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lunedì 10 agosto 2020

Hypàte: un inno alla libertà di pensiero ed al legittimo desiderio di esistere di Ipazia

Una rappresentazione magica e suggestiva, quella di Hypàte, a cura di Teatri di seta e Teen Thèatre, svoltasi lo scorso 30 luglio nella splendida cornice del Giardino Romantico di Palazzo Reale, nell'ambito del Napoli Teatro Festival edizione 2020.

Nonostante le restizioni, legate agli obblighi di distanziamento sociale ed alla condizione di grande difficoltà in cui versano i lavoratori dello spettacolo, lo spettacolo, scritto e diretto da Aniello Mallardo, con l’aiuto di Mario Autore, che firma anche le musiche originali, crea un alone mitico e mistico attorno alla figura di Ipazia, capace di riportare lo spettatore indietro di millenni.

 

A guidare lo spettatore in questo percorso a ritroso nel tempo sono: Serena Mazzei, Giuseppe  Cerrone, Luciano Dell'Aglio e Andrea Palladino

Filosofa, astronoma, matematica si racconta che Ipazia  d'Alessandria avesse scritto opere di pregio e fosse tenuta in gran conto anche da uomini colti, ma in realtà, come ci racconta lo stesso regista, su di lei non vi sono dati storici.

Questo fa sì che ella sia stata fatta oggetto di un processo di costante manipolazione, con livelli interpretativi multipli, che l'ha etichettata ora come guida razionale eccelsa, ora come strega, ora come martire e santa, tant'è vero che quella stessa Chiesa che ne decretò, nei fatti, la fine alla sua figura ha ispirato, quasi totalmente, quella di Caterina D'Alessandria. 

"Mi sono ispirato - racconta il regista - anche alla rivisitazione letteraria e teatrale operata da Mario Luzi. La mia Ipazia, però, vive il cruccio di ogni personaggio storico: quello di essere stata trasformata in altro da sè".

La scenografia è minimale, ma tutti gli elementi contribuiscono a dare ulteriore forza all'opera. Ipazia raccoglie e lascia scorrere continuamente tra le dita della sabbia. 

 


Sono le ceneri della memoria, delle opere, di ciò che siamo stati e che sembra riconfermare l'essenza effimera dell'esistenza umana ed anche di qualsivoglia gloria e vanagloria.

Ipazia si chiude nel silenzio, dato che il logos è perito,  a tratti pare sorridere, ma a ben vedere si tratta di una smorfia, un grido muto di sgomento ed incredulità, nella consapevolezza dell'inutilità delle parole in tali circostanze . 
 
E' quasi remota rispetto alle lotte di potere ed alle diatribe fratricide in atto, che dividono chi prima si chiamava amico e fratello o che si dimostrava capace di convivere in pace, all'insegna del rispetto. 
 
Si concentra ed è totalmente assorbita dalla scienza, sua compagna ed àncora di salvezza di fronte a tempi oscuri e brutali, dove l'estremismo, la violenza e l'oscurantismo hanno soffocato e ridotto al silenzio la voce della bellezza, del dialogo, della ragione. 
 
 

A più riprese Ipazia rivendica il suo essere stata una donna in carne ed ossa, reclama persino il diritto di possedere umane imperfezioni, mediocrità e fragilità , e di non essere solo il parto della penna di un poeta. 
 
Piano piano, però, le sue stesse certezze vacillano ed ella stessa finisce per perdere il senso della sua identità, diventando estranea a se stessa, argilla nelle mani di chi in lei vede una risposta funzionale ai suoi bisogni ed ai suoi perchè, di chi, in perfetta buona fede, cerca e vede in lei un punto di riferimento, ma anche di chi, in maniera dolosa e fraudolenta, vuole piegarne esistenza e memoria ai propri scopi.
 
E' il caso, ad esempio, del vescovo Cirillo che, tra blandizie e minacce, cerca di portare questa donna, saggia, forte e fiera, dalla sua parte, per defraudarla della sua popolarità e della stima di cui è attorniata e trasformarla in una femmina mite e sottomessa, che ammette i suoi peccati e la sua corruzione morale e si pente, divendo esecutrice degli ordini maschili e schiava delle altrui voglie. 

Ma Ipazia non si piega e Cirillo è certo di una sola cosa: non si può credere in ciò che lui proclama e seguire i dettami di saggezza ed equilibrio di quella donna libera: le due strade sono inconcili. Quindi lui la dichiara sua nemica e bersasglio dei suoi monaci invasati.
 
 

Un giorno Ipazia, che sta attraversando la città con la sua biga, viene tirata giù, denudata, privata della sua intimità e della sua dignità e fatta a pezzi con cocci di vetro acuminati.

