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domenica 19 maggio 2024

La dodicesima notte al Tin: il successo di un'anima rock che rievoca gli anni '80


Il Tin - Teatro Instabile di Napoli -  diretto da Gianni Sallustro, è l'incarnazione del motto che recita che "crederci è potere".

Mette in scena un programma di spettacoli di elevatissima qualità e riesce a crescere e a evolvere senza ricorrere a fondi pubblici, grazie  all'impegno quotidiano di uno staff coeso e altamente professionale.
A  maggio è stata protagonista La dodicesima notte di William Shakespeare, che segna la conclusione anche della stagione 2023/2024. Questo viaggio si è concluso con un sold out.
 

 

Il pubblico ha dimostrato di apprezzare particolarmente questa nuova versione della piece shakesperiana, riadattata attraverso la regia di Gianmarco Cesario.

Si tratta di una commedia degli equivoci e degli errori, con il classico scambio di persona, ma c'è molto di più: in maniera avanguardistica, vengono affrontati temi come quello della parte maschile e di quella femminile insite in ogni persona, gettando le basi per il riconoscimento dell'identità gender fluid.
 
"Shakespeare - evidenzia Cesario - ha affrontato nelle sue opere tutta una vasta gamma di sentimenti umani e di molti fenomeni sociali come quello che oggi definiamo femminicidio, che alla sua epoca era conosciuto come uxoricidio, il patricidio, la violenza, il semitismo e l'antisemitismo, la bisessualità. Ha dato spazio alle varie espressioni dell'amore, non perchè avesse una sensibilità particolarmente avvertita rispetto alla sua epoca, che pure era quella di un'Inghilterra relativamente libertaria e sopra le righe. Lui si limitava a riportare sulla scena quello che vedeva succedere socialmente attorno a lui, miscelato con alcuni frammenti della sua esperienza personale: il matrimonio con una donna più grande; la morte di un figlio annegato in un fiume; l'amore improvviso per un giovinetto, seguito dal ritorno dalla moglie".
 

 

L'opera, secondo quanto sottolinea Gianni Sallustro, si ispira ai canoni della tradizione,  in particolare a quelli della commedia dell'arte, con i suoi tipi fissi - i giovani, i vecchi e gli zanni, cioè il servo astuto e quello credulone.

I vecchi sono attaccati ai beni materiali e sono esplosivi e carnali nell'espressione dei loro sentimenti e dei loro smanie. Al contrario,  i giovani sono implosivi,meditativi ed efebici, nobili nell'aspetto e nell'animo.

 

I vecchi adottano una recitazione grottesca e macchiettistica, sopra le righe, mentre i giovani ne hanno una molto più naturale, lineare, pulita e, in qualche modo cinematografica.

Sulla scena i giovanissimi attori dell'Accademia vesuviana di teatro e cinema sono bravi ed entusiasti, affiancati da attori di grande calibro e vis drammatica.
 

 

Gianni Sallustro interpreta Malvolio, il primo maggiordomo della casa della contessa Olivia.

Di umili natali, cerca disperatamente di affrancarsi dalla sua condizione subordinata e sogna un futuro di gloria e ricchezza. Sempre con la puzza sotto il naso, fustiga i costumi altrui. Il suo interprete, supportato dal regista, ha voluto conferire al personaggio un'ulteriore coloritura e profondità, facendogli percorrere una parabola psicologica. Vittima della sua vanità, che lo fa camminare in bilico tra amore e follia, una volta scoperto l'inganno, egli perderà ogni velleità e apparirà un uomo amareggiato, svuotato, deluso, affranto. La sua minaccia di vendicarsi appare poco convinta, come un'arma spuntata, e abbandona il palco ignorato da tutti.
 

 

Il suo alterego femminile è Maria, la nutrice di Olivia, interpretata dalla bravissima Nicla Tirozzi, che esercita verso quest'ultima un ambivalente spirito materno, fatto di protezione e di un legame simbiotico e controllante.

Se Malvolio rimane vittima delle sue fantasie di vanagloria, che lo fanno divenire protagonista di uno spietato inganno messo in atto da Maria e dal resto della servitù, la donna, alternando "bastone e zuccherino" sa esercitare un grande potere personale, utilizzato non solo per punire l'austero maggiordomo, ma anche per farsi sposare da  sir Tobia, nobile dedito al vizio dell'alcol, per nascondere la sua mancanza di coraggio dietro un'apparenza goliardica.
 

