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giovedì 30 gennaio 2020

Parteno i bastimente: riflessione sui corpi, i limiti ed i loro attraversamenti

Sono passati alcuni giorni, coaguli di ore e microcosmi di attimi dalla conclusione della mostra Partono 'e Bastimènte, a cura di Chiara Reale.

L'esposizione, visiva e sonora, promossa dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è stata ospitata nella Sala delle Carceri del partenopeo Castel dell'Ovo, che sorge sull'isolotto di Megaride, dove si dice sia stato sepolto il corpo della Sirena Partenope o, forse, ci sia la tomba di Ifigenia.



Forse il tempo giusto per far sedimentare le emozioni e trovare le parole giuste per condividere le impressioni suscitate...

Le voci che intonano un canto ed un controcanto sono quelle di Stefania Raimondi ed Angela Colonna, ognuna secondo il registro dei propri specifici linguaggi espressivi.


Alle loro si uniscono tante altre voci, i cui volti spesso rimangono in ombra o si dissolvono... Quelle dei migranti, quelle degli esseri umani sopravvissuti, a demoni esterni ed interni in lotta tra loro, la cui battaglia all'ultimo sangue ha lasciato sui corpi di questi esseri umani, usati come agone e campo di battaglia, graffi, ferite, cicatrici, danni, ma anche nuove consapevolezze.

Le voci, modulate in canti, delle sirene. Le voci di una città che al di là ed al di sopra del frastuono del traffico e dei rumori molesti ed assordanti, mantiene una propria identità forte.



Una città, il cui corpo, fatto di luoghi fisici, di vicoli e di frammenti di presente e di passato, si mischia, impasta ed amalgama con i corpi dei suoi abitanti.

Una città in cui anche gli odori ed i sapori si traducono in suoni: quelli degli inviti a pranzo gioiosi, quelli del rumore dei mestoli, dei piatti e delle stoviglie, accompagnati, in sottofondo, dallo sciabordio del mare e dai racconti di chi di questa urbe è memoria storica individuale e collettiva, attraverso i racconti degli usi, dei costumi. delle tradizioni, dei miti e dei riti che testimoniano un radicamento territoriale che si declina alla voce appartenenza.

E' proprio il corpo al centro della riflessione pittorica di Stefania Raimondi, profonda conoscitrice dell'anatomia umana, un organismo insieme fisico e simbolico.



"In queste opere - racconta Chiara Reale - Stefania trasfonde anche parte della sua biografia. Si tratta di un dolore, di una ferita esteriore, impressa nel corpo, che si riverbera nell'anima, sotto forma di dolore interiore. Questo percorso pittorico ha anche un valore catartico".

Trentasette tavole con figure incise su legno, gessi, cartoni, realizzate utilizzando materiale di recupero.

Stefania, richiamando un concetto caro anche alla cultura Mahori,  compie un'operazione maieutica. Non inventa nulla, come sottolinea lei stessa, ma si limita a svelare quanto quegli oggetti recano già al loro interno, l'anima che celano e proteggono, srotolando il filo di una narrazione.

"Togliendo l'eccesso - spiega la curatrice - svela quello che c'è sotto, portando alla luce quello che già esiste. Parallelamente, porta avanti un processo di scavo interiore, una migrazione in se stessi".



Figure nude, inscheletrite, il cui viso è nascosto o sbiadito e quasi si dissolve. Alcune hanno i genitali esposti, quasi che per loro non fosse immaginabile la possibilità di tutelare una legittima sfera di intimità. Altre li celano, pudicamente, con un cencio o un velo.

Con quel velo, facendosene quasi scudo, alcune figure sembrano accennare passi di danza nel e con il vento.

Alcuni hanno persino rinunciato a coprire le loro nudità, quasi che il loro anelito e slancio vitale sia definitivamente azzerato, ma si coprono gli occhi, la testa ridotta ad un teschio,  a voler nascondere a se stessi nuovi orrori.



Altri voltano lo sguardo, l'espressione imbarazzata e vergognosa, le braccia dietro la schiena, in un misto di pudicizia e rassegnazione, o forse le loro mani sono legate, come avviene per chi è prigioniero o viene torturato

Corpi, come evidenzia la curatrice, di sopravvissuti, che hanno attraversato un inferno personale, riportando profonde cicatrici su cui costruire altro. Un inferno fisico ed emotivo, che ha permesso loro di trovarsi in una nuova dimensione.

"Si tratta - continua Reale - di migrazioni fisiche, ma anche attraverso molteplici stati d'animo".

Corpi "messi in croce", come lo siamo in fondo tutti, secondo quanto ribadiscono gli addetti ai lavori.



Grazie a una composizione di file recordings, un vero e proprio intervento di sound art ideato da Angela Colonna, alla polirumorosità cittadina, come la definisce l'artista, si sostituisce il soundscape, il paesaggio sonoro. Le stratificazioni pittoriche e le tracce sonore si rincorrono e si completano.

