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giovedì 4 giugno 2020

La rivincita: la speranza che sopravvive al dolore


E’ disponibile gratuitamente da oggi, giovedì 4 giugno, su Raiplay il film La rivincita per la regia di Leo Muscato con Michele Venitucci, Michele Cipriani, Deniz Özdoğan, Sara Putignano, e con la partecipazione di Giuseppe Ciciriello, Vittorio Continelli, Francesco DeVito, Franco Ferrante, Domenico Fortunato. 



Una produzione Altre Storie con Rai Cinema Channel, prodotto da Cesare Fragnelli e realizzato con il contributo della Regione Puglia e di Apulia Film Commission.
Un film popolato da archetipi, come spiega Michele Santeramo, autore dell’omonimo libro da cui la pellicola è tratta. I protagonisti sono i cosiddetti nuovi poveri, quelli che si sono sentiti risucchiare da un presente senza certezze e da un futuro senza apparente speranza.

“Ho voluto puntare lo sguardo – spiega Santeramo – su un segmento ed un territorio ristretti, così da aver modo di arrivare fino in fondo, di scavare in profondità, intercettando sentimenti che possono diventare universali”.

E’ quello che accade, ad esempio, con il vecchio contadino che piange di fronte al taglio dei suoi olivi secolari. Il suo sguardo pieno di sofferenza e sdegno e  l’anatema “Vergonatevi!” gridato verso gli esecutori di un vero e proprio martirio, l’unica forma di ribellione che gli viene concessa mentre lo trascinano via, ci fa entrare nel cuore pulsante e sanguinante di un dolore vivo e ci spinge a considerare chi compie quell’azione truce al pari di un assassino. 



 Ad abitare il film sono quelli che devono lottare, come ricordano i protagonisti, per l’ottenimento delle cose più normali e per trovare, scavando e ferendosi le mani, alcune risorse insperate. Andando al di sotto ed oltre la superficie, come sottolineano gli ideatori, questo film rivela di essere anche e soprattutto un film sull’amore incondizionato, capace di sopravvivere al dolore ed alla disperazione.

Secondo Elena Capparelli, direttore di Rai Digital, è fondamentale che si sia aggiunto un altro tassello, un altro sguardo, un’altra prospettiva orientata verso un’umanità che non può mai riposare.

A conferire ai personaggi, già di per sé brechtianamente di carattere,  ulteriore spessore, ci pensano gli attori, un nucleo portante di estrazione teatrale, come evidenzia il regista, che con un apparente minimo sforzo riescono a raggiungere la massima resa emotiva, toccando tutte le corde dell’interiorità. 

La pellicola, come ribadisce Muscato, coagula pezzi di anima e di sentimento di cui gli attori si fanno vettori per arrivare allo spettatore.



“I due fratelli – evidenzia Michele Venitucci – rappresentano due personaggi complementari, la cui esistenza è necessaria e speculare l’una all’altra. Pur trattandosi di una sorta di personaggi verghiani della contemporaneità, estremamente realistici, la cifra narrativa è diversa e si innesta sui sentimenti, non seguendo necessariamente la strada lineare della verosimiglianza. Essi appartengono ad un luogo e ad un tempo, per quanto non sia esplicitata alcuna datazione, ma potrebbero benissimo essere senza tempo ed abitare un non luogo, un qualsiasi Sud del mondo”.

I protagonisti, secondo quanto ribadisce Cipriani, sono “uomini di carattere”, che posseggono sogni semplici, ma molto forti e voluti. Sogni che diventano una missione da perseguire, i cui artefici non abdicano mai a specifiche caratteristiche morali ed etiche.

Anche quando, per causa di forza maggiore, provano a percorrere la strada del compromesso, non arrivano mai all’abbrutimento totale e non rinunciano alla loro radice salda di profonda umanità e compassione.



“Non appare prevalente – continua Cipriani – l’adozione di un approccio realistico nella costruzione del personaggio. Ognuno conosce o è entrato in contatto con storie simili, ma nella narrazione si è provato a non generalizzare, bensì a raccontare questa specifica storia anziché quella dello stereotipo del povero sfortunato”.

Se i personaggi maschili appaiono speculari, lo stesso processo si attiva per quelli femminili, che incarnano due modi opposti di vivere la maternità. 

