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giovedì 26 marzo 2020

Creators - The past: attesa per un film stellare in grado di far riflettere


Creators – the Past: un film fantasy con un cast d’eccezione, tra i quali Eleonora Fani, Gérard Depardieu e William Shatner, diretto da Piergiuseppe Zaia, che coniuga un contenitore caratterizzato da effetti speciali tipico della filmografia apocalittica americana ed un contenuto, a livello di storia narrata, personaggi e simbolismi, che rimanda ad un filone tutto europeo per modalità e profondità di scandaglio mitopoietico e maieutico-interpretativo. 



Respiro internazionale, dunque, anche per il dialogo tra attori aventi provenienze geografiche e retroterra umano e professionale variegato, ma un'anima narrativa tutta italiana.

Otto divinità  configurano un pantheon regnante in un ipotetico tempo aionico (aion), caratterizzato dalla sincronicità, un tempo imperturbabile ed immutabile, ed in quanto tale eterno, all’interno del quale si muovono due donne forti: un’aliena ed un adotta contagiata. 

Donne guerriere e condottiere, capaci di tessere la trama degli eventi e di muovere i fili delle decisioni al momento giusto.

Lady Airre, in cui Eleonora si trasforma attraverso 8 ore di trucco e costumi studiati ad hoc,rappresenta, come ci racconta il suo alter ego, un modello femminile completo: una figura muliebre guerriera, sexy e felina, ma anche profondamente materna ed umana, pur essendo un'aliena.

L’attrice Eleonora Fani, autrice anche dell’ omonimo libro assieme a Gea Mizzani Corio, che nella pellicola interpreta Lady Airre, raccoglie l’eredità, ampliandola e diversificandola in un’ideale continuità, di un suo libro precedente: Psiche e Afrodite, un saggio di mitologia e psicologia classica al femminile.



“Queste divinità – racconta l’attrice -  dominano su un’umanità profondamente manipolata, che dovrebbe, però, riuscire a risvegliarsi per prendere in mano il suo presente e il suo futuro, recuperando il senso di sé e della propria storia”.

Altre protagoniste del film sono le Lens, sfere paragonabili, come ruolo assunto, al pomo della discordia, quello che Paride dovette assegnare, rinfocolando la rivalità tra Era, Afrodite ed Atena. Una sorta di memoria collettiva della Terra e del sistema solare.



 Il film è ambientato in una dimensione parallela, utilizzando un espediente narrativo ed una modalità di rappresentazione presente sin dal teatro tragico greco antico che, quando voleva trattare temi delicati e scomodi, lì trasponeva in tempi e luoghi lontani.

Secondo Francesco Pellegrino <<raffigurazioni cinematografiche, insomma, consentirebbe di rilevare comportamenti diffusi, saperi condivisi, valori morali, simboli, interpretazioni, ideologie, paure collettive, stili di vita e molti altri aspetti del reale, magari ancora opachi o inesplorati, presenti in una società durante un preciso momento storico. L’occhio cinematografico, contribuendo a definire la maniera in cui va percepito o immaginato il mondo, parteciperebbe inoltre alla determinazione della realtà attraverso l’edificazione di una memoria e di una coscienza collettiva[1]>>.



La pellicola, pur nelle sue fattezze esteriori, che occhieggiano ai film ad effetto (speciale) del cinema a stelle e strisce, segue un filone simbolico ed esoterico, che affonda le radici nell’immaginario italiano ed europeo, con il ricorso ad una serie di elementi simbolici che attraversano l’opera e dialogano all’interno di essa, posti appena sotto la superficie ed il livello apparente.

Un’operazione, quella di Creators – The past, che appare trina: da una parte, infatti, vi è il libro scritto da Eleonora Fani ed edito da Albatros; dall’altra la pellicola, che presenta uno strato multiplo di visione e decodifica. Poi c’è la colonna sonora, nata dalla creatività dello stesso regista, Piergiuseppe Zaia (la canzone dei titoli di coda, Across endless dimension, è interpretata da Dimash Qudaibergen, una voce intensa, capace di emozionare): 75 brani che rinviano ognuno ad uno specifico personaggio e ad una peculiare location, varianti sul tema, composte per instaurare un’ideale continuità, che non sempre si coglie al primo ascolto, ma che è strutturalmente intrinseca a questo racconto sonoro parallelo.

