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giovedì 16 marzo 2023

Artemisia: al Teatro Tram un secondo fine settimana dedicato alla grande pittrice

 


Lo spettacolo Artemisia andrà in scena al teatro Tram anche questo fine settimana lungo, a partire da stasera, giovedì 16 marzo e fino a domenica 19 marzo. Sulla scena Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino con la regia di Mirko Di Martino.

Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino danno vita a personaggi intensi, sofferti, vividi, fragili, tormentati e carismatici, che costituiscono il canto e il controcanto l'uno dell'altra.


Per Artemisia non c'ė tenerezza né  riscatto possibile da parte dell'altro da sé. Lei può trovare la forza solo in sé stessa e nella sua sofferta indipendenza.



Infatti, la rappresentazione teatrale propone una riflessione sulla vita di una grande pittrice che non riuscì mai a essere riconosciuta fino in fondo,  secondo le parole del regista, anche come un' artista a tutto tondo. Scontò il fio di vivere in una società dominata dagli uomini e le sue opere ebbero sempre come  principali committenti e destinatari gli stessi uomini. Esponenti di una società maschilista e patriarcale che la giudicò e la manipolò per tutta la vita. Una manipolazione cominciata con il padre Orazio che la considerò sempre alla stregua di una merce di scambio di sua proprietà e ne sminuì il valore, benché il suo talento fosse indiscutibile.


" Artemisia - sottolinea il regista Di Martino - non riuscì a instaurare una nuova temperie artistica al femminile, a cambiare il corso delle cose. Rimase un'eccezione e in quanto tale eccezionale, un fenomeno".


Lei seppe, nonostante i demoni interiori che la tormentavano, trovare una strada di possibile dialogo con questa società, manipolarla a sua volta e affermare il proprio concetto di pittura, la propria  interpretazione di alcune storie chiave delle scritture bibliche.


"Quindi erose lentamente - continua il regista -  questa società dall'interno, non  riuscendo ovviamente a scardinarne i principi fondatori".


I personaggi maschili che la affiancano nello spettacolo, secondo quanto chiarisce il regista, sono frutto della sua stessa proiezione interiore.


La pièce nasce da un lungo lavoro di analisi degli atti del processo, dalla ricerca di articoli e di scritti correlati, che non è stato facile rintracciare.


Capacità analitica, concretizzatasi in un certosino processo di ricerca documentale, e intensità interpretativa, frutto di un lacerante percorso di scavo interiore, si fondono a creare un risultato che indigna, intenerisce, commuove... che non lascia indifferenti e tocca varie corde dell'anima.


" Su alcuni lunghi anni della vita di Artemisia - evidenzia De Martino - è praticamente caduto il silenzio: non si sa nemmeno la data della sua morte, ma solo che avvenne a Napoli".


Sul palco troviamo la pittrice ormai anziana, dilaniata dai suoi incubi, che si alimentano dei ricordi del processo.
Alla fine, lei capisce che è lei e solo lei a poter valutare la sua arte e a decidere della sua stessa vita e di chi vuole essere.


Ma questa consapevolezza profonda, questa piena affermazione di sé, arriva troppo tardi, sul finire  della sua vita.


Infatti la sua ultima opera, la tela bianca cui accenna, non verrà mai dipinta e probabilmente sarebbe stata la sua opera più grandiosa, frutto della sua piena maturità umana e artistica.


Il regista evidenzia come abbia voluto affiancare alla lettura tradizionale delle storie bibliche - che sono dominate dall'elemento maschile, da un Dio che usa la donna come un suo strumento, come un oggetto  - l'interpretazione elaborata da Artemisia che invece vede la donna come una protagonista consapevole di una scelta e di una missione.


Una donna che cerca consapevolmente la solidarietà e l'aiuto delle altre donne, come nel caso della sua versione di Giuditta e Oloferne, in cui l'eroina viene aiutata dalla serva che, invece, nella versione classica rimane al di fuori della tenda.


Una solidarietà femminile che probabilmente la pittrice non sperimentò mai nella sua realtà e nella sua quotidianità. Anzi fu giudicata e condannata  dalle stesse donne, a partire dalla sua balia Tuzia che fu una delle sue maggiori accusatrici e detrattrici nell'ambito del processo.