La bellezza delle opere dialoga e si compenetra con quella del luogo, in perfetta armonia, una location da vivere e "respirare".

Un luogo "abitato", anche momentaneamente, da tanti personaggi di spicco, dall'ultimo imperatore romano a Tommaso Campanella, ma anche da tante vite di "uomini non illustri, come li avrebbe definiti Giuseppe Pontiggia, che hanno fatto la storia, hanno contribuito ad intesserne le trame,  ma che non vedranno mai i loro nomi riportati e ricordati nei libri.

Angela Colonna, nel suo soundscape, ricostruisce il corpo di Napoli, anche quello martoriato, attraverso le voci di persone che non hanno un volto e un nome, a delineare il percorso di una mostra che non si propone di fornire risposte, ma di sollevare dubbi e domande.

Così il corpo di Napoli si fonde e si compenetra con il nostro stesso corpo, divenendo insieme carcere corporeo e carcere che ci costruiamo attraverso i legacci imposti dalla nostra stessa mente. Un limite visto e vissuto sempre come una sfida, un qualcosa da attraversare e da superare, per non ristagnare, rimanendo fermi nello stesso punto.



Un gioco di specchi tra interno ed esterno.

"Non a caso - ribadisce la curatrice - la genesi di quest'esposizione è durata tre anni, per riuscire a valorizzare nel modo giusto un'arte figurativa e concettuale insieme".

Il peculiare allestimento completa questo percorso, dove contenitore e contenuto si confondono così come significante e significato.

Grazie al valente contributo di due architetti sono, infatti, state realizzate delle grate sulle quali montare le tavole pittoriche.



"E' anche importante il movimento della luce - dice Reale -. Esse rimandano al carcere, ma stimolano ancora una volta all'attraversamento. Sono fisiche, palpabili, ma anche proiezioni e si riverberano a terra sotto forma di ombra.  Si tratta, dunque, di un carcere vero o di una sorta di illusione, costituita dalla nostra area di comfort, all'interno della quale ci rannicchiamo e rinchiudiamo, pur di sentirci al sicuro?".


lunedì 8 gennaio 2018

Napoli Velata: la malia che ti prende nonostante tutto


Napoli velata, l'ultima pellicola del regista turco Ferzan Ozpetek, si struttura attraverso la sovrapposizione di diversi piani temporali. Il passato si mescola al presente sin dall'inizio. Che si trattasse di un thriller, con cadavere incluso, lo si sapeva dalle anticipazioni. Quindi, quando nelle primissime battute, la protagonista, Giovanna Mezzogiorno, uccide un uomo a colpi di pistola, ci si chiede se, come in molte pellicole, non si utilizzi l'artificio narrativo di partire dalla fine per poi ricostruire i fatti. 

Ed un po' questa possibilità disturba, in fondo, le coscienza per vari motivi. Uno tra questi è che il conoscere già il finale lascerebbe l'amaro in bocca... l'altro è che ci si duole, tutto sommato, del fatto che la protagonista si sia macchiata di un delitto. 

Ed invece no: non si tratta del finale, ma di un frammento del passato della protagonista che, come avviene per il present perfect inglese, continua ad avere effetti sul presente e lo condiziona attraverso una serie di cose non dette e malcelate, creando una sorta di eterno passato, sempre presente, e congelato in quell'attimo di tragedia , dove la vita è divenuta non vita,caratterizzata da un irrigidimento emotivo. Il non detto è malcelato perché come ricorda Pasquale, interpretato da un magistrale Peppe Barra, amico della zia Adele, interpretata da Anna Bonaiuto, a Napoli tutti sanno anche se fingono di non sapere. 


Tutti tranne Adriana, la protagonista, alla quale l'immagine dell'uccisione di quell'uomo, avvenuta sul pianerottolo di casa, quando era solo una bambina, è penetrata, come una scheggia, in un occhio, nascondendosi ai margini della coscienza, che si rifiuta di vedere, ricordare e assumere consapevolezza. Ma quella scheggia pure c'è, e dal luogo nascosto dal quale è annidata, continua a dolere. 

Una vista cieca dunque. Sono quegli stessi occhi cerulei che, in una scena successiva, vengono avvinti, rapiti e catturati  dallo sguardo intenso ed impertinente di Andrea. Andrea che pulsa di vita e di passione per una donna come Adriana, che le emozioni e i sentimenti li ha congelati ed anche il corpo, rigido emotivamente al pari di quei corpo freddi che lei, anatomopatologa, disseziona ogni giorno sul tavolo di un anonimo obitorio.

Ma, a contatto con il vigore ed il calore del corpo di Andrea, con la sua vitalità ed audacia, quelle emozioni, a lungo represse, si risvegliano, traboccano ed esplodono.

