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domenica 19 maggio 2024

La dodicesima notte al Tin: il successo di un'anima rock che rievoca gli anni '80


Il Tin - Teatro Instabile di Napoli -  diretto da Gianni Sallustro, è l'incarnazione del motto che recita che "crederci è potere".

Mette in scena un programma di spettacoli di elevatissima qualità e riesce a crescere e a evolvere senza ricorrere a fondi pubblici, grazie  all'impegno quotidiano di uno staff coeso e altamente professionale.
A  maggio è stata protagonista La dodicesima notte di William Shakespeare, che segna la conclusione anche della stagione 2023/2024. Questo viaggio si è concluso con un sold out.
 

 

Il pubblico ha dimostrato di apprezzare particolarmente questa nuova versione della piece shakesperiana, riadattata attraverso la regia di Gianmarco Cesario.

Si tratta di una commedia degli equivoci e degli errori, con il classico scambio di persona, ma c'è molto di più: in maniera avanguardistica, vengono affrontati temi come quello della parte maschile e di quella femminile insite in ogni persona, gettando le basi per il riconoscimento dell'identità gender fluid.
 
"Shakespeare - evidenzia Cesario - ha affrontato nelle sue opere tutta una vasta gamma di sentimenti umani e di molti fenomeni sociali come quello che oggi definiamo femminicidio, che alla sua epoca era conosciuto come uxoricidio, il patricidio, la violenza, il semitismo e l'antisemitismo, la bisessualità. Ha dato spazio alle varie espressioni dell'amore, non perchè avesse una sensibilità particolarmente avvertita rispetto alla sua epoca, che pure era quella di un'Inghilterra relativamente libertaria e sopra le righe. Lui si limitava a riportare sulla scena quello che vedeva succedere socialmente attorno a lui, miscelato con alcuni frammenti della sua esperienza personale: il matrimonio con una donna più grande; la morte di un figlio annegato in un fiume; l'amore improvviso per un giovinetto, seguito dal ritorno dalla moglie".
 

 

L'opera, secondo quanto sottolinea Gianni Sallustro, si ispira ai canoni della tradizione,  in particolare a quelli della commedia dell'arte, con i suoi tipi fissi - i giovani, i vecchi e gli zanni, cioè il servo astuto e quello credulone.

I vecchi sono attaccati ai beni materiali e sono esplosivi e carnali nell'espressione dei loro sentimenti e dei loro smanie. Al contrario,  i giovani sono implosivi,meditativi ed efebici, nobili nell'aspetto e nell'animo.

 

I vecchi adottano una recitazione grottesca e macchiettistica, sopra le righe, mentre i giovani ne hanno una molto più naturale, lineare, pulita e, in qualche modo cinematografica.

Sulla scena i giovanissimi attori dell'Accademia vesuviana di teatro e cinema sono bravi ed entusiasti, affiancati da attori di grande calibro e vis drammatica.
 

 

Gianni Sallustro interpreta Malvolio, il primo maggiordomo della casa della contessa Olivia.

Di umili natali, cerca disperatamente di affrancarsi dalla sua condizione subordinata e sogna un futuro di gloria e ricchezza. Sempre con la puzza sotto il naso, fustiga i costumi altrui. Il suo interprete, supportato dal regista, ha voluto conferire al personaggio un'ulteriore coloritura e profondità, facendogli percorrere una parabola psicologica. Vittima della sua vanità, che lo fa camminare in bilico tra amore e follia, una volta scoperto l'inganno, egli perderà ogni velleità e apparirà un uomo amareggiato, svuotato, deluso, affranto. La sua minaccia di vendicarsi appare poco convinta, come un'arma spuntata, e abbandona il palco ignorato da tutti.
 

 

Il suo alterego femminile è Maria, la nutrice di Olivia, interpretata dalla bravissima Nicla Tirozzi, che esercita verso quest'ultima un ambivalente spirito materno, fatto di protezione e di un legame simbiotico e controllante.

Se Malvolio rimane vittima delle sue fantasie di vanagloria, che lo fanno divenire protagonista di uno spietato inganno messo in atto da Maria e dal resto della servitù, la donna, alternando "bastone e zuccherino" sa esercitare un grande potere personale, utilizzato non solo per punire l'austero maggiordomo, ma anche per farsi sposare da  sir Tobia, nobile dedito al vizio dell'alcol, per nascondere la sua mancanza di coraggio dietro un'apparenza goliardica.
 