Le tracce musicali sono raccolte in un album con 24 brani long version in uscita grazie all’etichetta discografica Sony.

“E’ come se – spiega Eleonora Fani – durante l’ascolto scattasse una sorta di molla e di richiamo interni che riportano ad un certo tipo di luoghi e situazioni”.

Un film che, in qualche modo, sembra composto da un sistema di specchi: alcuni riflettono e richiamano, in maniera quasi profetica ed anticipatoria, l’attuale situazione vissuta a livello mondiale, con un progressivo processo di distruzione del pianeta terra che è al collasso, a livello di ecosistema e di risorse disponibili, ed una pandemia in atto a causa di un virus. 




Poi c’è il sistema di specchi in cui l’esterno risuona in base a ciò che alberga all’interno dell’animo dei protagonisti e viceversa. 

A tal proposito, un proverbio indiano sottolinea che se l’uomo non è in pace e in equilibrio con se stesso e con la casa che lo ospita, per risonanza i fiumi straripano, i terreni franano e l’ecosistema collassa.

Un modo che il cinema utilizza per oggettivare le paure più ataviche, dipingendo panorami apocalittici in maniera esasperata. Paure che, però, trovano spazio ed espressione in un orizzonte lontano, addirittura in dimensioni e mondi paralleli, venendo al contempo esorcizzate. 

“Come accade nella tauromachia, però – continua Eleonora – nel momento più buio risiede anche la possibilità di ribaltamento della prospettiva. Infatti se da una parte vi è il panico, figlio del buio più denso, dall’altra parte c’è la luce. L’essere umano viene posto di fronte ad una scelta: o risvegliarsi o frammentarsi a tal punto da perdersi, diventando un automa”.

Ad essere messo in scena, in circa 100 minuti (estratti dalle 250 pagine del libro) è un vero e proprio percorso iniziatico, simile a quello compiuto da Ermete Trismegisto, autore del Corpus Hermeticum.
Sullo sfondo di questa vicenda c’è una terra cava, dotata di un sole interno. 



Un mondo che trasforma il proprio aspetto in base allo stato d’animo di chi la abita, dove il dentro fa continuamente da specchio al fuori.

Una pellicola ricca di simboli, tra cui spicca il numero 8, che allude all’infinito e alla rinascita, che viene ripetuto in varie circostanze, per esempio nel numero di lati che costituiscono il  battistero.

Nell’attesa che i cinema riaprano, permettendoci di godere dei vari livelli narrativi, di  complessità crescente, che caratterizzano la pellicola Creators – the past, non ci resta che cominciare a pregustarlo.

Un po’ come facevano le anime di artisti, sacerdoti e re, riposandosi presso il castello di Arianrhod, detto anche ruota della rinascita (da arian argento e rhod ruota), nell’attesa di reincarnarsi.



Per approfondimenti e anticipazioni è possibile seguire il canale youtube dedicato:qui

Ed il sito: qui



[1] Pellegrino Francesco (2009), Sguardi di terrore  paure collettive “intercettate” dal cinema, in Annali della facoltà di Scienze della formazione, Università degli studi di Catania, n. 8, p. 188.

mercoledì 26 settembre 2018

Sulla mia pelle: un film che dilania le coscienze

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, è un film che ti arriva dritto non al cuore ma allo stomaco, come un pugno, e che fa girare più velocemente le sinapsi cerebrali, quelle che portano lo spettatore a riflettere su un caso di ordinaria follia e ad immedesimarsi con un incubo che si dipana in appena sette giorni, chiedendosi ossessivamente per tutti i 100 minuti del film "E se fosse capitato a me?".

Ed è per questo che quello che accade sulla pelle di Stefano Cucchi ognuno lo sente riverberarsi sulla propria, mordendola e lacerandola...