La Nuzzolese instaura  un'ideale continuità con altri personaggi, come per esempio Frida Kahlo, attraverso lo spazio e il tempo.


"Si tratta di donne - evidenzia il regista - il cui spessore artistico è  stato offuscato dalla loro vicenda umana".

Un'identità  femminile che indica per i loro interlocutori maschili,  una diminutio di valore, dove la figura muliebre viene declassata a donnicciola e la sua arte a una "cosa da donne". 

sabato 19 novembre 2022

Bathroom: un dialogo con le proprie paure più profonde al Tram di Port'Alba

Una donna dialoga con sé stessa allo specchio, nell'intimità del suo bagno. E' questo lo scenario dello spettacolo Bathroom, andato in scena al Tram di Port'Alba fino a domenica 13 novembre. 

Un'intensa Valeria Impagliazzo scrive e interpreta il dilemma dei dilemmi, apparentemente scontato nella sua quotidianità. Ma che sa scavare in profondità. 




"Non volevo raccontare una storia lineare, bensì offrire uno spaccato dell'esistenza di questa donna che si trova sola nella notte e fa i conti con le sue ansie quotidiane e le sue paure, tra cui l'abbandono, lo spaesamento e lo sradicamento". 

 Questa è la storia di un di una relazione interrotta, ma anche del desiderio di ritrovare se stesse pur se nella solitudine. 

Non ci sono né vittime ne carnefici anche se la protagonista nei cerca quasi ossessivamente uno, per trovare una ragione alla sua sofferenza. 

Un pensiero ossessivo che ritorna in loop anche quando regna una calma apparente e che irrompe nella quotidianità della protagonista - intenta a farsi la ceretta a passarsi la crema sul corpo - sotto forma di un rumore sospetto, proveniente dall'esterno.




 Un altro segnale proveniente dall'esterno è  rappresentato dal trillo dei messaggi mandati da un'amica, che forse sta vivendo una situazione simile a quella che la protagonista ha appena reciso. 

" Il mio spettacolo, che ha la forma di un monologo - sottolinea l'autrice - è frutto di osservazioni costanti dirette e indirette dalle quali ho dedotto che la nostra generazione si trova al centro di relazioni sbilanciate, generate da una adultità negata e da una profonda immaturità emotiva". 

C'è una donna in scena che racconta la sua storia, ma il messaggio risulta universale, perché la paura dell'abbandono e il senso di sradicamento che ne segue appartengono sia alle donne sia agli uomini. 

A fare da complemento narrativo al monologo ci sono le musiche sonorizzate dal chitarrista e compositore Pasquale Ruocco che rappresentano un vero e proprio tappeto musicale con cui le parole di Valeria sono costantemente in dialogo e in interazione. 

Pasquale Ruocco rappresenta il punto di vista maschile, all'insegna della complementarietà. Da Caliente Caliente a Forte forte forte, passando per Rumore, le canzoni di Raffaella Carrà fanno compagnia e confortano la protagonista, in maniera molto tenera. 

" Ho quasi una sorta di malattia per Raffaella Carrà - sottolinea la Impagliazzo -. Un'antesignana di alcune tendenze profondamente contemporanee, capace di affrontare temi difficili con femminilità, eleganza e inusuale erotismo. Sulla scena, come evidenzia l'attrice, ha dovuto trovare la sua misura. Lo spettacolo, infatti, mette in scena stati d'animo spesso contraddittori e appare necessario non farsene fagocitare, "mantenendo la barra dritta" e il giusto distanziamento. Un equilibrio molto difficile e faticoso. 




La conclusione segna il passo di un finale aperto, teso tra un legittimo desiderio di essere indipendente nell'autodeterminarsi e una sorta di resa all'idea di non essere ancora pronta a proiettarsi all'esterno, duellando nell'agone di incontri carnali multipli senza senso. Il teatro Tram si conferma uno spazio off che ha accettato la sfida di portare sulla scena temi difficili e delicati, all'insegna della professionalità a 360 gradi, rifuggendo qualunque tipo di dilettantismo. 