 

Gianmarco Cesario, supportato nella decodifica delle sfumature dell'opera di Shakespeare da Gianni Sallustro, dona a questa piece un'anima rock, particolarmente moderna, coraggiosa e all'avanguardia, affrancandola dal rischio della mera ripetizione della tradizione. La trasporta negli anni ottanta - in in cui per la prima volta, come spiega il regista, sono caduti i rigidi steccati distintivi tra i due generi - e la illumina con luci psichedeliche e costumi colorati e iridescenti, ognuno dei quali, realizzati da Melissa De Vincenzo, ricorda una popolare icona pop -  rock: da Freddie Mercury a Cindy Lauper, passando per Prince e Loredana Bertè.
 

 

Quando l'inganno è svelato e il mistero soluto, l'amore può finalmente essere vissuto alla luce del sole e in maniera legittima. Ma ci sono dei grandi esclusi, che vengono letteralmente abbandonati. Si tratta di Valentino, la guardia del corpo del duca Orsino, la cui dedizione va ben oltre il semplice affetto e del comandante Antonio, che non cela il suo amore per Sebastian. Un sentimento che lo spinge a tornare in una città nemica e a mettere in pericolo la sua stessa vita.

L'amarezza è inevitabile ma, come ricorda Feste il folle, la vita è così: giorni di pioggia, per alcuni, si rivelano giorni di sole e di letizia per altri.
 

 

I giovani salgono sulle spalle di giganti attoriali di lungo corso, generando un vortice di passione, di allegria e di riflessione che cattura il pubblico, che li applaude a scena aperta. 

I protagonisti
 

Adattamento e regia: Gianmarco Cesario

Sul palco: Gianni Sallustro, Nicla Tirozzi, Alessandro Cariello, Davide Cariello, Nancy Pia De Simone, Vincenza Granato, Luigi Guerra, Noemi Iovino, Domenico Liguori, Carlo Paolo Sepe,Tommaso Sepe, Salvatore Ciro Tufano, Gennaro Zannelli.

Luci e audio: Marcello Radano

Costumi: Melissa De Vincenzo.

Aiuto regia: Maria Crispo e Lucia Saviano.

Produzione: Talentum production e Accademia vesuviana del teatro e del cinema di Gianni Sallustro in collaborazione con il Teatro Instabile Napoli.

Le foto sono state fornite dall’ufficio stampa.

martedì 21 gennaio 2020

Le rotte dei sapori: la tradizione sofisticata dell'Imperium Bistro vince la sfida del gusto

Risorgere dalle ceneri, quelle del Luna Rossa, e come una fenice immaginare orizzonti diversi sui quali librarsi, più forti e combattivi di prima, con rinnovati progetti, stili ed obiettivi.

E' questo il percorso intrapreso dall'Imperium Bistro (via Calastro 3) a Torre del Greco. Dalla balaustra in pietra di fronte si vede il porto, che sorge non distante.

E dal porto, dal pescato del giorno, lo chef  Vincenzo Langella, assieme alla sua brigata di cucina, trae ispirazione e sapori, abbinandoli sapientemente a quelli di terra, creando piatti con una struttura sapida e sorprendente, all'insegna di una tradizione rivisitata in chiave moderna.



La stella polare, la guida, però, è proprio la tradizione, quella che esce dalle cucine e dalle ricette della nonna.

Da lei, infatti, Vincenzo Langella ha imparato l'arte della pazienza, quella di saper aspettare i tempi giusti, e quella del sorriso che non si arrende. Dalle mani che si muovono veloci ed instancabili ha tratto insegnamento.

Dal padre, poi, ha imparato quanto sia importante saper fare sacrifici e arricchire e diversificare le proprie competenze, senza adagiarsi mai, nutrendo la propria creatività.

Per l'Imperium Bistro ha immaginato un menu aperto, che cambi pelle ogni due mesi, per rispettare la stagionalità degli ingredienti, il km 0, che attinga alle primizie dei produttori locali, secondo l'ottica dello zero waste.



Niente scarto, dunque: tutto viene riutilizzato, come è proprio di una cucina povera ed autentica.

Con quello che avanza dai broccoli, ad esempio, viene fatto il pane o dei brodi saporiti e, ancora, vengono decorati e "colorati" i piatti.

Vincenzo si occupa di tutto dai lievitati, come i panini al timo e limone ed il pane di semola, senza dimenticare i gustosi grissini, al dolce, passando per entree, antipasti, primi e secondi. Ha fortemente voluto fosse così e si è formato ed aggiornato attraverso vari corsi.

