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giovedì 16 marzo 2023

Artemisia: al Teatro Tram un secondo fine settimana dedicato alla grande pittrice

 


Lo spettacolo Artemisia andrà in scena al teatro Tram anche questo fine settimana lungo, a partire da stasera, giovedì 16 marzo e fino a domenica 19 marzo. Sulla scena Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino con la regia di Mirko Di Martino.

Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino danno vita a personaggi intensi, sofferti, vividi, fragili, tormentati e carismatici, che costituiscono il canto e il controcanto l'uno dell'altra.


Per Artemisia non c'ė tenerezza né  riscatto possibile da parte dell'altro da sé. Lei può trovare la forza solo in sé stessa e nella sua sofferta indipendenza.



Infatti, la rappresentazione teatrale propone una riflessione sulla vita di una grande pittrice che non riuscì mai a essere riconosciuta fino in fondo,  secondo le parole del regista, anche come un' artista a tutto tondo. Scontò il fio di vivere in una società dominata dagli uomini e le sue opere ebbero sempre come  principali committenti e destinatari gli stessi uomini. Esponenti di una società maschilista e patriarcale che la giudicò e la manipolò per tutta la vita. Una manipolazione cominciata con il padre Orazio che la considerò sempre alla stregua di una merce di scambio di sua proprietà e ne sminuì il valore, benché il suo talento fosse indiscutibile.


" Artemisia - sottolinea il regista Di Martino - non riuscì a instaurare una nuova temperie artistica al femminile, a cambiare il corso delle cose. Rimase un'eccezione e in quanto tale eccezionale, un fenomeno".


Lei seppe, nonostante i demoni interiori che la tormentavano, trovare una strada di possibile dialogo con questa società, manipolarla a sua volta e affermare il proprio concetto di pittura, la propria  interpretazione di alcune storie chiave delle scritture bibliche.


"Quindi erose lentamente - continua il regista -  questa società dall'interno, non  riuscendo ovviamente a scardinarne i principi fondatori".


I personaggi maschili che la affiancano nello spettacolo, secondo quanto chiarisce il regista, sono frutto della sua stessa proiezione interiore.


La pièce nasce da un lungo lavoro di analisi degli atti del processo, dalla ricerca di articoli e di scritti correlati, che non è stato facile rintracciare.


Capacità analitica, concretizzatasi in un certosino processo di ricerca documentale, e intensità interpretativa, frutto di un lacerante percorso di scavo interiore, si fondono a creare un risultato che indigna, intenerisce, commuove... che non lascia indifferenti e tocca varie corde dell'anima.


" Su alcuni lunghi anni della vita di Artemisia - evidenzia De Martino - è praticamente caduto il silenzio: non si sa nemmeno la data della sua morte, ma solo che avvenne a Napoli".


Sul palco troviamo la pittrice ormai anziana, dilaniata dai suoi incubi, che si alimentano dei ricordi del processo.
Alla fine, lei capisce che è lei e solo lei a poter valutare la sua arte e a decidere della sua stessa vita e di chi vuole essere.


Ma questa consapevolezza profonda, questa piena affermazione di sé, arriva troppo tardi, sul finire  della sua vita.


Infatti la sua ultima opera, la tela bianca cui accenna, non verrà mai dipinta e probabilmente sarebbe stata la sua opera più grandiosa, frutto della sua piena maturità umana e artistica.


Il regista evidenzia come abbia voluto affiancare alla lettura tradizionale delle storie bibliche - che sono dominate dall'elemento maschile, da un Dio che usa la donna come un suo strumento, come un oggetto  - l'interpretazione elaborata da Artemisia che invece vede la donna come una protagonista consapevole di una scelta e di una missione.


Una donna che cerca consapevolmente la solidarietà e l'aiuto delle altre donne, come nel caso della sua versione di Giuditta e Oloferne, in cui l'eroina viene aiutata dalla serva che, invece, nella versione classica rimane al di fuori della tenda.


Una solidarietà femminile che probabilmente la pittrice non sperimentò mai nella sua realtà e nella sua quotidianità. Anzi fu giudicata e condannata  dalle stesse donne, a partire dalla sua balia Tuzia che fu una delle sue maggiori accusatrici e detrattrici nell'ambito del processo.

