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giovedì 4 giugno 2020

La rivincita: la speranza che sopravvive al dolore


E’ disponibile gratuitamente da oggi, giovedì 4 giugno, su Raiplay il film La rivincita per la regia di Leo Muscato con Michele Venitucci, Michele Cipriani, Deniz Özdoğan, Sara Putignano, e con la partecipazione di Giuseppe Ciciriello, Vittorio Continelli, Francesco DeVito, Franco Ferrante, Domenico Fortunato. 



Una produzione Altre Storie con Rai Cinema Channel, prodotto da Cesare Fragnelli e realizzato con il contributo della Regione Puglia e di Apulia Film Commission.
Un film popolato da archetipi, come spiega Michele Santeramo, autore dell’omonimo libro da cui la pellicola è tratta. I protagonisti sono i cosiddetti nuovi poveri, quelli che si sono sentiti risucchiare da un presente senza certezze e da un futuro senza apparente speranza.

“Ho voluto puntare lo sguardo – spiega Santeramo – su un segmento ed un territorio ristretti, così da aver modo di arrivare fino in fondo, di scavare in profondità, intercettando sentimenti che possono diventare universali”.

E’ quello che accade, ad esempio, con il vecchio contadino che piange di fronte al taglio dei suoi olivi secolari. Il suo sguardo pieno di sofferenza e sdegno e  l’anatema “Vergonatevi!” gridato verso gli esecutori di un vero e proprio martirio, l’unica forma di ribellione che gli viene concessa mentre lo trascinano via, ci fa entrare nel cuore pulsante e sanguinante di un dolore vivo e ci spinge a considerare chi compie quell’azione truce al pari di un assassino. 



 Ad abitare il film sono quelli che devono lottare, come ricordano i protagonisti, per l’ottenimento delle cose più normali e per trovare, scavando e ferendosi le mani, alcune risorse insperate. Andando al di sotto ed oltre la superficie, come sottolineano gli ideatori, questo film rivela di essere anche e soprattutto un film sull’amore incondizionato, capace di sopravvivere al dolore ed alla disperazione.

Secondo Elena Capparelli, direttore di Rai Digital, è fondamentale che si sia aggiunto un altro tassello, un altro sguardo, un’altra prospettiva orientata verso un’umanità che non può mai riposare.

A conferire ai personaggi, già di per sé brechtianamente di carattere,  ulteriore spessore, ci pensano gli attori, un nucleo portante di estrazione teatrale, come evidenzia il regista, che con un apparente minimo sforzo riescono a raggiungere la massima resa emotiva, toccando tutte le corde dell’interiorità. 

La pellicola, come ribadisce Muscato, coagula pezzi di anima e di sentimento di cui gli attori si fanno vettori per arrivare allo spettatore.



“I due fratelli – evidenzia Michele Venitucci – rappresentano due personaggi complementari, la cui esistenza è necessaria e speculare l’una all’altra. Pur trattandosi di una sorta di personaggi verghiani della contemporaneità, estremamente realistici, la cifra narrativa è diversa e si innesta sui sentimenti, non seguendo necessariamente la strada lineare della verosimiglianza. Essi appartengono ad un luogo e ad un tempo, per quanto non sia esplicitata alcuna datazione, ma potrebbero benissimo essere senza tempo ed abitare un non luogo, un qualsiasi Sud del mondo”.

I protagonisti, secondo quanto ribadisce Cipriani, sono “uomini di carattere”, che posseggono sogni semplici, ma molto forti e voluti. Sogni che diventano una missione da perseguire, i cui artefici non abdicano mai a specifiche caratteristiche morali ed etiche.

Anche quando, per causa di forza maggiore, provano a percorrere la strada del compromesso, non arrivano mai all’abbrutimento totale e non rinunciano alla loro radice salda di profonda umanità e compassione.



“Non appare prevalente – continua Cipriani – l’adozione di un approccio realistico nella costruzione del personaggio. Ognuno conosce o è entrato in contatto con storie simili, ma nella narrazione si è provato a non generalizzare, bensì a raccontare questa specifica storia anziché quella dello stereotipo del povero sfortunato”.

