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sabato 25 luglio 2020

SfoglieteLab: Vincenzo Ferrieri bissa in gusto e creatività a piazza Dante

Per ogni attività esistono numerosi momenti di debutto in società, che permettono di dialogare con la propria clientela e presentare le proprie leccornie.



Per Vincenzo Ferrieri ed il suo SfogliateLab uno è stasera, sabato 25 luglio, con un aperitivo davvero invitante, organizzato nel nuovo punto aggregativo di piazza Dante, sotto lo sguardo benevolo e protettivo del sommo poeta. Orologi puntati per le 19.00.

Una tradizione familiare solida, in grado di rinnovarsi, ma anche di rimanere fedele a sè stessa, in soluzione di sostanziale continuità.



Le radici affondano in una laboriosità lunga tre generazioni, sin da quando è nonno Vincenzo a mettere le mani nell'impasto, portata avanti dai suoi figli, prima, e dai nipoti, poi.

Il marchio targato Vincenzo Ferrieri è SfogliateLab (ma sono stati nutriti dalla medesima radice, per poi trovare modi e spazi di diversificazione, anche Cioccolatitaliani, con in tandem la coppia padre-figlio Giovanni e Vincenzo, esportato a Milano, e Cuori di sfogliatella di Antonio Ferrieri).

Questa nuova sede arriva dopo 20 anni dalla sede storica, situata nel cuore vivo e pulsante di piazza Garibaldi.



"Nella sede storica - racconta Vincenzo -  gestisco la pasticceria e i laboratori artigianali.  Trecentocinquanta metri quadrati, articolati su due piani".

Si bissa, quindi, con questo nuovo corner, più raccolto ed intimo, dotato di un forno, onde garantire la fragranza dei prodotti, cotti in loco, che però dal primo locale mutua lo stile, affidato all'architetto Francesca Guida, e i colori, per assicurare la piena riconoscibilità, e familiarità del marchio.

I prodotti targati SfogliateLab sanno conquistare tutti, da Nord a Sud: prova ne sono i numeri dell'e-commerce, con in testa la Lombardia: sfogliatella campanella, babà e pastiera, nelle due versioni dolce e salata.

Vincenzo ha il merito di aver letteralmente riconquistato la fascia giovanile, che si era allontanata dalla versione classica della sfogliatella riccia, preparata con una base neutra, fatta da acqua, farina e sale, e l'interno caratterizzato da un'esplosione di gusto, grazie alla mescolanza tra ricotta, semola e canditi.

"Per stregare un pubblico giovane - racconta Ferrieri, formatosi alla Scuola di Dolce e Salato, che ha intrapreso il suo cammino sin da quando aveva 16 anni - ho mantenuto la farcitura a base di semola e ricotta, ma ho portato il gusto all'esterno, sulla superficie, coniugando tradizione e innovazione".

Poi arriva la Sfogliatella campanella, che ibrida il dolce partenopeo classico con il cannolo siciliano, facendo incontrare la croccantezza della sfoglia esterna e la scioglievolezza della farcia interna.



Il dolce viene cotto su uno stampino a forma di campana: all'interno troviamo ricotta fresca e, affinchè l'esterno non si inzuppi, perdendo la sua peculiarità croccante, viene isolata con una parete di cioccolato infuso. Sulla cima ed all'esterno, poi, tornano gli ingrediernti che caratterizzano la peculiare variante, presentata in oltre 40 nuance di sapore.

Ingolosisce l'aperitivo reso unico dalle mini-sfogliatelle salate, dove sono protagonisti alcuni elementi tipici della cucina partenopea: salsiccia e friarielli; melanzana e provola.




A viziare davvero tutti i gusti, ci pensa la Sfogliata fredda, un semifreddo che propone una sfogliata scomposta, fatta con pan di spagna, sfoglia sbriciolata, mousse di ricotta al gusto di sfogliata, canditi, aromi naturali, un'altra sfoglia e zucchero a velo. A completare quella che assume i contorni di una vera e propria opera d'arte, conferendole un'ulteriore caratterizzazione per le papille gustative, la decorazione realizzata con una mini - sfogliata riccia classica.

"Questa apertura - racconta Vincenzo - è una scommessa ed insieme una promessa fatta a mio padre reduce dal Covid-19.  Trentadue giorni di ricovero in ospedale. Un gesto di speranza e rinascita, all'insegna del confronto e delle nuove idee".