La Nuzzolese instaura  un'ideale continuità con altri personaggi, come per esempio Frida Kahlo, attraverso lo spazio e il tempo.


"Si tratta di donne - evidenzia il regista - il cui spessore artistico è  stato offuscato dalla loro vicenda umana".

Un'identità  femminile che indica per i loro interlocutori maschili,  una diminutio di valore, dove la figura muliebre viene declassata a donnicciola e la sua arte a una "cosa da donne". 

domenica 15 maggio 2022

La finta nonna: storia di crecita e emancipazione al femminile

A breve, oggi pomeriggio, domenica 15 maggio alle 19:00, per i bimbi e i loro genitori una prova aperta gratuita al Nostos Teatro.

 La rassegna pensata per i più piccini è Into the Woods.


 

Il Nostos si riconferma spazio nevralgico di cultura e aggregazione per il territorio.

La storia è quella de “La Finta Nonna”, un antenato della più celebre “Cappuccetto Rosso” in cui la bambina è capace di salvarsi da sé, rivolgendosi alla comunità.

In questa versione, la bambina inizia il suo viaggio per chiedere il setaccio alla nonna che abita dall’altra parte del bosco. Solo che un’orca crudele ha preso il posto della nonna. In questo viaggio, la bambinaincontrerà alcuni strani personaggi che l’aiuteranno, grazie alla sua generosità, a salvarsi. 

 

In questa versione antica di “Cappuccetto Rosso” la figura del cacciatore è assente: la bambina è perfettamente in grado di cavarsela da sola, è furba e intelligente e si crea degli alleati lungo la strada (il Fiume Giordano e la Porta Cancello) che la aiuteranno a salvarsi dall’orca.

 

È la storia, quindi, di una bambina che diventa donna, autodeterminandosi e, allo stesso tempo, liberandosi attraverso l’aiuto di una comunità.

 

Il linguaggio scelto è il teatro d’oggetti. La storia de “La Finta Nonna” è realizzata ricreando la scenografia in miniatura su un tavolo. Gli oggetti sono ripresi da molto vicino, per alterare la percezione della dimensione delle cose.

 

La manipolazione degli ambienti e della protagonista è tutta realizzata a vista, senza nascondere l’artificio teatrale. Il video sarà realizzato in diretta, per dare agli spettatori la possibilità di vedere contemporaneamente il processo – gli attori che muovono, parlano e filmano – e il suo risultato finale.

 

Domenica 15 maggio ore 19.00

𝙄𝙉𝙏𝙊 𝙏𝙃𝙀 𝙒𝙊𝙊𝘿𝙎
𝙇𝙖 𝙛𝙞𝙣𝙩𝙖 𝙣𝙤𝙣𝙣𝙖

di Isabel Albertini, Simona Di Maio E Lorenzo Montanini

progetto vincitore di Residenze Digitali 2021
progetto finalista di Specchi Sonori 2021

                                                                                        età consigliata: dai 6 anni

 

domenica 13 febbraio 2022

Amleto: rivelare la verità attraverso l'arte, specchio della natura

 Amleto (o il Gioco del suo Teatro) per la regia e l'allestimento di Giovanni Meola è, come rivela il titolo stesso, un gioco. Un gioco cui sarà possibile assistere anche stasera, domenica 13 febbraio alle 18:00, al teatro Tram di Portalba.

Il gioco è penalizzato nella nostra cultura di riferimento, perchè viene associato a qualcosa di fanciullesco e in qualche modo di poco importante.

In realtà il gioco rappresenta, a tutte le età, uno strumento di crescita e di confronto, utile a allenenarsi, con leggerenza calviniana, nel role taking, l'assunzione del ruolo dell'altro, un momento in cui si indossano numerosi vestiti che apparentemente non ci appartengono. Serve a sperimentare, simulandole, varie situazioni di vita.

Poi c'è anche un altra prospettiva e ce la rivela la parola inglese joke, che significa scherzo. Mi viene in mentre un vecchio adagio che ci ricorda che "nello scherzo si dicono le cose serie".


 

E'  per questo che il principe Amleto, dopo che suo padre in sogno gli ha rivelato di essere stato ucciso per mano del fratello, decide di affidare al teatro, incarnato da un gruppo di attori che divengono specchio della natura, il compito di rivelare il vero. Per non dimenticare e per non spegnere il lume della ragione e della verità. Paradossalmente, però, in un mondo in cui le apparenze sono mistificatrici e la verità viene messa a tacere, per cercare di far prevalere la ragione il principe danese deve varcare i confini della pazzia.