“Si tratta di una storia – dice Deniz Özdoğan -  che nutre un seme potente, tale da delineare un suo percorso. Una storia bella, umile, audace che, grazie a questo mix di elementi, riesce ad arrivare alla gente. Il mio personaggio rivoluziona la storia, ma in maniera serena, come acqua che scorre”. 



Per Sara Putignano, invece, si tratta dell’incarnazione di una maternità fallimentare, incasellata in una sorta di non famiglia, che contraddice i canoni sociali di maternità.

“La donna che interpreto – racconta Sara – compie un percorso intenso. La sua dinamica relazionale genera implosione. Ha un passato che compromette il suo rapporto con la maternità e solo alla fine riuscirà a dialogare davvero con gli altri ed a rapportarsi con la realtà che vive”.

Interessante entrare anche nella psicologia e nelle sfaccettature della narrazione dei cattivi della storia, che sono portatori di un’anti-etica paradossalmente dominata dai concetti di onore verso gli impegni ed educazione.

“Si tratta di un film – rimarca Domenico Fortunato – al contempo attualissimo ed universale. Alcuni personaggi che appartengono alla malavita organizzata allungano la loro presa tentacolare su un territorio, vi penetrano, spesso, in maniera silente, ma capillare ed inesorabile e riescono a coinvolgere anche persone perbene, facendo loro credere, attraverso il richiamo ad un concetto distorto d’onore, di essere nel giusto”.




Come si possono demistificare questi antieroi, togliendo loro potere?

Ad indicare una strada possibile è Franco Ferrante: “Occorre farne vedere e comprendere l’intrinseco ridicolo. Non sono eroi né antieroi: sono solo dei vigliacchi”.

La Rai attraverso la piattaforma Raiplay, in relazione a quanto spiega Paola Malanga, vice direttore, Produzione e Acquisti  Rai Cinema, amplia la propria offerta di storie e sentimenti che riguardano tutti. Lo fa all’indomani di una quarantena che, per alcuni versi, ha offerto un’occasione straordinaria, per poter sviluppare la fruizione di una piattaforma che consente ad un pubblico trasversale, che per un insieme di ragioni non riesce ad andare al cinema, di fruire di un’ampia scelta di pellicole di elevata qualità. 

Se è vero, come evidenzia, che la fruizione rimane ‘isolata’, è altrettanto vero che i collegamenti e le condivisioni si possono creare ed alimentare attraverso i social. In questo modo, nonostante sia un momento di sofferenza del cinema, i film trovano il modo di sopravvivere con una vitalità forte.

Solo nella scena finale la musica finalmente esplode, in maniera catartica e liberatoria: si tratta di “No potho reposare”, una melodia tradizionale sarda densa, potente, che richiama la forza delle radici e delle origini, interpretata e arrangiata dal trombettista Paolo Fresu.



“Nelle sequenze precedenti – spiega il regista – non vi era nessuna musica, perché non vi era bisogno di aggiungere altri elementi di emotività rispetto a quelli messi in campo dagli attori”.


giovedì 23 aprile 2020

La salute orale ai tempi del Covid 19 (ma non solo)


Miguel de Cervantes sostiene che <<La bocca senza mascellari è come un mulino senza macina, e in molto maggior conto devesi tenere un dente che un diamante>>.

La punizione se non si riesce a tener da conto i denti è che saremo colti da un dolore magari di sottofondo ma costante (e con fasi acute) perché, come recita  un vecchio adagio << la lingua batte dove il dente duole>>.

Di questi tempi pensare di andare dal dentista non è semplice a causa delle restrizioni, così abbiamo pensato di fare il punto della situazione con l’odontoiatra Mario Costa, per potenziare la prevenzione e tutelare nella maniera migliore un bene davvero prezioso. 

D. Attualmente le disposizioni restrittive consentono di recarsi presso gli studi dentistici?

R. La nostra categoria ha una posizione anomala per alcuni versi. Mi spiego:  in Italia, ad eccezione di Lombardia e Veneto non ci hanno imposto di chiudere, ma molti di noi hanno deciso di farlo comunque per tutelare la salute dei pazienti, nostra e dei nostri dipendenti, ricevendo solo in situazioni di estrema urgenza ed adottando un protocollo ben preciso. Si attua già un triage a livello telefonico: se il fastidio è lieve o sopportabile si consiglia al paziente di rimanere a casa, mettendo in atto tutti i presidi a disposizione per risolvere o tamponare il problema a distanza con foto e video per aiutare la diagnosi e terapia farmacologica per arginare il problema. 

