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sabato 1 luglio 2023

Cenando sotto un cielo diverso: bellezza e buon gusto le parole d'ordine per fare inclusione

Il buon gusto e la bellezza, declinati secondo i loro multiformi volti : questi gli ingredienti dell'appuntamento con la quindicesima edizione di “Cenando Sotto un Cielo Diverso”, in programma per martedì 4 luglio 2023 presso Villa Tony (splendida struttura ubicata all’interno del Complesso Zeno, alle falde del Vesuvio).



 Il ricavato dell’iniziativa sarà in parte utilizzato per l’acquisto di un acquario che sarà collocato presso il reparto di Diabetologia pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Luigi Vanvitelli di Napoli ha (responsabile: prof. Dario Iafusco). Tale reparto, afferente al DAI Materno Infantile, è Centro di Riferimento Regionale per la Diabetologia Pediatrica e Centro di eccellenza nazionale per lo studio e l’applicazione delle tecnologie nella terapia e nella gestione del diabete. La parte rimanente del ricavato dell’evento sarà destinata alla costruzione di un centro ludico – didattico per malati schizofrenici. A promuovere la kermesse l’associazione “Tra Cielo e Mare”, fondata nel 2013 da Alfonsina Longobardi – psicologa, sommelier ed esperta di food & beverage . L'iniziativa sarà realizzata anche grazie alla rinnovata collaborazione di alcuni volontari, che garantiscono il loro impegno attraverso gli anni, tra i quali i ragazzi del Centro Don Orione e le persone con disabilità sensoriale provenienti da Gragnano. C’è anche la cooperativa Sociale SIRIO che opera dal 2020 nel campo dell’impegno sociale, socio-sanitario ed educativo gestendo servizi a carattere territoriale e domiciliare. Infine, 14 alunni dell’Istituto “Raffaele Viviani” di Castellammare di Stabia saranno ai fornelli con gli chef stellati.

"Vogliamo agire sull'inclusione a 360 gradi - spiega l'ideatrice dell'evento -. Quindi gli alunni dell'istituto Viviani lavoreranno a supporto degli chef. Per loro è una grande occasione di imparare da professionisti che hanno un consolidato percorso professionale. Inoltre, sosterranno i loro compagni più fragili, così come fanno ogni giorno a scuola".

Il motivo ispiratore

Richiamando le parole di Alfonsina Longobardi il leitmotiv di questa edizione è la bellezza. Quella trasversale e divergente, baluardo dell'unicità dei territori e dell'individuo, non incline a piegarsi ai canoni dello stereotipo imperante del perfezionismo fisico. Lo stesso che spinge tanti adolescenti, per esempio, a ricorrere alla chirurgia estetica pur di conformarvisi, nella speranza di essere accettati e di fugare paure e insicurezze che hanno radici molto più profonde.

"La bellezza - evidenzia l'esperta di food & beverage - è un concetto molto più ampio e diversificato. Siamo corpi e anime. Noi puntiamo a valorizzarne le potenzialità, così come facciamo con gli odori, i sapori e i colori delle nostre realtà produttrici e delle nostre cantine".

Un cast stellare

Nel mondo dei riflettori e delle passerelle, le celebrità spesso sono oggetto di ammirazione per il loro talento artistico, la bellezza e lo stile di vita glamour. Tuttavia, c’è un lato di queste figure iconiche che spesso passa inosservato: il loro impegno per le cause benefiche e la volontà di utilizzare la loro influenza per fare la differenza.

Per l’evento di beneficenza “Cenando sotto un Cielo diverso” alcuni dei volti più noti e rispettati del panorama delle celebrità si sono uniti per sostenere una causa meritevole: attori, cabarettisti, scrittori, cantanti, influencer saliranno sul palco dell’evento introdotti dalla sua storica presentatrice, ovvero Ida Piccolo.

Anna CapassoCiro TorloDiletta AcanforaEnzo FichettiFrancesco AlbaneseGaia ZucchiGianluca ZeffiroGiuseppe MoscarellaLudo BruscoLuis NavarroMassimiliano CiminoMichele SelilloPeppe LauratoRebus ManRico FemianoRosa MirandaStefano De Clemente: sono solo alcuni nomi di questa straordinaria raccolta di ospiti VIP che sta generando un entusiasmo travolgente attorno a “Cenando sotto un Cielo diverso”. Un segno tangibile che il mondo dello spettacolo può essere un catalizzatore per una società più giusta e inclusiva.