Pare frutto di un gioco la rappresentazione che Amleto reclama. Poco più di uno scherzo, della facezia di un burlone, quei versi aggiunti quasi a caso per un divertissement, ma l'obiettivo del principe - filosofo è ambizioso: "continuare a essere e a esistere auteticamente per sognare". Ritrovare i sogni, dunque, e fugare gli incubi. Quelli che nascono dai complotti orditi da anime nere, scure come le pareti del palco del piccolo teatro Tram di Portalba che ospita la rappresentazione.

Il teatro, dunque, liberandosi da inutili orpelli e innaturali enfatizzazioni di situazioni e stati d'animo, rivela di avere un ruolo cruciale: riflettere la realtà, esserne specchio meno reale ma più vero, e far, parallelamente, riflettere su di essa.

Secondo le parole del regista, Amleto è uno dei personaggi più moderni della drammaturgia  e delle stesse tragedie shakesperiane. Non uomo idealizzato nè monolitico, bensì essere umano scisso, frammentato, corroso da dubbi e conflitti. Profondamente contraddittorio, laddove pensa una cosa e ne fa un'altra. Prende una decisione e poi fa un passo indietro.

Ofelia è la sua figura amata e complementare. Infatti, se Amleto vive il crollo delle illusioni e lo scollamento tra il dire e il fare, Ofelia non sa concepire una realtà diversa da come appare. Troppo onesta e tersa per concepire l'accusa infima, l'inganno e il complotto, questa figura, tragica , vittima dei demoni che la perseguitano al pari del protagonista, finisce per eclissarsi, forse per scelta o forse per tragica fatalità... l'opera originale e il regista non lo rivelano.


 

Sul palco si alternano solo tre attori ad interpretare tutti i personaggi, Solene Bresciani, Vincenzo Coppola e Sara Missaglia  della compagnia Virus Teatrali.

Assistente alla regia Chiara Vitiello e costumi di scena, all'insegna dell'essenzialità, firmati da Marina Mango.

 

Due voci femminili, in dialogo con quella maschile, che sgusciano fuori dalla propria pelle per entrare in quella di vari personaggi, partorendo e riparterendo, non senza sforzo, se stessi e interpretazioni sempre più sconsapevoli in un tourbillon, un vortice, che avvolge e stupisce lo spettatore. Una rappresentazione che alterna  diversi ruoli e che affida il cambio di ritmo e di ambientazione non a caratterizzazioni fisse e alla cristallizzazione di genere, bensì all'intensità della resa scenica, capace di traslarsi e traformarsi continuamente. 

 

A distanza di secoli le donne si riappropriano del palco, interdetto loro in epoca elisabettiana.

 

Ogni personaggio ha i suoi tormenti, amplificati da una cassa che rappresenta il rimbombo del dubbio nella coscienza. Un dialogo interiore esternalizzato attraverso una serie di domande rivolte all'amico Orazio, spettatore inerme dello scorrere di tanti fatti di tradimento e di sangue.

 


Ma il dubbio non viene mai fugato del tutto.

 

"Si tratta di un'opera densa di misteri e di cose non dette - rivela Meola - . D'altronde Shakespeare faceva parte della Compagnia del Ciambellano e tanti aspetti all'epoca, persino i più impensati, potevano assumere un significato politico. Se, per esempio, il personaggio della madre di Amleto fosse stato accusato esplicitamente di essere complice nell'assassinio del marito, quest'accusa sarebbe potuta suonare rivolta a Elisabetta nei confronti di Maria Stuarda".


Il riadattamento di Meola scompone e ricompone i frammenti della narrazione, li moltiplica in migliaia di potenziali specchi, incastri e punti di vista.

 

Il risultato è che lo spettatore, così come avviene per quegli specchi... non può non riflettere... su di sè e sulla sua identità; sulla vita con le sue inevitabili e ineliminabili contraddizioni; sul valore della cultura e del pensiero critico e sulla funzione del teatro che, attraverso apparenti infingimenti e giochi di ruolo, si fa veicolo di una consapevolezza profonda, capace di bucare il velo delle apparenze.