Mani avide ed irrispettpose, al pari di cani rabbiosi schiumanti, la afferrano,  la dilaniano, la violano, la deturpano: cancellano ogni traccia di lei, consegnandola per secoli all'oblio. Parimenti anche Alessandria perderà il suo ruolo di centralità e diverrà luogo marginale ed oscuro.

Sottratta alla storia, con la morte Ipazia entra nel mito, non più fatta di pelle, legamenti, muscoli, ma delle parole d'inchiostro, mutevole e cangiante, di dotti e letterati. Non più figlia di suo padre, che le trasmise la passione e l'abnegazione per la scienza, bensì frutto della narrazione di un  menestrello.
 
Forse è morta giovane o forse già canuta. Forse produsse opere di pregio, da scienziata avanguardistica, o forse solo torie mediocri, le stesse di chi insegue un sogno, ma non riesce a tradurlo in realtà. 
 
 
 
Forse fu amata e venerata da due suoi discepoli o forse visse nell'algida torre d'avorio delle sue convinzioni, sorda al richiamo dei sensi e dell'amore, venerando solo il suo sacro femminino.

Vittima di un colpevole oblio durato secoli, ella ritroverà il lustro dell'eternità solo a caro prezzo ed accettando il sapore amaro della manipolazione e della strumentalizzazione, ormai divenuta non più ciò che ha scelto di essere, bensì ciò che gli altri vogliono ed hanno bisogno che ella sia, trasfigurata dal loro sguardo e dalle loro parole. 

"Nel corso dei secoli - evidenzia Mallardo - spero sia cambiato o stia cambiando l'approccio storico. La storia, infatti, ha un orizzonte molto più ampio di quello che per tanto tempo ci è stato raccontato: non comprende solo il punto di vista dei vincitori, bensì molteplici prospettive e angolazioni da cui guardare ai fatti. Comprende le vite dei piccoli, capaci di fare grandi cose".

 
** Le foto, che immortalano attimi di grande intensità, sono di  Giorgia Bisanti

lunedì 22 giugno 2020

Gli Ultimi guerrieri. Un viaggio tra i Nativi Americani guidati da Raffaella Milandri

L'epidemia, poi divenuta pandemia, da Covid-19 ci ha ricordato o avrebbe dovuto, che nessun organismo vivente può sopravvivere se collassa chi lo ospita. Che non siamo pezzi sparsi e superiori, bensì un tutt'uno con l'ecosistema, anche se stentiamo a comprendere e ad applicare questa consapevolezza.


I Nativi Americani, invece, lo sanno bene. Per questo, cercano di vivere in piena armonia con la natura, proteggendo i boschi, l'acqua, la madre Terra, quale grembo fertile e protettivo.




Raffaela Milandri, con il suo libro Gli ultimi guerrieri, viaggio nelle riserve indiane, edito da Mauna Kea, ci fa conoscere da vicino questi popoli fieri, battaglieri, ognuno dei quali ha attuato la propria strategia di sopravvivenza alle angherie dell'uomo bianco, che ha surclassato la loro cultura, i loro usi, costumi e tradizioni, attraverso un processo di assimilazione coattiva. Quelli che noi, in maniera poco accorta, a volte chiamiamo Indiani o Pellerossa, facendo di tutta l'erba un fascio, ricorrendo, peraltro, ad una definizione desueta.

Assimilare vuol dire traformare qualcosa che è altro, estraneo, in qualcosa di nostro, che ci appartiene. Succede con gli alimenti, quando vengono metabolizzati dal nostro organismo. Ma quando si tratta di assimilazione culturale, parliamo di un processo che cancella le differenze, che azzera l'altro da sè e la sua legittima identità specifica.



Raffaella Milandri apre il suo libro ricorrendo alla tecnica del come se. Come sarebbe il mondo, in particolare quello Americano, se i Nativi vivessero rispettati nella loro terra, nelle loro tradizioni, liberi di tutelarle e tramandarle, di lavorare seguendo i ritmi delle stagioni, in accordo con il loro spiriti guida, in una visione lontana da quella di un capitalismo spinto fino alle estreme deleterie conseguenze.

Poi dà al lettore alcuni validi consigli da road map. Un lettore da lei trattato in maniera familiare, quasi fosse un compagno di viaggio a cui fare da Cicerone, suggerendogli delle dritte e disvelandogli quanto ha imparato su questi popoli durante i suoi viaggi. Uno stile colloquiale che, però, non abdica mai al rigore del racconto basato sulla ricerca e l'analisi scrupolosa delle fonti e sulle interviste a testimoni privilegiati, portavoce dell'intera comunità.



Gli consiglia quale percorso prediligere, dove e come mangiare, dove pernottare, all'insegna del low cost e cosa sia assolutamente necessario fare, come ad esempio l'assicurazione sanitaria, o non fare, onde evitare di esporsi ad inutili pericoli, rispettando profondamente luoghi e spiritualità.

