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giovedì 30 gennaio 2020

Parteno i bastimente: riflessione sui corpi, i limiti ed i loro attraversamenti

Sono passati alcuni giorni, coaguli di ore e microcosmi di attimi dalla conclusione della mostra Partono 'e Bastimènte, a cura di Chiara Reale.

L'esposizione, visiva e sonora, promossa dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è stata ospitata nella Sala delle Carceri del partenopeo Castel dell'Ovo, che sorge sull'isolotto di Megaride, dove si dice sia stato sepolto il corpo della Sirena Partenope o, forse, ci sia la tomba di Ifigenia.



Forse il tempo giusto per far sedimentare le emozioni e trovare le parole giuste per condividere le impressioni suscitate...

Le voci che intonano un canto ed un controcanto sono quelle di Stefania Raimondi ed Angela Colonna, ognuna secondo il registro dei propri specifici linguaggi espressivi.


Alle loro si uniscono tante altre voci, i cui volti spesso rimangono in ombra o si dissolvono... Quelle dei migranti, quelle degli esseri umani sopravvissuti, a demoni esterni ed interni in lotta tra loro, la cui battaglia all'ultimo sangue ha lasciato sui corpi di questi esseri umani, usati come agone e campo di battaglia, graffi, ferite, cicatrici, danni, ma anche nuove consapevolezze.

Le voci, modulate in canti, delle sirene. Le voci di una città che al di là ed al di sopra del frastuono del traffico e dei rumori molesti ed assordanti, mantiene una propria identità forte.



Una città, il cui corpo, fatto di luoghi fisici, di vicoli e di frammenti di presente e di passato, si mischia, impasta ed amalgama con i corpi dei suoi abitanti.

Una città in cui anche gli odori ed i sapori si traducono in suoni: quelli degli inviti a pranzo gioiosi, quelli del rumore dei mestoli, dei piatti e delle stoviglie, accompagnati, in sottofondo, dallo sciabordio del mare e dai racconti di chi di questa urbe è memoria storica individuale e collettiva, attraverso i racconti degli usi, dei costumi. delle tradizioni, dei miti e dei riti che testimoniano un radicamento territoriale che si declina alla voce appartenenza.

E' proprio il corpo al centro della riflessione pittorica di Stefania Raimondi, profonda conoscitrice dell'anatomia umana, un organismo insieme fisico e simbolico.



"In queste opere - racconta Chiara Reale - Stefania trasfonde anche parte della sua biografia. Si tratta di un dolore, di una ferita esteriore, impressa nel corpo, che si riverbera nell'anima, sotto forma di dolore interiore. Questo percorso pittorico ha anche un valore catartico".

Trentasette tavole con figure incise su legno, gessi, cartoni, realizzate utilizzando materiale di recupero.

Stefania, richiamando un concetto caro anche alla cultura Mahori,  compie un'operazione maieutica. Non inventa nulla, come sottolinea lei stessa, ma si limita a svelare quanto quegli oggetti recano già al loro interno, l'anima che celano e proteggono, srotolando il filo di una narrazione.

"Togliendo l'eccesso - spiega la curatrice - svela quello che c'è sotto, portando alla luce quello che già esiste. Parallelamente, porta avanti un processo di scavo interiore, una migrazione in se stessi".



Figure nude, inscheletrite, il cui viso è nascosto o sbiadito e quasi si dissolve. Alcune hanno i genitali esposti, quasi che per loro non fosse immaginabile la possibilità di tutelare una legittima sfera di intimità. Altre li celano, pudicamente, con un cencio o un velo.

Con quel velo, facendosene quasi scudo, alcune figure sembrano accennare passi di danza nel e con il vento.

Alcuni hanno persino rinunciato a coprire le loro nudità, quasi che il loro anelito e slancio vitale sia definitivamente azzerato, ma si coprono gli occhi, la testa ridotta ad un teschio,  a voler nascondere a se stessi nuovi orrori.



Altri voltano lo sguardo, l'espressione imbarazzata e vergognosa, le braccia dietro la schiena, in un misto di pudicizia e rassegnazione, o forse le loro mani sono legate, come avviene per chi è prigioniero o viene torturato

Corpi, come evidenzia la curatrice, di sopravvissuti, che hanno attraversato un inferno personale, riportando profonde cicatrici su cui costruire altro. Un inferno fisico ed emotivo, che ha permesso loro di trovarsi in una nuova dimensione.