Ph. Nina Borrelli

martedì 7 aprile 2020

Officina Milena: dai libri ai gadget per piantare il seme di una lettura consapevole

L'officina è il luogo dove si creano le cose, vedendole nascere dal nulla, le si plasma e si riplasma, modellandole, dando corpo a progetti ed idee.

Un'officina, dunque, ma dove si dà vita a libri e gadget che vogliono piantare nei potenziali lettori il seme dello spirito critico, quello che solo un libro dalle radici profonde sa instillare.

Officina Milena (la pagina Facebook è consultabile qui)  è il nome di una piccola casa editrice indipendente diretta da Moreno Casciello, convinto che non si debba vivere per lavorare come automi passivizzati dalla routine e da ritmi alienanti, in luoghi in cui l'umanità e l'empatia non trovano più spazio, bensì appare sempre più necessario ed urgente dare il proprio contributo nel creare bellezza e consapevolezza, tali da far respirare l'esistenza  a pieni polmoni.
 


Milena è colei che ha ispirato un sogno, dando a Moreno la forza, la tenacia e la determinazione di tradurlo in un obiettivo e di incarnarlo in un progetto. Una giovane vita spezzata ed andata via troppo presto, appassionata di libri, cosa che l'aveva spinta a conseguire una laurea in lettere antiche. C'è, però, chi ha raccolto il suo testimone e lo ha portato verso un traguardo difficile, in un'ostinata impresa in controtendenza, densa di coraggio.

Se Officina Milena con i libri parla a grandi e piccoli di usi atavici, di linguaggi al femminile, di valorizzazione di genere, di amore in ogni sua forma, di risvegli di coscienze, ma anche di  contrasto al bullismo, di ecologia e di condivisione, con i gadget, che siano shopper, borse, maglie, tazze, taccuini, calamite, spillette o tovagliette per la colazione vuole creare, attraverso un'azione educativa leggera, che richiami la leggerezza calviniana, lettori appassionati, che della letteratura, fin dal risveglio, facciano il loro pane quotidiano ed il loro adagio ispiratore.



Ecco come è nata l'idea dei Proverbi del lettore: motti che si rifanno a quelli classici, ormai patrimonio della cultura popolare, ma che, con sagacia, propongano efficaci variazioni sul tema, ispirate al "vizio" della lettura, un vizio che non si dovrebbe mai perdere, ma che anzi dovrebbe crescere esponenzialmente.

Se si chiede a Moreno cosa ne pensi della possibilità per tutti di pubblicare il proprio libro, senza alcuna selezione o supervisione a monte, la risposta potrebbe sembrare snob, elitista, un bel po' di parte, forse,  a tratti addirittura feroce. 



Ma poi ci si imbatte in una stilla di Frammenti di un diario intimo e tutto appare all'improvviso più chiaro, se non lampante.

Infatti, Henri-Frédéric Amiel, che ne è l'autore, teme il rischio dell'appiattimento, della fine della legittima spinta ad automigliorarsi, del livellamento del valore che fa rima con il disconoscimento del merito, dell'annullamento della fatica individuale per raggiungere un obiettivo e così dice: << [...] La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. L'adorazione delle apparenze si paga. [...]>>.



Per i bambini, la sezione Milena Kids è tra quelle di punta,  la casa editrice rifugge qualsiasi vocazione all'indottrinamento, perchè i più piccoli devono essere lasciati liberi di interpretare, cercare, capire e "carpire" il messaggio ed i messaggi che una storia reca nascosti nel suo cuore pulsante.



Per sostenere ospedali e associazioni di volontariato, ai tempi del Covid 19, Officina Milena ha aderito, assieme ad altre case editrici indipendenti, all'inziativa Un libro contro il Coronavirus: per ogni libro acquistato sul sito delle case editrici aderenti (per Officina Milena qui) 1 euro sarà devoluto all'emergenza.



Ora lasciamo la parola a Moreno Casciello che ci parla della sua Officina Milena, dalla genesi ai progetti per il futuro.