Il prossimo appuntamento con Bathroom sarà  il 28 e il 29 gennaio 2023 al teatro Civico 14 di Caserta. Nel frattempo Valeria continua a formare alacremente giovani leve - tra etica e estetica - nel suo laboratorio teatrale di Scafati. 

domenica 15 maggio 2022

La finta nonna: storia di crecita e emancipazione al femminile

A breve, oggi pomeriggio, domenica 15 maggio alle 19:00, per i bimbi e i loro genitori una prova aperta gratuita al Nostos Teatro.

 La rassegna pensata per i più piccini è Into the Woods.


 

Il Nostos si riconferma spazio nevralgico di cultura e aggregazione per il territorio.

La storia è quella de “La Finta Nonna”, un antenato della più celebre “Cappuccetto Rosso” in cui la bambina è capace di salvarsi da sé, rivolgendosi alla comunità.

In questa versione, la bambina inizia il suo viaggio per chiedere il setaccio alla nonna che abita dall’altra parte del bosco. Solo che un’orca crudele ha preso il posto della nonna. In questo viaggio, la bambinaincontrerà alcuni strani personaggi che l’aiuteranno, grazie alla sua generosità, a salvarsi. 

 

In questa versione antica di “Cappuccetto Rosso” la figura del cacciatore è assente: la bambina è perfettamente in grado di cavarsela da sola, è furba e intelligente e si crea degli alleati lungo la strada (il Fiume Giordano e la Porta Cancello) che la aiuteranno a salvarsi dall’orca.

 

È la storia, quindi, di una bambina che diventa donna, autodeterminandosi e, allo stesso tempo, liberandosi attraverso l’aiuto di una comunità.

 

Il linguaggio scelto è il teatro d’oggetti. La storia de “La Finta Nonna” è realizzata ricreando la scenografia in miniatura su un tavolo. Gli oggetti sono ripresi da molto vicino, per alterare la percezione della dimensione delle cose.

 

La manipolazione degli ambienti e della protagonista è tutta realizzata a vista, senza nascondere l’artificio teatrale. Il video sarà realizzato in diretta, per dare agli spettatori la possibilità di vedere contemporaneamente il processo – gli attori che muovono, parlano e filmano – e il suo risultato finale.

 

Domenica 15 maggio ore 19.00

𝙄𝙉𝙏𝙊 𝙏𝙃𝙀 𝙒𝙊𝙊𝘿𝙎
𝙇𝙖 𝙛𝙞𝙣𝙩𝙖 𝙣𝙤𝙣𝙣𝙖

di Isabel Albertini, Simona Di Maio E Lorenzo Montanini

progetto vincitore di Residenze Digitali 2021
progetto finalista di Specchi Sonori 2021

                                                                                        età consigliata: dai 6 anni

 

mercoledì 6 novembre 2019

Tempo di inclusione a Città della Scienza: per riflettere insieme


A Napoli, lo scorso giovedì, 31 ottobre, dalle 12 alle 13.30 è giunto finalmente il tempo dell’ inclusione (Inclusion Time).

Location Città della Scienza (HUB 2019 – Aula F), tempio odierno della divulgazione scientifica e motore di iniziative educative di grande calibro.

La rassegna, all’interno della quale questa iniziativa è stata inserita, è quella dedicata a Scuola HUB, il Salone della didattica innovativa, una tre giorni promossa dal Ministero dell’Istruzione. Presenti oltre 300 istituti campani.



Includere vuol dire soddisfare positivamente quello che Maslow definisce come bisogno d’appartenenza. Vuol dire fare gruppo, riconoscere le reciproche differenze, valorizzandole, ma anche le somiglianze, le vicinanze spesso misconosciute, quando non ancora temute, laddove vengano impropriamente associate a fragilità, a debolezze e ad una perdita di valore.
Vuol dire attuare concretamente tutti quegli strumenti che permettano di esercitare fattivamente il proprio diritto/dovere di cittadinanza attiva.

