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domenica 20 agosto 2023

Giovanni Meola: Teatro alla deriva è frutto di una profonda sintonia di intenti

E' ed è stata un'estate ricca di eventi culturali, svoltisi "a cielo aperto", in luoghi suggestivi, noti e meno noti.
Nell'attesa di assistere all'esordio della stagione teatrale autunnale, abbiamo colto l'occasione per ripercorrere alcune tappe importanti con Giovanni Meola, direttore artistico della rassegna Teatro alla Deriva e per gustare insieme qualche anticipazione della prossima stagione, "sbirciata" sulla sua agenda.

D. Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R. In campo teatrale, la prossima stagione vedrà tornare in scena tre lavori a cui tengo, e teniamo, moltissimo: Io So e Ho Le Prove, tratto dall’omonimo saggio-memoriale di Vincenzo Imperatore, prima ‘gola profonda’ del mondo bancario italiano; TRE. Le Sorelle Prozorov, liberamente tratto da Tre Sorelle di Cechov, che sarà in cartellone al Teatro Nuovo a Marzo 2024; Amleto (o Il Gioco del Suo Teatro), da Shakespeare. Accanto a questi, diversi altri progetti sono in rampa di lancia, così come a livello cinematografico, con il nuovo documentario lungometraggio, Art. 27, comma 3, frutto di un progetto realizzato all’interno del carcere di Poggioreale, pronto ormai ad uscire, e un altro progetto in fase di sviluppo, di cui firmerò la regia a quattro mani con Raffaele Ceriello, che racconterà la vicenda politica e umana pluridecennale dell’ex-Sindaco di Napoli, Antonio Bassolino. Contemporaneamente, sto lavorando a due progetti di finzione, due film, molto diversi tra loro (uno di questi è l’adattamento cinematografico da Io So e Ho Le Prove), per i quali sto dialogando con diverse produzioni.

D. Teatro alla Deriva è una rassegna che dura da dodici anni. Più longeva solo qualche serie televisiva. Gli ingredienti di questa continuità?

R. Io credo che tra me ed Ernesto Colutta, uno dei proprietari e gestori delle Stufe di Nerone, che della rassegna è stato ideatore principale e che, bontà sua, mi ha affidato la direzione  artistica dal secondo anno in poi, si sia creata da tempo una sintonia non solo di tipo culturale e artistico, ma anche di tipo caratteriale. I primi tre, quattro anni il pubblico era pochino ma noi sentivamo che la nostra zattera aveva tutte le potenzialità per attrarre e far innamorare le persone di questo progetto così singolare. Ecco, diciamo che uno dei segreti è stata la nostra determinazione di farcela a coinvolgere tanta gente. Così, anno dopo anno, passo dopo passo, siamo riusciti ad allargare sempre un po’ di più la base e credo che questo sia uno dei segreti della longevità, finora, di Teatro alla Deriva.

 D. La famiglia Colutta ha fatto una scommessa. In cosa ha creduto?

R. La famiglia Colutta ha creduto, e continua fermamente a credere, nella creazione di una comunità teatrale, oltre la clientela che da decenni anima la loro struttura termale. Questa rassegna non li fa di sicuro arricchire, anzi. Ma è fantastico l’entusiasmo che anima tutti i componenti di questa numerosa famiglia: ogni Luglio da 12 anni io assisto davvero a una sorta di trasformazione, dato che quelli che fino all’ora di chiusura sono i responsabili di uno stabilimento termale, molto accorsato e molto suggestivo, in un attimo si trasformano in tutt’altro, accogliendo il pubblico e dando modo a me e al mio staff (fatto di poche persone ma davvero eccezionali per impegno, capacità e attenzione, da Gabriella Galbiati a Vincenzo Coppola e a tutti gli altri che da molti anni, o solo da qualcuno, sono con noi in questa avventura) di operare in piena autonomia all’interno di una macchina che funziona come tutt’altro. Ce ne fossero di altre famiglie o di altri imprenditori come i Colutta, con la loro apertura mentale e il loro entusiasmo.