Il libro è disponibile in versione cartacea, ad alta leggibilità, con lettere grandi e l'utilizzo di un'interlinea che assicura un buon livello di comfort visivo. La versione e-book è arricchita da un ampio corredo fotografico a colori (da cui le foto che arricchiscono l'articolo, ad opera di Raffaella Milandri, sono tratte).

Ora lasciamo la parola a Raffaella che ci accompagnerà in un viaggio di conoscenza degli ultimi guerrieri e del loro universo di senso e significato. Guerrieri, questo è certo: i Crow hanno cercato di lottare agendo dall'interno, attraverso un'alleanza con quello che per molti è solo un nemico. I Lakota, dissidenti, contestatari, non hanno mai voluto scendere a patti, a mediazioni, a compromessi. 



Due facce della stessa medaglia: quella della tutela e del disperato tentativo di sopravvivenza di una cultura dalle radici forti ed antiche, ma attaccate e minate da più parti.

D. Tu racconti la storia di due tribù restituendo loro la dignità della verità storica. Ti sei basata esclusivamente sui loro racconti?
 
R. No, certo, ho fatto ricerche incrociate sugli archivi governativi statunitensi e su molti siti gestiti da Nativi Americani, è una procedura che mi permette poche imperfezioni storiche. Anche se, come si suol dire, "la storia è sempre raccontata dalla parte dei vincitori". Unire testimonianze dirette e ricerche sia su fonti storiche che su siti e giornali contemporanei mi consente un livello di veridicità che esula dal soggettivo.




D. Sei stata adottata dalla famiglia Crow di Cedric: ha cambiato ulteriormente la tua visione del mondo e delle relazioni?

R. Certo. Essere accolti come una persona di famiglia mi ha allargato la mente e il cuore. Per me esiste quel puntino sul mappamondo, là in Montana, a cui sono connessa ogni giorno condividendo gioie e preoccupazioni. La accoglienza della famiglia Black Eagle è stata il chiaro segnale della mia strada da seguire sul percorso a favore dei popoli indigeni.
 
D. In che modo la tua visione da occidentale, se si dà un senso maggiormente bilanciato al profitto, può aiutare le tribù a difendere i loro diritti in un'epoca permeata da un capitalismo spinto?

R. Innanzitutto , se parliamo di profitto, loro sono molto distanti dal senso del business che muove le vite degli occidentali e delle società capitalistiche, come anche la Cina, ad esempio, che alla fin fine seguono un modello eurocentrico.
Io credo che per loro sia fondamentale ricongiungersi a quei diritti identitari che possano supportare anche le loro economie, convogliando ad esempio il turismo a loro vantaggio,
e anche il mercato del loro artigianato che troppo spesso viene sfruttato dai Bianchi per trarne profitto. Sto scrivendo una GUIDA ALLE RISERVE INDIANE che ha lo scopo sia di divulgare la conoscenza sul mondo dei Nativi Americani, sia sul modo di praticare un turismo sostenibile che porti vantaggio alle loro comunità.





D. Oggi assistiamo ad un boom di filosofie e religioni alternative, che parlano di speranza e misticismo, e andiamo a cercare risposte in culture altre. Come vivi il contatto con la spiritualità dei Nativi che plasma il loro rapporto, ad esempio, con il tempo e con la morte?

R. Amo la spiritualità dei Nativi ma lungi da me il cercare di emularla. Le radici di ognuno sono profonde e non sopporto, tra l'altro, chi si ammanta di conoscenze e tradizioni
di altri popoli, soprattutto per profitto. E' la solita, vecchia appropriazione culturale. Mi riferisco ai falsi sciamani bianchi, ad esempio. Quanto a me, il loro modo di affrontare la vita mi ha infuso una certa serenità e ha ampliato il mio discostamento dai ritmi della nostra società consumistica . La diversità è un grande valore aggiunto.

D. Hai scelto uno stile colloquiale, semplice ma rigoroso, in cui ti rivolgi direttamente al lettore. Come mai?

R. E' lo stile che contraddistingue il mio modo di scrivere, quello di rivolgermi al lettore e di coinvolgerlo. Molti mi scrivono e mi dicono "mi sembrava di essere lì con te". Ecco, questo è il più grande complimento.

D. In un momento di povertà e bisogni urgenti di sopravvivenza, in che modo il tuo dizionario si propone di aiutare, offrendo un valore aggiunto alla lotta per i diritti dei Nativi Americani e differenziandosi dalle iniziative di altre organizzazioni umanitarie?

R. Bisogna distinguere tra aiuto culturale e identitario di riscatto da un violento passato di assimilazione culturale e aiuto concreto e finanziario. Oggi, a mio parere, è ancora ben difficile costruire una rete di solidarietà economica a favore dei popoli indigeni. Soprattutto oggi, che siamo immersi in una crisi globale. La solidarietà culturale passa, in Italia, attraverso i cuori di chi ama i Nativi Americani, in special modo. Le organizzazioni umanitarie mondiali si occupano di altro, ma l'ONU, ad esempio, appoggia iniziative come quella del dizionario, infatti la sua presentazione è stata inserita nel calendario degli eventi per la salvaguardia delle lingue indigene dell'UNESCO.


