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sabato 23 novembre 2019

Il lago dei cigni: lo stilista Salvatore Pappacena interpreta in questo modo la sposa e la donna contemporanee


Il cigno reca con sé un significato arcano, che si perde della notte dei tempi e parla il linguaggio di fiabe, di regni incantati, di miti, di dei e di eroi.

A partire dal mito di Giove, che per sedurre Leda assume l’aspetto di un cigno, fino alla funzione reale e metaforica del lago,  specchio d’acqua liquido ed impalpabile, collegato alla vita, grembo fecondo che genera ed alimenta lo slancio vitale,  ed avente una funzione protettiva dato che, con la nebbia che da esso si solleva, nasconde il misterioso e magico regno di Avalon, terra di incantesimi per eccellenza.

Ne Le Metamorfosi di Ovidio, il lago è formato, poi, da lacrime copiosamente versate, le stesse che sgorgheranno dagli occhi della principessa Odette di fronte al complotto ordito ai suoi danni.

Da sempre, dunque, in esso si gemellano vita e morte, gioia e dolore, rappresentati dalla luce e dalla leggerezza del cigno bianco e dalla menzogna, dall’inganno e dalla seduzione subdola del cigno nero, di cui parla, appunto, la successiva fiaba-balletto.

Salvatore Pappacena, giovane stilista di alta moda, che crea e guida le tendenze del momento nell’ambito dell’haute couture riprende una lettura più ampia della fiaba, intrisa di aspetti psicoanalitici, mostrando come Odette e Odile siano, in realtà, due facce della stessa persona, complementari l’uno all’altro. 

Odette e Odile, i due cigni-femmina rivali[1] esplicitano due aspetti insiti in una stessa donna, dove candore e mistero, intraprendenza, determinazione e grinta, parrebbero convivere. Vari modi di essere donna, ma anche e soprattutto, vari aspetti della donna stessa, che reca in sé diverse anime e dee, a volte in contrasto tra loro, come sottolinea Jean S. Bolen nel suo Le dee dentro la donna[2].

Salvatore Pappacena attraverso i suoi abiti dai tessuti leggeri, presenta una sposa eterea, ma consapevole di sé e del proprio intrinseco valore, che mostra con orgoglio all’esterno. 



Una sposa che incede nella vita con disinvoltura, fluidità e leggiadria, indossando un abito da sogno,  dove diverse consistenze e trasparenze si intersecano, creando effetti di magica leggerezza. 

Abiti che si ispirano all’armonia e fluidità dei  port de bras del balletto, alla sua tenera attenzione nei pas des deux del II atto e allo slancio vano del principe che, nella sequenza finale, resosi conto dell’inganno fatale, corre invano alla ricerca della sua Odette[3]

La sposa di Salvatore Pappacena invece, incede leggiadra, ma sicura di sé, della sua bellezza e dell’importanza di valorizzare le sue caratteristiche specifiche, priva di incertezze,  verso il compimento della sua storia d’amore, sovvertendo, in positivo, l’esito della fiaba.




Lo stilista di origini casertane ha presentato lo scorso 17 novembre la sua quarta collezione completa al  Complesso Zeno (Ercolano): tema ispiratore questa favola senza tempo.

L’ammaliatrice è la musa ispiratrice della linea houte couture di Salvatore Pappacena, composta da abiti vivaci e provocanti, destinati a una donna forte, determinata, desiderosa di affermarsi e perciò pronta a tutto per farlo. 

Eteree come delle ballerine, le spose di Salvatore Pappacena vestono abiti fatti di tulle e piume, di  tessuti  impalpabili che li rendono aerei, con trasparenze e sovrapposizioni di veli.  Elegante, sorprendente, tenue, sottile, lieve, splendente. Il mood è principesco, con dettagli che luccicano e le trasparenze che li esaltano.

A illuminare la figura, accessori di pregio, preziose piume di cristalli (inserti che diventano il punto focale di tutto il vestito) e ricami unici.