Alessandro Borghi, che non sembra nemmeno lo stesso individuo che ha interpretato il protagonista della Napoli Velata di Ozpetek, incredibilmente dimagrito, quasi emaciato, presta il viso ed il corpo, in un modo sorprendentemente verosimile, a Stefano Cucchi.

Un viso ed un corpo che verranno martoriati. Schiaffi, pugni, calci, inferti da chi lo aveva in custodia e avrebbe dovuto farsi garante di tutelare la giustizia.

Calci dati ad una persona caduta ormai a terra a cui non erano state tolte nemmeno le manette, così forti da rompergli due vertebre.

Qual è la colpa di Stefano? Quella di avere con sé dosi di erba e di cocaina pronte per essere smerciate. Quella di essere un drogato ed  uno spacciatore,  un piccolo spacciatore.

Lui rifiuterà quest'accusa, quella di spaccio, anche se verso la fine il docu-film rivelerà i suoi più profondi timori e con essi la verità, cioè che  in casa nasconde diverse dosi pronte per essere spacciate.

La sua colpa è quella di aver cucito addosso un'etichetta ed un destino già segnati, quelli di deviante, di reietto, di emarginato e di rifiuto della società.

Quello che sta dalla parte sbagliata, tra i cattivi, che non può essere riabilitato, che probabilmente non merita nemmeno quest'opportunità.

Quello di chi non rispetta la divisa, che se ne prende gioco, che fa del male, responsabile di aver messo sulla cattiva strada tanti ragazzini, addirittura corresponsabile della loro morte.



Sono questi gli occhi con cui chi lo arresta lo guarda: occhi di chi vede in lui qualcuno che non merita la parola, che sfida l'ordine costituito, qualcuno di marcio ed irrecuperabile.

Chi lo picchia è chi sente che troppi non rispettano la divisa che i tutori dell'ordine indossano e quindi essi stessi, quando si trovano di fronte il cosiddetto "pesce piccolo", ma nel loro sentire colpevole, di quella divisa e dei poteri che conferisce fanno abuso e scempio.

Come reagisce Stefano? Stefano sembrerebbe che rifiuti ostinatamente, e a più riprese, di chiedere aiuto, anche quando gliene viene data la possibilità.

Si chiude a riccio, forse perché in tutti coloro che rappresentano le varie facce del sistema non vuole e non può più credere. Forse perché ritiene, almeno inizialmente, di potercela fare da solo o ancora, forse, perché in fondo al suo cuore anche lui pensa di non meritarla una seconda possibilità di riscatto, per le delusioni inflitte a chi gli vuole bene e gli è caro.



La madre che in un primo momento appare quasi contenta di quella notte in gattabuia, che forse farà mettere la testa a posto al figlio, dandogli una lezione.

Il padre, che ci tiene sempre a fargli sottolineare, di fronte ai suoi interlocutori, che lui è il "figlio del geometra", quasi in un tentativo di riabilitazione della sua reputazione sociale.

E quella sorella che non ha mai tempo per lui, che è la "sorella più impegnata d'Italia".

Su di lui e sulle sue scelte gravano quei 15 anni in cui ha contato solo lei, la droga.

Stefano, quindi, sceglie di rifiutare l'aiuto. Cerca solo il contatto con il padre durante il processo. Ne cerca l'abbraccio e si scusa per aver fatto ancora una volta "caciara" dicendogli che sarebbe stato meglio se fosse rimasto a dormire da loro quella sera, dando una sterzata al suo destino.

E poi cerca disperatamente una voce con cui parlare nel buio e nell'isolamento delle varie celle che abiterà, mentre il suo corpo soffre e cede.



Cerca la voce di quello che lui percepisce come un suo pari, un suo simile, un altro essere umano. La cerca per non impazzire di solitudine e sofferenza, continuando a parlare da solo. Ed in questo ricorda il novello Robinson Crusoe di Cast Away che dà volto e voce ad un pallone, ribattezzandolo Wilson

Che sia il detenuto albanese che gli dice che ha subito capito che l'hanno picchiato e che "il dolore è traditore: esce piano piano" al ragazzo che gli rivela che per ottenere risposta non deve rivolgersi alla polizia carceraria con il nome di guardie bensì di assistenti.