Il suo scopo è quello di incuriosire ed ingolosire anche chi ormai ha sviluppato una certa familiarità verso il locale, inducendolo a ritornare, attratto da una cucina sempre diversa, ma con una precisa identità fondante.

Quale? Quella fedele alla tradizione, ma che non ha paura di osare, di deviare dalle rotte del noto, rivisitandola e modernizzandola.

La tartare di manzo avellinese, ad esempio, è davvero semplice e delicata, ma sorprende grazie ad un bon bon di bufala che "scoppia in bocca".

Una tradizione, quella perseguita da Langella, che strizza l'occhio all'Oriente, con i suoi sapori speziati alla soia, alla curcuma, allo zenzero... e gioca con le cotture: al vapore, sottovuoto, alla piastra, mista.

Come per il maiale stracotto per 72 ore, arricchito con soia salata, per donare sapidità, secondo una cottura tale da garantirne la morbidezza, ma caramellato al miele, scottandolo in padella, per creare un mix croccante.

Lo stracotto viene poi adagiato su una zuppetta di patate, realizzata con un fondo di sedano, carote e cipolla.



A conferire una nota amarognola il pestato di rucola selvatica, mentre al retrogusto ferroso ci pensa la bieta.



"Grazie alla bassa temperatura della cottura sottovuoto - spiega lo chef - conserviamo la morbidezza e tutte le proprietà delle proteine e dei succhi della carne. Abbinando, poi, una breve cottura violenta, dopo averlo tamponato per non farlo bruciare, conferiamo croccantezza al piatto".

Ogni cottura, dunque, anche quella mista, dona al piatto strutture profondamente diverse, come nel caso delle costolette, le ribes, di maiale, cotte sottovuoto, per poi essere laccate sulla piastra, ed aromatizzate con zenzero, aglio ed erbe, come timo, salvia, rosmarino ed alloro, per conferire un intenso profumo, che richiami quelli tipici della montagna.

Inedita la formula mangia e bevi che associa i piatti ai cocktail.

"Essendo, nell'anima, un bistrot - continua Langella - perchè non si può gustare un piatto e contemporaneamente bere un cocktail di accompagnamento?".

I cocktail, infatti, sono studiati da Ivan Cerbone, Rosario Marciano  Sandro Azam. in collaborazione con lo chef (nascono prima i piatti e poi i coktail), per richiamare il piatto, ma anche per pulire ed "appiattire" il palato, preparandolo a ricevere un nuovo gusto.



Nell'aria dedicata al bar, poi, dodici posti sono pronti per gli amanti dei cicchetti, da abbinare a taglieri composti con prosciutto crudo di Parma gran riserva, prosciutto cotto affumicato, pancetta aromatizzata al vino, culatello di Zibello, coppa di parma, bacon affumicato, salame napoli nostrano, salame di cinghiale, salsiccia stagionata dolce con finocchietto selvatico, salsiccia stagionata piccante, salamini di cinghiale, lardo di Conca, provolone stagionato piccante, formaggio pecorino stagionato, formaggio di fossa, formaggio stagionato di vaccina e molto altro, in una sinfonia di sapori, tale da rendere ogni assaggio un viaggio multisensoriale nel gusto.

IL LOCALE

Il locale nasce dalla scommessa vinta da Lorenzo VillaniRiccardo Azam e Anna Villani. Percorsi umani e professionali diversi, ma accomunati dalla cura e dall'orientamento al cliente/utente e dalla capacità di intercettarne e soddifarne necessità e bisogni.




Dalle loro idee, cui hanno dato corpo l'archittetto Valentina D'Urzo e la decoratrice d'interni Rossella Guarino, nasce un ambiente dalle linee pulite, molto luminoso, arricchito da particolari shabby, affidati a Graziella, che ha curato anche il restauro dei mobili, dove c'è tanto di antico, anche se "restituito" alla vista in chiave moderna, come sottolinea Anna.



Ottanta tavoli che configurano un ambiente caldo ed accogliente, non dispersivo, ma in grado di assicurare agli astanti il giusto livello di privacy ed intimità.

La clientela cui il locale punta è quella degli over 30, stanchi dei soliti panini, incuriositi da piatti fedeli alla tradizione, proposti in chiave modernizzata ed in grado di affascinare anche lo sguardo grazie ad una presentazione sofisticata.