"Si tratta - continua Reale - di migrazioni fisiche, ma anche attraverso molteplici stati d'animo".

Corpi "messi in croce", come lo siamo in fondo tutti, secondo quanto ribadiscono gli addetti ai lavori.



Grazie a una composizione di file recordings, un vero e proprio intervento di sound art ideato da Angela Colonna, alla polirumorosità cittadina, come la definisce l'artista, si sostituisce il soundscape, il paesaggio sonoro. Le stratificazioni pittoriche e le tracce sonore si rincorrono e si completano.

La bellezza delle opere dialoga e si compenetra con quella del luogo, in perfetta armonia, una location da vivere e "respirare".

Un luogo "abitato", anche momentaneamente, da tanti personaggi di spicco, dall'ultimo imperatore romano a Tommaso Campanella, ma anche da tante vite di "uomini non illustri, come li avrebbe definiti Giuseppe Pontiggia, che hanno fatto la storia, hanno contribuito ad intesserne le trame,  ma che non vedranno mai i loro nomi riportati e ricordati nei libri.

Angela Colonna, nel suo soundscape, ricostruisce il corpo di Napoli, anche quello martoriato, attraverso le voci di persone che non hanno un volto e un nome, a delineare il percorso di una mostra che non si propone di fornire risposte, ma di sollevare dubbi e domande.

Così il corpo di Napoli si fonde e si compenetra con il nostro stesso corpo, divenendo insieme carcere corporeo e carcere che ci costruiamo attraverso i legacci imposti dalla nostra stessa mente. Un limite visto e vissuto sempre come una sfida, un qualcosa da attraversare e da superare, per non ristagnare, rimanendo fermi nello stesso punto.



Un gioco di specchi tra interno ed esterno.

"Non a caso - ribadisce la curatrice - la genesi di quest'esposizione è durata tre anni, per riuscire a valorizzare nel modo giusto un'arte figurativa e concettuale insieme".

Il peculiare allestimento completa questo percorso, dove contenitore e contenuto si confondono così come significante e significato.

Grazie al valente contributo di due architetti sono, infatti, state realizzate delle grate sulle quali montare le tavole pittoriche.



"E' anche importante il movimento della luce - dice Reale -. Esse rimandano al carcere, ma stimolano ancora una volta all'attraversamento. Sono fisiche, palpabili, ma anche proiezioni e si riverberano a terra sotto forma di ombra.  Si tratta, dunque, di un carcere vero o di una sorta di illusione, costituita dalla nostra area di comfort, all'interno della quale ci rannicchiamo e rinchiudiamo, pur di sentirci al sicuro?".


venerdì 28 giugno 2019

Vladimiro mira il mare: l'essere umano si confronta con i paradossi dell'esistenza

 L'uomo disperso di fronte alla contradditorietà del reale, l'essere umano sperduto in un dedalo di domande e di contraddizioni, in un labirinto di dubbi spesso destinati a rimanere, inesorabilmente e dolorosamente, senza risposta.



L'essere umano che si puntella a fatica su una serie di terreni scivolosi, che si ritrova a percorrere, per poi ripassare sempre dal via in un "fare per nulla" senza  fine, e a ben vedere, senza neanche un inizio ben definito.

E' preso in questo circuito il protagonista di Vladimiro Mira Il mare, opera tratta dal progetto Solit'Aria - gestazioni sull'incontenibile andirivieni dell'essere pensante e inquieto. A dargli voce pensiero e fattezze Paola Tortora. Con lei, in scena, la capra Dea (Amaltea) e Stefano Profeta (suggestioni sonore per contrabbasso).

Location d'eccezione il partenopeo Palazzo Reale, con il suo Cortile delle Carrozze (dove l'opera è andata in scena lo scorso giovedì 20 giugno), nell'ambito del Napoli Teatro Festival.