D. Se dovessi esprimere una costante nelle reazioni del pubblico in quest'ultima edizione?

R. Il pubblico di questi ultimi anni ha avuto la costante voglia di tornare. Si è creata una fetta di pubblico affezionato, che apprezza le scelte in cartellone e il modo in cui organizziamo il tutto. E questo ci rende davvero orgogliosi del percorso fatto finora.


 

 D. Pubblico che apprezza non si cambia. C'è una porzione di fedelissimi e una che si è progressivamente aggiunta?

R. Questo è indubbio, ormai ci sono dei fedelissimi. Ma ovviamente, e fortunatamente, c’è anche una porzione di pubblico che sceglie di seguire questa o quella compagnia, come è naturale che sia. Ogni pubblico è la summa di tante diverse dinamiche che vanno a combinarsi.

 D. Se sì qual è il suo profilo?

R. Direi che da qualche anno a questa parte si sia affezionato alla rassegna una buona parte di pubblico del territorio flegreo che prima, durante la nostra fase iniziale, non ci seguiva molto. Oggi, invece, dal territorio abbiamo una risposta significativa. Ma allo stesso tempo, abbiamo avuto in questi anni tanto pubblico proveniente da Napoli e provincia. Del resto, le Stufe di Nerone sono un patrimonio conosciuto in tutta la regione e la particolarità della location spinge molti a incuriosirsi e ad essere dei nostri. Molti che poi, spesso, ritornano. In quanto al dato anagrafico, c’è una grande varietà, devo dire. E anche questo è un dettaglio non da poco.

D. Qualche sapida anticipazione in merito all'edizione 2024?

R. Diciamo che è davvero troppo presto. Le mie scelte vanno di pari passo con ciò che vedo durante la stagione teatrale. Fino ad un certo punto accumulo titoli in una sorta di long list, che poi viene scremata col passare dei mesi, fino ad una short list da cui scegliere in via definitiva. Ovviamente, possono essere presi in considerazione anche spettacoli che hanno debuttato una o più stagioni prima, o lavori che vedo in extremis e che inserisco in lista perché particolarmente adatti alla cornice o al fil rouge che, di anno in anno, cerco di avere come guida. Ma a conti fatti, direi che l’unica cosa che ho sempre presente è di provare a scegliere lavori in cui gli interpreti, la regia o la drammaturgia, o tutti questi elementi assieme, abbiano una loro propria forza in grado di suggestionare a prescindere e di combinarsi al meglio con la location e la zattera, elemento assolutamente non trascurabile nelle valutazioni da fare prima di invitare o meno uno spettacolo.

 



 


 

 

domenica 13 febbraio 2022

Amleto: rivelare la verità attraverso l'arte, specchio della natura

 Amleto (o il Gioco del suo Teatro) per la regia e l'allestimento di Giovanni Meola è, come rivela il titolo stesso, un gioco. Un gioco cui sarà possibile assistere anche stasera, domenica 13 febbraio alle 18:00, al teatro Tram di Portalba.

Il gioco è penalizzato nella nostra cultura di riferimento, perchè viene associato a qualcosa di fanciullesco e in qualche modo di poco importante.

In realtà il gioco rappresenta, a tutte le età, uno strumento di crescita e di confronto, utile a allenenarsi, con leggerenza calviniana, nel role taking, l'assunzione del ruolo dell'altro, un momento in cui si indossano numerosi vestiti che apparentemente non ci appartengono. Serve a sperimentare, simulandole, varie situazioni di vita.

Poi c'è anche un altra prospettiva e ce la rivela la parola inglese joke, che significa scherzo. Mi viene in mentre un vecchio adagio che ci ricorda che "nello scherzo si dicono le cose serie".


 

E'  per questo che il principe Amleto, dopo che suo padre in sogno gli ha rivelato di essere stato ucciso per mano del fratello, decide di affidare al teatro, incarnato da un gruppo di attori che divengono specchio della natura, il compito di rivelare il vero. Per non dimenticare e per non spegnere il lume della ragione e della verità. Paradossalmente, però, in un mondo in cui le apparenze sono mistificatrici e la verità viene messa a tacere, per cercare di far prevalere la ragione il principe danese deve varcare i confini della pazzia.