D. E' un momento difficile: donne chiuse in casa con i loro aguzzini, donne svilite e donne caregiver senza riposo. Come un libro della tua collana al femminile può essere d'aiuto (anche per unire attraverso la lettura ad altre donne, di oggi e di ieri, o a potenziali interlocutori e lettori destinatari)?
R. Effettivamente il motto di quest’ultimo mese è “restare a casa”, che per molti può anche essere sinonimo di armonia e serenità. Così in tanti si dedicano a pensare a se stessi, oppure al contrario a dedicare più tempo alla famiglia, o riscoprono hobby accantonati. Ma non tutte le famiglie sono felici, per tanti l’ambiente familiare è ostile, e questo “restare a casa” può diventare un inferno. Se il rimanere a casa è una prigione, soprattutto per quelle donne che subiscono maltrattamenti domestici, possiamo solo augurarci che possa al contrario essere un periodo di riappacificazione e confronto. La letteratura indubbiamente aiuta, perché niente come la letteratura può risvegliare le coscienze. Autrici come Emma Fenu e Ramona Parenzan, così attente alle tematiche della femminilità, raggiungono gradi molto alti di empatia col loro pubblico femminile, ma io le consigli tanto anche agli uomini. Un uomo deve sempre capire che in ogni donna c’è sempre una dea.

D.  I bambini, da essere iperstimolati attrraverso una moltitudine di attività che corrono veloci, come il loro tempo ed i loro spazi, si ritrovano chiusi in casa, con orizzonti ristretti e lontani da nonni, maestri, amichetti e figure di riferimento. Un libro studiato su misura per loro, come tema affrontato e linguaggi utilizzati, può essere utile?
R. Io dico sempre che i bambini amano leggere. L’amano davvero, per loro è quasi una magia quando imparano a trasformare quei segni sulla carta in concetti. E se il libro è illustrato, ai loro occhi si apre un mondo incantato che noi adulti non riusciamo più a percepire. Noi adulti possiamo apprezzare la bellezza di un’illustrazione, ma per un bambino è un mondo che prende vita. Sono convinto, e non è retorica, che se una casa è piena di libri, in quella casa abitano bambini felici.

D. Come?
R. Noi siamo convinti che sia importante produrre libri che parlino di bullismo, di ecologia, di solidarietà, ecc, ma delle volte esageriamo forzando troppo i testi. Invece i bambini sanno leggere tra le righe molto bene. Non è necessario spiegare ai bambini perché pinocchio si è trasformato in un asino, lo capiscono benissimo da soli. Lasciamoli leggere e basta, lasciamoli leggere in pace, non facciamo i politici che dobbiamo per forza indirizzare la loro coscienza come vorremmo!

D. Librerie chiuse, vendite online bloccate: quali altri spazi può trovare la letteratura e la lettura?
R. Il problema credo sia legato alla vendita, più che alla lettura. Anzi, mi auguro che molte persone approfittino del momento per leggere quei libri che stanno prendendo polvere sui comodini.
Sicuramente gli ebook sono un modo per non fermare le vendite, e il canale digitale sta diventando preferenziale anche tra molti lettori italiani. Tuttavia per il digitale c’è una corsa al ribasso dei prezzi che vanifica il guadagno di piccoli editori, che si trovano a entrare in “competizione” con self publishing a 99 centesimi o spesso gratuiti. L’unica differenza la può quindi fare la qualità del prodotto editoriale. Magari sono controcorrente, ma dico alle persone: non leggete tanto, ma selezionate bene. Si sta troppo dietro ai numeri, ma se si educasse il lettore a scegliere la qualità, ci sarebbe più guadagno per tutti anche vendendo di meno, ad esempio fermando questa corsa al ribasso dei prezzi, o all’aumento vertiginoso delle percentuali trattenute dalla distribuzione. Ci sarebbe inoltre più selezione naturale tra i presunti “scrittori”, e meno libri da lanciare su un mercato che è tra i più saturi dell’economia moderna. Oggi in editoria contano purtroppo solo le “copie vendute”. Da quando la letteratura è solo un fatto di numeri?

D.  Ci parli delle vostre prossime iniziative?
R. Quando otto anni fa ho iniziato a fare editoria, non sapevo nemmeno come fosse fatta una tipografia, ma avevo idee ben chiare su cosa volevo realizzare. Anno per anno mi sto avvicinando, anche a costo di terribili sacrifici.  Stiamo aprendo una nostra ditta di distribuzione libri, per ora in Lazio, Campania e Puglia, ma presto nazionale. L’idea è di lavorare principalmente con librerie indipendenti e valorizzare piccoli editori di qualità.
Apriremo presto delle nostre librerie, e per quanto riguarda l’aspetto puramente editoriale, ci concentreremo di più sull’editoria per l’infanzia, non trascurando le tematiche di genere che abbiamo sempre trattato, dalle questioni LGBTQ+ al femminismo.