Vladimiro è un esausto, nato dalla penna e dal genio di Samuel Beckett, ma invece di continuare ad aspettare Godot, decide di mettersi alla ricerca della felicità, di esercitare il suo legittimo diritto di resistenza. Questo non vuol dire che questo personaggio dilaniato avrà per la sua esistenza un esito risolutorio e felice, che la felicità, la cui ricerca egli ha spostato da fuori a dentro di sè, gli sia destinata. Anzi: il suo peregrinare nei meandri del suo sè è forse destinato a durare all'infinto, in un loop che si reitera. Quello di cui lui però si riapproria è la possibilità di scegliere, con la relativa presa di consapevolezza e responsabilità, di dire ed agire. Una responsabilutà consapevole che ha il sapore agrodolce della libertà.



E' la libertà parrebbe avere in sè il principio germinativo del sogno, dell'aspirazione persino all'impossibile, che però potrebbe avere il potere di cambiare una vita.

Vladimiro/Paola sulla scena interagisce con una capra, laciandola libera di essere quel che è. Non è un caso che proprio la capra, come ribadisce la protagonista, incarni l'anima di Vladimiro ed insieme il bisogno di accettazione ed aggregazione, la testardagine, la forza di volontà, la libertà, lo slancio vitale insito nella sessualità, il punto d'incontro tra l'umano, essere terrestre per eccellenza, e il divino.

Spesso con la nostra anima, infatti, siamo in conflitto: non ne assecondiamo le istanze, presi dalle altrui aspettative, dai ritmi imposti da altri, da quello che il pensiero razionale e la società vuole che siamo ed appariamo.  Più raramente, in uno stato di ineffabile grazia, quando ci mettiamo in autentico ascolto di noi stessi, ritroviamo una vera complicità con la nostra essenza.

Vladimiro vorrebbe avere la purezza ed il coraggio della capra: vivere pienamente nel qui ed ora, assoporandone l'immanenza, ed insieme trascendere questa dimensione, distaccandosi dai limiti e dagli interrogativi che la quotidianità porta inesorabilmente con sè.



Ora lasciamo la parola a Paola Tortora, che ci guida nel percorso dentro l'opera ed il suo personaggio.

D. Vladimiro cerca di sottrarsi all'immobilismo della sua esistenza attraverso una serie di citazioni, che indicano la sua ricerca attiva di senso. Inoltre cerca un luogo diverso, interrompendo un'attesa vuota i cui tempi sono decisi da altri. Qual è l'esito?

R. Vladimiro di Aspettando Godot è uno degli “esausti” per eccellenza dell’opera beckettiana, questa versione, del tutto originale, trae spunto da quella condizione estrema, che genera tutt’altro che immobilismo bensì un “fare per nulla” tipico dell’esausto, anche se in questa creazione si tratta più che di un fare, di un “dire per nulla” . Dunque Vladimiro non cerca di sottrarsi a niente, Vladimiro cerca e basta, costantemente immerso nel mare degli eventi ne affronta il costante naufragio, le citazioni che rievoca sono come scogli ai quali aggrapparsi di tanto in tanto per riprendere fiato e da cui inabissarsi nuovamente nel profondo. Nessun immobilismo, assolutamente. Né ricerca di un senso anzi, desidera piuttosto imparare ad assumersi la responsabilità del non-senso. Lo dice chiaramente all’inizio del “racconto” “Passo ora a dai vita ad un pensiero parlante [..] totalmente inconcludente”..[…]…“onde concedermi.. [..] all’’esercizio del concetto inutile!” La pièce è un sogno in cui Vladimiro smette di aspettare Godot per andarlo a cercare, ovvero smette di attendere un’ipotetica felicità proveniente dall’esterno per trovarla in se stesso; il continuo cambiamento di luogo è metafora del costante peregrinare nei sentieri del Sé, dunque l’ineluttabile attesa che sempre sottende la nostra vita, più che interrompersi, si impregna di un “agire che decide” che dona all’”errante” la responsabilità e quindi libertà del proprio fare/dire nel mondo. Va da sé che non si tratta di ricavare alcun esito da tutto ciò ma solo di prendere consapevolezza del proprio peregrinare all’infinito.


D. Cosa indica tale esito?

R. Non c’è fine e non c’è inizio, Vladimiro E’ immagine, non rappresenta nulla, Vladimiro è ricerca del nulla, Vladimiro è libertà del senso e del non-senso. Vladimiro è l’esausto che riesce finalmente a morire a Sé stesso. Osa prevaricare l’Impossibile, certo vi riesce solo perché sognante, ma “ il sogno è significativo oltre tutto”, esso è mappa, sentiero, faro per la nostra vita, tutt’altro che superfluo, un sogno può cambiare una vita.

