venerdì 28 giugno 2019

Vladimiro mira il mare: l'essere umano si confronta con i paradossi dell'esistenza

 L'uomo disperso di fronte alla contradditorietà del reale, l'essere umano sperduto in un dedalo di domande e di contraddizioni, in un labirinto di dubbi spesso destinati a rimanere, inesorabilmente e dolorosamente, senza risposta.



L'essere umano che si puntella a fatica su una serie di terreni scivolosi, che si ritrova a percorrere, per poi ripassare sempre dal via in un "fare per nulla" senza  fine, e a ben vedere, senza neanche un inizio ben definito.

E' preso in questo circuito il protagonista di Vladimiro Mira Il mare, opera tratta dal progetto Solit'Aria - gestazioni sull'incontenibile andirivieni dell'essere pensante e inquieto. A dargli voce pensiero e fattezze Paola Tortora. Con lei, in scena, la capra Dea (Amaltea) e Stefano Profeta (suggestioni sonore per contrabbasso).

Location d'eccezione il partenopeo Palazzo Reale, con il suo Cortile delle Carrozze (dove l'opera è andata in scena lo scorso giovedì 20 giugno), nell'ambito del Napoli Teatro Festival.

Vladimiro è un esausto, nato dalla penna e dal genio di Samuel Beckett, ma invece di continuare ad aspettare Godot, decide di mettersi alla ricerca della felicità, di esercitare il suo legittimo diritto di resistenza. Questo non vuol dire che questo personaggio dilaniato avrà per la sua esistenza un esito risolutorio e felice, che la felicità, la cui ricerca egli ha spostato da fuori a dentro di sè, gli sia destinata. Anzi: il suo peregrinare nei meandri del suo sè è forse destinato a durare all'infinto, in un loop che si reitera. Quello di cui lui però si riapproria è la possibilità di scegliere, con la relativa presa di consapevolezza e responsabilità, di dire ed agire. Una responsabilutà consapevole che ha il sapore agrodolce della libertà.



E' la libertà parrebbe avere in sè il principio germinativo del sogno, dell'aspirazione persino all'impossibile, che però potrebbe avere il potere di cambiare una vita.

Vladimiro/Paola sulla scena interagisce con una capra, laciandola libera di essere quel che è. Non è un caso che proprio la capra, come ribadisce la protagonista, incarni l'anima di Vladimiro ed insieme il bisogno di accettazione ed aggregazione, la testardagine, la forza di volontà, la libertà, lo slancio vitale insito nella sessualità, il punto d'incontro tra l'umano, essere terrestre per eccellenza, e il divino.

Spesso con la nostra anima, infatti, siamo in conflitto: non ne assecondiamo le istanze, presi dalle altrui aspettative, dai ritmi imposti da altri, da quello che il pensiero razionale e la società vuole che siamo ed appariamo.  Più raramente, in uno stato di ineffabile grazia, quando ci mettiamo in autentico ascolto di noi stessi, ritroviamo una vera complicità con la nostra essenza.

Vladimiro vorrebbe avere la purezza ed il coraggio della capra: vivere pienamente nel qui ed ora, assoporandone l'immanenza, ed insieme trascendere questa dimensione, distaccandosi dai limiti e dagli interrogativi che la quotidianità porta inesorabilmente con sè.



Ora lasciamo la parola a Paola Tortora, che ci guida nel percorso dentro l'opera ed il suo personaggio.

D. Vladimiro cerca di sottrarsi all'immobilismo della sua esistenza attraverso una serie di citazioni, che indicano la sua ricerca attiva di senso. Inoltre cerca un luogo diverso, interrompendo un'attesa vuota i cui tempi sono decisi da altri. Qual è l'esito?

R. Vladimiro di Aspettando Godot è uno degli “esausti” per eccellenza dell’opera beckettiana, questa versione, del tutto originale, trae spunto da quella condizione estrema, che genera tutt’altro che immobilismo bensì un “fare per nulla” tipico dell’esausto, anche se in questa creazione si tratta più che di un fare, di un “dire per nulla” . Dunque Vladimiro non cerca di sottrarsi a niente, Vladimiro cerca e basta, costantemente immerso nel mare degli eventi ne affronta il costante naufragio, le citazioni che rievoca sono come scogli ai quali aggrapparsi di tanto in tanto per riprendere fiato e da cui inabissarsi nuovamente nel profondo. Nessun immobilismo, assolutamente. Né ricerca di un senso anzi, desidera piuttosto imparare ad assumersi la responsabilità del non-senso. Lo dice chiaramente all’inizio del “racconto” “Passo ora a dai vita ad un pensiero parlante [..] totalmente inconcludente”..[…]…“onde concedermi.. [..] all’’esercizio del concetto inutile!” La pièce è un sogno in cui Vladimiro smette di aspettare Godot per andarlo a cercare, ovvero smette di attendere un’ipotetica felicità proveniente dall’esterno per trovarla in se stesso; il continuo cambiamento di luogo è metafora del costante peregrinare nei sentieri del Sé, dunque l’ineluttabile attesa che sempre sottende la nostra vita, più che interrompersi, si impregna di un “agire che decide” che dona all’”errante” la responsabilità e quindi libertà del proprio fare/dire nel mondo. Va da sé che non si tratta di ricavare alcun esito da tutto ciò ma solo di prendere consapevolezza del proprio peregrinare all’infinito.