D. Qual è la ratio ispiratrice?
R. Questa è una storia che conoscono solo gli amici, ma per la prima volta voglio renderla pubblica. La casa editrice è nata dalla mancata elaborazione di un lutto, una terribile perdita che mi ha tolto il senso di tutto ciò che facevo. Era la compagna che mi ero scelto per la vita, ma una polmonite me la portò via. A quei tempi facevo l’impiegato e non avevo grandi ambizioni. Pensai che non era giusto che Milena fosse morta e io no, perciò decisi di sacrificare la mia vita per una causa che ritenessi giusta: quella causa era la letteratura. Che sia un sacrificio anche grande è abbastanza ovvio, è davanti agli occhi di tutti lo stato in cui versa l’editoria. Ci si deve scontrare con la realtà, ma mi è sempre rimasta l’idea di un’editoria sociale, che non sia solo retorica, ma voglia risvegliare le coscienze. Continuiamo a trattare questioni di discriminazione sociale come l’omofobia e il razzismo, ma ciò che ci interessa principalmente è educare i bambini.

D. Quale l'ideale fil rouge che le unisce?
R. Semplicemente il futuro. Mi chiedo: come vorrei che fosse la mia casa editrice tra 10 anni? E passo dopo passo cerco di avvicinarmi a questa mia visione. Non mi fermo mai a guardare cosa ho già realizzato e com’è la situazione attuale (cosa che mi svilirebbe a morte), ma seguo una sorta di miraggio. Un’unica direzione possibile. Forse perché vivo l’editoria come una missione.
D. Cosa bolle in pentola per Officina Milena?
R.  Tra i progetti per questo 2020, posso anticipare che ci muoveremo soprattutto in tre direzioni.
Abbiamo creato un brand di gadget e accessori chiamato “I proverbi del lettore”: selezioniamo alcuni proverbi classici e li modifichiamo in chiave libro. Dopo essere stati illustrati da bravissimi artisti, creiamo prodotti come calamite, taccuini, tazze, segnalibri, maglie, borse, ecc. 
 In arrivo ad aprile i primi taccuini, già acquistabili dal nostro sito www.officinamilena.com/shop.
 Tra maggio e giugno avremo un intero set per la prima colazione letteraria, con tovagliette, sottobicchieri e tazze a tema. Lavoreremo poi molto di più per rendere interattivi i nostri libri di Milena KIDS: attualmente questo è già possibile attraverso la presenza di segnalibri ritagliabili e stickers adesivi; entro quest’anno saranno integrati anche calamite e origami da sviluppare. Inoltre, stiamo preparando delle valigette contenenti interi set di prodotti per la lettura ludica destinate ai bambini. Infine un importantissimo progetto è quello relativo alla messa a regime di una nostra ditta di distribuzione di libri, specifica per le librerie indipendenti e per i piccoli editori di qualità. Milena Libri partirà soprattutto nelle regioni Lazio, Campania e Puglia, per poi diventare nazionale. 





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sabato 23 novembre 2019

Il lago dei cigni: lo stilista Salvatore Pappacena interpreta in questo modo la sposa e la donna contemporanee


Il cigno reca con sé un significato arcano, che si perde della notte dei tempi e parla il linguaggio di fiabe, di regni incantati, di miti, di dei e di eroi.

A partire dal mito di Giove, che per sedurre Leda assume l’aspetto di un cigno, fino alla funzione reale e metaforica del lago,  specchio d’acqua liquido ed impalpabile, collegato alla vita, grembo fecondo che genera ed alimenta lo slancio vitale,  ed avente una funzione protettiva dato che, con la nebbia che da esso si solleva, nasconde il misterioso e magico regno di Avalon, terra di incantesimi per eccellenza.

Ne Le Metamorfosi di Ovidio, il lago è formato, poi, da lacrime copiosamente versate, le stesse che sgorgheranno dagli occhi della principessa Odette di fronte al complotto ordito ai suoi danni.