Se i personaggi maschili appaiono speculari, lo stesso processo si attiva per quelli femminili, che incarnano due modi opposti di vivere la maternità. 

“Si tratta di una storia – dice Deniz Özdoğan -  che nutre un seme potente, tale da delineare un suo percorso. Una storia bella, umile, audace che, grazie a questo mix di elementi, riesce ad arrivare alla gente. Il mio personaggio rivoluziona la storia, ma in maniera serena, come acqua che scorre”. 



Per Sara Putignano, invece, si tratta dell’incarnazione di una maternità fallimentare, incasellata in una sorta di non famiglia, che contraddice i canoni sociali di maternità.

“La donna che interpreto – racconta Sara – compie un percorso intenso. La sua dinamica relazionale genera implosione. Ha un passato che compromette il suo rapporto con la maternità e solo alla fine riuscirà a dialogare davvero con gli altri ed a rapportarsi con la realtà che vive”.

Interessante entrare anche nella psicologia e nelle sfaccettature della narrazione dei cattivi della storia, che sono portatori di un’anti-etica paradossalmente dominata dai concetti di onore verso gli impegni ed educazione.

“Si tratta di un film – rimarca Domenico Fortunato – al contempo attualissimo ed universale. Alcuni personaggi che appartengono alla malavita organizzata allungano la loro presa tentacolare su un territorio, vi penetrano, spesso, in maniera silente, ma capillare ed inesorabile e riescono a coinvolgere anche persone perbene, facendo loro credere, attraverso il richiamo ad un concetto distorto d’onore, di essere nel giusto”.




Come si possono demistificare questi antieroi, togliendo loro potere?

Ad indicare una strada possibile è Franco Ferrante: “Occorre farne vedere e comprendere l’intrinseco ridicolo. Non sono eroi né antieroi: sono solo dei vigliacchi”.

La Rai attraverso la piattaforma Raiplay, in relazione a quanto spiega Paola Malanga, vice direttore, Produzione e Acquisti  Rai Cinema, amplia la propria offerta di storie e sentimenti che riguardano tutti. Lo fa all’indomani di una quarantena che, per alcuni versi, ha offerto un’occasione straordinaria, per poter sviluppare la fruizione di una piattaforma che consente ad un pubblico trasversale, che per un insieme di ragioni non riesce ad andare al cinema, di fruire di un’ampia scelta di pellicole di elevata qualità. 

Se è vero, come evidenzia, che la fruizione rimane ‘isolata’, è altrettanto vero che i collegamenti e le condivisioni si possono creare ed alimentare attraverso i social. In questo modo, nonostante sia un momento di sofferenza del cinema, i film trovano il modo di sopravvivere con una vitalità forte.

Solo nella scena finale la musica finalmente esplode, in maniera catartica e liberatoria: si tratta di “No potho reposare”, una melodia tradizionale sarda densa, potente, che richiama la forza delle radici e delle origini, interpretata e arrangiata dal trombettista Paolo Fresu.



“Nelle sequenze precedenti – spiega il regista – non vi era nessuna musica, perché non vi era bisogno di aggiungere altri elementi di emotività rispetto a quelli messi in campo dagli attori”.


giovedì 26 marzo 2020

Creators - The past: attesa per un film stellare in grado di far riflettere


Creators – the Past: un film fantasy con un cast d’eccezione, tra i quali Eleonora Fani, Gérard Depardieu e William Shatner, diretto da Piergiuseppe Zaia, che coniuga un contenitore caratterizzato da effetti speciali tipico della filmografia apocalittica americana ed un contenuto, a livello di storia narrata, personaggi e simbolismi, che rimanda ad un filone tutto europeo per modalità e profondità di scandaglio mitopoietico e maieutico-interpretativo. 



Respiro internazionale, dunque, anche per il dialogo tra attori aventi provenienze geografiche e retroterra umano e professionale variegato, ma un'anima narrativa tutta italiana.

Otto divinità  configurano un pantheon regnante in un ipotetico tempo aionico (aion), caratterizzato dalla sincronicità, un tempo imperturbabile ed immutabile, ed in quanto tale eterno, all’interno del quale si muovono due donne forti: un’aliena ed un adotta contagiata. 