 

Gianmarco Cesario, supportato nella decodifica delle sfumature dell'opera di Shakespeare da Gianni Sallustro, dona a questa piece un'anima rock, particolarmente moderna, coraggiosa e all'avanguardia, affrancandola dal rischio della mera ripetizione della tradizione. La trasporta negli anni ottanta - in in cui per la prima volta, come spiega il regista, sono caduti i rigidi steccati distintivi tra i due generi - e la illumina con luci psichedeliche e costumi colorati e iridescenti, ognuno dei quali, realizzati da Melissa De Vincenzo, ricorda una popolare icona pop -  rock: da Freddie Mercury a Cindy Lauper, passando per Prince e Loredana Bertè.
 

 

Quando l'inganno è svelato e il mistero soluto, l'amore può finalmente essere vissuto alla luce del sole e in maniera legittima. Ma ci sono dei grandi esclusi, che vengono letteralmente abbandonati. Si tratta di Valentino, la guardia del corpo del duca Orsino, la cui dedizione va ben oltre il semplice affetto e del comandante Antonio, che non cela il suo amore per Sebastian. Un sentimento che lo spinge a tornare in una città nemica e a mettere in pericolo la sua stessa vita.

L'amarezza è inevitabile ma, come ricorda Feste il folle, la vita è così: giorni di pioggia, per alcuni, si rivelano giorni di sole e di letizia per altri.
 

 

I giovani salgono sulle spalle di giganti attoriali di lungo corso, generando un vortice di passione, di allegria e di riflessione che cattura il pubblico, che li applaude a scena aperta. 

I protagonisti
 

Adattamento e regia: Gianmarco Cesario

Sul palco: Gianni Sallustro, Nicla Tirozzi, Alessandro Cariello, Davide Cariello, Nancy Pia De Simone, Vincenza Granato, Luigi Guerra, Noemi Iovino, Domenico Liguori, Carlo Paolo Sepe,Tommaso Sepe, Salvatore Ciro Tufano, Gennaro Zannelli.

Luci e audio: Marcello Radano

Costumi: Melissa De Vincenzo.

Aiuto regia: Maria Crispo e Lucia Saviano.

Produzione: Talentum production e Accademia vesuviana del teatro e del cinema di Gianni Sallustro in collaborazione con il Teatro Instabile Napoli.

Le foto sono state fornite dall’ufficio stampa.

giovedì 16 marzo 2023

Artemisia: al Teatro Tram un secondo fine settimana dedicato alla grande pittrice

 


Lo spettacolo Artemisia andrà in scena al teatro Tram anche questo fine settimana lungo, a partire da stasera, giovedì 16 marzo e fino a domenica 19 marzo. Sulla scena Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino con la regia di Mirko Di Martino.

Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino danno vita a personaggi intensi, sofferti, vividi, fragili, tormentati e carismatici, che costituiscono il canto e il controcanto l'uno dell'altra.


Per Artemisia non c'ė tenerezza né  riscatto possibile da parte dell'altro da sé. Lei può trovare la forza solo in sé stessa e nella sua sofferta indipendenza.



Infatti, la rappresentazione teatrale propone una riflessione sulla vita di una grande pittrice che non riuscì mai a essere riconosciuta fino in fondo,  secondo le parole del regista, anche come un' artista a tutto tondo. Scontò il fio di vivere in una società dominata dagli uomini e le sue opere ebbero sempre come  principali committenti e destinatari gli stessi uomini. Esponenti di una società maschilista e patriarcale che la giudicò e la manipolò per tutta la vita. Una manipolazione cominciata con il padre Orazio che la considerò sempre alla stregua di una merce di scambio di sua proprietà e ne sminuì il valore, benché il suo talento fosse indiscutibile.


" Artemisia - sottolinea il regista Di Martino - non riuscì a instaurare una nuova temperie artistica al femminile, a cambiare il corso delle cose. Rimase un'eccezione e in quanto tale eccezionale, un fenomeno".


Lei seppe, nonostante i demoni interiori che la tormentavano, trovare una strada di possibile dialogo con questa società, manipolarla a sua volta e affermare il proprio concetto di pittura, la propria  interpretazione di alcune storie chiave delle scritture bibliche.