D. I Crow hanno scelto la sopravvivenza, i Lakota la libertà. In che punto queste due popolazioni antagoniste sono riuscite ad incontrarsi per riconciliarsi e curare le ferite del passato?

R. Oggi le tribù di Nativi Americani condividono gli stessi problemi, e sono unite nel salvaguardare i propri valori. I Crow e i Lakota, storicamente nemici, oggi hanno certo alcune differenze che li distinguono, ma poi rimane la base della tutela della cultura, della terra, della tradizione. In realtà, sono molto più simili tra di loro che non confrontati ad altre tribù . E' un discorso  molto lungo. Fondamentalmente, i Crow rimangono sempre in buoni rapporti col Governo statunitense. I Lakota sono, invece, i guerrieri, i contestatori, vedi ad esempio il caso del lockdown per il coronavirus: gli Oglala Lakota si sono opposti al Governatore del Sud Dakota all'apertura delle strade nelle loro riserve, perchè hanno deciso di continuare a salvaguardare la salute dei propri membri.




D.  A noi, così diversi culturalmente ed emotivamente, cosa può insegnare il reale recupero di questa memoria storica?

R. La cosa più importante è il loro rispetto della terra e dell'ambiente. Ad esempio tra loro ci sono i "Protettori dell'Acqua", persone che sono scelte per salvaguardare l'Acqua che per loro è un'entità viva, portatrice di vita. Il fatto poi che non siano avidi di denaro, e che non sfruttino le risorse del territorio per ricavarne denaro, è un valore molto prezioso e tutti dovremmo interrogarci a tal proposito, come racconto nel mio Liberi di non Comprare.

giovedì 8 giugno 2017

Alaska: un viaggio in una terra selvaggia alla ricerca di se stessi e della propria umanità

Raffaella Milandri: ossia una donna che incarna, nelle sue azioni, nei suoi racconti, nelle sue battaglie, il motto che "Crederci è potere" e che si può scegliere, a costo di coraggio, sacrifici e rinunce, il proprio modo di essere nel mondo.

Raffaella racconta il "suo modo di esserci" e quello di altri uomini liberi, che hanno avuto il coraggio di scegliere come "patria adottiva" un territorio inospitale, una terra selvaggia e lontana, per inseguire un sogno attraverso modalità di vita più dure ed estreme ma parimenti più "umane".

Raffaella racconta nel libro In Alaska. Il Paese degli Uomini Liberi di Raffaella Milandri, Edizioni, edito da Ponte Sisto (2017) la sua esperienza di viaggio, che oltre ad essere un viaggio nelle latitudini geografiche rappresenta un percorso esistenziale, di confronto con  le sue paure, con i timori e le convinzioni autolimitanti. Un percorso, dunque dentro e fuori se stessa,


Un viaggio ai confini del mondo non per affrontare lupi o orsi, bensì i propri demoni, seguendo le orme di Jack London. Un viaggio alla riscoperta dei propri istinti atavici, affievoliti, finanche anestetizzati, dalla società moderna. Una riscoperta, progressiva ed avvincente, della forza dei propri cinque sensi, sole "bussole" se si vuole sopravvivere in un territorio dove la ragione non ha la meglio nè terreno fertile.

Diecimila chilometri di viaggio in solitaria in Alaska... un viaggio in cui Raffaella - fotografa, scrittrice e attivista per i diritti umani- percorre  i sentieri dei cercatori d’oro, dei pionieri, e dei cacciatori di balene. Ai confini del mondo, l'autrice si imbatte, a sorpresa, in una natura umana forte e gentile, ma tocca con mano i risultati catastrofici del riscaldamento globale e delle crudeltà dell’Uomo Bianco. Il suo io si perde e riscopre la sua vera essenza oltre i limiti del Circolo Polare, dove il silenzio, tra i ghiacci, e la solitudine forzata, che costringe ad ascoltarsi, raggiunge le vette più alte. Ed allora... o si sfiora la pazzia o si raggiunge una più profonda consapevolezza di sè... 

"Sarà il capitano Roy, del popolo Inupiaq - si legge nella sinossi del libro -  ad aprirle le porte alle tradizioni antiche della sua gente, ma anche a rivelarle la dura realtà di un mondo senza scrupoli in lotta per il petrolio e per il denaro; un mondo dove l’orso polare-il gigante gentile dell’Artico- è tra le prime vittime di cambiamenti irreversibili".

In Alaska, che assurge praticamente e metaforicamente a “ultima Frontiera” si gioca la partita tra una vita comoda, moderna e consumistica ed un'incertezza costante che sa scavare dentro ma anche restituire emozioni vere, vivide e profonde e che ha il sapore della libertà da conquistare ogni giorno.