Inclusione vuol dire fare ognuno la propria parte, consapevolmente ed attivamente, affinché ogni persona abbia il proprio legittimo posto nel mondo. Fare la propria parte, creando consapevolezza soprattutto a partire dai più giovani. Vuol dire assumersi l’onere e l’onore di un patto formativo, all’insegna dell’educazione alla differenza e della valorizzazione delle specifiche condizioni esistenziali di ogni individuo.

Un’educazione che può e deve sfruttare la potenza e la pervasività messa a disposizione anche dai new media, che possono arrivare davvero ovunque, divenendo vettori di un’immagine differente  delle persone con disabilità e di chiunque viva una condizione di difficoltà che possa generare un doloroso senso di inadeguatezza e di disvalore, creando, progressivamente, il vuoto attorno foriero di isolamento sociale e di un dilaniante sentimento di solitudine.

A parlarne, declinando ognuno uno specifico aspetto, sono intervenuti:

-          Francesco Baldi, coordinatore regionale della Campania del M.I.D (Movimento Disabili Italiani) e dell’Associazione  I ragazzi della Barca di Carta con il suo progetto Rainbow Diversamente Radio.
-          Nicola Toscano, presidente dell’Associazione Mente e Coscienza.
-          Mario Buccigrossi, vicepresidente dell’Associazione Mente e Coscienza.
-          Francesco Preziuso, presidente, tra le sue varie anime, dell’Associazione Sunshines Raggio di Sole Onlus.
-          Alessia De Filippo, organizzatrice dell’evento, coordinatrice del MID sezione Giovani, presidente dell’Associazione Laecheln, Sorridi puoi.
-          Emanuele Giuseppe Adiletta, ideatore del progetto, ex balbuziente, delegato regionale dell’Associazione Crescere Parlando, consigliere dell’Associazione Mente e Coscienza. Per entrambe si occupa della sezione Balbuzie.

Ha moderato l’incontro Tania Sabatino, sociologa giornalista e divulgatrice scientifica.



Il termine inclusione non è un parolone difficile… L’inclusione non è fatta solo e soprattutto da carte, piene di parole astruse,  che vengono compilate da medici, insegnanti o segreterie didattiche.

I veri protagonisti dell’inclusione sono gli interlocutori che ogni essere umano incontra nella propria quotidianità.

Sono i compagni di scuola ed i potenziali amici,  perché sono proprio loro a fare gruppo all’interno e fuori da una classe.

Chi può far parte di un gruppo? Solitamente vogliamo che ne faccia parte chi ci piace, chi ci è simpatico, chi pensiamo sia “figo”.

Ma per scegliere chi ci sia simpatico dovremmo conoscerlo davvero, non fermarci ad un’apparenza, ad un’idea rigida, che magari ci siamo fatti guardando la tv o sentendo parlare qualcun altro, in base ad un superficiale, ma pericoloso, sentito dire. 



E’ necessario e bello guardare l’altro negli occhi, anche se ci sembra, nell’aspetto, molto diverso da noi. E’ necessario parlarci vicendevolmente con rispetto. Il rispetto non è tanto il rivolgersi al proprio interlocutore dandogli del lei, bensì il cercare di capire davvero chi sia l’altro che abbiamo di fronte, entrando in relazione con il suo universo di senso e significato.

Solo così sarà possibile capire che siamo più simili di quanto pensavamo, che all’altro piacciono molte cose che piacciono anche a noi . Che l’altro è una specie di porta magica  che ci può condurre, se siamo abbastanza curiosi e non abbiamo paura di conoscere mondi nuovi, in altri modi di vedere e di vivere il mondo.

Che ognuno ha le sue difficoltà, che lo portano a fare con più fatica alcune cose, ma che possiamo aiutarci l’un l’altro e che questo aiuto è una specie di motore a reazione potentissimo, di quelli galattici, che ci aiuta a raggiungere prima e meglio gli obiettivi prefissati.

Alcune persone, giovedì 31, come Alessia De Filippo, hanno mostrato come si possa ripartire e raggiungere grandi risultati nonostante la vita si trasformi, cambiando improvvisamente e bruscamente le geometrie di un’esistenza, e ci trasformi parallelamente. 



