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giovedì 9 gennaio 2025

Maledette feste: Isabella Pedicini potagonista della rassegna Una Somma di Libri al Castello D'Alagno

 Sabato 11 gennaio 2025, alle ore 17:30, presso lo storico Castello d’Alagno a Somma Vesuviana, prenderà il via il primo appuntamento del nuovo anno della rassegna letteraria "Una Somma di Libri", organizzata da Cultura A Colori e Cartolibromania Malva, con il patrocinio della Regione Campania e del Comune di Somma Vesuviana e il sostegno dell'Arci di Somma Vesuviana.


Protagonista della serata sarà la scrittrice Isabella Pedicini, con la presentazione del suo libro "Maledette Feste", edito da Fazi Editore. Un’opera che affronta con ironia e introspezione il tema delle festività, tra le loro contraddizioni e le aspettative imposte, regalando al lettore un ritratto vivido e spesso spiazzante di questi momenti così significativi.

Entusiasta Imma Malva, di Cartolibromania: «La rassegna “Una Somma di Libri” è diventata un punto di riferimento per gli amanti della letteratura, e la seconda parte del cartellone promette di sorprenderci ancora di più. Invitiamo tutti a partecipare per scoprire le novità che abbiamo in serbo!»

Durante la serata, infatti, verrà svelata la seconda parte del cartellone della rassegna, con appuntamenti che accompagneranno il pubblico fino al mese di aprile. Il programma prevede incontri imperdibili, che continueranno a celebrare la letteratura e i suoi protagonisti.






L’evento, moderato dalla giornalista Sonia Sodano, vedrà la partecipazione di illustri ospiti: Rosalinda Perna, Assessore alla Cultura del Comune di Somma Vesuviana; Antonio Benforte, giornalista e scrittore; Tonino Scala, scrittore; Tania Sabatino, sociologa e giornalista; Imma Malva, rappresentante di Cartolibromania.

«Con questo appuntamento non solo inauguriamo il nuovo anno, ma rinnoviamo il nostro impegno nel promuovere la cultura e la lettura a Somma Vesuviana. È un onore ospitare Isabella Pedicini, autrice di un libro che riflette con intelligenza e originalità su temi universali come le festività» – dichiara Sonia Sodano, direttrice del giornale “Cultura A Colori”.

A dare voce ad alcuni dei momenti più significativi del romanzo ci saranno le letture della compagnia teatrale “Il Valigione 2.0” ed in particolare delle attrici: Sara Pignatiello, Syria Russo, Luciana De Liguori. Si ringrazia Armando Rufolo e tutta la compagnia per la gentile collaborazione e disponibilità. Le foto dell'evento saranno realizzate dalla giornalista e fotografa Adele Monaco.




mercoledì 20 marzo 2019

In due libri il corpo della città e quello violato delle donne e di un credo religioso. In dialogo Valentina Staffetta ed Agnese Palumbo

Nelle atmosfere suggestive di palazzo Zevallos, tra arredi lignei, l'imponente orologio che tutto domina, scadendo il tempo, e la consapevolezza che in quel luogo siano custoditi quadri di pregio, testimoni dell'avvicendarsi delle epoche e degli stili, sono stati presentati due libri:  I love Napoli di Agnese Palumo, edito da Newton Compton, e Il corpo del peccato di Valentina Staffetta, edito da Guida Editori, nell’ambito degli Eventi Off di Napoli Città Libro, seconda edizione del Salone del libro e dell’editoria.



Trait d'union l'idea del corpo. Il corpo della città, nata dalle spoglie di una Sirena, una città ricoperta di luoghi comuni,al pari di squame dure che ricoprono una pelle morbida,  ma che, al di là delle apparenze sa rivelare, a chi a occhi per vedere e riconoscere bellezza ed incanto, un sè tutt'altro che comune e banale; ed un corpo che viene associato al peccato: è questo il corpo violato delle donne, ma anche il decadimento, frutto di un dileggio feroce, di un ideale religioso.