Per conoscere meglio Raffaella ed il suo impegno umano, dispiegato anche attraverso lo strumento della sua associazione, un impegno che va ben oltre l'ambito editoriale, di seguito potete leggere la sua intervista completa.

D. Di cosa si occupa la tua associazione?

R. Innanzitutto creare una associazione mi ha dato modo di avere "potere" di agire a livello sociale ed umanitario.Tante volte, come attivista per i diritti umani, ho stentato ad avere spazio sui media tranne che per i miei viaggi avventurosi e pericolosi.Lo scopo principale con cui ho fondato la Omnibus Omnes Onlus è innalzare il livello di coscienza sociale, attraverso eventi e campagne, ma anche aiuti concreti come quello per Arquata del Tronto, dove abbiamo già consegnato 61 borse di studio e adessoil 30 giugno consegneremo il primo bonus bebè di 2000 euro. La collaborazione con la Onu Italia Unric è un punto fisso importante, con la celebrazione di varie Giornate a ONU tra cui non poteva mancare il 9 agosto, la Giornata Onu dei Popoli Indigeni. Tra i progetti all'estero, ho curato una campagna per il Nepal dopo il terremoto e c'è in progetto una campagna per la salvaguardia della cultura dei Boscimani del Kalahari che spero di supportare presto con un mio nuovo viaggio.
D.  Come si lega al tuo lavoro di documentare la vita nel resto del mondo e al tuo impegno di attivista per i diritti umani?

R. La associazione segue i miei movimenti all'estero, come è successo in Nepal, e le mie amicizie tra i popoli indigeni. E' un modo per implementarequello che già facevo, anche se da agosto 2016 in poi ho stoppato i viaggi per dedicarmi al terremoto del Centro Italia che ha ancora tante emergenzeLa situazione umana è ancora catastrofica e molte persone soffrono duramente per essere state "deportate" lontano dai propri Paesi, peraltro completamente distrutti


D. Quali sono le tappe precedenti, in termini di viaggi di scoperta, che ti hanno condotto al tuo viaggio in Alaska?

R. Il viaggio in Alaska , e quindi il mio libro,  hanno un filo comune coi precedenti: la narrazione di un mio avventuroso viaggio in solitaria, la storia di un popolo indigeno da salvare,  e il racconto dell’ incredibile abisso che separa ormai l’uomo “globalizzato” dalla natura e dalla essenza stessa dell’essere umano. Oltre alla mia incredibile e preziosissima esperienza con gli Inuit, lassù alla fine del mondo, la vera scoperta del viaggio (anzi sono due i viaggi che ho fatto in Alaska, uno d'estate e uno d'inverno) è che la natura può essere ancora signora e padrona, e che è fondamentale che il nostro io ritrovi la forza straordinaria dell'uomo: i cinque sensi, l'istinto, la lotta per la sopravvivenza. E' stato un viaggio dove la solitudine e la libertà sono andate, struggentemente, a braccetto.

D. Quali sono i momenti che ti hanno più emozionato e che ritieni più significativi di questo viaggio?
R. Sicuramente i tesori che ho trovato sono gli animi di persone -bianche- indomite, coraggiose, che hanno scelto la libertà nella natura e hanno deciso di pagare il caro prezzo di rinunciare al bagaglio delle comodità, del denaro, della vita "mondana".Ho conosciuto persone che mi porto sempre nel cuore e che mi hanno insegnato tanto, mi hanno emozionato tanto. Senza i fronzoli della "società civile". Senza "tacchi a spillo". Poi, sono stata accolta lassù dai ghiacci dagli Inuit con una fiducia che non ha prezzo. Li rispetto e li proteggo, per quello che posso, nelle loro tradizioni superstiti, sopravvissute all'Uomo Bianco.
D. I punti di maggiore vicinanza tra le due culture (la tua e la loro)? E di lontananza?
R. Chiunque sia rimasto fedele a sè stesso nel rispetto del proprio modo di essere, chiunque conduca una vita semplice e non si faccia travolgere dagli "obbrobri" del nostro stile di vita -traffico, consumismo, falsità etc etc- è vicino agli Inuit e a tutti i popoli indigeni.


D. Com'è nato e come si è sviluppato il libro dove è confluito questo tuo viaggio così particolare?
R. Ogni mio libro, e questo è il quarto, nasce da un mio viaggio, e ne ho ancora tanti da scrivere. In realtà è stato l'editore, Ponte Sisto, che ha deciso quale libro io andassi a scrivere. Ha scelto l'Alaska, credo perchè oggi, attraverso le pagine di un libro, si abbia bisogno di sognare e di aspirare a  libertà, grandi emozioni, panorami infiniti, e sentimenti positivi. Una volta che l'editore ha descritto il suo progetto editoriale per "Alaska", per me è stato come tirare fuori un fiume di emozioni dal cilindro, che erano lì pronte, e vive, ad essere raccontate per ispirare i lettori.

