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sabato 19 novembre 2022

Bathroom: un dialogo con le proprie paure più profonde al Tram di Port'Alba

Una donna dialoga con sé stessa allo specchio, nell'intimità del suo bagno. E' questo lo scenario dello spettacolo Bathroom, andato in scena al Tram di Port'Alba fino a domenica 13 novembre. 

Un'intensa Valeria Impagliazzo scrive e interpreta il dilemma dei dilemmi, apparentemente scontato nella sua quotidianità. Ma che sa scavare in profondità. 




"Non volevo raccontare una storia lineare, bensì offrire uno spaccato dell'esistenza di questa donna che si trova sola nella notte e fa i conti con le sue ansie quotidiane e le sue paure, tra cui l'abbandono, lo spaesamento e lo sradicamento". 

 Questa è la storia di un di una relazione interrotta, ma anche del desiderio di ritrovare se stesse pur se nella solitudine. 

Non ci sono né vittime ne carnefici anche se la protagonista nei cerca quasi ossessivamente uno, per trovare una ragione alla sua sofferenza. 

Un pensiero ossessivo che ritorna in loop anche quando regna una calma apparente e che irrompe nella quotidianità della protagonista - intenta a farsi la ceretta a passarsi la crema sul corpo - sotto forma di un rumore sospetto, proveniente dall'esterno.




 Un altro segnale proveniente dall'esterno è  rappresentato dal trillo dei messaggi mandati da un'amica, che forse sta vivendo una situazione simile a quella che la protagonista ha appena reciso. 

" Il mio spettacolo, che ha la forma di un monologo - sottolinea l'autrice - è frutto di osservazioni costanti dirette e indirette dalle quali ho dedotto che la nostra generazione si trova al centro di relazioni sbilanciate, generate da una adultità negata e da una profonda immaturità emotiva". 

C'è una donna in scena che racconta la sua storia, ma il messaggio risulta universale, perché la paura dell'abbandono e il senso di sradicamento che ne segue appartengono sia alle donne sia agli uomini. 

A fare da complemento narrativo al monologo ci sono le musiche sonorizzate dal chitarrista e compositore Pasquale Ruocco che rappresentano un vero e proprio tappeto musicale con cui le parole di Valeria sono costantemente in dialogo e in interazione. 

Pasquale Ruocco rappresenta il punto di vista maschile, all'insegna della complementarietà. Da Caliente Caliente a Forte forte forte, passando per Rumore, le canzoni di Raffaella Carrà fanno compagnia e confortano la protagonista, in maniera molto tenera. 

" Ho quasi una sorta di malattia per Raffaella Carrà - sottolinea la Impagliazzo -. Un'antesignana di alcune tendenze profondamente contemporanee, capace di affrontare temi difficili con femminilità, eleganza e inusuale erotismo. Sulla scena, come evidenzia l'attrice, ha dovuto trovare la sua misura. Lo spettacolo, infatti, mette in scena stati d'animo spesso contraddittori e appare necessario non farsene fagocitare, "mantenendo la barra dritta" e il giusto distanziamento. Un equilibrio molto difficile e faticoso. 




La conclusione segna il passo di un finale aperto, teso tra un legittimo desiderio di essere indipendente nell'autodeterminarsi e una sorta di resa all'idea di non essere ancora pronta a proiettarsi all'esterno, duellando nell'agone di incontri carnali multipli senza senso. Il teatro Tram si conferma uno spazio off che ha accettato la sfida di portare sulla scena temi difficili e delicati, all'insegna della professionalità a 360 gradi, rifuggendo qualunque tipo di dilettantismo. 