D. Vladimiro dialoga con una capra, lasciata libera di muoversi sulla scena e di agire i suoi abituali comportamenti. A volte la asseconda, altre volte di pone in opposizione e la prende per le corna: simbolo di un conflitto con se stessi apparentemente insanabile e di desideri inesaudibili. Se ne può uscire?

R. La Capra è l’Anima di Vladimiro che, sempre in sogno, si incarna in questa forma non certo a caso. La capra è capra! Null’altro che sé stessa, Maestra di Vita e di scena, Anima-le per eccellenza, di estrema sensibilità, intelligenza, istintività, simbolo del divino e della terra. Spiritualità, Cosmo, Fertilità, Sessualità, Libertà, Testardaggine, Dolcezza, la capra patisce la solitudine, ama il gruppo e vive di natura, si arrampica ovunque e si nutre di erba fresca, il suo è il latte della volontà, chiamarla Amaltea è un evidente riferimento alla capra che allattò Zeus. Vladimiro dialoga con sé stesso attraverso “Lei”. Sì: questo dialogo genera conflitti come momenti di grande complicità. Uscire da questo reciproco interrogarsi? In vita no di sicuro, in morte non possiamo saperlo, fa parte dei misteri della nostra esistenza.



D. Spesso le citazioni di Vladimiro, come quella, ad esempio, sul sentimento di mancanza si traducono in un'evidente assenza di senso, un non-senso. Quale potrebbe essere il senso più profondo da ricercare al di là del sentimento del paradossale?

R. Vladimiro dice : “La mancanza, opaco alibi dell’assenza” , questa non è una citazione è una sorta di sua riflessione sul tema dell’apparente Vuoto che ci separa fin dalla nascita dal tutto che ci genera. Un paradosso: gettati ed immersi nella “rete dei fatti” eppur separati e ignari della realtà che ci circonda. Non credo sia possibile individuare un unico senso profondo, ognuno può individuare il proprio, secondo la propria sensibilità e percezione del tutto, per Vladimiro il senso profondo è da ricercare in quell’Assenza-Presenza che contraddistingue l’animale. Cosa fa la capra quando guarda l’albero? Guarda l’albero, punto. Vladimiro cerca di fare come la capra, cerca di guardare l’Albero, quando guarda l’Albero. Ovvero cerca di imparare ad essere immanente e trascendente nello stesso istante.

D. Vladimiro parrebbe compendiare in sè una parte maschile ed una parte femminile, che si nota dall'alternanza di toni. Queste due parti riescono a dialogare davvero? 

R.  Vladimiro, uomo/donna fa lo stesso, dialoga con la propria anima. Vladimiro è paradigma dell’umano, quindi sia dell’uomo che della donna. Il dialogo non è fra uomo e donna, ma fra uomo/donna e natura, cosmo. L’alternanza delle voci non è voce uomo, voce donna è voce lacerata, ferita dell’essere che dialoga con voce integra, sana dell’essere, non uomo donna, bensì dialogo fra oscurità e luce. Sì: queste due parti riescono a dialogare davvero, ed è solo grazie a questo dialogo che si giunge alla consapevolezza profonda che la libertà interiore dipende anche dall’aprirsi , in modo autentico, a questo continuo confronto , reciproco ascolto, percepire l’“essere E non essere, come paradossi dell’immenso, uno nell’altro uguali!”

Ph. Franco Truono

martedì 13 novembre 2018

Klimt Experience: quando il reale ed il virtuale si incontrano per creare una magia immersiva

 Napoli crea il connubio perfetto tra il sacro ed il profano, tra un afflato religioso e mistico ed una spiritualità squisitamente laica.


Lo fa facendo incontrare la mostra Klimt Experience (l'esposizione è stata inagurata il 20 ottobre scorso e sarà visitabile fino al 3 febbraio 2019) e gli ambienti suggestivi della Basilica dello Spirito Santo nella centralissima via Toledo,  ottobre scorso e sarà visitabile fino l meta di cittadini e turisti.


Lo fa con un'esposizione suggestiva, all'insegna di una realtà immersiva ed aumentata, che unisce musica, immagini digitali, oggetti fisici e realtà virtuale.