"Quindi erose lentamente - continua il regista -  questa società dall'interno, non  riuscendo ovviamente a scardinarne i principi fondatori".


I personaggi maschili che la affiancano nello spettacolo, secondo quanto chiarisce il regista, sono frutto della sua stessa proiezione interiore.


La pièce nasce da un lungo lavoro di analisi degli atti del processo, dalla ricerca di articoli e di scritti correlati, che non è stato facile rintracciare.


Capacità analitica, concretizzatasi in un certosino processo di ricerca documentale, e intensità interpretativa, frutto di un lacerante percorso di scavo interiore, si fondono a creare un risultato che indigna, intenerisce, commuove... che non lascia indifferenti e tocca varie corde dell'anima.


" Su alcuni lunghi anni della vita di Artemisia - evidenzia De Martino - è praticamente caduto il silenzio: non si sa nemmeno la data della sua morte, ma solo che avvenne a Napoli".


Sul palco troviamo la pittrice ormai anziana, dilaniata dai suoi incubi, che si alimentano dei ricordi del processo.
Alla fine, lei capisce che è lei e solo lei a poter valutare la sua arte e a decidere della sua stessa vita e di chi vuole essere.


Ma questa consapevolezza profonda, questa piena affermazione di sé, arriva troppo tardi, sul finire  della sua vita.


Infatti la sua ultima opera, la tela bianca cui accenna, non verrà mai dipinta e probabilmente sarebbe stata la sua opera più grandiosa, frutto della sua piena maturità umana e artistica.


Il regista evidenzia come abbia voluto affiancare alla lettura tradizionale delle storie bibliche - che sono dominate dall'elemento maschile, da un Dio che usa la donna come un suo strumento, come un oggetto  - l'interpretazione elaborata da Artemisia che invece vede la donna come una protagonista consapevole di una scelta e di una missione.


Una donna che cerca consapevolmente la solidarietà e l'aiuto delle altre donne, come nel caso della sua versione di Giuditta e Oloferne, in cui l'eroina viene aiutata dalla serva che, invece, nella versione classica rimane al di fuori della tenda.


Una solidarietà femminile che probabilmente la pittrice non sperimentò mai nella sua realtà e nella sua quotidianità. Anzi fu giudicata e condannata  dalle stesse donne, a partire dalla sua balia Tuzia che fu una delle sue maggiori accusatrici e detrattrici nell'ambito del processo.

La Nuzzolese instaura  un'ideale continuità con altri personaggi, come per esempio Frida Kahlo, attraverso lo spazio e il tempo.


"Si tratta di donne - evidenzia il regista - il cui spessore artistico è  stato offuscato dalla loro vicenda umana".

Un'identità  femminile che indica per i loro interlocutori maschili,  una diminutio di valore, dove la figura muliebre viene declassata a donnicciola e la sua arte a una "cosa da donne". 

domenica 31 maggio 2020

Quattro passi tra le sfumature di Tramonti di cartone con Marcello Affuso


Tramonti di cartone è un viaggio: attraverso i tramonti dell’esistenza, che come sottolinea lo stesso Marcello, sono fasi di transizione verso nuove consapevolezze. 

Tramonti che, guardati da un’altra prospettiva, sono anche preludi e speranze di albe, messe a maggese, in fase generativa e germinativa, cioè di rinnovati inizi. 

E’ un viaggio, non privo di difficoltà, di cadute, di ferite e di ripensamenti, che dall’io, capace di ripensare se stesso, conduce al noi.

Ora passiamo la parola a uno degli autori, Marcello Affuso. 



D. Come sono e quali sono i tramonti di cartone che danno il titolo al libro?

R. Il tramonto è un rito di passaggio, un intermezzo tra luce e ombra. E prima di poter arrivare al giorno, a godere di un sole forte e sincero, bisogna passare inevitabilmente nella scurezza della notte. I nostri tramonti sono quindi conati, preludi, desideri e sogni di un domani migliore.

D.  In che modo le vostre voci si armonizzano tra poesia, prosa, disegni e fotografia?

R. L’arte è empatia, condivisione. Gli echi delle penne e delle arti grafiche si sono accarezzati con una naturalezza impressionante. Nulla è stato preimpostato, tutt'altro. 