D. Cosa indica tale esito?

R. Non c’è fine e non c’è inizio, Vladimiro E’ immagine, non rappresenta nulla, Vladimiro è ricerca del nulla, Vladimiro è libertà del senso e del non-senso. Vladimiro è l’esausto che riesce finalmente a morire a Sé stesso. Osa prevaricare l’Impossibile, certo vi riesce solo perché sognante, ma “ il sogno è significativo oltre tutto”, esso è mappa, sentiero, faro per la nostra vita, tutt’altro che superfluo, un sogno può cambiare una vita.

D. Vladimiro dialoga con una capra, lasciata libera di muoversi sulla scena e di agire i suoi abituali comportamenti. A volte la asseconda, altre volte di pone in opposizione e la prende per le corna: simbolo di un conflitto con se stessi apparentemente insanabile e di desideri inesaudibili. Se ne può uscire?

R. La Capra è l’Anima di Vladimiro che, sempre in sogno, si incarna in questa forma non certo a caso. La capra è capra! Null’altro che sé stessa, Maestra di Vita e di scena, Anima-le per eccellenza, di estrema sensibilità, intelligenza, istintività, simbolo del divino e della terra. Spiritualità, Cosmo, Fertilità, Sessualità, Libertà, Testardaggine, Dolcezza, la capra patisce la solitudine, ama il gruppo e vive di natura, si arrampica ovunque e si nutre di erba fresca, il suo è il latte della volontà, chiamarla Amaltea è un evidente riferimento alla capra che allattò Zeus. Vladimiro dialoga con sé stesso attraverso “Lei”. Sì: questo dialogo genera conflitti come momenti di grande complicità. Uscire da questo reciproco interrogarsi? In vita no di sicuro, in morte non possiamo saperlo, fa parte dei misteri della nostra esistenza.



D. Spesso le citazioni di Vladimiro, come quella, ad esempio, sul sentimento di mancanza si traducono in un'evidente assenza di senso, un non-senso. Quale potrebbe essere il senso più profondo da ricercare al di là del sentimento del paradossale?

R. Vladimiro dice : “La mancanza, opaco alibi dell’assenza” , questa non è una citazione è una sorta di sua riflessione sul tema dell’apparente Vuoto che ci separa fin dalla nascita dal tutto che ci genera. Un paradosso: gettati ed immersi nella “rete dei fatti” eppur separati e ignari della realtà che ci circonda. Non credo sia possibile individuare un unico senso profondo, ognuno può individuare il proprio, secondo la propria sensibilità e percezione del tutto, per Vladimiro il senso profondo è da ricercare in quell’Assenza-Presenza che contraddistingue l’animale. Cosa fa la capra quando guarda l’albero? Guarda l’albero, punto. Vladimiro cerca di fare come la capra, cerca di guardare l’Albero, quando guarda l’Albero. Ovvero cerca di imparare ad essere immanente e trascendente nello stesso istante.

D. Vladimiro parrebbe compendiare in sè una parte maschile ed una parte femminile, che si nota dall'alternanza di toni. Queste due parti riescono a dialogare davvero? 

R.  Vladimiro, uomo/donna fa lo stesso, dialoga con la propria anima. Vladimiro è paradigma dell’umano, quindi sia dell’uomo che della donna. Il dialogo non è fra uomo e donna, ma fra uomo/donna e natura, cosmo. L’alternanza delle voci non è voce uomo, voce donna è voce lacerata, ferita dell’essere che dialoga con voce integra, sana dell’essere, non uomo donna, bensì dialogo fra oscurità e luce. Sì: queste due parti riescono a dialogare davvero, ed è solo grazie a questo dialogo che si giunge alla consapevolezza profonda che la libertà interiore dipende anche dall’aprirsi , in modo autentico, a questo continuo confronto , reciproco ascolto, percepire l’“essere E non essere, come paradossi dell’immenso, uno nell’altro uguali!”

Ph. Franco Truono

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