Lo fa rendendo accessibile e godibile per tutti l'arte e la bellezza, ad incarnare quel concetto di democraticizzazione del bello che ispirò Klimt ed i suoi coevi.


IL PERCORSO ESPOSITIVO


Il percorso espositivo immette subito lo spettatore nelle atmosfere che caratterizzano la pittura klimtiana e l'atmosfera del suo tempo.

Lo fa attraverso un'area buia rischiata da giochi di luce e musica che si espandono in sincrono, ad incantare lo spettatore, totalmente immerso, attraverso i vari sensi, nell'arte del pittore viennese. 



Sul soffitto, sulle pareti, sul pavimento, vengono proiettati i volti, i corpi, le forme tipiche e simboliche che caratterizzano tale pittura, mentre lo spettatore, adagiato su poltrone e divanetti, può rilassarsi e lasciarsi andare a quest'esperienza sensoriale interattiva ed immersiva.


In una girandola di forme, luci e suoni, si viene catapultati ne “Il Bacio”, “L’Albero della vita”, “Giuditta I”, “Danae”, ed in  molte altre opere, meno conosciute, ma pur sempre straordinariamente cariche dell’inimitabile fascino sensuale klimtiano.



Sin dall'area introduttiva didattica ci si rende conto delle due ossessioni che hanno attraversato l'esistenza di Gustav Klimt e che egli ha riverberato nelle sue opere come in mille specchi, casse di risonanza del suo sentire.


Quella per le donne,  ritratte discinte, nella voluttà del piacere o nella serena consapevolezza del proprio potere muliebre, arse nella carne dalla passione o quietamente appagate.


 "Gustav Klimt - sottolinea Federico Zeri in un suo testo - è affascinato dalla seduzione femminile, che esalta con il preziosismo delle vesti e degli ambienti in un inno alla bellezza. Quale interprete del fasto viennese è un artista stimato e vede riconosciuto il valore della sua pittura”.

La mostra è dunque un inno alle donne, con la loro pelle candida, i visi appuntiti, i capelli ed i peli pubici rossi e provocanti, il piacere dipinto sul viso in maniera ossessiva e devastante.

Le donne, chiave di volta per accedere al mistero del mondo e della natura. Per penetrare nei meandri dell'eros e della passione. 





Le donne vere custodi del senso del reale, trait d'union tra varie dimensioni, sacre vestali di eros, sensualità e sessualità.


E' dunque la donna la regina indiscussa della pittura klimtiana, padrona dell'anima del pittore, mentre l'uomo resta sullo sfondo, tutt'al più di spalle.


Ad indicare, sfocato, l'altro polo della relazione, colui con il quale trovare un punto d'incontro ed intraprendere un dialogo è forse possibile, portando a composizione gli opposti.


E' l'uomo, infatti, che, tanto nell'abbraccio quanto nel bacio, cinge a sè, con fare protettivo, la donna.


Sempre, ed anche in questo caso, le ricche vesti assumono un significato simbolico: quella dell'uomo infatti è adornata con simboli a punta ed aguzzi, quella della donna con elementi geometrici circolari, ad indicare le differenze di genere.


Altra ossessione di Klimt è quella per la natura. Una natura che poco ha a che vedere con le esplorazioni cromatiche, con le dissolvenze ed i giochi di luce, con il dinamismo e la ricerca di movimento tipico dell'impressionismo.


Nella natura, dipinta en plein air, su una barca o in un bosco, per poi completare il dipinto nel suo atelier, Klimt parrebbe cercare, invece, la stasi, l'armonia. Componenti in grado, sembrerebbe, attraverso il silenzio, di decodificare il mistero insito nella natura stessa. 
  
"Entusiasmare e meravigliare il pubblico di ogni età, invitandolo ad approfondire la conoscenza dell’uomo e dell’artista, la comprensione e la lettura stilistica delle sue opere attraverso l’esaltazione dei dettagli e della tecnica pittorica: sono questi gli obiettivi dichiarati di Crossmedia Group - società che ha ideato e prodotto il format con la consulenza dello storico dell’arte Sergio Risaliti e l’apporto creativo del regista Stefano Fomasi di Fake Factory - e di Time4Fun, partner organizzativo dell’appuntamento napoletano. L’evento, in collaborazione con le associazioni Medea e Mediterranea, è patrocinato dal Comune di Napoli.