Ci ha guidato nel cuore di un papà che vuole insegnare al proprio figlio ad amarsi, spiegandogli che non occorre essere abili ma semplicemente  se stessi, nella propria unicità, valorizzata da chi ci ama profondamente. Lo ha fatto attraverso il ricorso ad un albo illustrato, corredato da poche parole, ma significative: Sei unico di Christophe Mourey e Bruno Tognolini.

 Altre, come Nicola Toscano e Mario Buccigrossi, ci hanno condotto nel modo di approcciarsi alla realtà, aiutandoci a metterci nei loro panni, dei non vedenti e non udenti, guidandoci nel  toccare le cose in maniera differente.

Francesco Baldi ha sottolineato l’importanza di inserire nei palinsesti dei grandi network i temi della valorizzazione della differenza, dell’inclusione, della disabilità. Ed ha parlato di alcune nuove disabilità, nate dall’isolamento sociale e della paura di affrontare il mondo esterno, come quelle legate agli Hikikomori, ragazzi che lasciano la scuola, rinunciano a qualsiasi forma di confronto e di aggregazione e vivono reclusi in una stanza.


Francesco Preziuso ha raccontato la loro esperienza associativa volta a favorire l’aggregazione, la partecipazione sociale ed una costruzione positiva e propositiva della quotidianità, con una forte spinta verso l’autonomia nelle azioni e l’indipendenza nelle scelte, di persone affette dalla sindrome di down di varie età.

Spazio, poi, al ruolo nevralgico svolto dagli ausili tecnologici, da quelli più semplici e di uso quotidiano per chi non vede, a quelli più avanzati, come gli impianti cocleari, che è necessario che il bambino utilizzi in una fase quanto più primigenia possibile, in maniera tale da strutturare in base ed intorno ad esso la sua identità, attraverso un modo specifico di rapportarsi alla realtà.



Emanuele Giuseppe Adiletta ci ha fatto “sentire” dall’interno come alcune prese in giro che spesso facciamo, con leggerezza e magari senza cattiveria, a chi balbetta, perché ci fa ridere e sentire più “fighi”, possano avere un effetto disabilitante, per quella persona e ci ha fatto comprendere come sia inutile spronarlo a stare calmo ed a parlare, perché quell’individuo in quel momento è totalmente bloccato, se potesse parlerebbe, ma non ci riesce e questi incitamenti assumono la funzione di giudizi svalutanti e non fanno altro che aumentare il suo irrigidimento e il suo sentimento di inadeguatezza.

Cosa vuol dire disabilitare un individuo? Succede la stessa cosa che accade ad un pc a cui togliamo alcune funzioni e che, di conseguenza, funziona al di sotto delle possibilità e della potenza con la quale è stato inizialmente programmato. Un pc che è stato programmato per fari grandi cose complesse, ma funziona a regime ridotto, minimo, fino a spegnersi del tutto.




Solo che abbiamo a che fare con una persona e quell’individuo soffre, ci rimane male per le prese in giro, per le parole superficiali che lo colpiscono duramente come pietre , si sente piccolo piccolo, inadeguato, sbagliato, solo e così se ne sta in disparte, non si esprime davvero e non farà mai vedere a chi ha di fronte chi è e cosa sa e può fare, con il risultato come accade spesso, di risultare antipatico. E tante cose belle e importanti da fare insieme andranno perdute per sempre, rendendoci tutti più poveri.

Ognuno di noi è un po’ come Spiderman: ha un grande potere sugli e verso gli altri, oltre che verso se stesso, ma da questo potere derivano grandi responsabilità. A voi, con la guida di chi vive una condizione, trasformandosi in una sorta di co-pilota, imparare ad usare il grande potere dell’inclusione sociale.

** Foto di Valentina Egizio

giovedì 18 maggio 2017

Lunadigas: le donne e la loro scelta di non essere madri

L'appuntamento è per giovedì 18 maggio, alle 21, al cinema Hart, in via Crispi, 33 a Napoli, con la proiezione del film-documentario "Lunadigas, ovvero delle donne senza figli", per la regia di Marilisa Piga e Nicoletta Nesler.

Chi sono le Lunadigas?