IL MENU

*ENTREE'*
Tartare di manzo con bon bon di bufala
COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Passion Apple (liquore di mele - sciroppo passion fruit - succo di mandarino - succo limone - succo mela verde)

*ANTIPASTO*
Carciofo al timo su crema di patate lardo di conca e tartufi

COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Unicorno (unicum -disaronno - affumicatura con legno di melo e timo)

*PRIMO*
Spaghettone Cacio e Pepe su guazzetto di frutti di mare e pesto di nocciole

COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
French75 (gin Hendrix - succo limone fresco - sciroppo zucchero - vino bianco)

*SECONDO*
Stracotto di maiale alla soia e miele con bieta e rucola selvatica
COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Dolceamaro (lime - rucola prestata - sciroppo d agave - zenzero pestato – vodka - ginger ale)

*DESSERT*
Tiramisù con moijto al caffè

COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Vodkito (perchè al rum è sostituita la vodka)  al caffè (lime a fette - zucchero di canna - Menta - vodka - sambuca - liquore al caffè).











giovedì 8 giugno 2017

Alaska: un viaggio in una terra selvaggia alla ricerca di se stessi e della propria umanità

Raffaella Milandri: ossia una donna che incarna, nelle sue azioni, nei suoi racconti, nelle sue battaglie, il motto che "Crederci è potere" e che si può scegliere, a costo di coraggio, sacrifici e rinunce, il proprio modo di essere nel mondo.

Raffaella racconta il "suo modo di esserci" e quello di altri uomini liberi, che hanno avuto il coraggio di scegliere come "patria adottiva" un territorio inospitale, una terra selvaggia e lontana, per inseguire un sogno attraverso modalità di vita più dure ed estreme ma parimenti più "umane".

Raffaella racconta nel libro In Alaska. Il Paese degli Uomini Liberi di Raffaella Milandri, Edizioni, edito da Ponte Sisto (2017) la sua esperienza di viaggio, che oltre ad essere un viaggio nelle latitudini geografiche rappresenta un percorso esistenziale, di confronto con  le sue paure, con i timori e le convinzioni autolimitanti. Un percorso, dunque dentro e fuori se stessa,


Un viaggio ai confini del mondo non per affrontare lupi o orsi, bensì i propri demoni, seguendo le orme di Jack London. Un viaggio alla riscoperta dei propri istinti atavici, affievoliti, finanche anestetizzati, dalla società moderna. Una riscoperta, progressiva ed avvincente, della forza dei propri cinque sensi, sole "bussole" se si vuole sopravvivere in un territorio dove la ragione non ha la meglio nè terreno fertile.

Diecimila chilometri di viaggio in solitaria in Alaska... un viaggio in cui Raffaella - fotografa, scrittrice e attivista per i diritti umani- percorre  i sentieri dei cercatori d’oro, dei pionieri, e dei cacciatori di balene. Ai confini del mondo, l'autrice si imbatte, a sorpresa, in una natura umana forte e gentile, ma tocca con mano i risultati catastrofici del riscaldamento globale e delle crudeltà dell’Uomo Bianco. Il suo io si perde e riscopre la sua vera essenza oltre i limiti del Circolo Polare, dove il silenzio, tra i ghiacci, e la solitudine forzata, che costringe ad ascoltarsi, raggiunge le vette più alte. Ed allora... o si sfiora la pazzia o si raggiunge una più profonda consapevolezza di sè... 

"Sarà il capitano Roy, del popolo Inupiaq - si legge nella sinossi del libro -  ad aprirle le porte alle tradizioni antiche della sua gente, ma anche a rivelarle la dura realtà di un mondo senza scrupoli in lotta per il petrolio e per il denaro; un mondo dove l’orso polare-il gigante gentile dell’Artico- è tra le prime vittime di cambiamenti irreversibili".

In Alaska, che assurge praticamente e metaforicamente a “ultima Frontiera” si gioca la partita tra una vita comoda, moderna e consumistica ed un'incertezza costante che sa scavare dentro ma anche restituire emozioni vere, vivide e profonde e che ha il sapore della libertà da conquistare ogni giorno.

Per conoscere meglio Raffaella ed il suo impegno umano, dispiegato anche attraverso lo strumento della sua associazione, un impegno che va ben oltre l'ambito editoriale, di seguito potete leggere la sua intervista completa.