Nella Sala degli specchi poi, è possibile vedersi dispersi e moltiplicati in tanti frammenti, che si incontrano, incrociano ed amalgamano con la materia di cui sono fatti i dipinti klimtiani: i simboli, i corpi, le allegorie, gli sprazzi di natura, la luce riflessa sull'acqua, le verticali degli alberi, il fuoco dei fiori che si accende all'improvviso...

Nella parte conclusiva dell’itinerario, con la “Klimt VR Experience” Il pubblico, grazie ad un’app sviluppata appositamente da Orwell (Milano) per i visori di realtà virtuale Oculus VR, può vivere l'esperienza di unl’immersività che diviene 3D e consente letteralmente di “entrare” dentro a quattro dei quadri più caratterizzanti il grande pittore austriaco.

Spazio, poi, agli abiti di foggia klimtiana, ricchi di colori, simboli, forme e messaggi, realizzati utilizzando le textures disegnate dal pittore stesso per l’atelier della sua compagna, Emilie Flöge.

Il reale ed il virtuale appaiono gemellati in questa mostra. Il loro è un rapporto di continuo scambio ed equilibrio dinamico. Due dimensioni che contribuiscono, senz'ombra di dubbio, a conferire all'arte quella dimensione di eternità che, come suggeriva lo stesso Klimt, le è propria.


Breve Bibliografia:
Barbara (2018), L'universo femminile di Gustav Klimt, in: https://www.barbarainwonderlart.com/2013/01/06/luniverso-femminile-di-gustav-klimt/

Corchia Lara (2014), Gustav Klimt e il mondo femminile, in: https://restaurars.altervista.org/gustav-klimt-mondo-femminile/.

Florio Federica (2017),  Klimt e le donne dietro i suoi quadri: l’esaltazione della figura femminile, in: http://www.tuttacolpadelleparole.it/curiosita-libri-e-film/gustav-klimt-le-donne-dietro-suoi-quadri/.

Note esplicative alla mostra Klimt Experience

Flied Gottfried, Klimt (Big Art), 2006, Taschen 



 

giovedì 20 marzo 2014

Ascesa al mondi degli immortali: sono le emozioni a salvare dalla decadenza dell'anima

Giovedì 20 marzo alle ore 20.30 nella bellissima cornice di Villa Contarini Nenzi di Dosson di Casier (TV), in via Guizzetti, 78/82, lo scrittore Alessandro Pierfederici presenta i suoi due romanzi “Ritorno al Tempo che non fu" e "Ascesa al mondo degli immortali", entrambi pubblicati da edizioni del Leone – LCE.

Un incontro in cui le parole incontrano la musica in un "minuetto perfetto ed alchemico.

Gli intermezzi musicali eseguiti al pianoforte da Alessandro Pierfederici.

Dialoga con l'autore Franca Barzan.





L'evento, ad ingresso gratuito, è realizzato con il patrocinio dell'Assessorato alla cultura del comune di Casier.

La vicenda del romanzo “Ascesa al Mondo degli Immortali” di Alessandro Pierfederici è ambientato al tempo della cosiddetta Belle Époque.

A descrivere questo periodo è lo stesso autore.

“Si tratta di quel periodo fra Ottocento e Novecento in cui in Europa si era consolidato un nuovo ordine politico che, sotto una pace apparente, nascondeva tensioni e conflitti pronti a scatenarsi. Fu il periodo dell’emigrazione di massa dall’Italia unificata, delle repressioni armate dei moti popolari, delle disfatte nelle guerre coloniali. Di lì a poco il mondo occidentale precipitò nel più spaventoso conflitto bellico mai visto, il tragico punto di arrivo di un’epoca, che distrusse, assieme a milioni di persone inconsapevoli ed innocenti, l’eredità di secoli di storia”. 

Un'epoca, quindi, macchiata dal sangue e dalla violenza e attraversata da una progressiva decadenza. Un tempo che, contrariamente a quanto sembra suggerire il nome, è oscuro e “spettrale”. Così lo dipinge l'autore del romanzo, che ambienta la vicenda tra belle epòque triestina e viennese, creando un ponte tra le due realtà territoriali e sociali.