Fino ad arrivare all'ultimo: Marco, che gli consiglia di cercare qualcuno di fidato da mandare a casa sua per far sparire "la roba".

Stefano cerca un contatto autentico ed alla pari e, anche nel rifiutare le poche cure di facciata che gli vengono offerte, non è di curarsi che si sta rifiutando, come specifica, bensì tenta di realizzare l'esatto opposto: veder riconosciuti i suoi diritti,  riappropriarsi di una possibilità di scelta ed autodeterminazione, rappresentata dalla richiesta di colloquiare con il suo avvocato.

Stefano Cucchi era un  drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore, ma la nostra legge dice che il momento della riabilitazione sociale dovrebbe sopravanzare quello della repressione carceraria.

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore ,un piccolo spacciatore. Ma era anche e soprattutto un essere umano, figlio e fratello di qualcuno, componente di una famiglia normale, medio-borghese. Meritava di essere incasellato solo nella categoria angusta degli scarti della società?

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore. Ma, benché lo Stato detenga il monopolio dell'uso legittimo della violenza, come ci ricorda  il sociologo Max Weber, fino a che punto questa violenza può essere esercitata senza che l'uso diventi abuso e violazione dei diritti umani, tale da parlare la lingua della tortura?

Dubbi  che opprimono lo spettatore fin dai primi minuti di visione della pellicola... Ed è alle coscienze di ognuno, al di là ed  al di fuori di ogni tribunale, processo e risarcimento, che  è chiesto di immergersi in una profonda e dilaniante riflessione...



sabato 22 settembre 2018

Vincenzo: riscattarsi si può


Vincenzo  è un  mediometraggio scritto, diretto e interpretato da Antonio d'Avino in arte Marco J.M.



Nella pellicola, realizzata senza fini di lucro e interamente autofinanziata da “Juna e Marco Arte” e prodotta da “OXEIA – L'isola dell'arte”, sono nevralgici i tema del bullismo, del recupero giovanile e della violenza di genere. Dalla realizzazione di questo film è nato anche un sito (http://www.vincenzothemovie.com/), con backstage e curiosità sul cast e la produzione.
Vincenzo ha  15 anni e vive in un contesto difficile. La nonna cerca di crescerlo come meglio può e di tenerlo lontano dalle cattive compagnie redarguendolo, per non fargli fare la stessa fine del padre, in stato di carcerazione.



Il  “capobranco” della compagnia è Peppe, che sta uscendo con una ragazza,  ma è proprio in quel momento che avviene il cortocircuito.

“Peppe – spiega Antonio D’Avino, in  arte  Marco  – sente che sta perdendo il rispetto e la considerazione del branco, perché si sta facendo ‘fare fesso’ dal sentimento. E’ per questo che decide di passare la sua ragazza al gruppo, come si farebbe con una sigaretta o un cane”.
La violenza  nasce da quel momento in cui si insegue una falsa idea di rispetto, un concetto distorto e  pericoloso.



A quella “spedizione” prende parte anche Vincenzo che, anche se non parteciperà alla violenza in sé, sarà reo di non essersi opposto al perpetrarsi delle atrocità ai danni di Serena.

Per lui, però, non si apriranno le porte  del carcere, ma  quelle più confortanti e piene di speranza di una comunità di recupero, dove dovrà svolgere, per otto  mesi,  un percorso di rieducazione.
In questo periodo, attraverso una presa di consapevolezza  progressiva, Vincenzo cambierà, o forse diventerà finalmente se stesso. A supportarlo gli operatori sociali e i libri, attraverso i quali gli raccontano la loro vita e quella degli altri, ed in fondo la sua stessa, grandi autori, come ad esempio  Pasolini. In quei libri Vincenzo ritroverà la sua sofferenza, il suo stesso tormento interiore e l’impatto duro e crudele con  i pregiudizi provenienti dall’esterno.