Il protagonista della manifestazione Artigiano in fiera di Milano, la cui terza edizione si è svolta lo scorso dicembre, nella settimana che va dal 2 al 9, è il panettone al gusto di sfogliatella, figlio di una lievitazione lunga 72 ore, suddivisa in due momenti (doppia lievitazione), realizzato con una quantità di lievito madre davvero minima.

Per chi, come Vincenzo Ferrieri, si impegna, con competenza, dedizione, qualità e creatività, un brindisi al sapore dolce ed invitante delle scommesse vinte!







martedì 21 gennaio 2020

Le rotte dei sapori: la tradizione sofisticata dell'Imperium Bistro vince la sfida del gusto

Risorgere dalle ceneri, quelle del Luna Rossa, e come una fenice immaginare orizzonti diversi sui quali librarsi, più forti e combattivi di prima, con rinnovati progetti, stili ed obiettivi.

E' questo il percorso intrapreso dall'Imperium Bistro (via Calastro 3) a Torre del Greco. Dalla balaustra in pietra di fronte si vede il porto, che sorge non distante.

E dal porto, dal pescato del giorno, lo chef  Vincenzo Langella, assieme alla sua brigata di cucina, trae ispirazione e sapori, abbinandoli sapientemente a quelli di terra, creando piatti con una struttura sapida e sorprendente, all'insegna di una tradizione rivisitata in chiave moderna.



La stella polare, la guida, però, è proprio la tradizione, quella che esce dalle cucine e dalle ricette della nonna.

Da lei, infatti, Vincenzo Langella ha imparato l'arte della pazienza, quella di saper aspettare i tempi giusti, e quella del sorriso che non si arrende. Dalle mani che si muovono veloci ed instancabili ha tratto insegnamento.

Dal padre, poi, ha imparato quanto sia importante saper fare sacrifici e arricchire e diversificare le proprie competenze, senza adagiarsi mai, nutrendo la propria creatività.

Per l'Imperium Bistro ha immaginato un menu aperto, che cambi pelle ogni due mesi, per rispettare la stagionalità degli ingredienti, il km 0, che attinga alle primizie dei produttori locali, secondo l'ottica dello zero waste.



Niente scarto, dunque: tutto viene riutilizzato, come è proprio di una cucina povera ed autentica.

Con quello che avanza dai broccoli, ad esempio, viene fatto il pane o dei brodi saporiti e, ancora, vengono decorati e "colorati" i piatti.

Vincenzo si occupa di tutto dai lievitati, come i panini al timo e limone ed il pane di semola, senza dimenticare i gustosi grissini, al dolce, passando per entree, antipasti, primi e secondi. Ha fortemente voluto fosse così e si è formato ed aggiornato attraverso vari corsi.

Il suo scopo è quello di incuriosire ed ingolosire anche chi ormai ha sviluppato una certa familiarità verso il locale, inducendolo a ritornare, attratto da una cucina sempre diversa, ma con una precisa identità fondante.

Quale? Quella fedele alla tradizione, ma che non ha paura di osare, di deviare dalle rotte del noto, rivisitandola e modernizzandola.

La tartare di manzo avellinese, ad esempio, è davvero semplice e delicata, ma sorprende grazie ad un bon bon di bufala che "scoppia in bocca".

Una tradizione, quella perseguita da Langella, che strizza l'occhio all'Oriente, con i suoi sapori speziati alla soia, alla curcuma, allo zenzero... e gioca con le cotture: al vapore, sottovuoto, alla piastra, mista.

Come per il maiale stracotto per 72 ore, arricchito con soia salata, per donare sapidità, secondo una cottura tale da garantirne la morbidezza, ma caramellato al miele, scottandolo in padella, per creare un mix croccante.

Lo stracotto viene poi adagiato su una zuppetta di patate, realizzata con un fondo di sedano, carote e cipolla.



A conferire una nota amarognola il pestato di rucola selvatica, mentre al retrogusto ferroso ci pensa la bieta.



"Grazie alla bassa temperatura della cottura sottovuoto - spiega lo chef - conserviamo la morbidezza e tutte le proprietà delle proteine e dei succhi della carne. Abbinando, poi, una breve cottura violenta, dopo averlo tamponato per non farlo bruciare, conferiamo croccantezza al piatto".