Da sempre, dunque, in esso si gemellano vita e morte, gioia e dolore, rappresentati dalla luce e dalla leggerezza del cigno bianco e dalla menzogna, dall’inganno e dalla seduzione subdola del cigno nero, di cui parla, appunto, la successiva fiaba-balletto.

Salvatore Pappacena, giovane stilista di alta moda, che crea e guida le tendenze del momento nell’ambito dell’haute couture riprende una lettura più ampia della fiaba, intrisa di aspetti psicoanalitici, mostrando come Odette e Odile siano, in realtà, due facce della stessa persona, complementari l’uno all’altro. 

Odette e Odile, i due cigni-femmina rivali[1] esplicitano due aspetti insiti in una stessa donna, dove candore e mistero, intraprendenza, determinazione e grinta, parrebbero convivere. Vari modi di essere donna, ma anche e soprattutto, vari aspetti della donna stessa, che reca in sé diverse anime e dee, a volte in contrasto tra loro, come sottolinea Jean S. Bolen nel suo Le dee dentro la donna[2].

Salvatore Pappacena attraverso i suoi abiti dai tessuti leggeri, presenta una sposa eterea, ma consapevole di sé e del proprio intrinseco valore, che mostra con orgoglio all’esterno. 



Una sposa che incede nella vita con disinvoltura, fluidità e leggiadria, indossando un abito da sogno,  dove diverse consistenze e trasparenze si intersecano, creando effetti di magica leggerezza. 

Abiti che si ispirano all’armonia e fluidità dei  port de bras del balletto, alla sua tenera attenzione nei pas des deux del II atto e allo slancio vano del principe che, nella sequenza finale, resosi conto dell’inganno fatale, corre invano alla ricerca della sua Odette[3]. 

La sposa di Salvatore Pappacena invece, incede leggiadra, ma sicura di sé, della sua bellezza e dell’importanza di valorizzare le sue caratteristiche specifiche, priva di incertezze,  verso il compimento della sua storia d’amore, sovvertendo, in positivo, l’esito della fiaba.




Lo stilista di origini casertane ha presentato lo scorso 17 novembre la sua quarta collezione completa al  Complesso Zeno (Ercolano): tema ispiratore questa favola senza tempo.

L’ammaliatrice è la musa ispiratrice della linea houte couture di Salvatore Pappacena, composta da abiti vivaci e provocanti, destinati a una donna forte, determinata, desiderosa di affermarsi e perciò pronta a tutto per farlo. 

Eteree come delle ballerine, le spose di Salvatore Pappacena vestono abiti fatti di tulle e piume, di  tessuti  impalpabili che li rendono aerei, con trasparenze e sovrapposizioni di veli.  Elegante, sorprendente, tenue, sottile, lieve, splendente. Il mood è principesco, con dettagli che luccicano e le trasparenze che li esaltano.

A illuminare la figura, accessori di pregio, preziose piume di cristalli (inserti che diventano il punto focale di tutto il vestito) e ricami unici.

La sposa di Salvatore Pappacena è leggiadra, ma anche un po’ misteriosa, un mistero che sa esaltare la giusta distanza le due metà del cielo e quel giardino segreto che ogni donna custodisce nel cuore, riproposto metaforicamente grazie alle ombre e alle trasparenze dell’abito che indossa.

E poi ci sono gli abiti da sera creati dal couturier di origini casertane, quelli ispirati al cigno nero, disegnati per esaltare la bellezza della donna, per incentivare il suo potere ammaliatore. Via libera dunque a forme importanti, colori che gridano eleganza da tutti i pori, tessuti di pregio e accessori preziosi.  

La sposa leggiadra, dunque, sa mostrare tutta la sua grinta e determinazione in altre occasioni di aggregazione, o in cerimonie in  cui è protagonista e co-protagonista, attraverso abiti che ne esaltano la forza e la personalità multiforme.



Nella suo essere sposa contemporanea, invece, è una donna che vuole essere esclusiva, avere un segno distintivo, uscire dalla massa, non uniformandosi, grazie all’abito ed agli accessori. Vuole farsi notare, tratto caratterizzante dell'alta moda, ma sempre con stile ed eleganza, senza eccessi né volgarità. È una sposa che di quella classica conserva la voglia di vivere una favola d'amore, ma che vuole che il suo abito sia più da sera, da red carpet.