Pare frutto di un gioco la rappresentazione che Amleto reclama. Poco più di uno scherzo, della facezia di un burlone, quei versi aggiunti quasi a caso per un divertissement, ma l'obiettivo del principe - filosofo è ambizioso: "continuare a essere e a esistere auteticamente per sognare". Ritrovare i sogni, dunque, e fugare gli incubi. Quelli che nascono dai complotti orditi da anime nere, scure come le pareti del palco del piccolo teatro Tram di Portalba che ospita la rappresentazione.

Il teatro, dunque, liberandosi da inutili orpelli e innaturali enfatizzazioni di situazioni e stati d'animo, rivela di avere un ruolo cruciale: riflettere la realtà, esserne specchio meno reale ma più vero, e far, parallelamente, riflettere su di essa.

Secondo le parole del regista, Amleto è uno dei personaggi più moderni della drammaturgia  e delle stesse tragedie shakesperiane. Non uomo idealizzato nè monolitico, bensì essere umano scisso, frammentato, corroso da dubbi e conflitti. Profondamente contraddittorio, laddove pensa una cosa e ne fa un'altra. Prende una decisione e poi fa un passo indietro.

Ofelia è la sua figura amata e complementare. Infatti, se Amleto vive il crollo delle illusioni e lo scollamento tra il dire e il fare, Ofelia non sa concepire una realtà diversa da come appare. Troppo onesta e tersa per concepire l'accusa infima, l'inganno e il complotto, questa figura, tragica , vittima dei demoni che la perseguitano al pari del protagonista, finisce per eclissarsi, forse per scelta o forse per tragica fatalità... l'opera originale e il regista non lo rivelano.


 

Sul palco si alternano solo tre attori ad interpretare tutti i personaggi, Solene Bresciani, Vincenzo Coppola e Sara Missaglia  della compagnia Virus Teatrali.

Assistente alla regia Chiara Vitiello e costumi di scena, all'insegna dell'essenzialità, firmati da Marina Mango.

 

Due voci femminili, in dialogo con quella maschile, che sgusciano fuori dalla propria pelle per entrare in quella di vari personaggi, partorendo e riparterendo, non senza sforzo, se stessi e interpretazioni sempre più sconsapevoli in un tourbillon, un vortice, che avvolge e stupisce lo spettatore. Una rappresentazione che alterna  diversi ruoli e che affida il cambio di ritmo e di ambientazione non a caratterizzazioni fisse e alla cristallizzazione di genere, bensì all'intensità della resa scenica, capace di traslarsi e traformarsi continuamente. 

 

A distanza di secoli le donne si riappropriano del palco, interdetto loro in epoca elisabettiana.

 

Ogni personaggio ha i suoi tormenti, amplificati da una cassa che rappresenta il rimbombo del dubbio nella coscienza. Un dialogo interiore esternalizzato attraverso una serie di domande rivolte all'amico Orazio, spettatore inerme dello scorrere di tanti fatti di tradimento e di sangue.

 


Ma il dubbio non viene mai fugato del tutto.

 

"Si tratta di un'opera densa di misteri e di cose non dette - rivela Meola - . D'altronde Shakespeare faceva parte della Compagnia del Ciambellano e tanti aspetti all'epoca, persino i più impensati, potevano assumere un significato politico. Se, per esempio, il personaggio della madre di Amleto fosse stato accusato esplicitamente di essere complice nell'assassinio del marito, quest'accusa sarebbe potuta suonare rivolta a Elisabetta nei confronti di Maria Stuarda".


Il riadattamento di Meola scompone e ricompone i frammenti della narrazione, li moltiplica in migliaia di potenziali specchi, incastri e punti di vista.

 

Il risultato è che lo spettatore, così come avviene per quegli specchi... non può non riflettere... su di sè e sulla sua identità; sulla vita con le sue inevitabili e ineliminabili contraddizioni; sul valore della cultura e del pensiero critico e sulla funzione del teatro che, attraverso apparenti infingimenti e giochi di ruolo, si fa veicolo di una consapevolezza profonda, capace di bucare il velo delle apparenze.