La sposa di Salvatore Pappacena è leggiadra, ma anche un po’ misteriosa, un mistero che sa esaltare la giusta distanza le due metà del cielo e quel giardino segreto che ogni donna custodisce nel cuore, riproposto metaforicamente grazie alle ombre e alle trasparenze dell’abito che indossa.

E poi ci sono gli abiti da sera creati dal couturier di origini casertane, quelli ispirati al cigno nero, disegnati per esaltare la bellezza della donna, per incentivare il suo potere ammaliatore. Via libera dunque a forme importanti, colori che gridano eleganza da tutti i pori, tessuti di pregio e accessori preziosi.  

La sposa leggiadra, dunque, sa mostrare tutta la sua grinta e determinazione in altre occasioni di aggregazione, o in cerimonie in  cui è protagonista e co-protagonista, attraverso abiti che ne esaltano la forza e la personalità multiforme.



Nella suo essere sposa contemporanea, invece, è una donna che vuole essere esclusiva, avere un segno distintivo, uscire dalla massa, non uniformandosi, grazie all’abito ed agli accessori. Vuole farsi notare, tratto caratterizzante dell'alta moda, ma sempre con stile ed eleganza, senza eccessi né volgarità. È una sposa che di quella classica conserva la voglia di vivere una favola d'amore, ma che vuole che il suo abito sia più da sera, da red carpet.

Salvatore asseconda questo suo desiderio, ma rispetto ai dettami canonici dell’alta moda va nella direzione di un progressivo e spiccato alleggerimento, dando alla sposa un mood più disinvolto e dinamico, un trend che è andato via via crescendo nelle sue quattro collezioni complete, caratterizzate da forme meno strutturate, tessuti meno rigidi, ma apportatori di levità, una diversa lavorazione e una ventata di freschezza ed innovazione.

“Il matrimonio contemporaneo – spiega lo stilista -  è sempre più concepito come un evento mondano e rispetto al passato l’abito, e la sposa che lo indossa, ha assunto centralità nevralgica, mentre prima era solo uno degli elementi caratterizzanti e questo in qualche modo ha agevolato il lavoro degli stilisti”.


Tempo di evoluzione e trasformazione per il matrimonio stesso. E se all'altare andassero due spose per giurarsi amore eterno? Pappacena vorrebbe dare forma attraverso il suo abito anche a questo sì.

“Nessuna sedicente diversità in evidenza – avverte – ma, in base alla filosofia che adotto per ogni sposa, via libera all'esaltazione della specifica personalità di ognuna e alla valorizzazione delle intrinseche e peculiari differenze ed eterogeneità di ogni essere umano in quanto tale”.

In generale, secondo questo evidenzia lo stilista, la sposa e la donna, che scelgono il suo stile lo fanno perché vogliono indossare qualcosa che le rappresenti, vogliono che venga aggiunto un tocco squisitamente personale che le descriva, un quid in più affidato all’interpretazione di questo esegeta del haute couture.

“Dei 36 capi che in media compongono una collezione, forse solo sei vengono acquistati ed indossati tal quali, da spose che vengono nel mio atelier e se ne innamorano letteralmente. Gli altri sono sottoposti ad un’operazione di spiccata personalizzazione, con la trasformazione del bozzetto, nel rispetto e nella fedeltà allo stile di fondo. Anche perché, dato che vi è una forte spinta pubblicitaria, i modelli da sfilata sono già noti e le spose vogliono avere, invece, un pieno effetto sorpresa, all’insegna dell’esclusività, della non uniformazione alla massa, dell’unicità, quando giungeranno all’altare”.

Lo studio su misura incomincia sin da quando la futura sposa arriva in atelier: parte da ciò che  ha scelto di indossare nel giorno della selezione del possibile abito nuziale, passando per come parla e si muove. E’ un’attenzione ai piccoli dettagli che definiscono lo stile proprio di ogni individuo.

Dopo aver scelto il bozzetto più affine al proprio stile si passa, poi, alla scelta dei tessuti, affinché il giorno più bello della propria vita sia unico, inimitabile e davvero indimenticabile.