  

giovedì 18 maggio 2017

Lunadigas: le donne e la loro scelta di non essere madri

L'appuntamento è per giovedì 18 maggio, alle 21, al cinema Hart, in via Crispi, 33 a Napoli, con la proiezione del film-documentario "Lunadigas, ovvero delle donne senza figli", per la regia di Marilisa Piga e Nicoletta Nesler.

Chi sono le Lunadigas?

Nella lingua sarda indicano gli animali,  pecore perlopiù ma anche cavalle o capre, che per una stagione, o per sempre, "decidono" di non riprodursi, pur essendo, in alcuni casi, fertili.
Secondo il blog "Sogni digitali" il termine lunadigas sembrerebbe rinviare alla parola lunatiche. Secondo il dizionario Treccani, lunatico è un aggettivo derivato da Luna, con l'antico originario significato d'indicare:
  • chi patisce di accessi di pazzia ricorrenti con le fasi lunari;
  • per estensione, anche chi è epilettico, visto che l'epilessia era chiamata male lunatico perché si credeva dovuta a influenza della Luna.
Oggi, più modernamente, lunatico si dice di chi ha carattere strano, estroso, incostante, umore instabile e facile ad alterarsi. 

Insomma una persona "strana", ed inaffidabile, delle cui decisioni si diffida e che non si ritengono particolarmente fondate.
Marilisa Pigas e Nicoletta Nesler hanno deciso di intraprendere un viaggio tra queste donne, per capirne le ragioni e dar loro voce, per indagare e ricostruire i volti di questo fenomeno, che parla il linguaggio di una scelta, spesso anche dolorosa, di una presa di consapevolezza profonda, della volontà di autodeterminazione, del "desiderio di riprodursi in un altro modo", esprimendo se stesse attraverso una strada altra, senza rinunciare, in molti casi, anche se non in tutti, scelta ugualmente legittima, ai compiti di accudimento, ma nella veste di zia amica, insegnante, educatrice e così via.
Abbiamo fatto una chiacchierata con Marilisa Piga per saperne qualcosa in più di questo progetto documentaristico che parla la lingua del coraggio perchè sembrerebbe remare  "in barca a vela contromano", parafrasando il titolo di un film del 1997 per la regia di Stefano Reali. Cioè di affrontare un argomento "scomodo", andando in controtendenza.
D. Quali sono le radici dalle quali è germogliata l'idea di questo docufilm?
R. Il nostro intento era di scandagliare un aspetto dell'universo femminile. Abbiamo scelto da sempre di parlare di argomenti "poco frequentati", optando  per onestà intellettuale, di mettere al centro dei nostri progetti ciò che conosciamo meglio. In tal senso Lunadigas infrange, per una scelta  consapevole, una serie di "regole" cinematografiche e quelle caratterizzanti un iter di ricerca.
Il nostro viaggio, infatti, ha il sapore della ricerca, anche se non portiamo alla ribalta grandi numeri, come alcune ricerche che contano migliaia di casi. Ciononostante siamo riuscite a dare spazio ad una pluralità di voci, alternando testimonianze più ampie, riportate quasi integralmente, con spezzoni più brevi, quasi telegrafici. Abbiamo scelto le parti più significative, al fine di ricostruire un fenomeno. Potremmo dire che questa "fotografia" scattata equivale a una sorta di piccolo carotaggio. Ovviamente non potevamo esimerci dal seguire i tempi del linguaggio cinematografico, rispettandone l'andamento nella fase di montaggio. Ma di regole ne abbiamo infrante, ripeto con acuta consapevolezza, molte: da quella cinematografica che impone all'autore-regista di rimanere dietro la macchina da presa, a quella, più propria di un'indagine conoscitiva, di rimanere in un rapporto "oggettivo" e distaccato con l'oggetto di ricerca. Noi abbiamo scelto di far parte, in prima persona, delle voci indagate e narrate.