D. Di cosa si occupa la tua associazione?

R. Innanzitutto creare una associazione mi ha dato modo di avere "potere" di agire a livello sociale ed umanitario.Tante volte, come attivista per i diritti umani, ho stentato ad avere spazio sui media tranne che per i miei viaggi avventurosi e pericolosi.Lo scopo principale con cui ho fondato la Omnibus Omnes Onlus è innalzare il livello di coscienza sociale, attraverso eventi e campagne, ma anche aiuti concreti come quello per Arquata del Tronto, dove abbiamo già consegnato 61 borse di studio e adessoil 30 giugno consegneremo il primo bonus bebè di 2000 euro. La collaborazione con la Onu Italia Unric è un punto fisso importante, con la celebrazione di varie Giornate a ONU tra cui non poteva mancare il 9 agosto, la Giornata Onu dei Popoli Indigeni. Tra i progetti all'estero, ho curato una campagna per il Nepal dopo il terremoto e c'è in progetto una campagna per la salvaguardia della cultura dei Boscimani del Kalahari che spero di supportare presto con un mio nuovo viaggio.
D.  Come si lega al tuo lavoro di documentare la vita nel resto del mondo e al tuo impegno di attivista per i diritti umani?

R. La associazione segue i miei movimenti all'estero, come è successo in Nepal, e le mie amicizie tra i popoli indigeni. E' un modo per implementarequello che già facevo, anche se da agosto 2016 in poi ho stoppato i viaggi per dedicarmi al terremoto del Centro Italia che ha ancora tante emergenzeLa situazione umana è ancora catastrofica e molte persone soffrono duramente per essere state "deportate" lontano dai propri Paesi, peraltro completamente distrutti


D. Quali sono le tappe precedenti, in termini di viaggi di scoperta, che ti hanno condotto al tuo viaggio in Alaska?

R. Il viaggio in Alaska , e quindi il mio libro,  hanno un filo comune coi precedenti: la narrazione di un mio avventuroso viaggio in solitaria, la storia di un popolo indigeno da salvare,  e il racconto dell’ incredibile abisso che separa ormai l’uomo “globalizzato” dalla natura e dalla essenza stessa dell’essere umano. Oltre alla mia incredibile e preziosissima esperienza con gli Inuit, lassù alla fine del mondo, la vera scoperta del viaggio (anzi sono due i viaggi che ho fatto in Alaska, uno d'estate e uno d'inverno) è che la natura può essere ancora signora e padrona, e che è fondamentale che il nostro io ritrovi la forza straordinaria dell'uomo: i cinque sensi, l'istinto, la lotta per la sopravvivenza. E' stato un viaggio dove la solitudine e la libertà sono andate, struggentemente, a braccetto.

D. Quali sono i momenti che ti hanno più emozionato e che ritieni più significativi di questo viaggio?
R. Sicuramente i tesori che ho trovato sono gli animi di persone -bianche- indomite, coraggiose, che hanno scelto la libertà nella natura e hanno deciso di pagare il caro prezzo di rinunciare al bagaglio delle comodità, del denaro, della vita "mondana".Ho conosciuto persone che mi porto sempre nel cuore e che mi hanno insegnato tanto, mi hanno emozionato tanto. Senza i fronzoli della "società civile". Senza "tacchi a spillo". Poi, sono stata accolta lassù dai ghiacci dagli Inuit con una fiducia che non ha prezzo. Li rispetto e li proteggo, per quello che posso, nelle loro tradizioni superstiti, sopravvissute all'Uomo Bianco.
D. I punti di maggiore vicinanza tra le due culture (la tua e la loro)? E di lontananza?
R. Chiunque sia rimasto fedele a sè stesso nel rispetto del proprio modo di essere, chiunque conduca una vita semplice e non si faccia travolgere dagli "obbrobri" del nostro stile di vita -traffico, consumismo, falsità etc etc- è vicino agli Inuit e a tutti i popoli indigeni.


D. Com'è nato e come si è sviluppato il libro dove è confluito questo tuo viaggio così particolare?
R. Ogni mio libro, e questo è il quarto, nasce da un mio viaggio, e ne ho ancora tanti da scrivere. In realtà è stato l'editore, Ponte Sisto, che ha deciso quale libro io andassi a scrivere. Ha scelto l'Alaska, credo perchè oggi, attraverso le pagine di un libro, si abbia bisogno di sognare e di aspirare a  libertà, grandi emozioni, panorami infiniti, e sentimenti positivi. Una volta che l'editore ha descritto il suo progetto editoriale per "Alaska", per me è stato come tirare fuori un fiume di emozioni dal cilindro, che erano lì pronte, e vive, ad essere raccontate per ispirare i lettori.