Vengono soffiate via anche le facili deduzioni e banalizzazioni riferite all'incontro tra i due. Infatti, quasi tutti sarebbero disposti a scommettere che Andrea, sciupafemmine impenitente, che solo dopo si scoprirà aver ammaliato anche la scoppiettante Catena, interpretata d Luisa Ranieri, quando Adriana si sveglierà non sarà più lì. 

Ed invece il personaggio interpretato da Andrea Borghi sa sorprendere. perchè prepara il caffè alla donna e glielo porta anche a letto, facendoglielo annusare per propiziare un dolce sorriso ed andar via dopo averla visto spuntare sul suo volto.

E continua a sorprendere quando ad una provocazione di lei che gli chiede se si lasci così un'amante, e quale ruolo lei ricopra per lui, risponde che lei può essere tutto: fidanzata, amica, amante.... "così quando finisce l'uno inizia l'altro".
Sorprende quando le dà un nuovo appuntamento, fissato per il pomeriggio, al Museo Archeologico Nazionale e durante il giorno le manda un messaggio affettuoso caratterizzato dalla parola "Vasame (Bacìami)" ripetuto svariate volte e accompagnato da un cuoricino.

 E la vita ricomincia a pulsare nelle vene e nei lombi della donna che, alcune ore dopo, passeggia per Napoli con un sorriso ed un viso raggiante ed una camicetta dai colori accessi, rosso fuoco e passione, che in quell'unica occasione andrà a sostituire i toni più cupi e freddi del blu, del nero e del celeste, con cui la protagonista solitamente si abbiglia.


Non si può dire che l'intreccio narrativo e l'approfondimento psicologico dei personaggi sia appassionante ed esaustivo.

C'è un clima costante di sospensione... come se il film dovesse entrare nel vivo della narrazione da  un momento all'altro... Solo che ad un certo punto scorrono inesorabili i titoli di coda e lo spettatore più esigente rischia di restare con un senso di "poco", come chi ha solamente assaggiato le pietanze da un buffet apparentemente ricco e variegato,

 Eppure lo spettatore sembra non poter rimanere indifferente, incatenato dal fascino che la pellicola, nonostante le innegabili pecche e le maglie larghe, emana e che produce una strana malia, un effetto di fascinazione.  
Sarà per quella Napoli,  bella e maledetta insieme, magica e decadente, sanguigna ed esoterica, che sa mostrare insieme il suo volto più maliardo ma anche, in maniera sottile, la sua ferocia.

Sarà per quel misto di raffinatezza degli ambienti, quella dei salotti più alla moda ed antichi, e saggezza popolare e popolana che anima riti come la figliata dei femminelli, la tombola vajassa, le atmosfere che caratterizzano le visite alla veggente e le voci che si rincorrono nei vicoli di Napoli.

Sarà quell'incontro tra i vivi ed i morti, a tratti affascinante, più spesso inquietante, che si dipana dal tavolo dell'obitorio, caratterizzato da un'aurea delirante, agli antri della città, fino ad arrivare nelle case infestate da ricordi e dai fantasmi del passato (il dialogo e l'accostamento tra vivi e morti è un tema caro ad Ozpetek: si pensi al fil rouge che lega le pellicole Mine Vaganti a Magnifica presenza).



Sarà quel velo, che nasconde ed insieme rivela la verità, facendola apparire meno cruda, ma anche il ricorso al simbolismo dell'occhio, l'occhio che, come il velo, sa guardare la realtà o "chiudersi" di fronte ad essa. Sa proteggere, quale simbolo bene augurante ma anche lasciare nudi ed inermi, scovando la presenza di un essere vivente ovunque lui si nasconda (l'occhio che tutto vede e tutto sa). Una silloge di simboli che sembrerebbero rappresentare, contemporaneamente, una cosa ed il suo contrario, in un dialogo caratterizzato da un costante conflitto. Un ponte tra opposti. apparentemente non riconducibili ad armonia.

Sarà infine che quella scala che si avvolge su se stessa, incastonata tra le mura di Palazzo Mannajuolo, ma anche le altre che si vedono nei film, così come alcuni corridoio oscuri, tetri e fatiscenti, ricordano quel percorso accidentato ed irto di ostacoli, quel dedalo, quel labirinto, che ognuno di noi compie per raggiungere il nucleo della propria essenza, la propria meta interiore ed esterna. Un viaggio, dentro e fuori se stessi che non sempre si conclude con successo e felicemente.
Il finale conserva quello stesso clima di sospensione. 



Perchè il velo rimane sempre sospeso, non viene mai sollevato del tutto. E perchè la Napoli dei misteri non svela mai totalmente i suoi segreti anzi, a volte, si diverte, come ogni "femmina" a confondere ancora di più e ad agitare le acque. Nel finale, in qualche modo, sembra di sentir risuonare il monito inciso sul cartello che si vede nella scena finale del film Quarto potere di Orson Welles. 

Quel "No trespassing" che fuga qualsiasi illusione di comprensione e soluzione definitive... Perchè vi sono dei limiti oltre i quali alla mentre umana non è dato andare.