D. Voi, dunque, vi siete messe in gioco in prima persona. Protagoniste tra le protagoniste. In che modo?
R. Il documentario non è una sequenza ininterrotta di testimonianze di donne, un gruppo variegato per età e provenienza geografica. Abbiamo deciso, consapevolmente di interrompere le testimonianze, in alcuni snodi, per dare il nostro contributo in prima persona. Per tutte si tratta di un viaggio in un tema molto intimo, dove spesso, si ha il coraggio di scendere nel dettaglio.
D. Spesso siamo abituate ad assistere a film, documentari e campagne mediatiche che ci raccontano le difficoltà di diventare madri e volerlo essere ad ogni costo e nonostante tutto. Questo lungometraggio ribalta la visione. Chi sono le donne di cui parla?
R. Sono donne che hanno scelto di non diventare madri. Donne famose o anonime, giovanissime, giovani e meno giovani. Testimoni di epoche e luoghi, memorie storiche o semplici testimoni della loro propria esistenza. Donne che abbiamo incontrato quasi casualmente sul nostro percorso, donne che già conoscevamo ed abbiamo contattato. Donne che, venendo a conoscenza dell'iniziativa attraverso una sorta di passaparola, ci hanno contattato per "esserci" e raccontarsi. Dalla politologa Lidia Menapace all'attrice Veronica Pivetti, passando per la scienziata e astrofisica Margherita Hack. Il progetto è molto più vasto di quello che è confluito nel film vero e proprio che verrà proiettato all'Hart e lo testimonia il web-documentario. Ma ci riproponiamo di aggiungere nuove tappe a questo viaggio, coinvolgendo, ad esempio, donne di altre culture e dando spazio al controcanto degli uomini. In ogni caso si tratta di donne che, ieri come oggi, hanno avuto il coraggio di affrontare un tabù (che oggi forse è o dovrebbe essere meno forte di ieri): di essere una donna che è qualcosa d'altro rispetto ad una madre e che rifiuta pubblicamente questa condizione, una scelta che può lasciare sconcertati. Sono donne che hanno scelto di non avere figli,una scelta frutto di un percorso anche doloroso, e di realizzarsi, di esprimere se stesse in un altro modo o di dar vita a un altro tipo di "maternità". Noi abbiamo scelto di dar voce a tutti: a persone giovanissime, adolescenti di 13-14 anni anni, che naturalmente non hanno ancora fatto una scelta definitiva ma le cui opinioni in merito risultano molto interessanti, a donne giovani, giovanissime o in una fase avanzata della vita. Oltre alle donne che hanno scelto di non essere madri vi è anche la voce di donne, come un gruppo di giovani 24enni che stanno studiando per diventare ostetriche, che sostengono che una donna che non sia madre non è completa.

D. Il leitmotiv che fa da sottofondo al documentario, un leitmotiv canticchiato, dice "Scegliamo di essere come siamo, scegliamo la libertà". E poi c'è il Fertility Day... Cosa ne pensi?
R. Mi pare un grosso passo indietro, per molti versi inquietante e pericoloso. Una violazione del dovere/diritto di non ingerenza sul corpo delle donne, davvero pesante. Ognuno può decidere chi essere e cosa fare della propria vita. Una donna che decide di non essere madre, dunque, secondo l'ottica che è alla base del Fertility day, è improduttiva... Non credo... vuol dire che ha scelto di essere produttiva in un altro modo. E' un'ottica anche pericolosa, perchè conferma e riconferma che il ruolo della donna, o quantomeno quello dominante, è quello riproduttivo. Attenzione non si dice alle donne: "Studiate, laureatevi... andate all'estero, siate competitive... che ne so... più dei Cinesi....Si dice loro siate mogli e fate figli". Un'ottica passatista che si riflette anche nelle polemiche e nelle alterne vicende della legge sull'aborto. Al contrario ci sono donne anche in Italia che hanno scelto di orientare diversamente la loro vita, arrivando ad optare per una scelta definitiva e senza ritorno come quella della sterilizzazione. Semplicemente perchè hanno deciso che il loro percorso fosse un altro. Una scelta fatta con consapevolezza. Ovviamente hanno scelto di non esporsi... Già dichiarare di non voler avere figli, senza specificare il come... le espone alle critiche di madri ed amiche con frasi del tipo "Se perdi questo treno... Se fai questa scelta poi te ne pentirai".

La realizzazione del film è stata resa possibile dai contributi della Regione Sardegna (Assessorato della Pubblica istruzione, Beni culturali, informazione Spettacolo e Sport), della Fondazione di Sardegna, dell’IDM Alto Adige e della Roma Lazio Film Commission. Un viaggio in bilico tra percorsi esistenziali incrociati e la storia di varie terre, che oltre a dare voce alle donne, la dà anche ai luoghi, ai paesaggi, alle tradizioni culturali.

Per visionare il trailer è possibile cliccare qui

lunedì 17 febbraio 2014

Giordano Bruno: oggi si commemora la morte della libertà di pensiero

Per molti è una strada, popolarmente conosciuta come la Torretta, ma che i più sofisticati chiamano via Giordano Bruno (spesso a Napoli le strade hanno due nomi: si pensi  Via Toledo che si chiama anche via Roma, a Piazza Carità che si chiama anche piazza Salvo d'Acquisto, a piazza Bovio ricordata anche come piazza Borsa, solo per fare qualche esempio).

Per altri è un nome appreso dai libri di scuola di storia e filosofia. Un pensatore bruciato sul rogo per metterlo a tacere perchè diceva cose controcorrente che mal erano sopportate dalla Santa Romana Chiesa.