D.  Che strada cognitiva ed emotiva comune, nutrita di varie identità, delinea il libro?

R. Malinconia e speranza vanno sicuramente a braccetto nelle nostre pagine così come la consapevolezza della caducità del tempo e delle emozioni. 

D.  Tu spesso nelle tue poesie racconti un senso di spaesamento, di disgregazione, di ricerca di sé, anche nel rispecchiamento e riconoscimento con l'altro. Qual è la strada per rimettere insieme i pezzi?

R. La risposta è tra le righe di ogni parola e nel coraggio di canalizzare il male e farne fiori, sorrisi, bagaglio intellettuale con cui affrontare con più forza quello che sarà.
L’ispirazione si fa prima concretezza e poi trampolino con cui aspirare a quella serenità tanto agognata. Vedo quindi la scrittura come un mezzo, un tramite per qualcosa di più alto, qualcosa che non può essere intrappolato su carta ma solo vissuto.



D. Avete scelto di devolvere i diritti d'autore ad una associazione, l’Onlus I Care. Perché e con quali obiettivi?

R. Il libro termina con un brano sull’Africa, con un tramonto che invece di chiudere un giorno, apre ad una nuova vita e porta con sé la promessa di una nuova alba, il miracolo della rinascita e il sole solo in apparenza viene inghiottito dalla notte, mentre in realtà, è la sorgente unica d’ogni luce.
Valentina Bonavolontà, una delle coautrici, è stata in Africa nel 2015 e nell’estate del 2019 in missione umanitaria con l’Onlus I Care, associazione che ogni giorno lotta per portare in Africa acqua, istruzione e formazione ad un popolo duramente provato dalla fame, dalla miseria, dalla siccità, dalla guerra e da gravi emergenze sanitarie.
Ci ha sempre detto che quando si torna da un mondo così lontano da quello dal quale provieni sono due i sentimenti più prepotenti: una incurabile nostalgia e un fortissimo senso di responsabilità. 

D.  In che modo la vostra casa editrice la GM Press vi ha accompagnati in questo viaggio?

R. Con discrezione e creatività Giuseppe Branca e i suoi collaboratori hanno sempre creduto in noi e gestito in maniera professionale la pubblicazione di questo volume che, nonostante il Covid, così tante soddisfazioni ci sta regalando. Vorrei puntualizzare che la GM Press non chiede - sí, nel 2020 succede ancora - alcun contributo per realizzare il sogno del cassetto dei suoi autori.

sabato 30 maggio 2020

Tramonti di cartone: quando il monologo esistenziale sa farsi dialogo foriero di consapevolezza



Tramonti di cartone non racconta una sola storia ma tanti frammenti di storie: frammenti aguzzi, taglienti, che restituiscono al lettore dei segmenti di speranze disilluse, di paure, di ossessioni e di possessioni. 

Sì perché si può essere posseduti: da una paura che diventa nevrosi, da un legame che diventa legaccio, dal un amore finito o interrotto che si rifiuta di sfumare nella dolcezza del ricordo, ma resta arpionato al cuore, creando un dolore costante, con picchi acuti. 

E’ il senso acuto della separazione, dell’abbandono, della perdita, accompagnato però anche dalla speranza di non essere davvero soli. Una speranza che nasce da una condivisione autentica, trovando il proprio presupposto in una comune radice umana di fragilità, fallibilità e caducità, ma anche di empatia e resilienza.

Il tramonto, come sottolinea uno degli autori, Marcello Affuso, è proprio questo: un momento di passaggio verso nuove fasi e consapevolezze. E’ la luna che ancora deve spuntare; è il sole che sta per immergersi nel mare o nascondersi dietro un massiccio montuoso. 

I tramonti, poi, sono di cartone: infatti, è sul cartone che si possono sfumare meglio le tonalità pastello, quella arancione di un meriggio intenso; quella marrone di un terreno fecondo, che però a volte diviene arido e bruciato; quella verde dell’erba fresca ed odorosa, che ha il colore ed il sapore dei nuovi inizi possibili all’insegna del riscatto.

Un effetto alchemico ottenuto fondendo insieme varie nuance, anche quelle apparentemente più in contrasto, con le fibre legnose del cartone, che, talvolta, in seguito a forti sollecitazioni,  possono anche accartocciarsi, fendersi, deformarsi, “ferirsi” con grande facilità.

