendere la finitudine ed i limiti umani e lo strumento creativo scelto per salire la lunga scala che conduce al cielo è l'arte ideale. Aspirare ad un’arte ideale. La capacità dell'arte di aspirare all'infinito, come ricorda l'autore, è ravvisabile nella perfezione e nell'emozione suscitata da alcuni capolavori, così potenti che l'anima stenta a credere sia possibile siano frutto di una mera mente umana.

Di fronte ai cocenti dolori dell'infanzia ed alle disillusioni dell'adolescenza, Anton si convince che la realtà fattuale non è altro che una pesante zavorra da cui liberarsi, in quanto è considerato una limitazione al sogno di una creazione assoluta, un’arte pura, e quindi impossibile. Negare il reale a favore di un ideale difficile se non impossibile da raggiungere ed afferrare porta Anton a vivere in uno stato di conflitto e di scissione perenne dell'anima... in parole povere a “non vivere”.

Anton, infatti, arriva sempre troppo tardi, è bloccato dall’insicurezza, dal dubbio se sia giusto o meno agire d’istinto o proseguire sul cammino che si è scelto, è tormentato da incertezze costanti, perché il suo percorso si fonda sul vizio originario, l’idea di poter scindere quotidianità e creazione artistica.

A salvarlo, pur tra dubbi, ripensamenti ed esitazioni, sarà proprio la musica , sotto una duplice veste. Sia a livello di interpretazione di una musica altrui che tragga ispirazione dalla realtà sociale dell'epoca, sia la musica che compone se stessa e che diviene strumento per narrare i dissidi di un tempo, la miseria di un popolo ed il dolore individuale e collettivo.

Il suo approccio al mondo cambia radicalmente: da un universo al riparo dalle emozioni ad uno dove le emozioni sono la cifra stilistica dominante e si trasfondono con forza nella musica. In questo modo i dolori e le delusioni, date e ricevute, non sono più qualcosa di pericoloso da cui guardarsi e schermarsi, da negare, ma la vera ricchezza dell'esistenza con cui confrontarsi costantemente.

“Non sono più un sacrificio – chiarisce Pierderici – bensì una benedizione, il segno indelebile della viuta vissuta. Sia il maestro Kohn che l’amica Helene lo avvisano, a distanza di tanti anni, che la scoperta dell’amore vero e del dolore vero (forse i due estremi fra le emozioni umane) e la sua trasfigurazione nell’arte e poi nell’anima dell’artista sono ciò che lo porterà davvero verso l’immortalità della memoria”.

L’arte perciò, come ribadisce l'autore, è strumento di salvezza non tanto per un’epoca ed un mondo in rapida disgregazione (è l’illusione coltivata invece dall’amico scrittore Ralli) quanto per l’artista stesso. E la memoria eterna non è quella dei libri di storia e delle enciclopedie, ma quella di coloro che hanno trovato, attraverso l’arte, ma soprattutto attraverso la loro vita, la propria identità e il proprio ruolo.

Anton è sempre in cerca di certezze, di punti di riferimento stabili cui aggrapparsi. Ma più li cerca, più le sue insicurezza esistenziali lo fanno sentire in bilico, sulle sabbie mobili.

Ad un certo punto il suo approccio alla vita subisce una rivoluzione copernicana, che cambia irrimediabilmente il suo punto di vista.

“Aveva rinunciato da giovane all’amore – racconta ancora Pierfederici - alle amicizie, alla condivisione sociale in nome dell’ideale, e comprende ora che l’arte, per essere davvero tale ed esprimersi pienamente, gli richiede di tuffarsi a fondo nelle vicende umane, non solo quando queste lo vengono a prendere e trascinare verso il dolore, ma anche quando lo pongono di fronte ad una scelta: negazione dei propri principi morali, tradimento dell’amico e vivificazione artistica, o fedeltà a sé stesso e al proprio credo interiore e conseguente, possibile fermata al di qua della grande ascesa creativa?”

Il tipo di scrittura prescelta vuole essere per il lettore una sorta di scandaglio del tormento psichico del protagonista, messo di fronte al bivio di una scelta che per lui implica un terribile abbrutimento morale e che quindi ben presto diventa un vicolo cieco.

Quello che viene percepito da Anton come un vicolo cieco che viene rigettato in nome di una superiore levatura morale ed arte ideale diventa nei fatti reale abbrutimento autoimposto in qualche modo.






Quindici anni di : isolamento, apatia, vanità, convinzione di essere l’artista sommo incompreso da un mondo indifferente, misantropia e dolore per chi lo ama.
Quando, senza esserne consapevole fino in fondo, Anton sta per perdere definitivamente se stesso, il dolore per la morte della madre (chi ha dolore sente e chi sente è vivo) lo riporta alla vita, perchè “lo costringe a tornare fra la gente, in un mondo che però ha le proprie regole, inconciliabili con quelle dell’artista isolato e idealista”.

E' questo il tempo inevitabile del confronto, anche difficile, duro ed aspro, con il reale. E' questo il tempo di mettersi davvero in gioco anche a costo di farsi male e fallire davvero non solo nel mondo delle idee e del pensiero solipsistico.

“Anton accetta dunque – dice l'autore - a fatica e al termine di un lungo travaglio interiore, il sacrificio di far penetrare il mondo nella propria realtà di artista, ma ancora non comprende che quella è solo una possibile via e non lo scopo finale”.

L’arte, secondo le parole di Pierfederici, è un mezzo di ascesa e di assunzione di consapevolezza di sè non il punto di arrivo.


LA TRAMA ED IL SENSO DEL LIBRO NELLE PAROLE DI CHI LO HA GENERATO

“Ascesa al regno degli immortali” è la storia di un duro conflitto fra queste due spinte opposte, conflitto che inizialmente ha per campo di battaglia l’animo inquieto di un ragazzino votato a imprese maggiori di lui e destinato a smarrirsi in un mondo inesistente, e poi l’uomo adulto impegnato a far convivere in sé due pulsioni apparentemente inconciliabili. La coesistenza tra versante ideale e reale è possibile ma nasce solo da una successione di lotte, delusioni, desideri inappagati e rimorsi, uno stato d’animo ricorrente e costante nell’artista, anch’esso di matrice autobiografica.

La storia è colma di esempi di creatori moralmente riprovevoli, che hanno però additato la via di una più alta esistenza ad un’umanità da cui erano respinti o che addirittura detestavano, e suggerisce l’ipotesi che forse è proprio tale convivenza che origina la vera arte.

Citando una frase tratta dal Ritratto di Dorian Gray “Il vizio e la virtù sono per l’artista materia d’arte.”

L'arte viene poi proposta come uno strumento di catarsi, individuale innanzitutto.

Infatti, se cessa di essere fine esclusivo dell’artista, se diventa strumento per combattere prima di tutto contro la parte oscura di sé, allora la via della conciliazione e della salvezza è possibile.

Tutto dell’artista in quanto essere umano, il bello come il brutto, la totalità dell’essere, entra nella sua opera. L'opera si nutre della vita vera e così diventa di carne e sangue e propruio per questo è in grado di generare profonde emozioni.

Il riconoscimento in sé della natura difettosa, fragile, instabile di uomo da parte dell’artista conduce ad una riconciliazione interiore. Nella conclusione della storia, in cui il protagonista dei quattro canti di Mahler diventa l’immagine trasfigurata dello stesso Anton, questa ricomposizione avviene attraverso la comprensione che arte, vita e morte mai sono state disgiunte e mai potranno esserlo.



E' questa la suprema consapevolezza che porta l’uomo, prima ancora che l’artista, nel regno degli immortali.