Ogni cottura, dunque, anche quella mista, dona al piatto strutture profondamente diverse, come nel caso delle costolette, le ribes, di maiale, cotte sottovuoto, per poi essere laccate sulla piastra, ed aromatizzate con zenzero, aglio ed erbe, come timo, salvia, rosmarino ed alloro, per conferire un intenso profumo, che richiami quelli tipici della montagna.

Inedita la formula mangia e bevi che associa i piatti ai cocktail.

"Essendo, nell'anima, un bistrot - continua Langella - perchè non si può gustare un piatto e contemporaneamente bere un cocktail di accompagnamento?".

I cocktail, infatti, sono studiati da Ivan Cerbone, Rosario Marciano  Sandro Azam. in collaborazione con lo chef (nascono prima i piatti e poi i coktail), per richiamare il piatto, ma anche per pulire ed "appiattire" il palato, preparandolo a ricevere un nuovo gusto.



Nell'aria dedicata al bar, poi, dodici posti sono pronti per gli amanti dei cicchetti, da abbinare a taglieri composti con prosciutto crudo di Parma gran riserva, prosciutto cotto affumicato, pancetta aromatizzata al vino, culatello di Zibello, coppa di parma, bacon affumicato, salame napoli nostrano, salame di cinghiale, salsiccia stagionata dolce con finocchietto selvatico, salsiccia stagionata piccante, salamini di cinghiale, lardo di Conca, provolone stagionato piccante, formaggio pecorino stagionato, formaggio di fossa, formaggio stagionato di vaccina e molto altro, in una sinfonia di sapori, tale da rendere ogni assaggio un viaggio multisensoriale nel gusto.

IL LOCALE

Il locale nasce dalla scommessa vinta da Lorenzo VillaniRiccardo Azam e Anna Villani. Percorsi umani e professionali diversi, ma accomunati dalla cura e dall'orientamento al cliente/utente e dalla capacità di intercettarne e soddifarne necessità e bisogni.




Dalle loro idee, cui hanno dato corpo l'archittetto Valentina D'Urzo e la decoratrice d'interni Rossella Guarino, nasce un ambiente dalle linee pulite, molto luminoso, arricchito da particolari shabby, affidati a Graziella, che ha curato anche il restauro dei mobili, dove c'è tanto di antico, anche se "restituito" alla vista in chiave moderna, come sottolinea Anna.



Ottanta tavoli che configurano un ambiente caldo ed accogliente, non dispersivo, ma in grado di assicurare agli astanti il giusto livello di privacy ed intimità.

La clientela cui il locale punta è quella degli over 30, stanchi dei soliti panini, incuriositi da piatti fedeli alla tradizione, proposti in chiave modernizzata ed in grado di affascinare anche lo sguardo grazie ad una presentazione sofisticata.


IL MENU

*ENTREE'*
Tartare di manzo con bon bon di bufala
COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Passion Apple (liquore di mele - sciroppo passion fruit - succo di mandarino - succo limone - succo mela verde)

*ANTIPASTO*
Carciofo al timo su crema di patate lardo di conca e tartufi

COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Unicorno (unicum -disaronno - affumicatura con legno di melo e timo)

*PRIMO*
Spaghettone Cacio e Pepe su guazzetto di frutti di mare e pesto di nocciole

COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
French75 (gin Hendrix - succo limone fresco - sciroppo zucchero - vino bianco)

*SECONDO*
Stracotto di maiale alla soia e miele con bieta e rucola selvatica
COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Dolceamaro (lime - rucola prestata - sciroppo d agave - zenzero pestato – vodka - ginger ale)

*DESSERT*
Tiramisù con moijto al caffè

COCKTAIL IN ABBINAMENTO:
Vodkito (perchè al rum è sostituita la vodka)  al caffè (lime a fette - zucchero di canna - Menta - vodka - sambuca - liquore al caffè).











giovedì 19 dicembre 2019

Tam Tam Digifest: analisi sulle macchine del cambiamento ed educazione ad una fruizione consapevole delle immagini e dei mezzi


Segna la sua quattordicesima tappa Il festival Tam Tam Digifest, realizzato dalla cooperativa Tam Tam in collaborazione con la Compagnia della Città e l’Associazione Articolo 31, con il contributo dell’assessorato Turismo e Spettacolo della Regione Campania e con la direzione artistica di Giulio Gargia.