Il corpo del peccato è il secondo nato dalla penna di Valentina Staffetta, profondamente diverso dal primo, che era un romanzo "in rosa". Qui, infatti, le tinte divengono gialle ed addirittura nere, per un thriller psicologico che attraversa tre ambientazioni ed altrettanti luoghi della mente e dell'anima.

Valentina, infatti, ambienta il suo romanzo nella realtà di un piccolo e tranquillo paese della Locride tra gli anni '50 e '60.  Il romanzo appare come spaccato in due segmenti temporali ben distinti: quello dell'adolescenza delle due sorelle, caratterizzata da paesaggi campestri quieti ed ariosi, in grado di recare riposo e ristoro allo spirito; e quelli angusti, cupi, claustrofobici dell'età adulta, che corrispondono ad uno stato psicologico di sofferenza, deprivazione e, infine, di rassegnazione, simile all'atmosfera che regna in un convento di clausura ed in un secondo convento in cui la vita è solo apparentemente più libera ed autodeterminata, ma ugualmente frutto di scelte imposte da altri, che si finisce per accettare, quasi ci si riepigasse su se stesse e contemporaneamente ci si lasciasse andare all'oblio in quei luoghi.



Tra l'adolescenza e l'età adulta si snodano 10 anni vissuti come in apnea, senza ricordi, in un blackout emotivo e della memoria.

"Si tratta di un romanzo intenso dai contorni del giallo, ma c'è molto di più - evidenzia Antonello Perillo, che ha moderato l'incontro -. Nel modo di pregare, ad esempio, possiamo ritrovare la ricerca di un genuino senso di solidarietà tra gli esseri umani e di valori socialmente condivisi ed applicati".

Un romanzo in cui, attraverso il filtro delle emozioni e del ricordo, trovano spazio tanti luoghi della Calabria, ma anche lo spirito di un popolo e le radici di una cultura, fiera, energica, impetuosa, sanguigna.

Piano piano, poi, parrebbero farsi spazio, tra le trame del racconto, tanti altri tasselli nevralgici: i dubbi della fede, fugati grazie al ritrovamento di una rinnovata forza spirituale, il dolore e la profonda dignità dei malati, tra i quali la stessa madre della protagonista, e la consapevolezza che l'età della vecchiaia non corrisponda ad un tempo dell'esistenza connotato dalla "perdita, bensì a quello del raccolto, frutto della piena maturazione dell'esperienza".

"Valentina Staffetta - sottolinea Antonio Parlati, che ha co-moderato la presentazione assieme ad Antonello Perillo, in un gioco di squadra - ci racconta di esperienze apparentemente lontane dalla sua vita e dalle sue esperienze quotidiane. Luoghi conosciuti ed amati, ma distanti temporalmente dal tempo della sua vita, resi vicini ed attuali attraverso un processo di scavo nelle sue emozioni e nei suoi sentimenti".



Agnese Palumbo, invece, con il suo I love Napoli mette al centro il corpo della città, con i suoi vari organi, costituiti da luoghi, usi, tradizioni, personaggi-simbolo, miti e leggende.

Luoghi e racconti apparentemente noti, ma che Agnese riesce a mostrare in una luce nuova e in una chiave di lettura inedita, mettendov in atto un processo che va dal noto al meno noto, fino ad arrivare all'ignoto, facendoci volgere nuovamente lo sguardo su quei luoghi con un moto di viva sorpresa, come se li vedessimo realmente per la prima volta.

In questo modo si riesce a passare, con una fluidità soprendente, dal parlare di calcio, ambito e momento in cui il famoso Cogito ergo sum cartesiano, per i Napoletani, è legittimato ad essere sospeso, così come è consentito abdicare ai toni contenuti del bon ton in favore di espressioni più boccaccesche,  all'analizzare lo splendido affresco esposto nella stanza della Flora danzante e del presunto ritratto di Saffo, del Mann, testimonianza del primo Daspo dato ai tifosi.

"Questo libro - spiega Agnese Palumbo - in qualche modo è un percorso che si snoda attraverso le mie ossessioni. Esso ha lo stesso impianto di una passeggiata per Napoli, durante la quale sei letteralmente travolto da varie suggestioni. Così, mentre sei rapito dai fasti del Barocco, ti trovi a fare i conti con il profumo invitante di una pizza fritta. Non si potrebbe davvero conoscere Napoli se non si assecondasse questo salto temporale ed esperienziale".