Il prossimo appuntamento con Bathroom sarà  il 28 e il 29 gennaio 2023 al teatro Civico 14 di Caserta. Nel frattempo Valeria continua a formare alacremente giovani leve - tra etica e estetica - nel suo laboratorio teatrale di Scafati. 

giovedì 26 marzo 2020

Creators - The past: attesa per un film stellare in grado di far riflettere


Creators – the Past: un film fantasy con un cast d’eccezione, tra i quali Eleonora Fani, Gérard Depardieu e William Shatner, diretto da Piergiuseppe Zaia, che coniuga un contenitore caratterizzato da effetti speciali tipico della filmografia apocalittica americana ed un contenuto, a livello di storia narrata, personaggi e simbolismi, che rimanda ad un filone tutto europeo per modalità e profondità di scandaglio mitopoietico e maieutico-interpretativo. 



Respiro internazionale, dunque, anche per il dialogo tra attori aventi provenienze geografiche e retroterra umano e professionale variegato, ma un'anima narrativa tutta italiana.

Otto divinità  configurano un pantheon regnante in un ipotetico tempo aionico (aion), caratterizzato dalla sincronicità, un tempo imperturbabile ed immutabile, ed in quanto tale eterno, all’interno del quale si muovono due donne forti: un’aliena ed un adotta contagiata. 

Donne guerriere e condottiere, capaci di tessere la trama degli eventi e di muovere i fili delle decisioni al momento giusto.

Lady Airre, in cui Eleonora si trasforma attraverso 8 ore di trucco e costumi studiati ad hoc,rappresenta, come ci racconta il suo alter ego, un modello femminile completo: una figura muliebre guerriera, sexy e felina, ma anche profondamente materna ed umana, pur essendo un'aliena.

L’attrice Eleonora Fani, autrice anche dell’ omonimo libro assieme a Gea Mizzani Corio, che nella pellicola interpreta Lady Airre, raccoglie l’eredità, ampliandola e diversificandola in un’ideale continuità, di un suo libro precedente: Psiche e Afrodite, un saggio di mitologia e psicologia classica al femminile.



“Queste divinità – racconta l’attrice -  dominano su un’umanità profondamente manipolata, che dovrebbe, però, riuscire a risvegliarsi per prendere in mano il suo presente e il suo futuro, recuperando il senso di sé e della propria storia”.

Altre protagoniste del film sono le Lens, sfere paragonabili, come ruolo assunto, al pomo della discordia, quello che Paride dovette assegnare, rinfocolando la rivalità tra Era, Afrodite ed Atena. Una sorta di memoria collettiva della Terra e del sistema solare.



 Il film è ambientato in una dimensione parallela, utilizzando un espediente narrativo ed una modalità di rappresentazione presente sin dal teatro tragico greco antico che, quando voleva trattare temi delicati e scomodi, lì trasponeva in tempi e luoghi lontani.

Secondo Francesco Pellegrino <<raffigurazioni cinematografiche, insomma, consentirebbe di rilevare comportamenti diffusi, saperi condivisi, valori morali, simboli, interpretazioni, ideologie, paure collettive, stili di vita e molti altri aspetti del reale, magari ancora opachi o inesplorati, presenti in una società durante un preciso momento storico. L’occhio cinematografico, contribuendo a definire la maniera in cui va percepito o immaginato il mondo, parteciperebbe inoltre alla determinazione della realtà attraverso l’edificazione di una memoria e di una coscienza collettiva[1]>>.



La pellicola, pur nelle sue fattezze esteriori, che occhieggiano ai film ad effetto (speciale) del cinema a stelle e strisce, segue un filone simbolico ed esoterico, che affonda le radici nell’immaginario italiano ed europeo, con il ricorso ad una serie di elementi simbolici che attraversano l’opera e dialogano all’interno di essa, posti appena sotto la superficie ed il livello apparente.

Un’operazione, quella di Creators – The past, che appare trina: da una parte, infatti, vi è il libro scritto da Eleonora Fani ed edito da Albatros; dall’altra la pellicola, che presenta uno strato multiplo di visione e decodifica. Poi c’è la colonna sonora, nata dalla creatività dello stesso regista, Piergiuseppe Zaia (la canzone dei titoli di coda, Across endless dimension, è interpretata da Dimash Qudaibergen, una voce intensa, capace di emozionare): 75 brani che rinviano ognuno ad uno specifico personaggio e ad una peculiare location, varianti sul tema, composte per instaurare un’ideale continuità, che non sempre si coglie al primo ascolto, ma che è strutturalmente intrinseca a questo racconto sonoro parallelo.