Donne guerriere e condottiere, capaci di tessere la trama degli eventi e di muovere i fili delle decisioni al momento giusto.

Lady Airre, in cui Eleonora si trasforma attraverso 8 ore di trucco e costumi studiati ad hoc,rappresenta, come ci racconta il suo alter ego, un modello femminile completo: una figura muliebre guerriera, sexy e felina, ma anche profondamente materna ed umana, pur essendo un'aliena.

L’attrice Eleonora Fani, autrice anche dell’ omonimo libro assieme a Gea Mizzani Corio, che nella pellicola interpreta Lady Airre, raccoglie l’eredità, ampliandola e diversificandola in un’ideale continuità, di un suo libro precedente: Psiche e Afrodite, un saggio di mitologia e psicologia classica al femminile.



“Queste divinità – racconta l’attrice -  dominano su un’umanità profondamente manipolata, che dovrebbe, però, riuscire a risvegliarsi per prendere in mano il suo presente e il suo futuro, recuperando il senso di sé e della propria storia”.

Altre protagoniste del film sono le Lens, sfere paragonabili, come ruolo assunto, al pomo della discordia, quello che Paride dovette assegnare, rinfocolando la rivalità tra Era, Afrodite ed Atena. Una sorta di memoria collettiva della Terra e del sistema solare.



 Il film è ambientato in una dimensione parallela, utilizzando un espediente narrativo ed una modalità di rappresentazione presente sin dal teatro tragico greco antico che, quando voleva trattare temi delicati e scomodi, lì trasponeva in tempi e luoghi lontani.

Secondo Francesco Pellegrino <<raffigurazioni cinematografiche, insomma, consentirebbe di rilevare comportamenti diffusi, saperi condivisi, valori morali, simboli, interpretazioni, ideologie, paure collettive, stili di vita e molti altri aspetti del reale, magari ancora opachi o inesplorati, presenti in una società durante un preciso momento storico. L’occhio cinematografico, contribuendo a definire la maniera in cui va percepito o immaginato il mondo, parteciperebbe inoltre alla determinazione della realtà attraverso l’edificazione di una memoria e di una coscienza collettiva[1]>>.



La pellicola, pur nelle sue fattezze esteriori, che occhieggiano ai film ad effetto (speciale) del cinema a stelle e strisce, segue un filone simbolico ed esoterico, che affonda le radici nell’immaginario italiano ed europeo, con il ricorso ad una serie di elementi simbolici che attraversano l’opera e dialogano all’interno di essa, posti appena sotto la superficie ed il livello apparente.

Un’operazione, quella di Creators – The past, che appare trina: da una parte, infatti, vi è il libro scritto da Eleonora Fani ed edito da Albatros; dall’altra la pellicola, che presenta uno strato multiplo di visione e decodifica. Poi c’è la colonna sonora, nata dalla creatività dello stesso regista, Piergiuseppe Zaia (la canzone dei titoli di coda, Across endless dimension, è interpretata da Dimash Qudaibergen, una voce intensa, capace di emozionare): 75 brani che rinviano ognuno ad uno specifico personaggio e ad una peculiare location, varianti sul tema, composte per instaurare un’ideale continuità, che non sempre si coglie al primo ascolto, ma che è strutturalmente intrinseca a questo racconto sonoro parallelo.

Le tracce musicali sono raccolte in un album con 24 brani long version in uscita grazie all’etichetta discografica Sony.

“E’ come se – spiega Eleonora Fani – durante l’ascolto scattasse una sorta di molla e di richiamo interni che riportano ad un certo tipo di luoghi e situazioni”.

Un film che, in qualche modo, sembra composto da un sistema di specchi: alcuni riflettono e richiamano, in maniera quasi profetica ed anticipatoria, l’attuale situazione vissuta a livello mondiale, con un progressivo processo di distruzione del pianeta terra che è al collasso, a livello di ecosistema e di risorse disponibili, ed una pandemia in atto a causa di un virus. 




Poi c’è il sistema di specchi in cui l’esterno risuona in base a ciò che alberga all’interno dell’animo dei protagonisti e viceversa. 