Se ciononostante il dolore persiste, ed è tale da assumere carattere di urgenza non differibile, lo si riceve in studio ma adottando le opportune misure di sicurezza. Io, ad esempio, misuro la temperatura con un termometro ad infrarossi e la saturazione di ossigeno nel sangue con un saturimetro, ricevendo come da direttive una persona alla volta (e possibilmente al giorno) con maschere specifiche, camici protettivi, doppi guanti, agenti sanificanti ulteriori ecc.



Nella maggior parte dei casi non sarà possibile, dunque, andare dal dentista. La parola d’ordine, quindi, è prevenzione. Come possiamo intenderla?

Esistono 3 tipi di prevenzione.

La Prevenzione Primaria viene effettuata mediante procedure in grado di evitare o ridurre l'insorgenza della carie e della malattia parodontale, avvalendosi di percorsi personalizzati sulla base dell'analisi dei fattori di rischio. E’ quella mirata a non far nascere il problema.

La Prevenzione Secondaria (o diagnosi precoce) si avvale di mezzi diagnostici e si basa su protocolli scientifici internazionali adattati ad ogni singolo caso. E’ mirata alla risoluzione del problema con tecniche minimamente invasive, al nascere del problema stesso.

La Prevenzione Terziaria è il percorso con il quale viene accompagnato il paziente, una volta completata la terapia correttiva, al fine di evitare il rischio di recidiva della malattia. 

Ci si auspica di potersi avvalere dei due livelli precedenti, ma purtroppo non sempre possiamo applicarli nel quotidiano, e specialmente nel momento storico in cui stiamo vivendo, siamo costretti a trattare solo casi che si configurano come urgenze indifferibili: dolori acuti, infezioni quali un ascesso gengivale, traumi o esiti di eventi accidentali sono alcuni esempi di condizioni cliniche che rivestono un carattere di urgenza e che devono poter essere trattati.

Dato che al momento non possiamo eseguire i trattamenti di routine sarà buona norma seguire le seguenti indicazioni. Dovremmo partire da un’alimentazione equilibrata e sana, cercando di ridurre l’assunzione di zuccheri raffinati contenuti in cibi quali biscotti e merendine, di per sé cariogeni, che diventano collosi e che, assieme ad altri residui alimentari, vanno a favorire la proliferazione dei batteri che intaccano lo smalto ed, in seguito, provocano la demineralizzazione del dente e quindi la carie. Infatti, quando il ph orale diventa acido, lo smalto dei denti è più vulnerabile; sarebbe opportuno sostituire tali cibi con una semplice mela, che dà anche il giusto apporto di fibre. 

In generale, molti snack che solitamente troviamo in commercio contengono carboidrati estremamente raffinati, e quindi di per sé cariogeni, particolarmente ricchi di edulcoranti ed altri, come le patatine fritte in busta possono contenere esaltatori di sapidità, dannosi per altre patologie.

E’ molto importante in tal senso non solo attuare un corretto spazzolamento, ad intervalli di tempo regolari ed a seguito di pasti e spuntini, ma nei bambini si dovrebbe favorire l’assunzione di piccole quantità di fluoro integrativo, in accordo con il pediatra di riferimento, dato che il dente maturo non ha un suo metabolismo di ricrescita. In età adulta, è possibile, invece, utilizzare un dentifricio fluorato, che agisce sui prismi dello smalto superficialmente, rinforzandone la struttura.
Da linee guida del Ministero della Salute:

Dai 6 mesi ai 6 anni di età, la fluoroprofilassi può essere effettuata attraverso l’uso di un dentifricio contenente almeno 1000 ppm di fluoro, 2 volte al giorno, in dose pea-size (dimensioni di un pisello) Modalità 2 (integratori, dopo valutazione dell’assunzione di fluoro da altre fonti) Nei casi di oggettiva difficoltà all’uso del dentifricio come unica metodica di fluoroprofilassi e nei soggetti ad alto rischio di carie come metodica aggiuntiva all’uso del dentifricio: - da 6 mesi ai 3 anni: somministrare 0,25 mg/die di fluoro con gocce; - da 3 a 6 anni: somministrare 0,50 mg/die di fluoro con gocce o pastiglie. Dopo i 6 anni la fluoroprofilassi viene effettuata attraverso l’uso di un dentifricio contenente almeno 1000 ppm di fluoro, 2 volte al giorno.