Le tracce musicali sono raccolte in un album con 24 brani long version in uscita grazie all’etichetta discografica Sony.

“E’ come se – spiega Eleonora Fani – durante l’ascolto scattasse una sorta di molla e di richiamo interni che riportano ad un certo tipo di luoghi e situazioni”.

Un film che, in qualche modo, sembra composto da un sistema di specchi: alcuni riflettono e richiamano, in maniera quasi profetica ed anticipatoria, l’attuale situazione vissuta a livello mondiale, con un progressivo processo di distruzione del pianeta terra che è al collasso, a livello di ecosistema e di risorse disponibili, ed una pandemia in atto a causa di un virus. 




Poi c’è il sistema di specchi in cui l’esterno risuona in base a ciò che alberga all’interno dell’animo dei protagonisti e viceversa. 

A tal proposito, un proverbio indiano sottolinea che se l’uomo non è in pace e in equilibrio con se stesso e con la casa che lo ospita, per risonanza i fiumi straripano, i terreni franano e l’ecosistema collassa.

Un modo che il cinema utilizza per oggettivare le paure più ataviche, dipingendo panorami apocalittici in maniera esasperata. Paure che, però, trovano spazio ed espressione in un orizzonte lontano, addirittura in dimensioni e mondi paralleli, venendo al contempo esorcizzate. 

“Come accade nella tauromachia, però – continua Eleonora – nel momento più buio risiede anche la possibilità di ribaltamento della prospettiva. Infatti se da una parte vi è il panico, figlio del buio più denso, dall’altra parte c’è la luce. L’essere umano viene posto di fronte ad una scelta: o risvegliarsi o frammentarsi a tal punto da perdersi, diventando un automa”.

Ad essere messo in scena, in circa 100 minuti (estratti dalle 250 pagine del libro) è un vero e proprio percorso iniziatico, simile a quello compiuto da Ermete Trismegisto, autore del Corpus Hermeticum.
Sullo sfondo di questa vicenda c’è una terra cava, dotata di un sole interno. 



Un mondo che trasforma il proprio aspetto in base allo stato d’animo di chi la abita, dove il dentro fa continuamente da specchio al fuori.

Una pellicola ricca di simboli, tra cui spicca il numero 8, che allude all’infinito e alla rinascita, che viene ripetuto in varie circostanze, per esempio nel numero di lati che costituiscono il  battistero.

Nell’attesa che i cinema riaprano, permettendoci di godere dei vari livelli narrativi, di  complessità crescente, che caratterizzano la pellicola Creators – the past, non ci resta che cominciare a pregustarlo.

Un po’ come facevano le anime di artisti, sacerdoti e re, riposandosi presso il castello di Arianrhod, detto anche ruota della rinascita (da arian argento e rhod ruota), nell’attesa di reincarnarsi.



Per approfondimenti e anticipazioni è possibile seguire il canale youtube dedicato:qui

Ed il sito: qui



[1] Pellegrino Francesco (2009), Sguardi di terrore  paure collettive “intercettate” dal cinema, in Annali della facoltà di Scienze della formazione, Università degli studi di Catania, n. 8, p. 188.

venerdì 14 febbraio 2020

La paura siCura di Vacis: viaggio tra le paure nelle periferie urbane e dell'anima


Il documentario “La paura siCura”, diretto da Gabriele Vacis racconta e interpreta le paure del presente attraverso la raccolta di storie personali capaci di agganciare sentimenti collettivi e generali. 

Il progetto de “La paura siCura”, promosso dal Forum Italiano per la Sicurezza Urbana in coproduzione con il Centro Internazionale di ricerca teatrale Inteatro, costruisce idealmente e materialmente un viaggio in Italia attraverso sei laboratori teatrali in altrettante città del Paese: Catania, Genova, Montegranaro, Ravenna, Schio, Settimo Torinese, disegnando la mappa delle maggiori paure nei diversi contesti, per le diverse età dei soggetti coinvolti, in riferimento alle diverse criticità che vengono affrontate.