“Centro nevralgico, quasi simbolico, di questa decadenza – rimarca Pierfederici - è la Vienna imperiale che l’enorme numero di musicisti, scrittori, pittori, scienziati, uomini di cultura e intellettuali allora attivi aveva reso una delle capitali culturali del mondo. Tutti avvertivano il dramma che si andava preparando, ne traevano linfa per le loro creazioni ma nello tesso tempo erano prostrati dalla consapevolezza dell’impotenza a fronteggiarlo”.

A questo clima di sgretolamento di un'epoca e delle sue certezze fa da contraltare il senso di fallimento di Anton, il protagonista. Ne nasce un'atmosfera lenta, attutita dove spira una sorta di aria di catastrofe e morte incombente.

Il protagonista aspira all'idea di infinito, a trascendere la finitudine ed i limiti umani e lo strumento creativo scelto per salire la lunga scala che conduce al cielo è l'arte ideale. Aspirare ad un’arte ideale. La capacità dell'arte di aspirare all'infinito, come ricorda l'autore, è ravvisabile nella perfezione e nell'emozione suscitata da alcuni capolavori, così potenti che l'anima stenta a credere sia possibile siano frutto di una mera mente umana.

Di fronte ai cocenti dolori dell'infanzia ed alle disillusioni dell'adolescenza, Anton si convince che la realtà fattuale non è altro che una pesante zavorra da cui liberarsi, in quanto è considerato una limitazione al sogno di una creazione assoluta, un’arte pura, e quindi impossibile. Negare il reale a favore di un ideale difficile se non impossibile da raggiungere ed afferrare porta Anton a vivere in uno stato di conflitto e di scissione perenne dell'anima... in parole povere a “non vivere”.

Anton, infatti, arriva sempre troppo tardi, è bloccato dall’insicurezza, dal dubbio se sia giusto o meno agire d’istinto o proseguire sul cammino che si è scelto, è tormentato da incertezze costanti, perché il suo percorso si fonda sul vizio originario, l’idea di poter scindere quotidianità e creazione artistica.

A salvarlo, pur tra dubbi, ripensamenti ed esitazioni, sarà proprio la musica , sotto una duplice veste. Sia a livello di interpretazione di una musica altrui che tragga ispirazione dalla realtà sociale dell'epoca, sia la musica che compone se stessa e che diviene strumento per narrare i dissidi di un tempo, la miseria di un popolo ed il dolore individuale e collettivo.

Il suo approccio al mondo cambia radicalmente: da un universo al riparo dalle emozioni ad uno dove le emozioni sono la cifra stilistica dominante e si trasfondono con forza nella musica. In questo modo i dolori e le delusioni, date e ricevute, non sono più qualcosa di pericoloso da cui guardarsi e schermarsi, da negare, ma la vera ricchezza dell'esistenza con cui confrontarsi costantemente.

“Non sono più un sacrificio – chiarisce Pierderici – bensì una benedizione, il segno indelebile della viuta vissuta. Sia il maestro Kohn che l’amica Helene lo avvisano, a distanza di tanti anni, che la scoperta dell’amore vero e del dolore vero (forse i due estremi fra le emozioni umane) e la sua trasfigurazione nell’arte e poi nell’anima dell’artista sono ciò che lo porterà davvero verso l’immortalità della memoria”.

L’arte perciò, come ribadisce l'autore, è strumento di salvezza non tanto per un’epoca ed un mondo in rapida disgregazione (è l’illusione coltivata invece dall’amico scrittore Ralli) quanto per l’artista stesso. E la memoria eterna non è quella dei libri di storia e delle enciclopedie, ma quella di coloro che hanno trovato, attraverso l’arte, ma soprattutto attraverso la loro vita, la propria identità e il proprio ruolo.

Anton è sempre in cerca di certezze, di punti di riferimento stabili cui aggrapparsi. Ma più li cerca, più le sue insicurezza esistenziali lo fanno sentire in bilico, sulle sabbie mobili.

Ad un certo punto il suo approccio alla vita subisce una rivoluzione copernicana, che cambia irrimediabilmente il suo punto di vista.