Il 90% dell’effetto di profilassi delle malattie di denti e gengive è dato da un corretto spazzolamento che, assieme all’acqua, esercita un’azione meccanica e rimuove residui alimentari e placca. Il 10% lo fa il dentifricio, ma attenzione: occorre non esagerare nella quantità. Infatti, pur essendo una sostanza del tutto innocua, è pur sempre di origine chimica e non bisogna abusarne.

giovedì 30 gennaio 2020

Parteno i bastimente: riflessione sui corpi, i limiti ed i loro attraversamenti

Sono passati alcuni giorni, coaguli di ore e microcosmi di attimi dalla conclusione della mostra Partono 'e Bastimènte, a cura di Chiara Reale.

L'esposizione, visiva e sonora, promossa dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è stata ospitata nella Sala delle Carceri del partenopeo Castel dell'Ovo, che sorge sull'isolotto di Megaride, dove si dice sia stato sepolto il corpo della Sirena Partenope o, forse, ci sia la tomba di Ifigenia.



Forse il tempo giusto per far sedimentare le emozioni e trovare le parole giuste per condividere le impressioni suscitate...

Le voci che intonano un canto ed un controcanto sono quelle di Stefania Raimondi ed Angela Colonna, ognuna secondo il registro dei propri specifici linguaggi espressivi.


Alle loro si uniscono tante altre voci, i cui volti spesso rimangono in ombra o si dissolvono... Quelle dei migranti, quelle degli esseri umani sopravvissuti, a demoni esterni ed interni in lotta tra loro, la cui battaglia all'ultimo sangue ha lasciato sui corpi di questi esseri umani, usati come agone e campo di battaglia, graffi, ferite, cicatrici, danni, ma anche nuove consapevolezze.

Le voci, modulate in canti, delle sirene. Le voci di una città che al di là ed al di sopra del frastuono del traffico e dei rumori molesti ed assordanti, mantiene una propria identità forte.



Una città, il cui corpo, fatto di luoghi fisici, di vicoli e di frammenti di presente e di passato, si mischia, impasta ed amalgama con i corpi dei suoi abitanti.

Una città in cui anche gli odori ed i sapori si traducono in suoni: quelli degli inviti a pranzo gioiosi, quelli del rumore dei mestoli, dei piatti e delle stoviglie, accompagnati, in sottofondo, dallo sciabordio del mare e dai racconti di chi di questa urbe è memoria storica individuale e collettiva, attraverso i racconti degli usi, dei costumi. delle tradizioni, dei miti e dei riti che testimoniano un radicamento territoriale che si declina alla voce appartenenza.

E' proprio il corpo al centro della riflessione pittorica di Stefania Raimondi, profonda conoscitrice dell'anatomia umana, un organismo insieme fisico e simbolico.



"In queste opere - racconta Chiara Reale - Stefania trasfonde anche parte della sua biografia. Si tratta di un dolore, di una ferita esteriore, impressa nel corpo, che si riverbera nell'anima, sotto forma di dolore interiore. Questo percorso pittorico ha anche un valore catartico".

Trentasette tavole con figure incise su legno, gessi, cartoni, realizzate utilizzando materiale di recupero.

Stefania, richiamando un concetto caro anche alla cultura Mahori,  compie un'operazione maieutica. Non inventa nulla, come sottolinea lei stessa, ma si limita a svelare quanto quegli oggetti recano già al loro interno, l'anima che celano e proteggono, srotolando il filo di una narrazione.

"Togliendo l'eccesso - spiega la curatrice - svela quello che c'è sotto, portando alla luce quello che già esiste. Parallelamente, porta avanti un processo di scavo interiore, una migrazione in se stessi".



Figure nude, inscheletrite, il cui viso è nascosto o sbiadito e quasi si dissolve. Alcune hanno i genitali esposti, quasi che per loro non fosse immaginabile la possibilità di tutelare una legittima sfera di intimità. Altre li celano, pudicamente, con un cencio o un velo.

Con quel velo, facendosene quasi scudo, alcune figure sembrano accennare passi di danza nel e con il vento.

Alcuni hanno persino rinunciato a coprire le loro nudità, quasi che il loro anelito e slancio vitale sia definitivamente azzerato, ma si coprono gli occhi, la testa ridotta ad un teschio,  a voler nascondere a se stessi nuovi orrori.