Ph. Nina Borrelli

domenica 21 luglio 2019

L'universo drammaturgico di Giovanni Meola e le sue Tre Sorelle Prozorov alle Stufe di Nerone


Conto alla rovescia per la messa in scena di Tre. Le sorelle Prozorov, per l’adattamento e la regia di Giovanni Meola

L’appuntamento, infatti, è per stasera, domenica 21 luglio, alle 21.30, nella suggestiva location delle Terme Stufe di Nerone a Bacoli, nell’ambito dell’ottava edizione di Teatro alla Deriva ( la rassegna è ideata da Ernesto Colutta e Giovanni Meola), il teatro che ha trovato casa, ed un’inedita ed innovativa dimensione scenica che si rinnova, su una zattera.

Meola, che è anche direttore artistico dell’intera rassegna, cura questo raffinato lavoro di “taglia, cuci e rielaborazione” sul testo di Cechov, che promette di fornire al pubblico numerosi elementi di riflessione sulle dinamiche relazionali e su quell’incapacità di tirarsi fuori da alcune insidiose sabbie mobili dell’esistenza.



LA PECULIARE MESSA IN SCENA

Tre. Le sorelle Prozorov (il trailer qui), messo in scena dalla Compagnia indipendente Virus Teatrali (il sito qui),  è frutto di un certosino lavoro di “smontaggio e rimontaggio” del testo originale, tradizionalmente articolato in 3 atti con 14 personaggi, di cui quasi tutti, se non quattro minori, come ricorda il regista, sono co-protagonisti.

In questo caso tutti i personaggi sono interpretati dalle tre attrici in scena, Roberta Astuti, Sara Missaglia e Chiara Vitiello,  e la scenografia risulta volutamente assente.



“Le attrici – racconta Meola- conoscono a menadito il testo originale. Proprio per questo  è stato possibile smontarlo e rimontarlo creando un’opera che pur essendo legata a doppio filo a quella originaria è sicuramente ‘originale’. Si è proceduto con una serie di improvvisazioni guidate e, nella scelta di cosa insierire nell’adattamento, alcuni panel scenici ed alcune dinamiche relazionali si sono letteralmente imposti all’attenzione rispetto agli altri, si sono amplificati e sono esplosi, spesso confliggendo”.


Come sottolinea il regista a muoversi fisicamente sulla scena sono le tre sorelle ma dentro, fuori ed intorno a queste ultime si muovono anche tutti gli altri co-protagonisti che si relazione con loro e tra di loro.

A livello temporale la narrazione si dipana a un anno dalla morte del padre, generale di un avamposto molto lontano dalla Russia (sembra di ritrovare qui l’espediente narrativo tipico del teatro greco, che ambienta le narrazioni, soprattutto quelle che ruotano attorno a temi delicati e spinosi, lontane dalla madrepatria). Una sorta di fantasma, che pur non lì fisicamente è una presenza-assenza fortissima, continuamente richiamata dalle figlie.

Anche i vestiti delle donne, dal profondo valore simbolico (nero ad indicare il lutto, bianco a richiamare lo sforzo estremo di chi tenta di liberarsi da questo lutto e blu per ricollegarsi alla rigidità ed al rigore tipici di un collegio femminile), ricordano delle divise militari, così come gli anfibi che le sorelle calzano.


“Alcune dinamiche relazionali – evidenzia il regista – si sono in qualche modo autoimposte all’attenzione. A me, poi, è toccato tirare le somme, creare i collegamenti tra le stesse, anche se il tutto è stato testato durante le prove. La mia attenzione si è volutamente incentrata su alcuni rapporti:  anche per questo gli elementi scenografici sono del tutto assenti. Inoltre, attualmente, la scenografia è assolutamente demandabile alla fantasia degli spettatori. Vengono presentate e messe in scena, solo lievemente modificate, e questo rappresenta un ulteriore elemento di innovazione, anche le didascalie di Cechov, che descrivono situazioni e scenografia, in realtà assente visivamente”.

Gli abiti delle tre sorelle, in base alla spiegazione di Meola, rappresentano una sorta di divisa proprio ad indicare la forte appartenenza ad una famiglia dell’aristocrazia militare e ad un mondo che, nella percezione cechoviana, poi confermata dal tempo, stava cominciando a scomparire.