Eccellenze culinarie al servizio della beneficenza

L’arte culinaria, con la sua capacità di deliziare i palati e creare esperienze indimenticabili, si unisce al nobilissimo scopo della beneficenza in un’occasione unica. Il connubio tra eccellenza culinaria e solidarietà promette di regalare una serata indimenticabile, in cui il piacere del gusto si fonde con la generosità di coloro che hanno fatto della loro arte una vera e propria missione. Saranno 150 gli chef, pasticcieri, pizzaioli, panificatori e produttori che delizieranno i numerosi avventori della quindicesima edizione di “Cenando Sotto un Cielo diverso”. 

Tante le novità: per esempio un vero e proprio angolo delle carni o i forni a legna dove verranno infornate molteplici pizze, fragranti nella pasta e gustose e creative nel topping.

In questa prestigiosa lista di artisti del gusto che parteciperanno all’evento si trovano nomi di spicco nel panorama gastronomico internazionale, ovvero gli stellati Domenico IavaroneMichele De LeoGiuseppe AversaCiro SicignanoLuigi SalomoneIgles Corelli. Le loro creazioni hanno incantato i commensali di tutto il mondo e il 4 luglio saranno protagoniste di una serata che resterà impressa nella memoria di tutti coloro che avranno la fortuna di parteciparvi.

mercoledì 29 gennaio 2020

Gaetano Genovesi e Cipajo: l'arte della pizza incontra l'anima strong del panino


Secondo il disciplinare internazionale stilato dall'associazione Verace pizza napoletana, questa leccornia dedicata alla regina Margherita, dopo la cottura nel forno a legna, deve avere un aspetto tondeggiante, un diametro non maggiore di 35 cm, essere morbida, leggera e digeribile, ma anche fragrante, ed avere un cornicione di massimo 1-2 cm, gonfio e privo di bruciature.
Lo sa bene Gaetano Genovesi, degno figlio d'arte di suo padre Antonio, che fu il primo ad esportare la pizza in Oriente, facendola conoscere in Giappone. 

Fedele alla tradizione, ma desideroso di sperimentare e di creare nuove contaminazioni e gemellaggi, Gaetano, con l'anima e la creatività instancabile di un vero scugnizzo, ha lanciato una nuova sfida:  quella di far incontrare l'arte della pizza con quella del panino.
Dalle mani sapienti e dall'estro di uno dei pizzaioli più noti d'Italia è nato il panino “Mommò”, figlio di una sapienza ed esperienza antiche e consolidate e di un'imprenditoria partenopea giovane e frizzante.





Così da lunedì 3 febbraio nel menù di Cipajo Pub & Grill (via Franscesco Morosini, 44 - Napoli, quartiere Fuorigrotta) sarà possibile ordinare questa nuova pietanza.

Il “Mommò” punta decisamente sulla valorizzazione delle eccellenze territoriali (ed in questo mutua le provienienze dop, doc ed igp della pizza) con ingredienti nostrani, rigorosamente prodotti in Campania, tant’è vero che è farcito da una cheese steak di maialino nero casertano in cbt (cottura a bassa temperatura) al pepe rosa e provolone del Monaco, con cotoletta di provola dei Monti Lattari,  zucca stufata e fogliolina di mentuccia fresca. Il tutto avvolto in un bun ai pomodori secchi con 4 tipi di semi in superficie: papavero, lino, quinoa e sesamo.



Raccoglie competenze ed esperienze maturate nel tempo lentamente, così come la pizza che ha bisogno di tempo per lievitare, ma allude ad uno stile di vita smart, come smart è questa nuova alleanza del gusto: non a caso la pizza la si può mangiare anche sciuè sciuè nella sua versione "a portafoglio".

Ma ce ne sarà davvero per tutti i gusti, tra mari e monti: a partire dal baccalà fritto rivisitato, passando per la provola di Agerola e la classica scarola, proposta in una nuova versione, fino ad arrivare  ai crocchè, cavallo di battaglia partenopeo, in taglia mignon dove "uno tira l'altro ed un altro ancora". 