Altri voltano lo sguardo, l'espressione imbarazzata e vergognosa, le braccia dietro la schiena, in un misto di pudicizia e rassegnazione, o forse le loro mani sono legate, come avviene per chi è prigioniero o viene torturato

Corpi, come evidenzia la curatrice, di sopravvissuti, che hanno attraversato un inferno personale, riportando profonde cicatrici su cui costruire altro. Un inferno fisico ed emotivo, che ha permesso loro di trovarsi in una nuova dimensione.

"Si tratta - continua Reale - di migrazioni fisiche, ma anche attraverso molteplici stati d'animo".

Corpi "messi in croce", come lo siamo in fondo tutti, secondo quanto ribadiscono gli addetti ai lavori.



Grazie a una composizione di file recordings, un vero e proprio intervento di sound art ideato da Angela Colonna, alla polirumorosità cittadina, come la definisce l'artista, si sostituisce il soundscape, il paesaggio sonoro. Le stratificazioni pittoriche e le tracce sonore si rincorrono e si completano.

La bellezza delle opere dialoga e si compenetra con quella del luogo, in perfetta armonia, una location da vivere e "respirare".

Un luogo "abitato", anche momentaneamente, da tanti personaggi di spicco, dall'ultimo imperatore romano a Tommaso Campanella, ma anche da tante vite di "uomini non illustri, come li avrebbe definiti Giuseppe Pontiggia, che hanno fatto la storia, hanno contribuito ad intesserne le trame,  ma che non vedranno mai i loro nomi riportati e ricordati nei libri.

Angela Colonna, nel suo soundscape, ricostruisce il corpo di Napoli, anche quello martoriato, attraverso le voci di persone che non hanno un volto e un nome, a delineare il percorso di una mostra che non si propone di fornire risposte, ma di sollevare dubbi e domande.

Così il corpo di Napoli si fonde e si compenetra con il nostro stesso corpo, divenendo insieme carcere corporeo e carcere che ci costruiamo attraverso i legacci imposti dalla nostra stessa mente. Un limite visto e vissuto sempre come una sfida, un qualcosa da attraversare e da superare, per non ristagnare, rimanendo fermi nello stesso punto.



Un gioco di specchi tra interno ed esterno.

"Non a caso - ribadisce la curatrice - la genesi di quest'esposizione è durata tre anni, per riuscire a valorizzare nel modo giusto un'arte figurativa e concettuale insieme".

Il peculiare allestimento completa questo percorso, dove contenitore e contenuto si confondono così come significante e significato.

Grazie al valente contributo di due architetti sono, infatti, state realizzate delle grate sulle quali montare le tavole pittoriche.



"E' anche importante il movimento della luce - dice Reale -. Esse rimandano al carcere, ma stimolano ancora una volta all'attraversamento. Sono fisiche, palpabili, ma anche proiezioni e si riverberano a terra sotto forma di ombra.  Si tratta, dunque, di un carcere vero o di una sorta di illusione, costituita dalla nostra area di comfort, all'interno della quale ci rannicchiamo e rinchiudiamo, pur di sentirci al sicuro?".


martedì 28 gennaio 2020

Tramonti di cartone e le sue emozioni. Prossima tappa al Riot giovedì 30 gennaio

 "Siamo tutti intrecciati, siamo tutti figli dello stesso dolore, a livello umano".

Comincia con questa frase di Valentina Bonavolontà la presentazione, la prima ufficiale (ma preceduta da altre due di grande successo, al  teatro Tram di Portalba ed al liceo Nazareth) del progetto editoriale Tramonti di cartone.

Le parole sono di Marcello Affuso, Valentina Bonavolontà e Giulia Verruti, accompagnate da un’appendice fotografica a colori di 32 pagine con opere di Federica Crispo ed Erica Bardi.

In esso si intrecciano poesia, prosa, fotografia e disegni, per delineare la fisionomia del desiderio di ritorno alla propria casa dell'anima, come sottolinea la giornalista e scrittrice Armida Parisi durante  la presentazione alla Feltrinelli dello scorso 22 gennaio 2020.



Un desiderio che,  come sottolinea la giornalista, che ha introdotto l'incontro con gli autori e le varie anime che fanno parte di questo progetto, coincide con quello, vivo, intenso, anche se non sempre confessato, neanche a se stessi, di essere "ricevuti ed abbracciati", pur nella paura di non essere visti davvero e compresi.