Come ricorda l'autrice, Napoli da sempre perpetra un inganno: tutto sembra leggero, fruibile, a portata di mano, ed invece, andando un po' al di sotto della superficie, si ci inoltra in meandri bui, complessi, ostici, difficili da percorrere perchè pieni di misteri.



Napoli con i suoi patroni ufficiali, tra i quali spiccano San Gennaro e Santa Patrizia, ma che a ben vedere, ne possiede di più antichi, tra i quali Virgilio, che consegna alla città, affinchè ne venga protetta, potenti amuleti come Castel dell'Ovo.

Un importante tassello del flusso di pensiero di Agnese Palumbo è dedicato a Pompei, che consegna ai posteri non solo un ricco patrimonio archeologico, ma anche uno scrigno di grande ricchezza antropologica ed umana.

"L'operazione compiuta da Fiorelli - continua l'autrice - fu davvero avanguardistica. Egli, infatti, riuscì a vedere pieni dove gli altri vedevano solo vuoti, rivelando dei corpi custoditi in quegli spazi. In questo modo Pompei diviene non solo un luogo archeologico, ma anche un luogo abitato da corpi".

Corpi che in quel luogo hanno lasciato la loro impronta, così come la si lascia su un letto o nella sabbia, e frammenti della loro storia, che oggi trova posto in questo libro dove Napoli si mostra in tutta la sia complessità, che conferma che si tratta di una città "non comune". Un libro che si snoda attraverso flussi di pensiero e di coscienza, che incrociano i flussi quotidiani dello scorrere della vita, in un continuo rimando tra interno ed esterno.



giovedì 20 marzo 2014

Ascesa al mondi degli immortali: sono le emozioni a salvare dalla decadenza dell'anima

Giovedì 20 marzo alle ore 20.30 nella bellissima cornice di Villa Contarini Nenzi di Dosson di Casier (TV), in via Guizzetti, 78/82, lo scrittore Alessandro Pierfederici presenta i suoi due romanzi “Ritorno al Tempo che non fu" e "Ascesa al mondo degli immortali", entrambi pubblicati da edizioni del Leone – LCE.

Un incontro in cui le parole incontrano la musica in un "minuetto perfetto ed alchemico.

Gli intermezzi musicali eseguiti al pianoforte da Alessandro Pierfederici.

Dialoga con l'autore Franca Barzan.





L'evento, ad ingresso gratuito, è realizzato con il patrocinio dell'Assessorato alla cultura del comune di Casier.

La vicenda del romanzo “Ascesa al Mondo degli Immortali” di Alessandro Pierfederici è ambientato al tempo della cosiddetta Belle Époque.

A descrivere questo periodo è lo stesso autore.

“Si tratta di quel periodo fra Ottocento e Novecento in cui in Europa si era consolidato un nuovo ordine politico che, sotto una pace apparente, nascondeva tensioni e conflitti pronti a scatenarsi. Fu il periodo dell’emigrazione di massa dall’Italia unificata, delle repressioni armate dei moti popolari, delle disfatte nelle guerre coloniali. Di lì a poco il mondo occidentale precipitò nel più spaventoso conflitto bellico mai visto, il tragico punto di arrivo di un’epoca, che distrusse, assieme a milioni di persone inconsapevoli ed innocenti, l’eredità di secoli di storia”. 

Un'epoca, quindi, macchiata dal sangue e dalla violenza e attraversata da una progressiva decadenza. Un tempo che, contrariamente a quanto sembra suggerire il nome, è oscuro e “spettrale”. Così lo dipinge l'autore del romanzo, che ambienta la vicenda tra belle epòque triestina e viennese, creando un ponte tra le due realtà territoriali e sociali.

“Centro nevralgico, quasi simbolico, di questa decadenza – rimarca Pierfederici - è la Vienna imperiale che l’enorme numero di musicisti, scrittori, pittori, scienziati, uomini di cultura e intellettuali allora attivi aveva reso una delle capitali culturali del mondo. Tutti avvertivano il dramma che si andava preparando, ne traevano linfa per le loro creazioni ma nello tesso tempo erano prostrati dalla consapevolezza dell’impotenza a fronteggiarlo”.