A tal proposito, un proverbio indiano sottolinea che se l’uomo non è in pace e in equilibrio con se stesso e con la casa che lo ospita, per risonanza i fiumi straripano, i terreni franano e l’ecosistema collassa.

Un modo che il cinema utilizza per oggettivare le paure più ataviche, dipingendo panorami apocalittici in maniera esasperata. Paure che, però, trovano spazio ed espressione in un orizzonte lontano, addirittura in dimensioni e mondi paralleli, venendo al contempo esorcizzate. 

“Come accade nella tauromachia, però – continua Eleonora – nel momento più buio risiede anche la possibilità di ribaltamento della prospettiva. Infatti se da una parte vi è il panico, figlio del buio più denso, dall’altra parte c’è la luce. L’essere umano viene posto di fronte ad una scelta: o risvegliarsi o frammentarsi a tal punto da perdersi, diventando un automa”.

Ad essere messo in scena, in circa 100 minuti (estratti dalle 250 pagine del libro) è un vero e proprio percorso iniziatico, simile a quello compiuto da Ermete Trismegisto, autore del Corpus Hermeticum.
Sullo sfondo di questa vicenda c’è una terra cava, dotata di un sole interno. 



Un mondo che trasforma il proprio aspetto in base allo stato d’animo di chi la abita, dove il dentro fa continuamente da specchio al fuori.

Una pellicola ricca di simboli, tra cui spicca il numero 8, che allude all’infinito e alla rinascita, che viene ripetuto in varie circostanze, per esempio nel numero di lati che costituiscono il  battistero.

Nell’attesa che i cinema riaprano, permettendoci di godere dei vari livelli narrativi, di  complessità crescente, che caratterizzano la pellicola Creators – the past, non ci resta che cominciare a pregustarlo.

Un po’ come facevano le anime di artisti, sacerdoti e re, riposandosi presso il castello di Arianrhod, detto anche ruota della rinascita (da arian argento e rhod ruota), nell’attesa di reincarnarsi.



Per approfondimenti e anticipazioni è possibile seguire il canale youtube dedicato:qui

Ed il sito: qui



[1] Pellegrino Francesco (2009), Sguardi di terrore  paure collettive “intercettate” dal cinema, in Annali della facoltà di Scienze della formazione, Università degli studi di Catania, n. 8, p. 188.

mercoledì 26 settembre 2018

Sulla mia pelle: un film che dilania le coscienze

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, è un film che ti arriva dritto non al cuore ma allo stomaco, come un pugno, e che fa girare più velocemente le sinapsi cerebrali, quelle che portano lo spettatore a riflettere su un caso di ordinaria follia e ad immedesimarsi con un incubo che si dipana in appena sette giorni, chiedendosi ossessivamente per tutti i 100 minuti del film "E se fosse capitato a me?".

Ed è per questo che quello che accade sulla pelle di Stefano Cucchi ognuno lo sente riverberarsi sulla propria, mordendola e lacerandola...


Alessandro Borghi, che non sembra nemmeno lo stesso individuo che ha interpretato il protagonista della Napoli Velata di Ozpetek, incredibilmente dimagrito, quasi emaciato, presta il viso ed il corpo, in un modo sorprendentemente verosimile, a Stefano Cucchi.

Un viso ed un corpo che verranno martoriati. Schiaffi, pugni, calci, inferti da chi lo aveva in custodia e avrebbe dovuto farsi garante di tutelare la giustizia.

Calci dati ad una persona caduta ormai a terra a cui non erano state tolte nemmeno le manette, così forti da rompergli due vertebre.

Qual è la colpa di Stefano? Quella di avere con sé dosi di erba e di cocaina pronte per essere smerciate. Quella di essere un drogato ed  uno spacciatore,  un piccolo spacciatore.

Lui rifiuterà quest'accusa, quella di spaccio, anche se verso la fine il docu-film rivelerà i suoi più profondi timori e con essi la verità, cioè che  in casa nasconde diverse dosi pronte per essere spacciate.

La sua colpa è quella di aver cucito addosso un'etichetta ed un destino già segnati, quelli di deviante, di reietto, di emarginato e di rifiuto della società.

Quello che sta dalla parte sbagliata, tra i cattivi, che non può essere riabilitato, che probabilmente non merita nemmeno quest'opportunità.