Nella lingua sarda indicano gli animali,  pecore perlopiù ma anche cavalle o capre, che per una stagione, o per sempre, "decidono" di non riprodursi, pur essendo, in alcuni casi, fertili.
Secondo il blog "Sogni digitali" il termine lunadigas sembrerebbe rinviare alla parola lunatiche. Secondo il dizionario Treccani, lunatico è un aggettivo derivato da Luna, con l'antico originario significato d'indicare:
  • chi patisce di accessi di pazzia ricorrenti con le fasi lunari;
  • per estensione, anche chi è epilettico, visto che l'epilessia era chiamata male lunatico perché si credeva dovuta a influenza della Luna.
Oggi, più modernamente, lunatico si dice di chi ha carattere strano, estroso, incostante, umore instabile e facile ad alterarsi. 

Insomma una persona "strana", ed inaffidabile, delle cui decisioni si diffida e che non si ritengono particolarmente fondate.
Marilisa Pigas e Nicoletta Nesler hanno deciso di intraprendere un viaggio tra queste donne, per capirne le ragioni e dar loro voce, per indagare e ricostruire i volti di questo fenomeno, che parla il linguaggio di una scelta, spesso anche dolorosa, di una presa di consapevolezza profonda, della volontà di autodeterminazione, del "desiderio di riprodursi in un altro modo", esprimendo se stesse attraverso una strada altra, senza rinunciare, in molti casi, anche se non in tutti, scelta ugualmente legittima, ai compiti di accudimento, ma nella veste di zia amica, insegnante, educatrice e così via.
Abbiamo fatto una chiacchierata con Marilisa Piga per saperne qualcosa in più di questo progetto documentaristico che parla la lingua del coraggio perchè sembrerebbe remare  "in barca a vela contromano", parafrasando il titolo di un film del 1997 per la regia di Stefano Reali. Cioè di affrontare un argomento "scomodo", andando in controtendenza.
D. Quali sono le radici dalle quali è germogliata l'idea di questo docufilm?
R. Il nostro intento era di scandagliare un aspetto dell'universo femminile. Abbiamo scelto da sempre di parlare di argomenti "poco frequentati", optando  per onestà intellettuale, di mettere al centro dei nostri progetti ciò che conosciamo meglio. In tal senso Lunadigas infrange, per una scelta  consapevole, una serie di "regole" cinematografiche e quelle caratterizzanti un iter di ricerca.
Il nostro viaggio, infatti, ha il sapore della ricerca, anche se non portiamo alla ribalta grandi numeri, come alcune ricerche che contano migliaia di casi. Ciononostante siamo riuscite a dare spazio ad una pluralità di voci, alternando testimonianze più ampie, riportate quasi integralmente, con spezzoni più brevi, quasi telegrafici. Abbiamo scelto le parti più significative, al fine di ricostruire un fenomeno. Potremmo dire che questa "fotografia" scattata equivale a una sorta di piccolo carotaggio. Ovviamente non potevamo esimerci dal seguire i tempi del linguaggio cinematografico, rispettandone l'andamento nella fase di montaggio. Ma di regole ne abbiamo infrante, ripeto con acuta consapevolezza, molte: da quella cinematografica che impone all'autore-regista di rimanere dietro la macchina da presa, a quella, più propria di un'indagine conoscitiva, di rimanere in un rapporto "oggettivo" e distaccato con l'oggetto di ricerca. Noi abbiamo scelto di far parte, in prima persona, delle voci indagate e narrate.