Infatti, la nuova creazione si inserisce nel menù che prevede tra i tanti panini il Verdebaccalà (con baccalà fritto, reso croccante da una particolare impanatura, ed esaltato dalla crema di scarola e dal patè di olive nere), il Papapollo (con burgher di “Figlie di Apollo” su un letto di insalata iceberg, provola di Agerola e patate al forno ricoperte da dressing caesar), il Panzer (con hamburger di Marchigiana da 180 gr, provola di Agerola, prosciutto cotto vellutato, bocconcini di crocchè di patate e crema di parmigiano. 


Tra i dolci spicca il panettone di Capri, omaggio all'isola dell'amore, che lo chef Pasquale Rinaldo, volto della trasmissione “La prova del cuoco” su RaiUno, ha creato in partnership con Cipajo. 


Completano il tutto una vasta gamma di vini, tra rossi e bianchi, e birre, tra artigianali e alla spina.

«Sono molto contento di aver realizzato questa collaborazione con dei giovani imprenditori del nostro territorio. Abbiamo provato a creare un qualcosa di diverso rispetto al solito ma al tempo stesso gustoso, genuino e all’altezza della situazione» spiega Genovesi, titolare dell’omonima pizzeria in via Alessandro Manzoni 26/i. 

L’intuizione di legare queste due realtà è venuta a Stefano Siviero, giovane creativo che sviluppa idee e contenuti per il web.

 «Ho provato a creare questa sinergia qui per qui, perché credo molto nelle energie positive che lascia la mia terra. Tutto è nato da una riflessione sui social network che hanno praticamente distrutto ogni tipo di distanza, spezzando in maniera drastica i tempi. È vero che i social, utilizzati bene, sono produttori di legami ed opportunità anche se spesso ci spingono a vivere con dei ritmi poco umani. Ed è vero anche che in un attimo potrebbero cambiarti la vita. Siamo tutto ciò che postiamo, nel bene e nel male. Chiaramente mi affascinano le storie di ragazzi che con sacrifici riescono a raggiungere massimi livelli grazie all’appoggio di questa rete immensa di canali virtuali. A fronte di chi vorrebbe raggiungere tutto e subito. 


Ecco l’ispirazione al nome del panino “Mommò” che in italiano si traduce “adesso”, “ora” pronto ad unire le realtà del territorio rispettando i valori di tempo, dedizione e talento».

Not just another Pub”, recita il claim di Cipajo, un format che unisce cibo, passione e gioventù

Un luogo di aggregazione e amore per il proprio territorio. Oltre al locale di Fuorigrotta, Cipajo è presente anche a Giugliano, in Via S. Giovanni a Campo 8, e a Frattamaggiore in Via Padre Sosio del Prete, 26/28.

venerdì 28 giugno 2019

Vladimiro mira il mare: l'essere umano si confronta con i paradossi dell'esistenza

 L'uomo disperso di fronte alla contradditorietà del reale, l'essere umano sperduto in un dedalo di domande e di contraddizioni, in un labirinto di dubbi spesso destinati a rimanere, inesorabilmente e dolorosamente, senza risposta.



L'essere umano che si puntella a fatica su una serie di terreni scivolosi, che si ritrova a percorrere, per poi ripassare sempre dal via in un "fare per nulla" senza  fine, e a ben vedere, senza neanche un inizio ben definito.

E' preso in questo circuito il protagonista di Vladimiro Mira Il mare, opera tratta dal progetto Solit'Aria - gestazioni sull'incontenibile andirivieni dell'essere pensante e inquieto. A dargli voce pensiero e fattezze Paola Tortora. Con lei, in scena, la capra Dea (Amaltea) e Stefano Profeta (suggestioni sonore per contrabbasso).

Location d'eccezione il partenopeo Palazzo Reale, con il suo Cortile delle Carrozze (dove l'opera è andata in scena lo scorso giovedì 20 giugno), nell'ambito del Napoli Teatro Festival.

Vladimiro è un esausto, nato dalla penna e dal genio di Samuel Beckett, ma invece di continuare ad aspettare Godot, decide di mettersi alla ricerca della felicità, di esercitare il suo legittimo diritto di resistenza. Questo non vuol dire che questo personaggio dilaniato avrà per la sua esistenza un esito risolutorio e felice, che la felicità, la cui ricerca egli ha spostato da fuori a dentro di sè, gli sia destinata. Anzi: il suo peregrinare nei meandri del suo sè è forse destinato a durare all'infinto, in un loop che si reitera. Quello di cui lui però si riapproria è la possibilità di scegliere, con la relativa presa di consapevolezza e responsabilità, di dire ed agire. Una responsabilutà consapevole che ha il sapore agrodolce della libertà.