Quello di chi non rispetta la divisa, che se ne prende gioco, che fa del male, responsabile di aver messo sulla cattiva strada tanti ragazzini, addirittura corresponsabile della loro morte.



Sono questi gli occhi con cui chi lo arresta lo guarda: occhi di chi vede in lui qualcuno che non merita la parola, che sfida l'ordine costituito, qualcuno di marcio ed irrecuperabile.

Chi lo picchia è chi sente che troppi non rispettano la divisa che i tutori dell'ordine indossano e quindi essi stessi, quando si trovano di fronte il cosiddetto "pesce piccolo", ma nel loro sentire colpevole, di quella divisa e dei poteri che conferisce fanno abuso e scempio.

Come reagisce Stefano? Stefano sembrerebbe che rifiuti ostinatamente, e a più riprese, di chiedere aiuto, anche quando gliene viene data la possibilità.

Si chiude a riccio, forse perché in tutti coloro che rappresentano le varie facce del sistema non vuole e non può più credere. Forse perché ritiene, almeno inizialmente, di potercela fare da solo o ancora, forse, perché in fondo al suo cuore anche lui pensa di non meritarla una seconda possibilità di riscatto, per le delusioni inflitte a chi gli vuole bene e gli è caro.



La madre che in un primo momento appare quasi contenta di quella notte in gattabuia, che forse farà mettere la testa a posto al figlio, dandogli una lezione.

Il padre, che ci tiene sempre a fargli sottolineare, di fronte ai suoi interlocutori, che lui è il "figlio del geometra", quasi in un tentativo di riabilitazione della sua reputazione sociale.

E quella sorella che non ha mai tempo per lui, che è la "sorella più impegnata d'Italia".

Su di lui e sulle sue scelte gravano quei 15 anni in cui ha contato solo lei, la droga.

Stefano, quindi, sceglie di rifiutare l'aiuto. Cerca solo il contatto con il padre durante il processo. Ne cerca l'abbraccio e si scusa per aver fatto ancora una volta "caciara" dicendogli che sarebbe stato meglio se fosse rimasto a dormire da loro quella sera, dando una sterzata al suo destino.

E poi cerca disperatamente una voce con cui parlare nel buio e nell'isolamento delle varie celle che abiterà, mentre il suo corpo soffre e cede.



Cerca la voce di quello che lui percepisce come un suo pari, un suo simile, un altro essere umano. La cerca per non impazzire di solitudine e sofferenza, continuando a parlare da solo. Ed in questo ricorda il novello Robinson Crusoe di Cast Away che dà volto e voce ad un pallone, ribattezzandolo Wilson

Che sia il detenuto albanese che gli dice che ha subito capito che l'hanno picchiato e che "il dolore è traditore: esce piano piano" al ragazzo che gli rivela che per ottenere risposta non deve rivolgersi alla polizia carceraria con il nome di guardie bensì di assistenti.

Fino ad arrivare all'ultimo: Marco, che gli consiglia di cercare qualcuno di fidato da mandare a casa sua per far sparire "la roba".

Stefano cerca un contatto autentico ed alla pari e, anche nel rifiutare le poche cure di facciata che gli vengono offerte, non è di curarsi che si sta rifiutando, come specifica, bensì tenta di realizzare l'esatto opposto: veder riconosciuti i suoi diritti,  riappropriarsi di una possibilità di scelta ed autodeterminazione, rappresentata dalla richiesta di colloquiare con il suo avvocato.

Stefano Cucchi era un  drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore, ma la nostra legge dice che il momento della riabilitazione sociale dovrebbe sopravanzare quello della repressione carceraria.

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore ,un piccolo spacciatore. Ma era anche e soprattutto un essere umano, figlio e fratello di qualcuno, componente di una famiglia normale, medio-borghese. Meritava di essere incasellato solo nella categoria angusta degli scarti della società?

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore. Ma, benché lo Stato detenga il monopolio dell'uso legittimo della violenza, come ci ricorda  il sociologo Max Weber, fino a che punto questa violenza può essere esercitata senza che l'uso diventi abuso e violazione dei diritti umani, tale da parlare la lingua della tortura?