Da quelle più intime, esistenziali e adolescenziali di tanti ragazzi; a quelle derivanti dai mutamenti in cui le nostre città grandi, medie e piccole sono state coinvolte in questi anni; a quelle, drammatiche, del degrado e della criminalità diffusa e organizzata. 

“Questo progetto – racconta il maestro di strada Nicola Laieta -   vede il coinvolgimento di almeno 50 ragazzi tra alunni della scuola media Aldo Moro di Ponticelli e trenta ragazzi che frequentano i laboratori territoriali delle arti dei maestri di strada. Coinvolge anche studenti universitari di psicologia, di scienze della formazione, e in generale studenti universitari che amano il teatro, come vero e proprio espediente sociale per creare una diversità che non è solo territoriale ma è soprattutto mentale. Aò centro vi è l'apprendimento che avviene in contemporanea tra piccoli e grandi: la mente degli adulti si mette al servizio della mente dei piccoli per vivere assieme questa avventura dell’apprendimento. E’ necessario ripensare la scuola in relazione non solo ai contenuti ma anche e soprattutto alle persone che vanno accompagnate nella conoscenza del mondo. Per fortuna l’associazione Maestri di strada mette al centro della sua metodologia proprio le persone”.



Da Montegranaro nelle Marche ad una Ravenna tranquilla e bizantina, passando per Schio, Settimo Torinese ed altri centri urbani, vari esseri umani si incontrano, restando a distanza di sicurezza o correndo il rischio, di  toccarsi reciprocamente, facendosi così esistere, scegliendo di accogliere, ritrovando l’umanità, riconoscendosi simile all’altro da sé, e percorrendo la via della tenerezza. La vera vittoria, infatti, è scegliere questo sentimento dentro qualcosa, come viene ribadito nel documentario, come la paura e l’angoscia che non prevedono la tenerezza.

 E’ questo gesto fondatore a fugare la paura ed a umanizzare colui che prima era percepito solo come ostile e diverso, privo di quei sentimenti di auto-miglioramento che possono rendercelo affine.
Settimo Torinese è una periferia che poteva diventare delinquenziale, facilmente esposta al degrado, ma che invece, attraverso una serie di azioni improntate al senso civico ed alla convivenza serena, è diventata sana.

Il documentario mostra come tutti si siano sentiti e siano stati trattati come  stranieri in un certo momento del loro percorso.

“Vai a casa tua che mi stai mangiando il pane… e venivo dal Veneto”, ricorda un’anziana signora.

Il regista, richiamando il libro di un noto psichiatra, ricorda come la forma di follia più grande  è quella che viene dall’interno, dalle proprie paure, angosce, fobie. Dai pericoli e dalle strade esterne che ci fanno paura si può fuggire, si possono evitare, si possono scegliere deviazioni… da quelle interne non si può fuggire mai e ci perseguitano.

La paura, come ricorda una ragazza, a proposito dell’atteggiamento materno,  ci porta a stare sempre attenti, vigili, in guardia. In questo documentario vengono presentati i vari volti che può assumere la paura. 



Richiamando le teorizzazioni del sociologo Zygmunt Bauman che parla del Significato della paura nella società liquida, c’è una paura simile all’ansia, una sensazione persistente e incessante di allarme, che mette in dubbio, attraverso un costante processo di erosione, il senso ed il significato del nostro io. Quando, poi, la paura incontra e si mischia con la sfiducia parrebbe esserci la frantumazione dei legami umani, mentre la solidarietà si indebolisce e la diffidenza e l’isolamento prendono il posto della fiducia e della cooperazione.

Ne Il Demone della paura Bauman ci fa presente come la paura sia una compagna costante nella nostra “società aperta”, così come lo spettro della morte. Per sottrarvisi, come all’insicurezza che procura, rafforziamo confini e cesure, ma questi rimangono sfuggenti.