Partner della sfilata couture per la collezione 2020: Eventi Mediterranei srl , Clarence Management, Carmine Di Siero Fiorista, DVBS produzioni video, Complesso Zeno, Serendipity di Trocciola Sara wedding & Event, Fotografo Carlo Ferrara.
Technical partner makeup: Accademia Trucco Liliana Paduano, White star Solutions Diego Tartaglione, Albano, D’amico parrucchieri, I Diana parrucchieri.


Ph. Carlo Ferrara




[1] Ci si rifà, raffrontandoli con l’operazione di stile ed alta moda di Salvatore Pappacena, a quanto espresso, in merito alla fiaba-balletto de Il Lago dei cigni in Pastorino Claudia Antonella Il Lago dei cigni, storia fatata Dal mito al ballo di Ciaikovskij, in InStoria, Rivista Online di Storia e Informazione, n.  93 - Settembre 2015 (CXXIV), in : http://www.instoria.it/home/lago_cigni_ciaikovskij.htm
[2] Bolen Jean S. Le donne dentro la donna, Astrolabio, Milano, 1991, p. 7.
[3]Ci si rifà, raffrontandoli con l’operazione di stile ed alta moda di Salvatore Pappacena, a quanto espresso, in merito alla fiaba-balletto de Il Lago dei cigni in La psicologia del Lago dei Cigni di Nureyev, in: http://www.chroniquesdedanse.com/it/critiques/la-psicologia-del-lago-dei-cigni-di-nureyev/

martedì 29 ottobre 2019

I cocktail di Salvatore D'Anna all'Archivio Storico: molto più di un drink


Ai cocktail targati Archivio Storico ci pensa Salvatore D’Anna, bar manager del locale.

“Siamo alla VII edizione del menù – sottolinea il bar manager dell’Archivio Storico - . Anche questa volta si riconferma un forte legame con la tradizione del passato”.



Un passato che per Napoli, come sottolinea Salvatore D’Anna , è caratterizzato da numerosi gap storici, in cui alcuni segmenti di cultura sono stati letteralmente presi forzosamente e portati via.

Tra l’800 e il 900 si registra un’evoluzione nella cultura e nei metodi enogastronomici. In particolare, vi sono dei momenti storici in cui cucina, medicina e liquoristica convergono.

Tuttora alcuni liquori vengono prodotti con erbe coltivate nel giardino inglese della Reggia di Caserta, recuperando e valorizzando usi, costumi, antiche tradizioni e radici storiche.



“Si pensi che quando re Ferdinando – continua D’Anna – si trasferì in Sicilia volle assolutamente portare con sé  numerosi otri pieni della cosiddetta acqua delle mummare, frizzante e profumata”.

Oggi, ispirandosi a quell’acqua,  Salvatore D’Anna ha ideato il cocktail Fizz, vodka & lemon.

Gustoso, poi, il connubio con la pasticceria napoletana: entrambi i campi, infatti, sono connotati dal ricorso a dosaggi e tecniche estremamente precisi.

Secondo quanto ribadisce il bar manager, è necessario  coniugare tradizione ed innovazione, secondo regole precise, che consentano un incontro virtuoso con lo stile dell’american bar, senza abdicare alla propria identità forte e caratteristica.

Quattro le sezioni drink: i classici, caratterizzati da ingredienti raffinati e di elevata qualità. Le Grand Tour, ispirato al viaggio nei sapori del Regno delle due Sicilie da parte dei giovani aristocratici del XVII secolo. Le ricette ò Monzù, un termine che designava i capocuochi delle case aristocratiche in Campania. I Cinque Martini per 5 Re, uno per ogni sovrano della Casa di Borbone.



Due, dunque, le direttrici principali: quella dei cocktail classici ed intramontabili, reinterpretati all’insegna di raffinatezza ed elevatissima qualità. E quella dei drink di tendenza: i più richiesti, divenuti dei must rispetto ai trend canonici, ma con un quid di diverso.

Tre i punti di forza delle scelte adottate dall’Archivio Storico: l’orientamento al cliente, la valorizzazione della tradizione e l’ecosostenibilità.