Dubbi  che opprimono lo spettatore fin dai primi minuti di visione della pellicola... Ed è alle coscienze di ognuno, al di là ed  al di fuori di ogni tribunale, processo e risarcimento, che  è chiesto di immergersi in una profonda e dilaniante riflessione...



giovedì 8 giugno 2017

Alaska: un viaggio in una terra selvaggia alla ricerca di se stessi e della propria umanità

Raffaella Milandri: ossia una donna che incarna, nelle sue azioni, nei suoi racconti, nelle sue battaglie, il motto che "Crederci è potere" e che si può scegliere, a costo di coraggio, sacrifici e rinunce, il proprio modo di essere nel mondo.

Raffaella racconta il "suo modo di esserci" e quello di altri uomini liberi, che hanno avuto il coraggio di scegliere come "patria adottiva" un territorio inospitale, una terra selvaggia e lontana, per inseguire un sogno attraverso modalità di vita più dure ed estreme ma parimenti più "umane".

Raffaella racconta nel libro In Alaska. Il Paese degli Uomini Liberi di Raffaella Milandri, Edizioni, edito da Ponte Sisto (2017) la sua esperienza di viaggio, che oltre ad essere un viaggio nelle latitudini geografiche rappresenta un percorso esistenziale, di confronto con  le sue paure, con i timori e le convinzioni autolimitanti. Un percorso, dunque dentro e fuori se stessa,


Un viaggio ai confini del mondo non per affrontare lupi o orsi, bensì i propri demoni, seguendo le orme di Jack London. Un viaggio alla riscoperta dei propri istinti atavici, affievoliti, finanche anestetizzati, dalla società moderna. Una riscoperta, progressiva ed avvincente, della forza dei propri cinque sensi, sole "bussole" se si vuole sopravvivere in un territorio dove la ragione non ha la meglio nè terreno fertile.

Diecimila chilometri di viaggio in solitaria in Alaska... un viaggio in cui Raffaella - fotografa, scrittrice e attivista per i diritti umani- percorre  i sentieri dei cercatori d’oro, dei pionieri, e dei cacciatori di balene. Ai confini del mondo, l'autrice si imbatte, a sorpresa, in una natura umana forte e gentile, ma tocca con mano i risultati catastrofici del riscaldamento globale e delle crudeltà dell’Uomo Bianco. Il suo io si perde e riscopre la sua vera essenza oltre i limiti del Circolo Polare, dove il silenzio, tra i ghiacci, e la solitudine forzata, che costringe ad ascoltarsi, raggiunge le vette più alte. Ed allora... o si sfiora la pazzia o si raggiunge una più profonda consapevolezza di sè... 

"Sarà il capitano Roy, del popolo Inupiaq - si legge nella sinossi del libro -  ad aprirle le porte alle tradizioni antiche della sua gente, ma anche a rivelarle la dura realtà di un mondo senza scrupoli in lotta per il petrolio e per il denaro; un mondo dove l’orso polare-il gigante gentile dell’Artico- è tra le prime vittime di cambiamenti irreversibili".

In Alaska, che assurge praticamente e metaforicamente a “ultima Frontiera” si gioca la partita tra una vita comoda, moderna e consumistica ed un'incertezza costante che sa scavare dentro ma anche restituire emozioni vere, vivide e profonde e che ha il sapore della libertà da conquistare ogni giorno.

Per conoscere meglio Raffaella ed il suo impegno umano, dispiegato anche attraverso lo strumento della sua associazione, un impegno che va ben oltre l'ambito editoriale, di seguito potete leggere la sua intervista completa.