E' la libertà parrebbe avere in sè il principio germinativo del sogno, dell'aspirazione persino all'impossibile, che però potrebbe avere il potere di cambiare una vita.

Vladimiro/Paola sulla scena interagisce con una capra, laciandola libera di essere quel che è. Non è un caso che proprio la capra, come ribadisce la protagonista, incarni l'anima di Vladimiro ed insieme il bisogno di accettazione ed aggregazione, la testardagine, la forza di volontà, la libertà, lo slancio vitale insito nella sessualità, il punto d'incontro tra l'umano, essere terrestre per eccellenza, e il divino.

Spesso con la nostra anima, infatti, siamo in conflitto: non ne assecondiamo le istanze, presi dalle altrui aspettative, dai ritmi imposti da altri, da quello che il pensiero razionale e la società vuole che siamo ed appariamo.  Più raramente, in uno stato di ineffabile grazia, quando ci mettiamo in autentico ascolto di noi stessi, ritroviamo una vera complicità con la nostra essenza.

Vladimiro vorrebbe avere la purezza ed il coraggio della capra: vivere pienamente nel qui ed ora, assoporandone l'immanenza, ed insieme trascendere questa dimensione, distaccandosi dai limiti e dagli interrogativi che la quotidianità porta inesorabilmente con sè.



Ora lasciamo la parola a Paola Tortora, che ci guida nel percorso dentro l'opera ed il suo personaggio.

D. Vladimiro cerca di sottrarsi all'immobilismo della sua esistenza attraverso una serie di citazioni, che indicano la sua ricerca attiva di senso. Inoltre cerca un luogo diverso, interrompendo un'attesa vuota i cui tempi sono decisi da altri. Qual è l'esito?

R. Vladimiro di Aspettando Godot è uno degli “esausti” per eccellenza dell’opera beckettiana, questa versione, del tutto originale, trae spunto da quella condizione estrema, che genera tutt’altro che immobilismo bensì un “fare per nulla” tipico dell’esausto, anche se in questa creazione si tratta più che di un fare, di un “dire per nulla” . Dunque Vladimiro non cerca di sottrarsi a niente, Vladimiro cerca e basta, costantemente immerso nel mare degli eventi ne affronta il costante naufragio, le citazioni che rievoca sono come scogli ai quali aggrapparsi di tanto in tanto per riprendere fiato e da cui inabissarsi nuovamente nel profondo. Nessun immobilismo, assolutamente. Né ricerca di un senso anzi, desidera piuttosto imparare ad assumersi la responsabilità del non-senso. Lo dice chiaramente all’inizio del “racconto” “Passo ora a dai vita ad un pensiero parlante [..] totalmente inconcludente”..[…]…“onde concedermi.. [..] all’’esercizio del concetto inutile!” La pièce è un sogno in cui Vladimiro smette di aspettare Godot per andarlo a cercare, ovvero smette di attendere un’ipotetica felicità proveniente dall’esterno per trovarla in se stesso; il continuo cambiamento di luogo è metafora del costante peregrinare nei sentieri del Sé, dunque l’ineluttabile attesa che sempre sottende la nostra vita, più che interrompersi, si impregna di un “agire che decide” che dona all’”errante” la responsabilità e quindi libertà del proprio fare/dire nel mondo. Va da sé che non si tratta di ricavare alcun esito da tutto ciò ma solo di prendere consapevolezza del proprio peregrinare all’infinito.


D. Cosa indica tale esito?

R. Non c’è fine e non c’è inizio, Vladimiro E’ immagine, non rappresenta nulla, Vladimiro è ricerca del nulla, Vladimiro è libertà del senso e del non-senso. Vladimiro è l’esausto che riesce finalmente a morire a Sé stesso. Osa prevaricare l’Impossibile, certo vi riesce solo perché sognante, ma “ il sogno è significativo oltre tutto”, esso è mappa, sentiero, faro per la nostra vita, tutt’altro che superfluo, un sogno può cambiare una vita.