“La nostra filosofia – evidenza D’Anna – è quella dello zero waste, dell’impatto ambientale zero. Tutto viene riutilizzato, ad esempio, per le decorazioni, come avviene per la polvere di lime o per quella di peperone”.

Decorazioni e deliziosi tocchi di colore, dunque.

Niente cannucce o, per chi proprio non possa farne a meno, si va da quelle di ferro a quelle di carta, passando per le compostabili.

Ed ora si punta alla vittoria ai Bar Awards 2019 che si terranno a Milano i primi di dicembre.

IL PERCORSO DI DEGUSTAZIONE PROPOSTO

Si comincia con una rivisitazione del Campari Spritz, un cocktail denominato Bicicletta. Lo ha sempre chiamato così, infatti, Salvatore D’Anna, sin da quando  ne ha memoria. 

I drink ideati e preparati dal bar manager introducono, per poi accompagnare, il pasto, valorizzandone i sapori, esaltandoli e rendendoli ancora più intensi. 

Dopo aver stuzzicato le papille gustative, le danze del gusto si aprono con un antipasto di cavolo cappuccio brasato nel burro di nocciola, uova di lompo e capesante scottate. In questo incontro tra mare e monti, la gustosa salsa nasconde quello che c’è sotto, creando  un raffinato effetto sorpresa, in grado di soddisfare, viziandoli, anche i palati più esigenti.  

Si continua, in un crescendo di sapori, con i Vermicelli alla Borbonica, spaghetti all’aglio nero, olio e peperoncino, su carpaccio di orata e mollica di pane.



E’ poi il momento del secondo, con la braciola di vitello ripiene di pizza di scarola, salsa di pinoli tostati e alici di Cetara. Un intreccio di sapori, tra antico e nuovo, che delizia.

La coccola finale è rappresentata dal dolce, un eclair mandorle e lamponi, che ci riporta ai profumi, ai sapori ed alle consistenze della Francia dei Monzù (il termine è una rivisitazione tutta partenopea del francese monsieur), un pasticcino dalla tipica forma allungata, concepito come un intenso dialogo tra l’involucro glassato, composto da una pasta choux , e l’interno, caratterizzato da un cuore di crema pasticcera.

Il gusto del dolce è accompagnato ed esaltato da un drink classico, ideato dal bar manager che non abbandona mai i menu targati Archivio Storico:  un Clover  Club, a base di gin, vermouth dry, succo di limone, sciroppo di lampone ed albume, a richiamare, gemellandosi con esso, i sapori che caratterizzano l’appetitoso protagonista del fine pasto. 


** Foto di Paola Tufo

lunedì 28 ottobre 2019

Menù in versione invernale per l’Archivio Storico: delizia del palato firmata da Pasquale Palamaro


Il nuovo menù, arrivato a salutare l’autunno e ad anticipare l’inverno, pensato da  Pasquale Palamaro, chef stellato consulente dell’Archivio Storico, ha il sapore della valorizzazione delle radici identitarie e delle tipicità territoriali, anche di quelle dimenticate, ma anche dei connubi arditi, che non ti aspetti, capaci di far incontrare materie prime apparentemente contrastanti ed inusitate, ma che solleticano fantasia, creatività e curiosità, viziano il palato, conquistando il gusto, e regalano un’esperienza sensoriale unica.


Un esempio? La sapiente silloge tra porcini, spigola ed olio alla vaniglia.

“Voglio – spiega lo chef stellato – che le persone si sentano trasportate dal gusto e in loro si generi la curiosità che il cambiamento porta con sé. Il mio obiettivo è creare cose nuove, che coniughino piacere ed emozione, e che portino le persone , sull’onda della curiosità, a tornare in un posto già vissuto con un’emozione diversa”.

Un viaggio nei sapori e nelle tradizioni della cucina borbonica che è anche una sfida, affrontata assieme a Luca Iannuzzi, con “forte rigore, nel preservare la storia e l’identità partenopea”.
Pasquale non nasconde che all’inizio si è dedicato a studiare ed approfondire le caratteristiche della cucina borbonica, dei piatti maggiormente graditi e consumati, e del Regno di Napoli, cercando poi di coniugare tradizione e innovazione.