Dall’insieme, dall’impasto, di questi elementi emergerà dal suo cuore la consapevolezza delle sue responsabilità, la coscienza che non basta astenersi dal compiere un’azione per non essere colpevole.

Ecco perché comincerà a scrivere alcune e-mail a Serena, la vittima, per raccontarle le sue giornate e chiederle perdono.

Un perdono che , spesso, non è però possibile ricevere perché se c’è chi può intraprendere una nuova vita, grazie alle nuove consapevolezze maturate, c’è anche chi invece resterà inchiodata per sempre in un frammento di tempo capace di congelare un’intera esistenza, come quelle ferite che “anche se si rimarginano , tu sai che ci sono, perché rimane lo sfregio e quando le sfiori con le dita fanno e faranno sempre male”.



Dalla  finzione scenica alla realtà il passo è  breve in questo caso.

“Il film – sottolinea il regista Antonio D’Avino, in arte Marco – vuole essere una testimonianza di come si possa non omologarsi al pensiero unico. Indica un percorso possibile sul come emanciparsi e superare il disagio  sociale attraverso  gli strumenti culturali, che non sono però  applicabili e sufficientemente solidi se non vi è  a monte il sostegno delle istituzioni, anche di natura economica, in manieria tale da poter creare concrete opportunità lavorative ,  tali da non far cedere i giovani alla mentalità del guadagno facile”.

A  fargli eco Mariarosaria  Alfieri, presidente dell'associazione culturale CriminAlt: “Attualmente -  ribadisce – i ragazzi vivono una condizione di anestesia emozionale, amplificata dall’azione dei social network. Riescono, a volte inconsapevolmente, ad operare una dissociazione emozionale, provando un’emozione ma esplicitandone un’altra e nel tempo non riescono più a gestire questa frattura”.

L’associazione, secondo quanto racconta la presidente, lavora su progetti e campagne di prevenzione, di tipo capillare, puntando sul lavoro di rete.

Il target per eccellenza sono le scuole: ragazzi che frequentano corsi di diverso ordine e grado, dalla terza elementare agli ultimi anni delle superiori.

“In un anno  - prosegue Alfieri – abbiamo incontrato circa 5mila studenti. La domanda ricorrente  è ‘come si fa a dire di no se non si vuole  essere esclusi dal gruppo?’ "

Una domanda che  ha in sé una  possibile parabola discendente caratterizzata dalla  disperazione  individuale  e collettiva: dal  disagio familiare e della persona, fino al  crimine, passando  per l’esperienza deviante.

Come sottolineava Peppino Impastato,  che viene citato come esempio  e  monito, le persone  devono  essere formate  al bello, perché attraverso il bello  si  può  reagire all’omertà, alla  rassegnazione ed alla violenza.

Uno sguardo  ed un orecchio volti al bello, che vengono sostenuti anche dalla colonna sonora originale del film, una musica maturata  nelle coscienze,  capace di tradurre  in  note le  emozioni e  di essere  commento  e sottolineatura  ai momenti  dolci  o  aspri  della pellicola.

Anche Laura Russo, presidente di Telefono Rosa Napoli, sottolinea come sia importante cogliere i campanelli d’allarme della violenza, lavorando tempestivamente  sul disagio e  attivando  circuiti  di  prevenzione  e  un  punti di  ascolto  per  uscire  dal circuito della  violenza.

Telefono rosa, nato nel  1988 a  Roma  e nel 2010  a  Napoli, è un canale che riceve le richieste d’aiuto contro la violenza  fisica,  psicologica, economica e di stalking  ed  attiva una vera e propria rete  di protezione,  secondo  quanto  evidenzia  la referente.

Un lavoro,  di squadra, quello della pellicola Vincenzo, basato sulle competenze e sulla fiducia, tale da far emergere  il bello dell’arte  e l’arte  del bello.