A questo clima di sgretolamento di un'epoca e delle sue certezze fa da contraltare il senso di fallimento di Anton, il protagonista. Ne nasce un'atmosfera lenta, attutita dove spira una sorta di aria di catastrofe e morte incombente.

Il protagonista aspira all'idea di infinito, a trascendere la finitudine ed i limiti umani e lo strumento creativo scelto per salire la lunga scala che conduce al cielo è l'arte ideale. Aspirare ad un’arte ideale. La capacità dell'arte di aspirare all'infinito, come ricorda l'autore, è ravvisabile nella perfezione e nell'emozione suscitata da alcuni capolavori, così potenti che l'anima stenta a credere sia possibile siano frutto di una mera mente umana.

Di fronte ai cocenti dolori dell'infanzia ed alle disillusioni dell'adolescenza, Anton si convince che la realtà fattuale non è altro che una pesante zavorra da cui liberarsi, in quanto è considerato una limitazione al sogno di una creazione assoluta, un’arte pura, e quindi impossibile. Negare il reale a favore di un ideale difficile se non impossibile da raggiungere ed afferrare porta Anton a vivere in uno stato di conflitto e di scissione perenne dell'anima... in parole povere a “non vivere”.

Anton, infatti, arriva sempre troppo tardi, è bloccato dall’insicurezza, dal dubbio se sia giusto o meno agire d’istinto o proseguire sul cammino che si è scelto, è tormentato da incertezze costanti, perché il suo percorso si fonda sul vizio originario, l’idea di poter scindere quotidianità e creazione artistica.

A salvarlo, pur tra dubbi, ripensamenti ed esitazioni, sarà proprio la musica , sotto una duplice veste. Sia a livello di interpretazione di una musica altrui che tragga ispirazione dalla realtà sociale dell'epoca, sia la musica che compone se stessa e che diviene strumento per narrare i dissidi di un tempo, la miseria di un popolo ed il dolore individuale e collettivo.

Il suo approccio al mondo cambia radicalmente: da un universo al riparo dalle emozioni ad uno dove le emozioni sono la cifra stilistica dominante e si trasfondono con forza nella musica. In questo modo i dolori e le delusioni, date e ricevute, non sono più qualcosa di pericoloso da cui guardarsi e schermarsi, da negare, ma la vera ricchezza dell'esistenza con cui confrontarsi costantemente.

“Non sono più un sacrificio – chiarisce Pierderici – bensì una benedizione, il segno indelebile della viuta vissuta. Sia il maestro Kohn che l’amica Helene lo avvisano, a distanza di tanti anni, che la scoperta dell’amore vero e del dolore vero (forse i due estremi fra le emozioni umane) e la sua trasfigurazione nell’arte e poi nell’anima dell’artista sono ciò che lo porterà davvero verso l’immortalità della memoria”.

L’arte perciò, come ribadisce l'autore, è strumento di salvezza non tanto per un’epoca ed un mondo in rapida disgregazione (è l’illusione coltivata invece dall’amico scrittore Ralli) quanto per l’artista stesso. E la memoria eterna non è quella dei libri di storia e delle enciclopedie, ma quella di coloro che hanno trovato, attraverso l’arte, ma soprattutto attraverso la loro vita, la propria identità e il proprio ruolo.

Anton è sempre in cerca di certezze, di punti di riferimento stabili cui aggrapparsi. Ma più li cerca, più le sue insicurezza esistenziali lo fanno sentire in bilico, sulle sabbie mobili.

Ad un certo punto il suo approccio alla vita subisce una rivoluzione copernicana, che cambia irrimediabilmente il suo punto di vista.