Salvatore asseconda questo suo desiderio, ma rispetto ai dettami canonici dell’alta moda va nella direzione di un progressivo e spiccato alleggerimento, dando alla sposa un mood più disinvolto e dinamico, un trend che è andato via via crescendo nelle sue quattro collezioni complete, caratterizzate da forme meno strutturate, tessuti meno rigidi, ma apportatori di levità, una diversa lavorazione e una ventata di freschezza ed innovazione.

“Il matrimonio contemporaneo – spiega lo stilista -  è sempre più concepito come un evento mondano e rispetto al passato l’abito, e la sposa che lo indossa, ha assunto centralità nevralgica, mentre prima era solo uno degli elementi caratterizzanti e questo in qualche modo ha agevolato il lavoro degli stilisti”.


Tempo di evoluzione e trasformazione per il matrimonio stesso. E se all'altare andassero due spose per giurarsi amore eterno? Pappacena vorrebbe dare forma attraverso il suo abito anche a questo sì.

“Nessuna sedicente diversità in evidenza – avverte – ma, in base alla filosofia che adotto per ogni sposa, via libera all'esaltazione della specifica personalità di ognuna e alla valorizzazione delle intrinseche e peculiari differenze ed eterogeneità di ogni essere umano in quanto tale”.

In generale, secondo questo evidenzia lo stilista, la sposa e la donna, che scelgono il suo stile lo fanno perché vogliono indossare qualcosa che le rappresenti, vogliono che venga aggiunto un tocco squisitamente personale che le descriva, un quid in più affidato all’interpretazione di questo esegeta del haute couture.

“Dei 36 capi che in media compongono una collezione, forse solo sei vengono acquistati ed indossati tal quali, da spose che vengono nel mio atelier e se ne innamorano letteralmente. Gli altri sono sottoposti ad un’operazione di spiccata personalizzazione, con la trasformazione del bozzetto, nel rispetto e nella fedeltà allo stile di fondo. Anche perché, dato che vi è una forte spinta pubblicitaria, i modelli da sfilata sono già noti e le spose vogliono avere, invece, un pieno effetto sorpresa, all’insegna dell’esclusività, della non uniformazione alla massa, dell’unicità, quando giungeranno all’altare”.

Lo studio su misura incomincia sin da quando la futura sposa arriva in atelier: parte da ciò che  ha scelto di indossare nel giorno della selezione del possibile abito nuziale, passando per come parla e si muove. E’ un’attenzione ai piccoli dettagli che definiscono lo stile proprio di ogni individuo.

Dopo aver scelto il bozzetto più affine al proprio stile si passa, poi, alla scelta dei tessuti, affinché il giorno più bello della propria vita sia unico, inimitabile e davvero indimenticabile.

Partner della sfilata couture per la collezione 2020: Eventi Mediterranei srl , Clarence Management, Carmine Di Siero Fiorista, DVBS produzioni video, Complesso Zeno, Serendipity di Trocciola Sara wedding & Event, Fotografo Carlo Ferrara.
Technical partner makeup: Accademia Trucco Liliana Paduano, White star Solutions Diego Tartaglione, Albano, D’amico parrucchieri, I Diana parrucchieri.


Ph. Carlo Ferrara




[1] Ci si rifà, raffrontandoli con l’operazione di stile ed alta moda di Salvatore Pappacena, a quanto espresso, in merito alla fiaba-balletto de Il Lago dei cigni in Pastorino Claudia Antonella Il Lago dei cigni, storia fatata Dal mito al ballo di Ciaikovskij, in InStoria, Rivista Online di Storia e Informazione, n.  93 - Settembre 2015 (CXXIV), in : http://www.instoria.it/home/lago_cigni_ciaikovskij.htm
[2] Bolen Jean S. Le donne dentro la donna, Astrolabio, Milano, 1991, p. 7.
[3]Ci si rifà, raffrontandoli con l’operazione di stile ed alta moda di Salvatore Pappacena, a quanto espresso, in merito alla fiaba-balletto de Il Lago dei cigni in La psicologia del Lago dei Cigni di Nureyev, in: http://www.chroniquesdedanse.com/it/critiques/la-psicologia-del-lago-dei-cigni-di-nureyev/