Trentadue attori, 606 ciack, 757 minuti di riprese, 5 location.

Un plauso va a tutti i giovanissimi attori dell’area vesuviana, formati dall’Accademia Vesuviana del Teatro e del Cinema diretta dall’attore Gianni Sallustro.

lunedì 8 gennaio 2018

Napoli Velata: la malia che ti prende nonostante tutto


Napoli velata, l'ultima pellicola del regista turco Ferzan Ozpetek, si struttura attraverso la sovrapposizione di diversi piani temporali. Il passato si mescola al presente sin dall'inizio. Che si trattasse di un thriller, con cadavere incluso, lo si sapeva dalle anticipazioni. Quindi, quando nelle primissime battute, la protagonista, Giovanna Mezzogiorno, uccide un uomo a colpi di pistola, ci si chiede se, come in molte pellicole, non si utilizzi l'artificio narrativo di partire dalla fine per poi ricostruire i fatti. 

Ed un po' questa possibilità disturba, in fondo, le coscienza per vari motivi. Uno tra questi è che il conoscere già il finale lascerebbe l'amaro in bocca... l'altro è che ci si duole, tutto sommato, del fatto che la protagonista si sia macchiata di un delitto. 

Ed invece no: non si tratta del finale, ma di un frammento del passato della protagonista che, come avviene per il present perfect inglese, continua ad avere effetti sul presente e lo condiziona attraverso una serie di cose non dette e malcelate, creando una sorta di eterno passato, sempre presente, e congelato in quell'attimo di tragedia , dove la vita è divenuta non vita,caratterizzata da un irrigidimento emotivo. Il non detto è malcelato perché come ricorda Pasquale, interpretato da un magistrale Peppe Barra, amico della zia Adele, interpretata da Anna Bonaiuto, a Napoli tutti sanno anche se fingono di non sapere. 


Tutti tranne Adriana, la protagonista, alla quale l'immagine dell'uccisione di quell'uomo, avvenuta sul pianerottolo di casa, quando era solo una bambina, è penetrata, come una scheggia, in un occhio, nascondendosi ai margini della coscienza, che si rifiuta di vedere, ricordare e assumere consapevolezza. Ma quella scheggia pure c'è, e dal luogo nascosto dal quale è annidata, continua a dolere. 

Una vista cieca dunque. Sono quegli stessi occhi cerulei che, in una scena successiva, vengono avvinti, rapiti e catturati  dallo sguardo intenso ed impertinente di Andrea. Andrea che pulsa di vita e di passione per una donna come Adriana, che le emozioni e i sentimenti li ha congelati ed anche il corpo, rigido emotivamente al pari di quei corpo freddi che lei, anatomopatologa, disseziona ogni giorno sul tavolo di un anonimo obitorio.

Ma, a contatto con il vigore ed il calore del corpo di Andrea, con la sua vitalità ed audacia, quelle emozioni, a lungo represse, si risvegliano, traboccano ed esplodono.

Vengono soffiate via anche le facili deduzioni e banalizzazioni riferite all'incontro tra i due. Infatti, quasi tutti sarebbero disposti a scommettere che Andrea, sciupafemmine impenitente, che solo dopo si scoprirà aver ammaliato anche la scoppiettante Catena, interpretata d Luisa Ranieri, quando Adriana si sveglierà non sarà più lì. 

Ed invece il personaggio interpretato da Andrea Borghi sa sorprendere. perchè prepara il caffè alla donna e glielo porta anche a letto, facendoglielo annusare per propiziare un dolce sorriso ed andar via dopo averla visto spuntare sul suo volto.

E continua a sorprendere quando ad una provocazione di lei che gli chiede se si lasci così un'amante, e quale ruolo lei ricopra per lui, risponde che lei può essere tutto: fidanzata, amica, amante.... "così quando finisce l'uno inizia l'altro".
Sorprende quando le dà un nuovo appuntamento, fissato per il pomeriggio, al Museo Archeologico Nazionale e durante il giorno le manda un messaggio affettuoso caratterizzato dalla parola "Vasame (Bacìami)" ripetuto svariate volte e accompagnato da un cuoricino.