Il fascino e l’intensità di questo dialogo a più voci, dove si sommano vari monologhi interiori, con Valentina Bonavolontà, Giulia Verruti, Marcello Affuso, che trovano il loro contraltare nei disegni di Federica Crispo e nelle foto di Erica Bardi , risiede nel fatto che gestalticamente, sappiano dare vita ad una qualità emergente, ad un tutto che ha in sé qualcosa di molto diverso e più ricco della mera somma delle parti. 

E’ la possibilità concessa, non scontata né usuale, di guardare un medesimo frammento esistenziale riflesso e moltiplicato in vari specchi, da più angolazioni e prospettive, declinandolo attraverso diversi codici espressivi: la poesia, la prosa, i disegni, le fotografie. 

Una perfetta specularità e complementarietà li caratterizza, ma in ciascuno di essi si respira forte anche la storia e il percorso specifico, l’identità, del suo autore. 

Un’identità che, pur non perdendosi né annullandosi, sa farsi, attraverso un processo di sapiente amalgama, avvenuto in maniera naturale, senza forzature, scambio e confronto, collettività.

Ne nasce un percorso di costante ricerca di sé, tra occasioni afferrate, in extremis, in ostinata controtendenza, sull’orlo di una presa di consapevolezza e di una dimostrazione del coraggio di essere e diventare se stessi. Di possibilità perse, mancate, sfumate. Di promesse fatte, mantenute, violate. Di ritrovamento e di riconoscimento di se stessi, per poi rispecchiarsi nell’altro, tra somiglianze e differenze, pur nel rispetto della sua imprescindibile ed irriducibile specificità ed alterità.

martedì 5 maggio 2020

Gli interventi alla laringe: quando la nostra identità è in pericolo occorre affidarsi a figure altamente specializzate


La voce è un tassello importante dell’identità.   

L’idea di non sentirla più nostra, dunque, non solo ci atterrisce per la percezione, fondata, di un vero attacco frontale alla nostra struttura identitaria, ma anche perché siamo consapevoli che, se siamo costretti a fare i conti con questa possibilità, siamo entrati in una spirale esistenziale delicata e complessa, capace di metterci a dura prova su più fronti.




In tal senso, appare necessario ed opportuno affidarsi a figure altamente specializzate che seguiranno ed accompagneranno il paziente nelle varie fasi, supportandolo, consigliandolo e non facendolo sentire isolato. 

Fare i conti con un qualsiasi tipo di protesi esogamica o interna non è semplice, ma figure esperte di supporto possono aiutare il paziente a sviluppare un progressivo sentimento di accettazione.

In tal senso, la Campania presenta delle realtà pubbliche di eccellenza, anche se, secondo quanto riferiscono gli addetti al settore, nella regione ed in tutta Italia è davvero difficile reperire strutture pubbliche nei cui team siano all’attivo logopedisti. In prima linea, quale eccellenza, vi è il reparto di Otorinolaringoiatria dell’Ospedale del Mare.

Attenzione ai campanelli d’allarme. Se si registrano alterazioni della voce, afonia o disfonia, fastidi persistenti alla gola, meglio effettuare una laringoscopia.

Ora passiamo la parola alla dott.ssa Giuseppina Mirra, presidente della Società Italiana Foniatria e Logopedia (Sifel), che si occupa della riabilitazione di voce e deglutizione nel paziente oncologico in presenza di tumori della laringe**.

D. Quali sono gli interventi possibili quando si riceva una diagnosi di carcinoma alla laringe?

R. Quando ci troviamo di fronte a tumori della laringe,  diverse sono le opzioni di intervento riabilitativo che dipendono dallo  stadio del carcinoma e dal tipo di intervento che viene praticato. Infatti, di  fronte a un carcinoma laringeo in  stadio precoce la riabilitazione è subordinata al tipo di trattamento che può essere chirurgico, attraverso la microchirurgia laser, oppure radioterapico.  Il trattamento riabilitativo e gli outcome vocali sono sicuramente condizionati dall’estensione dell’atto chirurgico e gli outcome vocali, comunque, dopo l’intervento e il trattamento soddisfano i criteri di sufficienza  per una comunicazione verbale.
I problemi sorgono quando si abbia a che fare con un carcinoma laringeo in stadio avanzato. In questo caso, si interviene prevalentemente con la chirurgia e le opzioni chirurgiche possono essere di due tipi: o viene praticata una laringetomia parziale ricostruttiva o una liringectomia totale. Il trattamento logopedico riabilitativo, ovviamente,  cambierà a seconda dell’intervento chirurgico effettuato.
  Con la laringectomia parziale la chirurgia preserva parti della laringe e tende a preservare le funzioni legate al distretto: la funzione fonatoria e quella deglutitoria. Mentre la chirurgia salva la vita al paziente e salva queste funzioni, la logopedia recupera le funzioni che sono state preservate e agisce, questa volta, sulla qualità di vita del pazienti.