D. Vladimiro dialoga con una capra, lasciata libera di muoversi sulla scena e di agire i suoi abituali comportamenti. A volte la asseconda, altre volte di pone in opposizione e la prende per le corna: simbolo di un conflitto con se stessi apparentemente insanabile e di desideri inesaudibili. Se ne può uscire?

R. La Capra è l’Anima di Vladimiro che, sempre in sogno, si incarna in questa forma non certo a caso. La capra è capra! Null’altro che sé stessa, Maestra di Vita e di scena, Anima-le per eccellenza, di estrema sensibilità, intelligenza, istintività, simbolo del divino e della terra. Spiritualità, Cosmo, Fertilità, Sessualità, Libertà, Testardaggine, Dolcezza, la capra patisce la solitudine, ama il gruppo e vive di natura, si arrampica ovunque e si nutre di erba fresca, il suo è il latte della volontà, chiamarla Amaltea è un evidente riferimento alla capra che allattò Zeus. Vladimiro dialoga con sé stesso attraverso “Lei”. Sì: questo dialogo genera conflitti come momenti di grande complicità. Uscire da questo reciproco interrogarsi? In vita no di sicuro, in morte non possiamo saperlo, fa parte dei misteri della nostra esistenza.



D. Spesso le citazioni di Vladimiro, come quella, ad esempio, sul sentimento di mancanza si traducono in un'evidente assenza di senso, un non-senso. Quale potrebbe essere il senso più profondo da ricercare al di là del sentimento del paradossale?

R. Vladimiro dice : “La mancanza, opaco alibi dell’assenza” , questa non è una citazione è una sorta di sua riflessione sul tema dell’apparente Vuoto che ci separa fin dalla nascita dal tutto che ci genera. Un paradosso: gettati ed immersi nella “rete dei fatti” eppur separati e ignari della realtà che ci circonda. Non credo sia possibile individuare un unico senso profondo, ognuno può individuare il proprio, secondo la propria sensibilità e percezione del tutto, per Vladimiro il senso profondo è da ricercare in quell’Assenza-Presenza che contraddistingue l’animale. Cosa fa la capra quando guarda l’albero? Guarda l’albero, punto. Vladimiro cerca di fare come la capra, cerca di guardare l’Albero, quando guarda l’Albero. Ovvero cerca di imparare ad essere immanente e trascendente nello stesso istante.

D. Vladimiro parrebbe compendiare in sè una parte maschile ed una parte femminile, che si nota dall'alternanza di toni. Queste due parti riescono a dialogare davvero? 

R.  Vladimiro, uomo/donna fa lo stesso, dialoga con la propria anima. Vladimiro è paradigma dell’umano, quindi sia dell’uomo che della donna. Il dialogo non è fra uomo e donna, ma fra uomo/donna e natura, cosmo. L’alternanza delle voci non è voce uomo, voce donna è voce lacerata, ferita dell’essere che dialoga con voce integra, sana dell’essere, non uomo donna, bensì dialogo fra oscurità e luce. Sì: queste due parti riescono a dialogare davvero, ed è solo grazie a questo dialogo che si giunge alla consapevolezza profonda che la libertà interiore dipende anche dall’aprirsi , in modo autentico, a questo continuo confronto , reciproco ascolto, percepire l’“essere E non essere, come paradossi dell’immenso, uno nell’altro uguali!”

Ph. Franco Truono

mercoledì 8 maggio 2019

Dimora dell'Artista: cura dei dettagli nel cuore antico di Lecce


Di esempi del fatto che crederci è potere, in un’epoca dove spesso la speranza rischia di cedere il passo alla disperazione ed al vuoto progettuale, laddove la crisi economico-finanziaria morde, ce ne sono tanti e molti provengono da un Sud dove le bellezze paesaggistiche, culturali, storiche ed archeologiche e  la propositività si impastano con criticità ataviche, con (e contro) le quali solo l’impegno, la competenza e la capacità di ripensare il proprio percorso esistenziale permettono di confrontarsi.