Siamo  esposti si colpi del destino, un’umanità vulnerabile sventurata alla mercé di forze che non comprende e non controlla fino in fondo che di fronte all’incapacità di difendersi, tenta di erigere nuovi muri divisori.

Secondo Adam Curtis non ci sono nuovi mostri terrificanti ma è il veleno della paura che trasuda, fino a saturare quotidianamente l’esistenza umana attraverso la crescente preoccupazione per l’incolumità personale.

Anche secondo l’antropologo Marc Augè , ne Le nuove paure, attualmente gli esseri umani hanno l’oppressiva impressione di vivere immersi nella paura, nell’angoscia e nell’inquietudine, che hanno la sinistra capacità di rendere gli orizzonti più cupi, in maniera indifferenziata, disegnando scenari apocalittici, tra nuove paure, spesso fomentate da media ansiogeni, e sgomenti atavici che riaffiorano alla coscienza.

Viviamo, come evidenzia Vacis, attraverso le parole degli intervistati, in società opulente ma insicure, abitate da una popolazione paurosa, assillate dal timore dello sconosciuto, dell’estraneo ignorante, manipolabile. Non si cerca più il benessere, forse perché lo si ha già, bensì la sicurezza.

“Questo docufilm – evidenzia il giornalista Giulio Baffi, testimonianza del teatro in città – è un altro modo di delineare il suo essere uomo di teatro di Gabriele Vacis e si pone in una soluzione di ideale continuità con uno spettacolo ed una rivelazione straordinarie  Elementi di struttura del sentimento  che significò la possibilità di tradurre il linguaggio letterario in linguaggio teatrale, all’insegna della legittimazione dell’uso di alcuni linguaggi che non avevamo immaginato si potessero adoperare, sancendo il superamento di certe barriere. Rappresentano un’apertura che rende possibile delle poetiche teatrali”.



Secondo quanto evidenziato da Baffi, Vacis, assieme, ad alcuni suoi collaboratori tra i quali una straordinaria Laura Curino, con il suo Olivetti, costruiscono il racconto teatrale, non per letteratura, ma per rappresentazione. Nella convinzione di Baffi,  il teatro è permanenza di un’esperienza che si supera e si riafferma continuamente.

 In tal senso, c’è necessità della memoria del teatro e del repertorio teatrale, in un momento in cui il teatro e il modo di fare teatro è incentrato sulla cancellazione della memoria e il superamento di quello che si fa e caratterizza uno specifico momento. 

“In un momento – continua Baffi -  in cui ad un attore veniva richiesta o la grande interpretazione o l’immiserimento dell’attore che racconta se stesso, proporre una poetica del teatro in cui l’attore racconta, come se stesso, ma attraverso una drammaturgia, pezzi della storia, pezzi della letteratura, da solo, ma in scena moltiplicandosi, è stata un’indicazione per fare teatro molto importante che ha avuto il suo seguito con altri attori interessanti ed importanti che hanno continuato a percorrere questa strada. E’ un’osservazione della realtà rappresentata che troviamo anche in questo docufilm, a parte la bellezza della ripresa, dell’immagine, l’attenzione dei giovani presenti che diventano attori, la gioia della confusione, la grande capacità di coinvolgimento, di  emozionare, che è poi il punto di partenza del fare teatro e del fare spettacolo, di documentare qualcosa che ci appartiene”.

venerdì 15 novembre 2019

Mamma mà: la maternità tra gioie e paure in un monologo dalla forza vulcanica


L’espressione italiana Mamma mia viene usata per esprimere (come si legge, tra gli altri, nel sito  http://pinkitalia.it ) sentimenti di stupore, di rabbia, di entusiasmo, di spavento, di paura. Assume il valore di rafforzativo e ci conferma una consapevolezza atavica: la mamma è sempre la mamma, a partire da quella per eccellenza, la Vergine Maria, è rimane lei il principale punto di riferimento, soprattutto nei momenti più difficili.