D. Voi, dunque, vi siete messe in gioco in prima persona. Protagoniste tra le protagoniste. In che modo?
R. Il documentario non è una sequenza ininterrotta di testimonianze di donne, un gruppo variegato per età e provenienza geografica. Abbiamo deciso, consapevolmente di interrompere le testimonianze, in alcuni snodi, per dare il nostro contributo in prima persona. Per tutte si tratta di un viaggio in un tema molto intimo, dove spesso, si ha il coraggio di scendere nel dettaglio.
D. Spesso siamo abituate ad assistere a film, documentari e campagne mediatiche che ci raccontano le difficoltà di diventare madri e volerlo essere ad ogni costo e nonostante tutto. Questo lungometraggio ribalta la visione. Chi sono le donne di cui parla?
R. Sono donne che hanno scelto di non diventare madri. Donne famose o anonime, giovanissime, giovani e meno giovani. Testimoni di epoche e luoghi, memorie storiche o semplici testimoni della loro propria esistenza. Donne che abbiamo incontrato quasi casualmente sul nostro percorso, donne che già conoscevamo ed abbiamo contattato. Donne che, venendo a conoscenza dell'iniziativa attraverso una sorta di passaparola, ci hanno contattato per "esserci" e raccontarsi. Dalla politologa Lidia Menapace all'attrice Veronica Pivetti, passando per la scienziata e astrofisica Margherita Hack. Il progetto è molto più vasto di quello che è confluito nel film vero e proprio che verrà proiettato all'Hart e lo testimonia il web-documentario. Ma ci riproponiamo di aggiungere nuove tappe a questo viaggio, coinvolgendo, ad esempio, donne di altre culture e dando spazio al controcanto degli uomini. In ogni caso si tratta di donne che, ieri come oggi, hanno avuto il coraggio di affrontare un tabù (che oggi forse è o dovrebbe essere meno forte di ieri): di essere una donna che è qualcosa d'altro rispetto ad una madre e che rifiuta pubblicamente questa condizione, una scelta che può lasciare sconcertati. Sono donne che hanno scelto di non avere figli,una scelta frutto di un percorso anche doloroso, e di realizzarsi, di esprimere se stesse in un altro modo o di dar vita a un altro tipo di "maternità". Noi abbiamo scelto di dar voce a tutti: a persone giovanissime, adolescenti di 13-14 anni anni, che naturalmente non hanno ancora fatto una scelta definitiva ma le cui opinioni in merito risultano molto interessanti, a donne giovani, giovanissime o in una fase avanzata della vita. Oltre alle donne che hanno scelto di non essere madri vi è anche la voce di donne, come un gruppo di giovani 24enni che stanno studiando per diventare ostetriche, che sostengono che una donna che non sia madre non è completa.

D. Il leitmotiv che fa da sottofondo al documentario, un leitmotiv canticchiato, dice "Scegliamo di essere come siamo, scegliamo la libertà". E poi c'è il Fertility Day... Cosa ne pensi?
R. Mi pare un grosso passo indietro, per molti versi inquietante e pericoloso. Una violazione del dovere/diritto di non ingerenza sul corpo delle donne, davvero pesante. Ognuno può decidere chi essere e cosa fare della propria vita. Una donna che decide di non essere madre, dunque, secondo l'ottica che è alla base del Fertility day, è improduttiva... Non credo... vuol dire che ha scelto di essere produttiva in un altro modo. E' un'ottica anche pericolosa, perchè conferma e riconferma che il ruolo della donna, o quantomeno quello dominante, è quello riproduttivo. Attenzione non si dice alle donne: "Studiate, laureatevi... andate all'estero, siate competitive... che ne so... più dei Cinesi....Si dice loro siate mogli e fate figli". Un'ottica passatista che si riflette anche nelle polemiche e nelle alterne vicende della legge sull'aborto. Al contrario ci sono donne anche in Italia che hanno scelto di orientare diversamente la loro vita, arrivando ad optare per una scelta definitiva e senza ritorno come quella della sterilizzazione. Semplicemente perchè hanno deciso che il loro percorso fosse un altro. Una scelta fatta con consapevolezza. Ovviamente hanno scelto di non esporsi... Già dichiarare di non voler avere figli, senza specificare il come... le espone alle critiche di madri ed amiche con frasi del tipo "Se perdi questo treno... Se fai questa scelta poi te ne pentirai".

La realizzazione del film è stata resa possibile dai contributi della Regione Sardegna (Assessorato della Pubblica istruzione, Beni culturali, informazione Spettacolo e Sport), della Fondazione di Sardegna, dell’IDM Alto Adige e della Roma Lazio Film Commission. Un viaggio in bilico tra percorsi esistenziali incrociati e la storia di varie terre, che oltre a dare voce alle donne, la dà anche ai luoghi, ai paesaggi, alle tradizioni culturali.

Per visionare il trailer è possibile cliccare qui