“Le tre sorelle – sottolinea il regista – sono prigioniere di vite ineffettuali, non reali e prive di concretezza. Il loop in cui loro stesse sembrano gingillarsi, servono a raccontare il loro immobilismo, l’impossibilità, o forse l’incapacità, di agire, di sfuggire a se stesse per sopravvivere. Un’incapacità che si traduce nell’impossibilità di vivere davvero, lasciandole intrappolate in situazioni conflittuali che si ripetono all’infinito”.  


GLI ALTRI PROGETTI

Cresce l’attesa, dopo il successo riportato al teatro Tram di Port’Alba, per rivedere in scena Il Bambino con la bicicletta rossa, ispirato al caso Lavorini, un rapimento ed un omicidio che fecero scalpore circa 50 anni fa, ma poi finirono vittime del silenzio.

“Ho lavorato sulle poche fonti disponibili – spiega Meola - ed ho scritto un testo quasi tutto in versi. Anche in questo caso c’è un unico attore in scena, che interpreta vari personaggi, ma questo espediente è funzionale al progetto, perché è lo stesso bambino ucciso a richiamare alla memoria coloro che a lui erano legati in vario modo”.

Dopo il debutto del 2004 ed il ridebutto del 2007 bisognerà aspettare il 30 settembre 2019 per il nuovo allestimento di Frat’ ‘e sanghe. Siamo nella Napoli del 31 dicembre 1999, afflitta dai suoi problemi atavici, ed in scena troviamo questi giovani uniti coattivamente da una fratellanza di sangue, ma che in realtà si odiano profondamente… Anche in questo caso  le vere protagoniste sono alcune  dinamiche conflittuali molto forti.
Se per Tre. Le sorelle Prozorov ci sono voluti ben 7 mesi di gestazione, si sale ad 8 per Amleto, che avrà come location il teatro Tram.

Promette di aumentare vertiginosamente il numero di repliche il progetto teatrale Io so e ho le prove, in scena ormai da 3 anni, con l’esordio nel 2016, che ha toccato quasi quota 40.

“Il lavoro teatrale – evidenzia Meola – è tratto dal libro, divenuto un caso letterario nel 2015, di Vincenzo Imperatore, un vero e proprio memoriale. Infatti, Vincenzo Imperatore è la prima gola profonda del sistema bancario e ne denuncia le nefandezze dopo esserne stato, per sua stessa ammissione, colpevolmente connivente. Con questo lavoro, dopo un periodo di voluta assenza, sono tornato nuovamente a calcare le scene. Quindi sono attore, regista ed interprete”.

Tanti gli appuntamenti previsti in sei-sette regioni. Attesa la tappa campana al teatro Moliere di Pozzuoli.

Vincenzo Imperatore è protagonista anche del film-documentario Conversione, dove la sua vita è raccontata in parallelo a quella di Giuseppe De Vincentis.

“Io li definisco – rincara la dose Meola – come due ex ladroni, la cui vita viene letteralmente rivoluzionata grazie all’incontro con il teatro. Le riprese termineranno il I agosto e poi ci sarà tutta la fase di post-produzione”.

Personaggio eclettico Giovanni Meola è impegnato anche nel progetto di un corto animato The Flying Hands, che vede coinvolto un team internazionale, dall’Italia a Teheran, passando per Londra, e progetta per il 2021 il debutto di un lavoro dedicato all’affascinate Purgatorio di Dante, che lo vedrà nuovamente impegnato anche come attore.

Nel frattempo continua l’esperienza , ideata e diretta da lui, del Teatro Deconfiscato. Infatti, dopo le prime due edizioni presso l'ex-tenuta Magliulo, la terza si è svolta presso il Castello Mediceo di Ottaviano, l'ex-castello di Raffaele Cutolo. Nevralgico Teatro & Legalità, un progetto nato nove anni fa sull'onda di alcuni laboratori teatrali scolastici svolti sul territorio campano.

Tante le anime di Meola, diviso tra teatro, sperimentazione, docenze e scrittura. Infatti è anche autore del libro Teatro, una raccolta di sette delle sue drammaturgie (ne ha scritte oltre 30), di cui 4 in Italiano e 3 in lingua napoletana, con la prestigiosa prefazione di Elena Bucci.