“Questa è l’edizione – racconta il direttore artistico – in cui abbiamo differenziato di più le proiezioni, con una sorta di scommessa particolare”.

La settima arte ha trovato casa nel Palazzo partenopeo che alle varie forme d’arte dedica il suo operato: il PAN, in via Dei Mille 60.

Trattandosi di una rassegna regionale, sono stati toccati diversi punti geografici:  Arzano, Napoli, Capaccio, Caserta. E’ attraverso queste terre che si è propagato il “tam tam” di questa edizione dedicata al tema del Restyling – Le macchine del cambiamento.


“Volevamo indagare – continua Gargia – questa sorta di voglia, che diviene ossessione,  per il  cambiamento continuo, quale tratto esistenziale delle persone”.

Questo il filo conduttore  delle tre sezioni che hanno analizzato come le macchine si umanizzino e come, al contrario, gli esseri umani divengano paradossalmente macchine.

Proiettati film ascrivibili agli anni ’20 e ’30, restaurati con il digitale, tra cui Metropolis nella versione di Giorgio Moroder, che decise di tentare un’operazione avanguardistica:  far incontrare il cinema muto con canzoni pop/rock contemporanee degli anni ’80.

“Il musicale ha stravolto tutto – spiega Gargia - . I film, grazie al digitale, hanno subito una sorta di lifting, un ringiovanimento, e sono stati anche colorizzati”.


Spazio, poi, a pellicole come Il volto di un’altra di Pappi Corsicato o Un maggiolino tutto matto, diretto da Robert Stevenson.

Come ha più volte sottolineato il sociologo Zygmunt Bauman, il capitalismo cerca sempre nuovi territori da colonizzare e depredare e, come un mutaforma di potteriana memoria, trova sempre nuovi modi: questa, dunque, è l’era in cui il marketing sembrerebbe aver impregnato di sé le nostre coscienze.

Proprio per questo, poi, hanno avuto ampio spazio i documentari, che raccontano storie coraggiose di persone combattenti, che mettono a repentaglio la loro vita per un ideale di libertà, di giustizia ed equità sociale. Un ideale che possa incontrarsi con il reale, come nel caso de Le Ragazze della rivoluzione (2019) di Giancarlo Bocchi.


IL PERCORSO

L’esordio avviene nelle vesti di una sezione della Rassegna Accordi @ Disaccordi al Parco del Poggio.

“Il nostro iter è all’insegna della continuità – evidenzia Gargia -. Anche in quel caso, infatti, si trattava del racconto di come l’innovazione digitale avesse modificato il modo di fare cinema. In quel caso presentammo Il mio film col telefonino di Pippo Delbono, una pellicola interamente girata con il cellulare”.

Una cornice nella cornice è poi stata rappresentata dall’incontro tra cinema e giornalismo e dalla peculiare marca stilistica di questo modo di narrare la realtà.
Secondo il direttore artistico della rassegna è fondamentale indagare come un mezzo agisca sulla percezione del pubblico.

“Nel caso del cosiddetto citizen jounalism – rimarca Gargia – vediamo come persone che non sono giornalisti lo divengano, in qualche modo, attraverso l’uso del mezzo che hanno in quel momento a disposizione”.

Questo testimonia della diffusione capillare  dell’uso di alcuni mezzi di comunicazione nel quotidiano. Proprio per questo, secondo il direttore artistico, è necessario educare alla fruizione delle immagini e creare coscienza e consapevolezza di come uno strumento, caratterizzato da specifiche caratteristiche e potenzialità, possa essere usato.

Un intento , quello di creare la coscienza del mezzo, che si ritrova anche nei documentari ispirati ai fatti di Genova, nel 2001, in occasione del G8, ed a quelli accaduti a Firenze.

Poi arriva la trilogia di cortometraggi La scomparsa dell'Auditel, un lavoro di avanguardia,  che analizza come questo meccanismo, secondo quanto racconta Gargia, in realtà serva a manipolare la percezione degli spettatori/consumatori, aumentando la pervasività del sistema di vendita ed orientando ad hoc le loro preferenze. 