" Ognuno nel proprio percorso - evidenzia Marcello - attraversa zone profondamente buie, per esempio costituite dalla malattia. Ma il sole non scompare: si nasconde solo dietro un muro molto alto e spesso. Bisogna avere, però, il coraggio di andare dall'ombra alla luce. Il comun denominatore dei nostri linguaggi, in questo libro, è che ogni forma espressiva 'enfatizza' l'altra, passandosi il testimone".



Gli autori, come sottolineano a più riprese, credono nell'empatia, come persone persone tout court.

" Inizialmente - racconta Valentina - nei nostri brani si avverte un senso di smarrimento e solitudine che risuona. Poi, però, mettendo a nudo le nostre emozioni, le nostre parole non si sono sentite più sole ed i nostri linguaggi si sono intrecciati. Abbiamo riscoperto nell'altro un sentimento, un'emozione, simili alle nostre e non ci siamo sentiti più soli".

Un libro che, dunque, ha la nota caratteristica di un agire sulla scia delle emozioni, un fare per esserci e per compiere la propria parte nella spinta propositiva per andare dall'ombra più densa verso la luce, a livello individuale e collettivo.


Gli incassi, infatti, saranno interamente devoluti all'associazione I Care Onlus, per contribuire a costruire scuole ed offrire assistenza e cure in Africa.

"Da sempre - ribadisce Giulia - amo ricercare il particolare e soppesare le parole, dando loro il giusto valore.  Particolare dopo particolare, si arriva alla parola nuda. In questo progetto, gli stessi scrittori si mettono a nudo, uscendo dalla loro zona di comfort, di sicurezza".

Si tratta di un libro politico, che si innesta su una raffinata ricerca  letteraria ed espressiva, dove la politica ritorna ad avere il suo senso più pieno e puro del compiere gesti di trasformazione sociale, indicando una strada diversa di pensiero ed azione, come sottolinea anche Armida Parisi.

Come evidenziano gli autori, "siamo tutti uniti dalle emozioni", per scrivere una storia che è l'insieme di tanti percorsi, di tante storie.



Il prossimo appuntamento, per unire la propria storia a quelle narrate in Tramonti di Cartone - Suggestioni Visive, è per giovedì 30 gennaio al Riot Laundry Bar, in via M. Kerbaker, 19 (Na), a partire dalle 18.30, con uno stuzzicante aperitivo letterario, che coinvolga cuore mente e stomaco (il nostro secondo cervello, dove si annidano le emozioni più profonde e viscerali), con a corredo una mostra a cura di Erica Bardi e Federica Crispo.

martedì 16 ottobre 2018

Bataclan di Renato Aiello: il coraggio di tener viva la memoria


Tornare a Parigi ad un anno dall’attentato al Bataclan. Un attentato in cui 90 ragazzi hanno trovato la morte, laddove avrebbe dovuto regnare l’allegria, la spensieratezza, la voglia di vivere e di sorridere e lo spirito d’aggregazione, che ogni tipo di musica condivisa porta con sé.

Tornare in quei luoghi e trovare l’atmosfera e le geometrie di una città totalmente cambiate.

Dedica a questo ricordo la sua prima personale, conclusasi ieri, 15 ottobre, Renato Aiello.

Una mostra che non a caso reca il nome di un luogo, il Bataclan, dove gli opposti, la ferocia e la violenza insensata, ma anche la forza di resistere e di ritrovare la propria identità collettiva, sulla scia di una spiritualità fortemente secolarizzata,  parrebbero poter trovare una loro composizione.



“Ho incontrato – sottolinea Renato Aiello, giornalista e videomaker, autore della mostra ospitata nella suggestiva location della Chiesa di San Severo al Pendino (via Duomo 286) – una città totalmente trasfigurata, contraddistinta non solo da una soglia di attenzione fondatamente estrema, e soggetta a numerosi controlli, ma anche più cupa e privata della gioia di viere, in bilico sul confine dell’apatia”.



A sostituire l’atmosfera gaia, dunque, un’aria oscura di melanconia e mestizia.

Vivo, poi, il desiderio di mantenere quel colloquio di amorosi sensi di foscoliana memoria, di non recidere in maniera permanente un legame spezzatosi troppo presto e per un’altrui violenta e incomprensibile volontà.