      Con le laringectomie totali, la chirurgia rimuove completamente la laringe. Gli indirizzi più attuali prevedono contestualmente all’atto chirurgico l’applicazione di una protesi tracheo-esofagea che produce una voce sostitutiva  chiaramente non paragonabile a quella fisiologica, ma assolve anche questa volta la funzione fonatoria e comunicativa. Il paziente anche in questo caso viene seguito ed accompagnato dal logopedista.


D. Quali sono le strutture di riferimento che praticano questo tipo di approccio e questo tipo di intervento in Campania?

R. E’ una chirurgia davvero particolare e molto delicata. Un’eccellenza è rappresentata dall’ORL dell’Ospedale del Mare diretta dal prof. Giuseppe Tortoriello, anche perché il problema dopo questi interventi, oltre che un a chirurgia che dev’essere di eccellenza, è  il trattamento riabilitativo, perché se salviamo la vita dobbiamo anche garantire la qualità di vita e purtroppo in Campania in maniera particolare, ma in tutta Italia, la figura del logopedista è poco rappresentata nelle strutture pubbliche. In particolare in Campania, purtroppo, esistono i centri di riabilitazione accreditati con il Servizio Sanitario Nazionale, ma comunque non ci aiutano con questo tipo di i pazienti, che sono pazienti complessi e ad alto rischio. Alcuni, dopo la laringectomia parziale ricostruttiva necessitano di un trattamento speciale per la deglutizione, perché il cibo può dirigersi verso le vie aeree e causare una polmonite ab ingestis e la morte del paziente. Si tratta dunque di un trattamento da effettuare in ospedale con figure altamente specializzate: purtroppo in Campania ci sono pochi logopedisti nelle strutture ospedaliere. Quello che noi facciamo in reparto, oltre che seguirli con trattamento chirurgico e farli seguire dal logopedista, in questo caso da me, fino a completa remissione. Sono sempre e costantemente monitorati e questo è un servizio che, in linea generale, non si trova solitamente in Italia. Io ad esempio, attualmente sto seguendo pazienti che sono stati operati un anno fa e li accompagnerò fino a quando non risolvono tutti i problemi: sono pazienti che hanno le protesi fonatorie, che danno problemi, necessitano di sostituzione. Noi li accompagniamo costantemente.


D. Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero indurci a fare un controllo?

R. I campanelli d’allarme sono tutte le modificazioni della voce: mutato andamento della voce, episodi di afonia, cali di voce, disfonia ricorrente, fastidi alla gola che il paziente può presentare, Di fronte a questa sintomatologia, il paziente deve praticare una laringoscopia a fibre ottiche e può rivolgersi presso le strutture di foniatria dei policlinici, alla foniatria dell’Università Luigi Vanvitelli, il servizio di foniatria ed audiologia che funziona molto bene. In generale, il paziente deve rivolgersi a un foniatra o a un otorino sul territorio che farà questo esame, e vedrà se ci sono problemi in tal senso. Basta pagare il ticket: non si tratta di un esame molto oneroso  le liste d’attesa non sono lunghissime.


D. Quali sono le conseguenze dell’assenza della voce?

R. Un grosso impatto psicologico sul paziente, perché sappiamo bene che la voce viene percepita come parte integrante della propria identità e personalità: il paziente si sente  deprivato di questo aspetto e necessita imprescindibilmente di un approccio riabilitativo dove il riabilitatore - logopedista si prenda cura anche di questo aspetto.


** Giuseppina Mirra è presidente della Società Italiana Foniatria e Logopedia (Sifel), professore a contratto per il corso di laurea in logopedia dell’Università Vanvitelli, logopedista presso il reparto di Otorinolaringoiatria (Orl) dell’Ospedale del Mare. Si occupa della riabilitazione di voce e deglutizione nel paziente oncologico in presenza di tumori della laringe.