In lingua partenopea l’espressione diviene ancora più immediata, stringente, incalzante ed assume la forma di “Mamma mà”. Noia, fastidio, gioia, stupore: tutto è sottolineato tramite quest’espressione idiomatica, che si pone a metà strada tra uno sbuffo,  un grido di giubilo ed un punto esclamativo.

Mamma mà è anche il titolo dello spettacolo  scritto da Massimo Andrei per la regia di Gennaro Silvestro e prodotto da Teatro Insania. 

Ad interpretare questo monologo è Daniela Ioia,  che approda al Teatro Tram di Portalba, dopo la felice esperienza nella quarta stagione di Gomorra e dopo aver interpretato Donna Armida nella versione cinematografica de Il sindaco del Rione Sanità, diretta da Mario Martone.

L’attrice partenopea regge la scena con un’energia vulcanica, in un monologo caratterizzato da un ritmo incalzante e serrato, in cui si alternano vari scenari e dove, dietro alla maschera del riso, si insinuano situazioni che recano pensieri e parole mai banali: dalla difficile trafila da affrontare per una fecondazione artificiale, che dilania l’anima, espropriando la donna del propri tempi e ritmi naturali e del proprio corpo, alla crisi del rapporto, davanti a quella che viene percepita come un’incapacità di riprodursi adeguatamente. 



Dall’amore interetnico ed interraziale, alla violenza di genere, che dimostra come i “mostri” spesso siano ben diversi da quelli che immaginiamo e siano molto più vicini alla nostra quotidianità.
Il monologo gioca con gli stereotipi ed i pregiudizi, li disvela ed infine li smentisce. 

C’è posto anche per una mamma vamp, in corsa contro il tempo per paura dei suoi morsi, che assumono la forma di rughe, che si divide tra medici, estetiste e psicologi. Parlando degli incubi e delle fisse ossessive dei propri figli, questa mamma, che ha paura di incamminarsi sul viale del tramonto, rivela i suoi propri timori e la sua strenua voglia di piacere e sedurre ancora, fugando lo spettro della solitudine. 



Lo fa usando un linguaggio pseudo-colto e, nelle sue intenzioni, radical-chic, capace, attraverso strafalcioni e frasi sconclusionate, di produrre effetti esilaranti per gli spettatori. 
Se i bambini, per imparare e crescere emotivamente, devono divertirsi, questo monologo ci mostra quanto l’applicazione di questo principio sia fondamentale anche per gli adulti, in maniera trasversale.

Enza Amato, nell’attesa del responso del suo test di gravidanza, e con la speranza di ricevere la buona novella grazie all'intercessione di Santa Maria Francesca o di Santa Patrizia, incontrerà tre tragicomiche donne, capaci di dare visi, corpi, storie, esistenze e parole ai suoi dubbi e alle sue perplessità circa il difficile compito di essere una madre all’altezza di ogni possibile situazione. Non gli spiriti del Natale passato, presente e futuro, bensì tre figure muliebri contemporanee, figlie di diversi contesti socio-economici, culturali e relazionali. 

Un monologo da leggere in controluce e da varie angolazioni e prospettive: perchè se da un lato a farla da padrone sono i diversi modi di essere madre, che nutrono dentro di sè, per poi darli alla luce, i vizi  e le virtù di una cultura dalle mille contrddizioni, dove le zone d'ombra si alternano alle chiazze di luce accecante; dall'altra, tra le pieghe di questo testo, si annidano gli usi, i costumi, le tradizioni, i miti ed i riti, di una città dall'identità e dalla spiritualità multiforme, l'unica in grado di mettere d'accordo, come sottolineava l'antropologo Ernesto de Martino, sacro e profano, espressi dalla sintesi tra preghiere dall'intenso afflato religioso e gesti scaramantici, in grado di contrastare ogni tipo di jettatura.