Ecco il perché di quella silloge di messaggi laici e religiosi in dialogo, di quei volti uniti dalla medesima espressione assorta ed assorbita dalla sofferenza, senza distinzione di bandiere e di religione, cristiani e musulmani uniti,  perché la violenza è condannabile sempre da chi crede in qualcosa.



“Quei cumuli di fiori e messaggi – evidenzia Aiello -  mi hanno ricordato, con un tragico ponte emotivo, le valigie, le scarpe, i giocattoli, accatastati, simbolo della shoah ebraica”
Come sottolinea l’autore dei 30 scatti in bianco e nero, che hanno saputo cogliere frammenti di emozioni intense e di una storia “strappata”, dilaniata dalla ferocia, a colpire in quell’atmosfera intrisa di sofferenza è la percezione che “la comunità si sia stretta come una grande famiglia, condividendo una sorta di religione laica”.



L’autore delle foto, Renato Aiello, classe 1987, porta avanti questo ricordo trasfuso in immagini, con uno sguardo vivido e coraggioso, che sfida le sue stesse paure, in particolare quella di poter essere male interpretato, urtando così la sensibilità di chi quella tragedia l’ha vissuta sulla sua pelle e ne reca le ferite indelebili.



“In realtà molti Francesi sono venuti a visitare la mostra – continua l’autore – e hanno espresso un’impressione molto positiva attraverso i loro pensieri impressi nel libro degli ospiti”.
Per documentare quel ricordo Renato sceglie un bianco e nero contrastato, dove “il bianco dei corpi, dei fiori e della luce delle candele, contrasta con l’oscurità che tenta di inghiottire ogni cosa. Ma, nonostante tutto, il bianco riesce a farsi spazio ed a vincere la paura”.



L’attentato del Bataclan,  tragicamente incastonato in una notte di terrore, dove ci furono una serie di attentati coordinati, che fecero contare oltre 300 vittime, simbolicamente assurge, come ricorda Aiello, ad un 11 settembre Europeo, dove tutti, anche chi non c’era o chi è sopravvissuto, è rimasto  “ustionato” a vita da quella tragedia.



Le foto sono unite da un sottile ma tenace fil rouge: un senso di smarrimento, di incredulità, la percezione di una morte senza senso. Lo stesso sentimento di assurdo che hanno suscitato “tutti i genocidi del ‘900”.



“Il Bataclan si trova in Boulevard Voltaire. L’ennesimo paradosso di questa tragedia. – ribadisce Aiello - Questo attentato, infatti, costituisce la negazione del senso di identità e del rispetto della dignità umana. La negazione di qualsivoglia forma di tolleranza e di quei valori proclamati dall’Illuminismo”.



Una sfida coraggiosa, quella di Renato Aiello che, anche attraverso alcune installazioni, non teme di affrontare la più grande paura di tutti: quella relativa al tanto paventato tramonto dell’Occidente.
Renato Aiello dà corpo a quest’ombra scura attraverso un installazione in cui, in mezzo alle macerie europee, che egli rappresenta con alcuni mattoni, spiccano la Torre Eiffel e il Colosseo. Una maglietta ricorda le Torri Gemelle illuminate, sempre vive nella memoria,  e pesanti catene, quelle del terrorismo e della paura, ingabbiano tutto.



La parola chiave, dunque, è proprio la memoria.

“Se comprendere è impossibile – sottolinea Renato – conoscere, in special modo il male, è necessario”.



La mostra di Renato Aiello, in tal senso, è un tassello in quel percorso di necessaria conoscenza ed il pubblico l’ha premiato con un’affluenza che ha fatto registrare oltre 300 presenze.


E sembra proprio essere di monito l'immagine di quell'uomo, di cui Aiello ha voluto immortalare il memento,  che, nel silenzio della commemorazione, arriva con la sua croce lignea legata al collo e ad altre parti del corpo attaverso una corda.

Le sue fattezze "scavate" e quasi cristologiche e la sua magrezza sembrano evidenziare come la sofferenza, che macera dentro, consumi inesorabilmente. 

I telefonini di plastica incollati alla croce se da una parte parrebbero ricordare gli ultimi momenti dei ragazzi morti, i loro ultimi messaggi, forse le disperate  richieste d'aiuto; dall'altra sembrerebbero essere un richiamo all'importanza di ritrovare e coltivare relazioni davvero umane, non perdendosi la bellezza e l'autenticità dell'altro da sè, depauperata e svilita dai legami fittizi caratteristici dei social network