“Aveva rinunciato da giovane all’amore – racconta ancora Pierfederici - alle amicizie, alla condivisione sociale in nome dell’ideale, e comprende ora che l’arte, per essere davvero tale ed esprimersi pienamente, gli richiede di tuffarsi a fondo nelle vicende umane, non solo quando queste lo vengono a prendere e trascinare verso il dolore, ma anche quando lo pongono di fronte ad una scelta: negazione dei propri principi morali, tradimento dell’amico e vivificazione artistica, o fedeltà a sé stesso e al proprio credo interiore e conseguente, possibile fermata al di qua della grande ascesa creativa?”

Il tipo di scrittura prescelta vuole essere per il lettore una sorta di scandaglio del tormento psichico del protagonista, messo di fronte al bivio di una scelta che per lui implica un terribile abbrutimento morale e che quindi ben presto diventa un vicolo cieco.

Quello che viene percepito da Anton come un vicolo cieco che viene rigettato in nome di una superiore levatura morale ed arte ideale diventa nei fatti reale abbrutimento autoimposto in qualche modo.






Quindici anni di : isolamento, apatia, vanità, convinzione di essere l’artista sommo incompreso da un mondo indifferente, misantropia e dolore per chi lo ama.
Quando, senza esserne consapevole fino in fondo, Anton sta per perdere definitivamente se stesso, il dolore per la morte della madre (chi ha dolore sente e chi sente è vivo) lo riporta alla vita, perchè “lo costringe a tornare fra la gente, in un mondo che però ha le proprie regole, inconciliabili con quelle dell’artista isolato e idealista”.

E' questo il tempo inevitabile del confronto, anche difficile, duro ed aspro, con il reale. E' questo il tempo di mettersi davvero in gioco anche a costo di farsi male e fallire davvero non solo nel mondo delle idee e del pensiero solipsistico.

“Anton accetta dunque – dice l'autore - a fatica e al termine di un lungo travaglio interiore, il sacrificio di far penetrare il mondo nella propria realtà di artista, ma ancora non comprende che quella è solo una possibile via e non lo scopo finale”.

L’arte, secondo le parole di Pierfederici, è un mezzo di ascesa e di assunzione di consapevolezza di sè non il punto di arrivo.


LA TRAMA ED IL SENSO DEL LIBRO NELLE PAROLE DI CHI LO HA GENERATO

“Ascesa al regno degli immortali” è la storia di un duro conflitto fra queste due spinte opposte, conflitto che inizialmente ha per campo di battaglia l’animo inquieto di un ragazzino votato a imprese maggiori di lui e destinato a smarrirsi in un mondo inesistente, e poi l’uomo adulto impegnato a far convivere in sé due pulsioni apparentemente inconciliabili. La coesistenza tra versante ideale e reale è possibile ma nasce solo da una successione di lotte, delusioni, desideri inappagati e rimorsi, uno stato d’animo ricorrente e costante nell’artista, anch’esso di matrice autobiografica.

La storia è colma di esempi di creatori moralmente riprovevoli, che hanno però additato la via di una più alta esistenza ad un’umanità da cui erano respinti o che addirittura detestavano, e suggerisce l’ipotesi che forse è proprio tale convivenza che origina la vera arte.

Citando una frase tratta dal Ritratto di Dorian Gray “Il vizio e la virtù sono per l’artista materia d’arte.”

L'arte viene poi proposta come uno strumento di catarsi, individuale innanzitutto.

Infatti, se cessa di essere fine esclusivo dell’artista, se diventa strumento per combattere prima di tutto contro la parte oscura di sé, allora la via della conciliazione e della salvezza è possibile.

Tutto dell’artista in quanto essere umano, il bello come il brutto, la totalità dell’essere, entra nella sua opera. L'opera si nutre della vita vera e così diventa di carne e sangue e propruio per questo è in grado di generare profonde emozioni.

Il riconoscimento in sé della natura difettosa, fragile, instabile di uomo da parte dell’artista conduce ad una riconciliazione interiore. Nella conclusione della storia, in cui il protagonista dei quattro canti di Mahler diventa l’immagine trasfigurata dello stesso Anton, questa ricomposizione avviene attraverso la comprensione che arte, vita e morte mai sono state disgiunte e mai potranno esserlo.



E' questa la suprema consapevolezza che porta l’uomo, prima ancora che l’artista, nel regno degli immortali.