“Si tratta  - ribadisce Gargia – di numeri non attendibili e mi sono chiesto che uso si faccia di questi numeri. Un utilizzo che si rivela manipolatorio come accade oggi con i social network”.
Come si legge nel libro L’Arbitro è il venduto, tappa d’approdo di questa inchiesta << con la 249, entrata in vigore nel ’97,  l’Authority dovrebbe gestire e rilevare in prima persona gli ascolti radiotelevisivi, sia a livello nazionale sia a livello regionale. Ma non lo fa>>, consentendo che si giochi una “partita truccata tra l’audience ed il mercato dei consumi” per conquistare il tempo dell’attenzione di chi sta dall’altra parte del video.

Per maggiori informazioni: http://tamtamdigifest.it/

lunedì 9 dicembre 2019

La nuova lista dei vini dell'Archivio Storico: valorizzazione territoriale e visione internazionale


L’Archivio Storico, esclusivo locale ubicato nel cuore pulsante del quartiere Vomero dedito al recupero ed alla valorizzazione dell’enogastronomia di epoca borbonica, tra tradizione e sapiente innovazione, arricchisce, con tocchi da maestro, la propria lista dei vini, ma anche dei cocktail rinforzati. Questi ultimi vengono resi ancora più arditi con preparati handmade, ridistillati “in casa”, grazie ad un innovativo macchinario, il Rotavapor, versione contemporanea di un alambicco e di un laboratorio da apprendista stregone del gusto e della creatività.



“E’ stato fatto tutto per arrivare a questo – racconta il bar manager Salvatore D’Anna - . La lista ora potrà essere ampliata a piacimento. Si potrà inserire una pagina per ogni novità ideata e realizzata. Via libera, dunque, a riduzioni e sciroppi”.



Nasce così il gin con cardamomo, tè rosso, zenzero, lavanda e camomilla, il campari distillato al caffè e la vodka al biscotto nocciole e cioccolato, capaci di conciliare, all’insegna di un sapore buono che sa stregare, le qualità officinali ed il lato edonistico.

“Nel processo di recupero e valorizzazione delle tradizioni borboniche in cucina – continua D’Anna – lavorare con il vino è molto facile. Vi è, infatti, l’aspetto campestre e bucolico e, sul piano agricolo, la raccolta e la selezione delle uve. Per ideare i cocktail vi è una vera e propria ricerca sociale che incrocia le istanze proprie di un american bar e quella di valorizzazione delle tradizioni borboniche, tema del locale, come nel caso degli erboristi della scuola di Salerno e, più in generale, un’analisi incentrata su come si viveva e su cosa piaceva maggiormente a quell’epoca”.



L’Archivio, dunque, si fa portavoce di antiche tradizioni, spontanee ed orali.

Attenzione alla qualità, al gusto ed all’ambiente dato che il locale punta allo zero waste.
“Nella lavorazione non si hanno scarti – continua il bar manager – bensì si recupera tutto. Da una parte, ad esempio, si ha la vodka, dall’altra lo sciroppo al biscotto. Idem dicasi per le arance ed il distillato all’arancia”.



Il Rotavapor attua una doppia lavorazione e così facendo riesce ad abbattere i costi, innalzando al contempo la qualità degli sciroppi, visto che sono privi di addensanti e parti gommose.
Un lavoro coeso e di squadra con la brigata della cucina.



“L’Archivio Storico – sottolinea Tommaso Luongo, delegato provinciale dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS) per Napoli – è molto più di un luogo dove si mangia e si beve: è un progetto. In esso è insita un’idea del vino contemporanea, che guarda alla nostra terra, ma con con un occhio rivolto verso le produzioni  del mondo, senza confini e barriere, tenendo conto dell’impatto del cambiamento climatico”.



Una nuova sezione della lista è dedicata ai cosiddetti vini a piede franco, figli di vigneti secolari, che hanno resistito agli attacchi dannosi della fillossera.
Poi i vini da vitigni Piwi, che resistono alle malattie fungine, coltivati in condizioni difficili ed estreme, rispondendo in maniera naturale alle esigenze proprie della vite, senza ricorrere a sintesi chimiche.

Senza dimenticare la Francia, con vini, bianchi rossi e rosati, ricompresi in un’unica fascia di prezzo ed in un’unica offerta.


Spazio, poi, alla sezione dedicata alle bollicine, con una carta internazionale nella sua volontà, come ribadisce Luongo, di attraversare gusti e sensibilità.