Ne è dimostrazione un B&B situato nel cuore antico di Lecce, città maestosa e magica definita come la Firenze del Sud, costruita con una pietra talmente bianca e brillante da rivaleggiare con la luce solare, di cui assorbe e riflette i raggi fulgidi. Una piazza così centrale, quella dedicata a Sant’Oronzo, che si suole dire che tutte le strade portino a lei, così come, per altri versi ed in altri luoghi, tutte le vie portano nell’urbe eterna: Roma.



Nel cuore della piazza troneggiano i resti dell’Anfiteatro Romano, che richiama alla memoria millenni di storia ed all’interno del quale si percepisce il respiro profondo di un tempo antico.
In città, poi, da una parte occhieggia il Castello di Carlo V, da poco restituito a nuova vita e reso fruibile al pubblico. Dall’altra, la maestosità della chiesa dedicata a San Matteo, vero e proprio trionfo del Barocco leccese. 



Ed ancora, la Basilica di Santa Croce, con la sua facciata, attualmente in fase di ristrutturazione, che sembra impreziosita da un elaborato, ma delicato, ricamo all’uncinetto.

Un B&B dal sapore raffinato, allestito per garantire un comfort high level, associato ad uno stile ricercato, quello post-industriale che richiama gli anni ‘60.



Il suo nome ne suggerisce l’unicità e l’atmosfera bohemien: si tratta, infatti, della Dimora dell’Artista, di cui è titolare Gaetano Corlianò assieme a Massimo Meo.

Un’avventura, quella all’interno dell’ambito della ricettività turistica, iniziata circa due anni fa, quando Gaetano, assieme al suo amico Massimo, si imbatte in uno stabile ottocentesco, di gran pregio, situato in via Federico D’Aragona.

Gaetano e Massimo per 30 anni si sono dedicati, anima, corpo e cuore, ai supermercati della grande distribuzione (GDO) e quell’esperienza nevralgica e pluriennale, di lunghissimo corso, decidono di portarla con sé ed utilizzarla in questa nuova impresa, avviata all’insegna della valorizzazione del territorio, delle sue bellezze e delle potenzialità insite proprio nel segmento della ricettività turistica.



“L’esperienza della grande distribuzione – spiega Gaetano – è stata importantissima, perché mi ha permesso di acquisire e di padroneggiare l’utilizzo delle tecniche di marketing, che ci hanno permesso di fare il nostro ingresso sul mercato, nonché di assumere consapevolezza e dimestichezza nella gestione del rapporto con i clienti, un pubblico eterogeneo che abita anche l’ambiente  turistico. 

Per grande distribuzione, infatti, si intende un ambiente di circa 1000 metri dove il contatto umano appare basilare, tale da sviluppare l’atmosfera tipica di una casa e di una famiglia. Mentre nell’ipermercato, date le dimensioni, il cliente è ridotto ad un oggetto, nel supermercato si ha modo di parlarci, di conoscerlo bene e di potergli dispensare consigli mirati”.



L’immobile ottocentesco, situato nel cuore del centro storico, sembra avere davvero le carte in regola e così i due amici, divenuti soci in affari, danno il via alla ristrutturazione e innovano soprattutto nell’arredamento, lasciando intatto il fascino discreto ed elegante dell’edificio.



“L’architetto – continua Corlianò -  si è molto divertito nell’immaginare e realizzare il design degli interni. Abbiamo, infatti, deciso di ispirare lo stile all’industria degli anni ’60, facendo dialogare antico e moderno industriale. Questo per diversificare il nostro B&B dagli altri: così abbiamo lasciato intatti i muri del palazzo storico, modificando perlopiù gli arredi e l’immensa scala d’ingresso, che attualmente non è più costituita da pietra leccese, bensì è realizzata in ferro”.



L’INCOMING


Il flusso di turisti che si recano nel Salento e scelgono di farsi coccolare dalle atmosfere de La Dimora dell’Artista sono per il 40% Italiani e per il 60% stranieri, provenienti da tutto il mondo, in particolare da Francia, Inghilterra, Polonia e Romania (sono proprio questi ultimi a chiedere spesso i servizi extra-lusso e top), senza dimenticare gli Americani.




Tanti i pacchetti proposti: dai tour a zonzo attraverso il Salento, ai pranzi in agriturismo, passando per le degustazioni di vini dal flavour intenso e le gite a Matera con i suoi sassi e le sue mille suggestioni e sfumature.  Con l’approssimarsi della stagione estiva, inoltre, è allo studio la possibilità, fattasi sempre più concreta, di offrire un servizio-navetta per recarsi a mare sia sul versante adriatico sia su quello ionico e la stipula di convenzioni con alcuni lidi balnari.