Ma Giordano Bruno, filosofo che visse a cavallo tra 1500 e 1600 in pieno clima da controriforma, è molto di più.

Fu un pensatore che difese a spada tratta la liberà di pensiero, la possibilità di mantenere uno spirito critico, una voce fuori dal coro, di pensare con la propria testa.

Persone così si sa non piacciono: sono scomode, come una spina nel fianco, danno mal di capo, vanno azzititte e se proprio non ci stanno prima eliminate socialmente, emarginandole, ridicolizzandole, esponendole al pubblico ludibrio e poi, se quest'operazione di ghettizzazione fallisce, fisicamente.

Un popolo che abbassa la testa, che è acquiesciente rispetto a tutte le teorie proposte dai poteri forti, che non si pone domande, che fa una cosa soggiogato dall'auctoritas e dall'ipse dixit è molto più "comodo" e manipolabile. Se gli dici che una cosa si fa così perchè si è sempre fatta così segue la corrente, rispetta la gerarchia.

Perchè opporsi e scavalcare la norma, cercare spiegazioni, gestire e sperimentare la libertà, anche se a parole la si reclama a gran voce, è moto faticoso. La libertà ha un peso ed impone assunzione di responsabilità e scelte.

Giordano Bruno era così: un alternativo, uno che aveva il coraggio delle proprie idee, uno che non saltava sul carro del vincitore per comodità, o da una barricata all'altra, cambiando colore a seconda delle maggioranze.

E proprio per questo stava scomodo, come un sasso che pungola nella scarpa e che rischia, piano piano, di erodere tutto.

Le sue idee rischiavano di far cadere l'impalcatura ecclesiastica.

Giordano Bruno fa quello che Prometeo ha fatto nell'antichità rubando il fuoco agli Dei per darlo agli uomini (in una fase più elementare dello sviluppo del pensiero collettivo si faceva ricorso ai miti).

Li rende liberi.

Li rende autonomi e consapevoli,. Sposta il baricentro dell'universo dal cielo alla terra e libera l'essere umano dalle ombre delle false credenze anche riguardo al divino, da quelle ombre che gli uomini incatenati nella caverna platoniana guardavano pensando corrispondessero alla realtà.

In questo modo, l'uomo viene  restituito a se stesso, reso padrone della propria sorte (www.giordanobruno.info).

Il proprio cammino morale, lo spessore etico dipende solo ed esclusivamente da loro, non è e non deve più essere eteronomo.

Divenuto centro consapevole del proprio mondo, riconosce la grandezza e il significato della natura, dell'universo fisico che lo circonda, ne comprende l'immensità,le forze inesauribili, le forme infinite, l'estensione senza barriere.

E' consapevole delle enormi potenzialità della propria ragione ed anche i concetti di bene e male si trasformano, si umanizzano, trovano il proprio luogo nel cuore dell'essere umano.

"Che ci piaccia o no, siamo la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell'illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco".

Il suo inno alla potenza del cambiamento che parte da se stessi.

"Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose... con questa filosofia l'animo dmi si aggrnadisse e me se magnifica l'intelletto".

Lo sguardo ora è rivolto verso lo spazio infinito, verso l'universo e le superstizioni, quelle che il filosofo definiva tali, si sgretolano sotto il peso della ragione.

Per queste sue idee rivoluzionare il filosofo fu condannato per eresia e messo al rogo, con la bocca chiusa in una morsa affinchè non potesse più proferir parola. Ed egli, come già Socrate prima di lui, pur riconoscendo le ragioni e la profonda ingiustizia di questa decisione, la accettò con coraggio, pur pensando che nessun Dio avrebbe accolto la sua anima nell'aldilà.

Era il 17 febbraio del 1600.

Oggi, lunedì 17 febbraio 2014 dalle ore 16,00 alle ore 20.00 presso l’Antisala dei Baroni al Maschio Angioino, si svolgerà una conferenza “Giordano Bruno nella tradizione ermetica napoletana” in occasione della commemorazione del 414° anniversario della morte del filosofo nolano.

La manifestazione viene promossa dall’ASCI Associazione Scuola Cinema  Italiana Il Cervo Bianco,  e ASCI Comunication, con il Patrocinio del Comune di Napoli, nell’ambito di un progetto più ampio per far rivivere in chiave moderna il pensiero bruniano e la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale della città di Napoli.

Quest’iniziativa prevede la Proiezione del docufilm di Afro de Falco: Giordano.

Quasi in contemporanea, alle 16.30 alla Sala del Capitolo a San Domenico Maggiore, il filosofo viene ricordato con la lectio magistralis di Aldo Masullo.

La lectio inaugura un ciclo di conferenze promosso dall'assessorato alla Cultura nel quadro dell'iniziativa "L'orgoglio è un pensiero - Pensato a Napoli".