“Più in là – continua il delegato provinciale AIS per Napoli – intendiamo realizzare percorsi esperienziali, piccole lezioni didattiche, per conoscere un territorio in maniera profonda. Un vero e proprio viaggio nel bicchiere, per conoscere tutte le sfumature di uno stesso vigneto”.



Tra uno spumante di Falanghina Rosso Vermiglio ed un bianco, un Bronner delle Dolomiti, abbinati a gustosi panini salsiccia e friarielli, in una raffinata variante del classico street food e ad una spigola su crema di funghi porcini,  Luca Iannuzzi, ideatore, gestore e patron dell’Archivio Storico, evidenzia: “L’Archivio Storico è un luogo dove ho cercato sempre di portare innovazione, all’insegna della sinergia tra cucina, vini e cocktail. Con questa nuova carta l’orizzonte si allarga: non più , infatti, una versione chiusa , ispirata solo alla tradizione borbonica e meridionale, bensì una visione internazionale, sulla scorta di quanto già facevano i Borbone, commerciando con tutto il mondo”.


**Le foto relative a Salvatore D'Anna al Rotavapor ed al laboratorio, con distillati e concentrati, sono di Simone La Rocca. Le foto degli ambienti dell'Archivio Storico e dei vini sono di Cristiana Carotenuto

domenica 24 novembre 2019

Le vie del gusto: tutte portano da Gegè Pizzeria Gourmet

Tutte le “Le vie del gusto”, conducono, è il caso di dirlo, da Gegè Pizzeria Gourmet ad Ottaviano.

E' questo il nome dell'evento organizzato da ilmediano.it in collaborazione con il prof. Carmine Cimmino, storico e studioso del vesuviano.

Una formula vincente che vede gemellarsi gusto, buona musica e storia, all'insegna della valorizzazione dell'identità territoriale, richiamando nelle sale del locale “Gegè Pizzeria Gourmet” oltre 100 persone.

“Dobbiamo ringraziare ilmediano.it e tutto lo staff de Le vie del gusto per l'organizzazione di tali eventi che mettono in risalto le eccellenze della nostra terra perché è davvero importante valorizzare le realtà del territorio”, commenta Virginia Nappo, assessore alla cultura del comune di Ottaviano, consegnando il “Premio Eccellenza” al pizzaiolo Gennaro Pizzano, titolare del locale, reduce dalla trasmissione "Ricette all'italiana", striscia quotidiana in onda su Rete 4.



“Oggigiorno il pizzaiolo è diventato un vero e proprio chef, gli standard sono altissimi e ricevere un tale premio non solo è un onore, ma soprattutto uno sprono a fare sempre meglio", rivela Pizzano con grande orgoglio. 

Oltre vent'anni di esperienza nel settore della pizza, per chi le mani in pasta le sa mettere davvero. 

Undici anni, poi, dedicati a una filosofia, tradotta in pratica, dove si intrecciano valorizzazione dei sapori e un'accoglienza che sa fare la differenza, spesi sul territorio di Pomigliano d'Arco.


 Una filosofia esportata da 14 mesi anche su quello di Ottaviano. 

"La base delle nostre pizze - racconta il pizzaiolo gourmet - recupera la ricetta più autentica, propria della tradizione, quella che utilizza farina 0, con germe di grano tostato, ricca di fibre, crusca, vitamine e proteine, in particolare la varietà di grano antico risciola, a basso contenuto di glutine, di più facile assimilazione" .

Via libera, poi, ad un pomodoro San Marzano rivisto, un prodotto d'eccellenza che coniuga valorizzazione della territorialità, a Km 0, e stagionalità.



Parola d'ordine: orientamento al cliente. 
"Il cliente - ribadisce Pizzano - deve stare bene. Ha sempre ragione se è preparato. In caso contrario in lui va creata ed alimentata la cultura del buon cibo, attraverso un vero e proprio processo di educazione del gusto". 

Per Gegè nel passato è contenuto già il futuro: per questo, pur regalando un'esperienza gourmet, caratterizzata dal fatto che in un solo morso sono presenti tutti i sapori propri di quel tipo di pizza, Pizzano non rinuncia alla tradizione più vera.

"Ad esempio i friarielli sono cotti secondo il metodo antico. L'esperienza gourmet è preservata dalla scelta di condire la pasta della pizza con le verdure ridotte in crema, che siano esse friarielli, peperoni, funghi, carciofi e così via" .