“Lo scopo – evidenzia Corlianò – è favorire la conoscenza del territorio. Gli stranieri, in generale, si affidano in maniera totale, sin da subito, alle nostre proposte, mentre gli Italiani, inizialmente, sono più diffidenti e propensi al ‘fai da te’, ma poi finiscono per incuriosirsi e per lasciarsi conquistare dai nostri suggerimenti e non rimangono mai delusi da ciò che offriamo”.

UNA NUOVA AVVENTURA 

A marzo del 2019, poi, Gaetano, assieme a Massimo e a sua moglie Ornella, decide di lanciarsi in un ulteriore sfida ricettiva grazie alla scoperta di una nuova struttura “davvero bellissima”, questa volta situata in via Gorizia, a poca distanza da Porta Rudiae, la porta più antica tra i quattro ingressi alla città (ci sono anche Porta Napoli, Porta San Biagio e Porta San Martino). Nasce così la Dimora dell'Artista II.




“Si è trattato di un progetto la cui realizzazione si è rivelata più veloce e meno impegnativa, a livello strutturale. Ovviamente tutte le fasi di start up risultano molto laboriose ed implicano un momento, della durata di circa un anno, caratterizzato da quella che potremmo definire come sofferenza iniziale sistematica. Infatti, per farsi conoscere, è necessario offrire tutto ciò che offrono gli altri, ma spesso anche molto di più, a prezzi concorrenziali. Nella fase iniziale, particolarmente importante risulta il patrimonio di buone recensioni che si riesce a capitalizzare, corrispondente ai feedback lasciati da altrettanti clienti soddisfatti, la cui eco viene amplificata attraverso le condivisioni e l’utilizzo dei social network”.




Attenzione, però, ammonisce il titolare: quello compiuto sulle piattaforme create per far conoscere ai clienti le strutture ricettive esistenti, le loro peculiarità ed i servizi offerti,  è un lavoro costante, certosino e multitasking, cioè compiuto contemporaneamente su più realtà multimediali, su cui è indispensabile operare: da Booking ad Expedia, passando per Airbnb, visto che ogni strumento presente sulle intricate vie del web ha le sue specificità, indispensabili per intercettare una certo tipo di clientela, in giro per il mondo.


martedì 4 settembre 2018

Blandizzi, tra musica e parole, emoziona al Maschio Angioino

 Come un buon bicchiere di vino, le emozioni vanno fatte decantare, affinché diventino limpide, sprigionino tutto il loro sapore e si imprimano per sempre nella memoria, partendo da quella corporea, che registra le vibrazioni proprie di luoghi e situazioni.




Così è accaduto per il concerto di Lino Blandizzi, svoltosi nella serata di martedì 28 agosto al Maschio Angioino. Una serata mite rischiarata dalle stelle e allietata dal refolo degli ultimi scampoli d'estate.




Lino saluta il pubblico, più tardi dirà che si è alimentato della loro gioiosa energia partecipativa, per poi aprire il concerto con  Fuori dal mondo. 

Continua con Tutto quello che mi resta, Vieni donna del sud, Dirti ti amo, La musica che gira intorno, omaggio ad Ivano Fossati, Siamo lontani e Se tu non credi in me




All'improvviso sul palco irrompe tutta la forza dei canti che richiamano la storia del Regno di Napoli, della lotta, della ribellione, delle radici e del riconoscimento identitario, attraverso il duetto con il rapper/beatmaker Tueff  e il brano Brigante pe' ammore, che si rifà all'intensità della canzone Briganti se more del gruppo  Musicanova




Non può mancare una struggente parentesi dedicata a Napoli ed alle sue Sirene che ancora ne sono protagoniste, con la loro malia, ma anche con il degrado di quella figura mitologica morente e putrescente. 




Al capoluogo partenopeo sono, infatti, dedicati i brani Per la mia città, Vierno Vattenne, unica poesia in lingua partenopea di Luigi Compagnone, musicata da Lino, allievo di Sergio Bruni, e Il buongiorno del caffè, che mette al centro la calda bevanda scura, sinonimo di aggregazione, condivisione e conforto, una rassicurante pacca sulla spalla in un momento di sconforto. 