“Aveva rinunciato da giovane all’amore – racconta ancora Pierfederici - alle amicizie, alla condivisione sociale in nome dell’ideale, e comprende ora che l’arte, per essere davvero tale ed esprimersi pienamente, gli richiede di tuffarsi a fondo nelle vicende umane, non solo quando queste lo vengono a prendere e trascinare verso il dolore, ma anche quando lo pongono di fronte ad una scelta: negazione dei propri principi morali, tradimento dell’amico e vivificazione artistica, o fedeltà a sé stesso e al proprio credo interiore e conseguente, possibile fermata al di qua della grande ascesa creativa?”

Il tipo di scrittura prescelta vuole essere per il lettore una sorta di scandaglio del tormento psichico del protagonista, messo di fronte al bivio di una scelta che per lui implica un terribile abbrutimento morale e che quindi ben presto diventa un vicolo cieco.

Quello che viene percepito da Anton come un vicolo cieco che viene rigettato in nome di una superiore levatura morale ed arte ideale diventa nei fatti reale abbrutimento autoimposto in qualche modo.






Quindici anni di : isolamento, apatia, vanità, convinzione di essere l’artista sommo incompreso da un mondo indifferente, misantropia e dolore per chi lo ama.
Quando, senza esserne consapevole fino in fondo, Anton sta per perdere definitivamente se stesso, il dolore per la morte della madre (chi ha dolore sente e chi sente è vivo) lo riporta alla vita, perchè “lo costringe a tornare fra la gente, in un mondo che però ha le proprie regole, inconciliabili con quelle dell’artista isolato e idealista”.

E' questo il tempo inevitabile del confronto, anche difficile, duro ed aspro, con il reale. E' questo il tempo di mettersi davvero in gioco anche a costo di farsi male e fallire davvero non solo nel mondo delle idee e del pensiero solipsistico.

“Anton accetta dunque – dice l'autore - a fatica e al termine di un lungo travaglio interiore, il sacrificio di far penetrare il mondo nella propria realtà di artista, ma ancora non comprende che quella è solo una possibile via e non lo scopo finale”.

L’arte, secondo le parole di Pierfederici, è un mezzo di ascesa e di assunzione di consapevolezza di sè non il punto di arrivo.


LA TRAMA ED IL SENSO DEL LIBRO NELLE PAROLE DI CHI LO HA GENERATO

“Ascesa al regno degli immortali” è la storia di un duro conflitto fra queste due spinte opposte, conflitto che inizialmente ha per campo di battaglia l’animo inquieto di un ragazzino votato a imprese maggiori di lui e destinato a smarrirsi in un mondo inesistente, e poi l’uomo adulto impegnato a far convivere in sé due pulsioni apparentemente inconciliabili. La coesistenza tra versante ideale e reale è possibile ma nasce solo da una successione di lotte, delusioni, desideri inappagati e rimorsi, uno stato d’animo ricorrente e costante nell’artista, anch’esso di matrice autobiografica.

La storia è colma di esempi di creatori moralmente riprovevoli, che hanno però additato la via di una più alta esistenza ad un’umanità da cui erano respinti o che addirittura detestavano, e suggerisce l’ipotesi che forse è proprio tale convivenza che origina la vera arte.

Citando una frase tratta dal Ritratto di Dorian Gray “Il vizio e la virtù sono per l’artista materia d’arte.”

L'arte viene poi proposta come uno strumento di catarsi, individuale innanzitutto.

Infatti, se cessa di essere fine esclusivo dell’artista, se diventa strumento per combattere prima di tutto contro la parte oscura di sé, allora la via della conciliazione e della salvezza è possibile.

Tutto dell’artista in quanto essere umano, il bello come il brutto, la totalità dell’essere, entra nella sua opera. L'opera si nutre della vita vera e così diventa di carne e sangue e propruio per questo è in grado di generare profonde emozioni.

Il riconoscimento in sé della natura difettosa, fragile, instabile di uomo da parte dell’artista conduce ad una riconciliazione interiore. Nella conclusione della storia, in cui il protagonista dei quattro canti di Mahler diventa l’immagine trasfigurata dello stesso Anton, questa ricomposizione avviene attraverso la comprensione che arte, vita e morte mai sono state disgiunte e mai potranno esserlo.



E' questa la suprema consapevolezza che porta l’uomo, prima ancora che l’artista, nel regno degli immortali.