Il massimo della tradizione, dunque, integrata con il versante gourmet.  

Ed è proprio questo lo spirito che si evince dal menù invernale presentato durante la serata del 19 novembre dallo stesso Gegè. 

Tra le pizze spunta quella al baccalà, pietanza tipica delle zone vesuviane, ma anche la pizza Sonia, dedicata alla giornalista sportiva e conduttrice televisiva Sonia Sodano. Per quest'ultima pochi ingredienti: mozzarella di bufala, salame piccante e olive nere, tre semplici elementi dall'esito assolutamente goloso e ben equilibrato.

"La nostra formula - continua Gegè - finora è risultata prevalentamente vincente. Cerchiamo di far comprendere che la tradizione tout court può essere proposta a casa, mentre quando si va fuori si deve puntare a mangiare qualcosa di almeno parzialmente diverso" .

Ne nasce un numero equilibrato di pizze, tale da accontentare i gusti più difficili, senza abdicare a qualità e tradizione, con una valorizzazione dell'intera filiera.

"Il nostro punto di forza - evidenzia lo chef - è servire lo stesso ingrediente cucinato in più varianti. Le melanzane ad esempio possono essere scelte in varie preparazioni: a funghetto, grigliate, sotto forma di parmigiana e sott'olio".



Le pizze, dalla classica margherita a quella nel ruoto, passando per la pizza Sonia, si sono gemellate con i sapori di una frittatina, fatta con tre tipi di pasta, classica, al pomodoro secco ed agli spinaci, caratterizzata da un cuore di baccalà ed un tocco delicato di besciamella, dove è stato mantecato un altro gustoso pezzo di baccalà, per valorizzare un elemento nutritivo tipico della zona Vesuviana, da Somma a Ottaviano, importanti punti di stoccaggio.

Spazio poi alla fragranza dei crocchè, re della nostra tradizione di frittura all'italiana in piacevole contrasto e complementarietà con la scioglievolezza di una mousse ispirata alla ricotta di fuscella della Latteria Sorrentina, una realtà campana con una storia di oltre cent'anni, che ad oggi vanta numerosi prodotti esportati in quarantaquattro Paesi in tutto il mondo. 


Senza dimenticare il gusto piacevolmente affumicato della provola. Via libera, poi, ad una speciale porchetta campana  dal sapore intenso, prodotta con suini e con un metodo nostrani, targata Salumi Vassalo di Ernani Vassallo.


Si tratta di un'eccellenza gastronomica che si differenzia fortemente da quella “classica”: un trancio di maiale lavorato artigianalmente con aromi personalizzati 100% naturali, e cotto in appositi forni per circa sei ore.

Ad accompagnare il tutto Kbirr, prima birra napoletana fatta con metodo artigianale, non filtrata e non pastorizzata. 


Kbirr è stata ideata e progettata da Fabio Ditto, napoletano, fine conoscitore dell’universo birra.

A produrla Loco for drink, azienda leader in Campania nel settore della distribuzione e importazione della birra di alta gamma, capitanata proprio dal generale manager Fabio Ditto.

Due le varianti proposte: Cuore di Napoli, un'Apa (American Pale Ale) dal sapore esplosivo.





"Lieviti ed un luppolo citrico, che dona alla bevanda una nota agrumata - spiega Flavio De Felice, beer specialist dell'azienda - incontrano le spezie, esaltando gli esteri, cioè i profumi ed i sapori, conferendo a questa birra ad alta fermentazione, che tocca gli 8-12 gradi, un sapore particolare".


Ad essere selezionati dai mastri birrai sono determinati luppoli provenienti da Nuova Zelanda ed America.


E Natavota, una Lager a bassa fermentazione, realizzata con cinque miscele differenti di malto.





"Questa birra è caratterizzata da una freschezza intensa  - continua Flavio - è più beverina. E' secca e bilanciata tra luppolo, malto e lieviti. L'acqua viene utilizzata, nella preparazione, per osmosi. Perfetta con diversi abbinamenti gastronomici, viene prodotta in sette giorni ed è pronta all'uso".


Essendo a bassa fermentazione, va servita rigorosamente fredda ed i gradi oscillano tra i 4 ed i 6. Una birra divertente già nel nome, con un tocco di sarcasmo: esso, infatti, allude a "nata vota o' miracolo e n'ata bevuta".