D. Di cosa si occupa la tua associazione?

R. Innanzitutto creare una associazione mi ha dato modo di avere "potere" di agire a livello sociale ed umanitario.Tante volte, come attivista per i diritti umani, ho stentato ad avere spazio sui media tranne che per i miei viaggi avventurosi e pericolosi.Lo scopo principale con cui ho fondato la Omnibus Omnes Onlus è innalzare il livello di coscienza sociale, attraverso eventi e campagne, ma anche aiuti concreti come quello per Arquata del Tronto, dove abbiamo già consegnato 61 borse di studio e adessoil 30 giugno consegneremo il primo bonus bebè di 2000 euro. La collaborazione con la Onu Italia Unric è un punto fisso importante, con la celebrazione di varie Giornate a ONU tra cui non poteva mancare il 9 agosto, la Giornata Onu dei Popoli Indigeni. Tra i progetti all'estero, ho curato una campagna per il Nepal dopo il terremoto e c'è in progetto una campagna per la salvaguardia della cultura dei Boscimani del Kalahari che spero di supportare presto con un mio nuovo viaggio.
D.  Come si lega al tuo lavoro di documentare la vita nel resto del mondo e al tuo impegno di attivista per i diritti umani?

R. La associazione segue i miei movimenti all'estero, come è successo in Nepal, e le mie amicizie tra i popoli indigeni. E' un modo per implementarequello che già facevo, anche se da agosto 2016 in poi ho stoppato i viaggi per dedicarmi al terremoto del Centro Italia che ha ancora tante emergenzeLa situazione umana è ancora catastrofica e molte persone soffrono duramente per essere state "deportate" lontano dai propri Paesi, peraltro completamente distrutti


D. Quali sono le tappe precedenti, in termini di viaggi di scoperta, che ti hanno condotto al tuo viaggio in Alaska?

R. Il viaggio in Alaska , e quindi il mio libro,  hanno un filo comune coi precedenti: la narrazione di un mio avventuroso viaggio in solitaria, la storia di un popolo indigeno da salvare,  e il racconto dell’ incredibile abisso che separa ormai l’uomo “globalizzato” dalla natura e dalla essenza stessa dell’essere umano. Oltre alla mia incredibile e preziosissima esperienza con gli Inuit, lassù alla fine del mondo, la vera scoperta del viaggio (anzi sono due i viaggi che ho fatto in Alaska, uno d'estate e uno d'inverno) è che la natura può essere ancora signora e padrona, e che è fondamentale che il nostro io ritrovi la forza straordinaria dell'uomo: i cinque sensi, l'istinto, la lotta per la sopravvivenza. E' stato un viaggio dove la solitudine e la libertà sono andate, struggentemente, a braccetto.

D. Quali sono i momenti che ti hanno più emozionato e che ritieni più significativi di questo viaggio?
R. Sicuramente i tesori che ho trovato sono gli animi di persone -bianche- indomite, coraggiose, che hanno scelto la libertà nella natura e hanno deciso di pagare il caro prezzo di rinunciare al bagaglio delle comodità, del denaro, della vita "mondana".Ho conosciuto persone che mi porto sempre nel cuore e che mi hanno insegnato tanto, mi hanno emozionato tanto. Senza i fronzoli della "società civile". Senza "tacchi a spillo". Poi, sono stata accolta lassù dai ghiacci dagli Inuit con una fiducia che non ha prezzo. Li rispetto e li proteggo, per quello che posso, nelle loro tradizioni superstiti, sopravvissute all'Uomo Bianco.
D. I punti di maggiore vicinanza tra le due culture (la tua e la loro)? E di lontananza?
R. Chiunque sia rimasto fedele a sè stesso nel rispetto del proprio modo di essere, chiunque conduca una vita semplice e non si faccia travolgere dagli "obbrobri" del nostro stile di vita -traffico, consumismo, falsità etc etc- è vicino agli Inuit e a tutti i popoli indigeni.


D. Com'è nato e come si è sviluppato il libro dove è confluito questo tuo viaggio così particolare?
R. Ogni mio libro, e questo è il quarto, nasce da un mio viaggio, e ne ho ancora tanti da scrivere. In realtà è stato l'editore, Ponte Sisto, che ha deciso quale libro io andassi a scrivere. Ha scelto l'Alaska, credo perchè oggi, attraverso le pagine di un libro, si abbia bisogno di sognare e di aspirare a  libertà, grandi emozioni, panorami infiniti, e sentimenti positivi. Una volta che l'editore ha descritto il suo progetto editoriale per "Alaska", per me è stato come tirare fuori un fiume di emozioni dal cilindro, che erano lì pronte, e vive, ad essere raccontate per ispirare i lettori.