A seguire Nessuno è più diverso, brano dedicato alla valorizzazione ed alla legittimazione delle differenze che albergano in ognuno di noi, al di là della specifica condizione esistenziale e sociale; E non è facile; Abbiccì, dolce filastrocca e nenia per far addormentare i bambini, scelta da Hachette come viatico per insegnare la lingua italiana in Francia.  Non voglio più vedere il mare, che narra le tragedie di chi intraprende la via del mare in cerca della salvezza dalle torture e dalla guerra, con la speranza di una vita migliore, ma da quello stesso mare finisce per essere inghiottito. Siamo alla frutta, narrazione della fine di un amore ma anche ricordo di tutti i momenti vissuti pienamente.






 Gran epilogo con Da noi in Italia che vuole essere un'ironica e acuta provocazione rispetto all'andazzo proprio di questo "benedetto assurdo Belpaese", rifacendosi alle parole di Guccini, che strizza l'occhio, nelle atmosfere del videoclip, alle sagaci stilettate di denuncia trasfuse in musica di Rino Gaetano.





Nelle canzoni di Blandizzi, la musica si gemella con le parole, divenendo una forma globale e coinvolgente di poesia. 

Un gemellaggio ulteriormente sancito dalla presenza della musica e delle parole del cantautore partenopeo, quale accompagnamento e supporto, alla presentazione di numerosi libri.

Per questo, i rappresentanti di Guida Editore, Homo Scrivens e Cento Autori hanno voluto ulteriormente sancire questo circuito virtuoso facendo omaggio a Blandizzi di una targa.

Adesso affidiamo alle parole del cantautore partenopeo il racconto di come nascono le emozioni, che raccontano le mille sfumature del cuore umano, che trasfonde in musica.





D. Quali sono le sfumature dell'amore che tu canti?

R. Quello che inizia e finisce, la gioia, la sofferenza, quello che attraversa l’anima e ti strugge con forti emozioni, senza troppi toni smielati.

D.Come si declina e si snoda l'amore nelle tue canzoni sociali?

R. In un percorso interiore, in quella profonda umanità che può salvare dalla disperazione e che invece sembra che il mondo abbia perduto. Un senso di umanità che quindi appare necessario ricercare e far rivivere andando verso gli altri, per incontrarli all'insegna della condivisione, e non ponendosi al di sopra di loro, in un'immaginaria e distorta gerarchia.

D. Quali sono i temi sociali a te più cari?

R. La violenza sulle donne, l’enorme movimento dei migranti dall’Est e dal Sud del pianeta, la pedofilia,il cambiamento climatico che altera la biodiversità, la valorizzazione delle differenze, affinché non vengano stigmatizzate come diversità e marchi impressi a fuoco nell'esistenza, la scarsità d’acqua, classificabile come il rischio numero uno tra quelli che attanagliano il nostro pianeta.

D. Stai preparando il nuovo disco: quali differenze sonore ci saranno rispetto ai precedenti?

R. Sto sperimentando nuove sonorità in una forma più contaminata, in una ricerca stilistica d’avanguardia, un sound Electro Pop Folk.

D. Com'è composta la formazione che ti accompagna?

R. Nei live in chiave acustica, sono accompagnato da un violoncellista, un organettista, un percussionista, un chitarrista e qualche special guest.

D. Hai in programma di ampliarla?

R. Sicuramente: è tutto in un continuo evolversi.

D. Tu canti l'amore, ma stiamo vivendo un'epoca dove le emozioni sembrano avere sempre meno spazio. Come se ne può uscire secondo te?

R. L’amore nasconderà sempre un tesoro senza tempo che cercheremo ovunque e in ogni cosa, in nuovi orizzonti, in nuovi modi di vedere… Io non smetterò mai di cercarlo, soprattutto nel mio canto, in ciò che sento, nel mio perdermi nella musica. Si può uscire da questa epoca che viviamo, da questo plastico stato, ascoltando il canto di quell’uccellino che l’altra sera al concerto univa il suo canto al mio. Lo so… è poco figo, non spacca! Ma io vivo semplicemente di emozioni e mi godo buon cibo e buon vino.

*foto di Pippo by Capri