“Mi soffermo sulle caratteristiche della materia prima e su come abbinarla – continua Palamaro –. Oggi prima creo il gusto e poi l’estetica del piatto, che è legata alla tecnica.  Una lezione che ho appreso dal grande tenore Andra Bocelli, che mi porta a pensare il piatto,  per poi assaggiarlo, ad occhi chiusi. Un piatto, quando lo mangi, deve emozionare,  regalando una sensazione di amore e naturalità”.

Insomma: un bel piatto potrebbe incantare gli occhi, portando l’avventore ad innalzare le aspettative del palato, ma poi risultare ingannevole e deludere il gusto. 

Tempi duri per chi crea in cucina, ed ama il cibo e le materie prime, tenendo conto di un percorso difficile ed a ostacoli tra allergie ed intolleranze alimentari, malattie metaboliche e patologie sistemiche.

Palamaro, in tal senso, parla di “senso della tavola”, della responsabilità, gravida di conseguenze, di non rovinare una serata a chi, per necessità o scelta, non può mangiare determinati alimenti e condimenti e che, magari, si è fatto coinvolgere dagli amici, nella speranza di visitare un nuovo locale, a tutta gradevolezza. E’ proprio lui a dover stare bene.




“Il nostro scopo – evidenzia lo chef – è donare un esperienza unica e ci dispiace se qualcuno è costretto a rinunciarvi. I nostri piatti, nel momento in cui li pensiamo, vengono letteralmente messi sotto esame, per farne emergere le criticità. La ricetta, ad esempio, viene sperimentata senza alcuni elementi, come il lattosio o l’olio d’oliva”.

Se nonostante gli stress test applicati, che sottraggono alla ricetta alcuni degli elementi, possibile causa delle principali allergie e intolleranze, il piatto non fosse comunque compatibile con le esigenze alimentari speciali del cliente, si può optare per un piatto basic, all’insegna della semplicità.
“Se serviamo uno spaghetto al pomodoro, ad esempio – ribadisce Palamaro – facciamo in modo che sia il miglior spaghetto al pomodoro mai gustato dal cliente”.

Se si parla di alimenti funzionali, che lo siano per caratteristiche intrinseche, signori  facciano un passo avanti le spezie, per sedersi in trono, dato che, per naturalità e proprietà terapeutiche, fanno davvero bene alla salute, intesa come benessere globale dell’individuo.

“La spezia è l’elemento integrante della ricetta – spiega Palamaro. In tal senso, io mi rifaccio alla scuola di Anthony Genovese che è riuscito in un piatto ad usare armoniosamente ben 5 tipi di spezie”.

Ad ingolosire anche i palati più esigenti la sua braciola cotta al vapore immersa nel brodo insaporito con limone e chiodi di garofano, per dare freschezza, come sottolinea lui stesso.

IL PERCORSO DI PASQUALE PALAMARO

Ventisei anni passati in cucina. E’ la sua tenacia, la sua passione e la sua esperienza ad aver portato Pasquale Palamaro ad essere ciò che è oggi: uno chef stellato, capace di ideare piatti in grado di stupire, abbinando materie prime di altissima qualità e sapori delicati o intensi,  che si muovono tra tradizione ed innovazione.

La sua grande occasione arriva già a 26 anni,  nel 2004, quando approda al Regina Isabella. Tranne alcune brevi parentesi, il Regina Isabella punta ancora, quasi esclusivamente, su una cucina di tradizione. 

Pasquale, però, ha voglia di imparare e di diversificare le sue proposte gastronomiche: per questo, con i guadagni estivi, riesce a frequentare 7-8 stage nel periodo invernale. Niente paga, lo fa a titolo gratuito, ma così ha la possibilità di apprendere alcune preziose lezioni all’interno di ristoranti stellati.

Di queste lezioni fa tesoro e così, nel 2010, arriva il salto di qualità, con l’idea di fare cucina gourmet al Regina Isabella. Un’idea che la famiglia Carriero sposa e sostiene. Così allo Sporting ed al Dolce Vita si affianca il ristorante Indaco.