 E la vita ricomincia a pulsare nelle vene e nei lombi della donna che, alcune ore dopo, passeggia per Napoli con un sorriso ed un viso raggiante ed una camicetta dai colori accessi, rosso fuoco e passione, che in quell'unica occasione andrà a sostituire i toni più cupi e freddi del blu, del nero e del celeste, con cui la protagonista solitamente si abbiglia.


Non si può dire che l'intreccio narrativo e l'approfondimento psicologico dei personaggi sia appassionante ed esaustivo.

C'è un clima costante di sospensione... come se il film dovesse entrare nel vivo della narrazione da  un momento all'altro... Solo che ad un certo punto scorrono inesorabili i titoli di coda e lo spettatore più esigente rischia di restare con un senso di "poco", come chi ha solamente assaggiato le pietanze da un buffet apparentemente ricco e variegato,

 Eppure lo spettatore sembra non poter rimanere indifferente, incatenato dal fascino che la pellicola, nonostante le innegabili pecche e le maglie larghe, emana e che produce una strana malia, un effetto di fascinazione.  
Sarà per quella Napoli,  bella e maledetta insieme, magica e decadente, sanguigna ed esoterica, che sa mostrare insieme il suo volto più maliardo ma anche, in maniera sottile, la sua ferocia.

Sarà per quel misto di raffinatezza degli ambienti, quella dei salotti più alla moda ed antichi, e saggezza popolare e popolana che anima riti come la figliata dei femminelli, la tombola vajassa, le atmosfere che caratterizzano le visite alla veggente e le voci che si rincorrono nei vicoli di Napoli.

Sarà quell'incontro tra i vivi ed i morti, a tratti affascinante, più spesso inquietante, che si dipana dal tavolo dell'obitorio, caratterizzato da un'aurea delirante, agli antri della città, fino ad arrivare nelle case infestate da ricordi e dai fantasmi del passato (il dialogo e l'accostamento tra vivi e morti è un tema caro ad Ozpetek: si pensi al fil rouge che lega le pellicole Mine Vaganti a Magnifica presenza).



Sarà quel velo, che nasconde ed insieme rivela la verità, facendola apparire meno cruda, ma anche il ricorso al simbolismo dell'occhio, l'occhio che, come il velo, sa guardare la realtà o "chiudersi" di fronte ad essa. Sa proteggere, quale simbolo bene augurante ma anche lasciare nudi ed inermi, scovando la presenza di un essere vivente ovunque lui si nasconda (l'occhio che tutto vede e tutto sa). Una silloge di simboli che sembrerebbero rappresentare, contemporaneamente, una cosa ed il suo contrario, in un dialogo caratterizzato da un costante conflitto. Un ponte tra opposti. apparentemente non riconducibili ad armonia.

Sarà infine che quella scala che si avvolge su se stessa, incastonata tra le mura di Palazzo Mannajuolo, ma anche le altre che si vedono nei film, così come alcuni corridoio oscuri, tetri e fatiscenti, ricordano quel percorso accidentato ed irto di ostacoli, quel dedalo, quel labirinto, che ognuno di noi compie per raggiungere il nucleo della propria essenza, la propria meta interiore ed esterna. Un viaggio, dentro e fuori se stessi che non sempre si conclude con successo e felicemente.
Il finale conserva quello stesso clima di sospensione. 



Perchè il velo rimane sempre sospeso, non viene mai sollevato del tutto. E perchè la Napoli dei misteri non svela mai totalmente i suoi segreti anzi, a volte, si diverte, come ogni "femmina" a confondere ancora di più e ad agitare le acque. Nel finale, in qualche modo, sembra di sentir risuonare il monito inciso sul cartello che si vede nella scena finale del film Quarto potere di Orson Welles. 

Quel "No trespassing" che fuga qualsiasi illusione di comprensione e soluzione definitive... Perchè vi sono dei limiti oltre i quali alla mentre umana non è dato andare.