Il prossimo obiettivo per la Loco for Drink è la creazione di una banca del lievito per poter utilizzare, nella preparazione del liquido ambrato ed aromatico, dei livieti personali.


Chiusura in bellezza con una cassata del Vesuvio, pensata dal Luxury Royal Bar di Somma Vesuviana, nata dal connubio tra due terre che in passato appartenevano ad un unico Regno: quello delle due Sicilie. 

Al Luxury Royal Bar la classica ricetta siciliana, caratterizzata principalmente da ricotta, zucchero, frutta candita e cioccolato fondente, viene rivisitata negli ingredienti e adeguata a prodotti tipici del territorio vesuviano: dischi di pan di Spagna avvolgono una crema di ricotta siciliana, cedro candito e gocce di cioccolato. 


Tuttavia la vera novità consiste nella guarnizione, caratterizzata da albicocche del Vesuvio candite e confettura 100% albicocche specialità pellecchiella.



La Pellecchiella del Monte Somma è una particolare qualità di albicocche che conta il riconoscimento IGP e che matura a partire dalla prima metà di giugno. Matura in un terreno particolarmente fertile per la ricchezza di minerali e potassio. Inoltre  si distingue per il suo profumo, per il suo colore e per la polpa particolarmente dolce e carnosa.



Inoltre, considerando che “Gegè Pizzeria Gourmet”, sorge proprio a pochi passi dalla storica Distilleria Pisanti di Ottaviano, alle falde del Vesuvio, è stato possibile degustare proprio il liquore che nel 1908 il Cavalier Achille Pisanti recuperò da un’antica ricetta di famiglia, anticipando i tempi della medicina omeopatica e ottenendo un prodotto che divenne ben presto famoso per le sue proprietà benefiche e per le forti capacità toniche e digestive.


A presentare la serata dove, ad un crocevia, si sono incontrati gusto, buona musica e storia, all'insegna della valorizzazione dell'identità territoriale, la vulcanica giornalista Sonia Sodano.


Nel corso della degustazione, allietata dalla musica del Maestro Lino Salbella e dalla cantante Carla Maddaloni, testimonial della quinta edizione del programma televisivo “Donne Nel Pallone, presenti anche alcune aziende del territorio. 

“E’ tale il fascino del luogo che pare naturale che lì abbiano cantato Elvira Donnarumma, Pasquariello e Gilda Mignonette, e che la famiglia dei Pisanti sia stata protagonista della 'Piedigrotta' napoletana e di quella ottavianese, della festa di Montevergine, delle stagioni teatrali, del mondo dei salotti eleganti.” spiega il prof. Carmine Cimmino, storico e studioso del vesuviano, nonché ideatore de “Le vie del gusto” insieme alla redazione de ilmediano.it.

 “I Pisanti, grazie alle preziose indicazioni dei Galliano, degli Scudieri, dei Menichini, videro con chiarezza in quale direzione si muovevano il progresso sociale della borghesia, la 'libertà' della donna borghese, la cultura della società di massa e la 'filosofia' dello svago. 

La loro 'china' rispondeva a tutte le richieste: si adattava al gusto di una signora della Belle ‘Epoque, ingentiliva un incontro romantico al Gambrinus e nel Gran Café di Fulgenzio Campus, accendeva l’ispirazione degli autori di canzoni, e conservava le sue virtù di liquore tonico e febbrifugo per i soldati italiani impegnati nelle insidiose terre dell’Africa". 


Nacque così, secondo quanto raccontato dallo storico e studioso del territorio vesuviano, quella “china”, caratterizzata da una forte identità di liquore vigoroso e raffinato, testimone e simbolo dell’eleganza liberty a cui si era ispirato, nel disegnare la “palazzina” di via Croce Rossa, l’architetto ottajanese Ernesto Bifulco, che aveva frequentato lo studio di Luigi Mellucci, interprete originale, nell’architettura napoletana, dello stile “floreale”.


Le vie del gusto, dunque, parlano il linguaggio di un sapiente intreccio di saperi e di sapori, della valorizzazione di un territorio, della stagionalità, del km zero e di un gustoso intreccio tra tradizione e innovazione, servite in perfetto equilibrio, con risultati che sanno viziare ed educare il palato.