I risultati, però, nei primi 3 anni, sono assai modesti, addirittura deludenti: dai 4 ai 6 coperti a settimana. Tra i 50 ed i 100 in un anno. Pasquale è demotivato ed amareggiato: pensa che la sua sia stata una scommessa persa, nonostante la passione, la forza di volontà e le competenze profuse. Sta per gettare la spugna, ma ecco che arriva una telefonata che cambia le cose e rimescola le carte: gli è stata conferita la stella Michelin. 

Siamo nel 2013: Pasquale Palamaro diventa uno chef stellato , portando con sé, tra gli astri, anche  il ristorante Indaco  e riscuotendo, finalmente, a conferma del fatto che la sua sia un’ide a vincente, un amplissimo consenso di pubblico, all’insegna del gusto.



Una competenza, una passione ed una creatività che oggi Pasquale Palamaro mette a disposizione anche dell’Archivio Storico, di cui è consulente.

La perizia sul versante beverage & food  ha trovato casa in un luogo suggestivo che Luca Iannuzzi ha letteralmente fatto realizzare da  0, partendo  dalle cantine di un palazzo situato nel cuore del quartiere Vomero. Un’operazione che è valsa al locale il premio Cultura Crea.

“Miriamo – spiega Iannuzzi  - ad offrire l’eccellenza assoluta, sia per la parte food sia per i cocktails. Questo grazie ad una ricerca accurata delle materie prime, che permettano di riprodurre il gusto dell’epoca, attraverso l’utilizzo di una certa pasta, ad esempio o di una certa verdura, caratteristici anche per la zona di provenienza”.

Come si può raggiungere quella che il filosofo Popper avrebbe definito la quadratura del cerchio, tra elevata qualità e prezzi, tale da permettere di gustare la cucina borbonica, non precludendosi un’esperienza unica?

Al fine di sostenere l’economia del locale c’è  un accurato studio del food cost, della marginalità, sia dei piatti sia dei cocktails, per permettere al locale di rimanere in vita, garantendo, al contempo, la massima qualità al cliente, senza che quest’ultimo sia costretto a privarsi di golosità irrinunciabili. 


IL TOUR NEL GUSTO PROPOSTO

Si comincia con una rivisitazione del Campari Spritz, un cocktail chiamato Bicicletta. Lo ha sempre chiamato così, infatti, Salvatore D’Anna, sin da quando  ne ha memoria.

Dopo aver stuzzicato le papille gustative, le danze del gusto si aprono con un antipasto di cavolo cappuccio brasato nel burro di nocciola, uova di lompo e capesante scottate. In questo incontro tra mare e monti, la gustosa salsa nasconde quello che c’è sotto, creando  un raffinato effetto sorpresa, in grado di soddisfare, viziandoli, anche i palati più esigenti. 

Si continua, in un crescendo di sapori, con i Vermicelli alla Borbonica, spaghetti all’aglio nero, olio e peperoncino, su carpaccio di orata e mollica di pane.



E’ poi il momento del secondo, con la braciola di vitello ripiene di pizza di scarola, salsa di pinoli tostati e alici di Cetara. Un intreccio di sapori, tra antico e nuovo, che delizia.

La coccola finale è rappresentata dal dolce, un eclair mandorle e lamponi, che ci riporta ai profumi, ai sapori ed alle consistenze della Francia dei Monzù (il termine è una rivisitazione tutta partenopea del francese monsieur), un pasticcino dalla tipica forma allungata, concepito come un intenso dialogo tra l’involucro glassato, composto da una pasta choux , e l’interno, caratterizzato da un cuore di crema pasticcera.



Il gusto del dolce è accompagnato ed esaltato da un drink classico, ideato dal bar manager che non abbandona mai i menu targati Archivio Storico:  un Clover  Club, a base di gin, vermouth dry, succo di limone, sciroppo di lampone ed albume, a richiamare, gemellandosi con esso, i sapori che caratterizzano l’appetitoso protagonista del fine pasto. 

** Foto di Simone La Rocca e di Paola Tufo