E Daniela sa ben esprimerne l’essenza, non tanto e non solo attraverso gli abiti e gli oggetti di scena, quanto piuttosto attraverso le espressioni del viso, i gesti e la prossemica del corpo, capace di trasfigurarla e di trasportare lo spettatore in una dimensione altra.
Però adesso basta rivelarvi il contenuto di questo brillante monologo. Non vi resta che viverlo ed immergervi nelle sue emozioni.

Dove? Stasera 15 novembre a La bottega di Caserta: fate ancora in tempo, perché è alle 21.
Sabato 16 e domenica 17 novembre al Teatro Rostocco di Acerra
Sabato prossimo,  23 novembre, ad Airola. Il 12 gennaio 2020  toccherà a Pontecagnano nell’ambito della rassegna Assolo. Un bell’augurio per il nuovo inizio d’anno.  Il 18 e il 19 gennaio 2020 al Teatro Civico 14. 



L’8 marzo quale migliore festa delle donne, se non quella “pensante”, in compagnia di una commedia tutta al femminile, al Teatro Tav di Frattamaggiore.
Il 3 aprile l’appuntamento è allo Vayu di Pozzuoli. Una forza vulcanica in una terra che ha nel fuoco magmatico il suo elemento dominante. Si chiude in bellezza il 10 maggio alla Sala dei Baroni di Aversa.

Ma ora la parola passa a Daniela Ioia, per raccontarci la sua esperienza sul palco e nella vita, in un continuo confronto e scambio, all’insegna della risonanza e della sincronicità, tra persona e personaggio.



D. Un progetto nato tre anni fa. Come si è evoluto e come si è trasformato?

R.  Nasce dalla esigenza di sperimentarmi da sola sul palco, stare in scena senza l'aiuto dei compagni è una bella sfida. E sentivo di poterlo fare. Ho parlato a Massimo di questa mia esigenza e dopo un po' di incontri, lui ha cominciato a scrivere. Sono stata subito entusiasta. Ancora oggi ci confrontiamo molto, è un continuo work in progress.

D. Un monologo intenso. Quant'è difficile interpretarlo, tenendo alto il ritmo?

R.  I monologhi sono complicati per questo, devi mantenere la attenzione per un'ora circa e sei sola in scena. Dalla mia ho un grande testo e una regia dinamica. È difficile per la diversità dei personaggi e per la velocità con cui si passa da uno all'altro, ci vuole allenamento e tecnica.


D. Tanti i temi affrontati: dallo sfinimento psicologico e fisico delle donne, alla crisi d'identità e di coppia, l'interculturalita' e la violenza di genere, affrontate con un sorriso misto ad una lacrima. Quali sono i vari registri stilistici utilizzati?

R.  Vari, principalmente quello comico, ma anche quello drammatico, visto che i temi affrontati sono a volte dei veri e propri drammi. La prima donna richiede una tecnica precisa, soprattutto di linguaggio.



D. In che modo e quanto è stato difficile far incontrare te, la donna, con le sue paure, e il personaggio?

R. Cerco sempre di trovare nelle mie esperienze qualcosa di simile, almeno sentimentalmente, a quello che vive il personaggio, per capirne meglio la psicologia. Anche perché delle cose che racconto ne ho avuto esperienza indiretta, sono cose sentite nei vicoli della città, raccontate da un’amica o da una vicina...

D. Il monologo parla delle difficoltà di essere donna, moglie o compagna, madre, lavoratrice al giorno d'oggi. Come ci si può riuscire, secondo te?

R.   Ci si riesce facendo squadra con il proprio compagno o marito, aiutandosi, parlandosi, prendendosi il tempo giusto per fare le cose e senza pretendere troppo da se stessi.



D. Quali sono i tuoi prossimi impegni ed obiettivi?

R. I miei prossimi impegni sono quelli con Mamma, ma'. Avrò repliche fino a maggio. Poi con la mia compagnia Teatro Insania, che produce anche lo spettacolo, abbiamo un futuro progetto teatrale, con il mio compagno che è anche presidente della compagnia. Per il resto sono molto scaramantica ... Seguitemi e staremo a vedere.