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domenica 4 luglio 2021

Alluccamm: il coraggio di esistere

 


Il Campania Teatro Festival  con la direzione artistica di Ruggiero Cappuccio, punta sulla cultura per una reale ripartenza.
 
Centocinquanta spettacoli che si snoderanno per circa un mese fino a metà luglio.
Quattro palchi posizionati all'interno del Real Bosco di Capodimonte, luogo simbolo dei fasti borbonici come ci ricorda Marco Perillo ne Il Sogno Reale.
 

 
 
All'interno di un ricco e variegato cartellone rientra lo spettacolo Alluccamm con Andrea Fiorillo e Mauro Collina, per la regia di Luca Pizzurro.
 
A gridare, in maniera liberatoria, dopo aver taciuto troppo a lungo, sono Dolores e Iolanda.
Alluccamm è una storia di soprusi, vessazioni e disperazione, individuale e collettiva, ma è anche narrazione di una ricerca coraggiosa, nonostante tutto: di se stesse, di una legittimazione all'esistenza, della soddisfazione di un umanissimo bisogno di appartenenza e accettazione.
 
Alluccamm è la vita nei bassi napoletani, umidi e soffocanti, durante la seconda guerra mondiale, resa ancora più terribile dalle ritorsioni naziste.
 
E' la storia dei piccoli e grandi compromessi, quelli che si fanno per riuscire a sopravvivere.
Nella sua narrazione si miscelano rabbia, disgusto, ma quasi a tradimento, per chi aveva scelto di non sperare più, anche tenerezza, amicizia, momenti di autentica condivisione.
Dolores e Iolanda sono nate in in corpo che loro avvertono come sbagliato. Sono, infatti, biologicamente uomini ma identitariamente si sentono donne. 
 
 
 
Dura  e scontrosa l'una, sognatrice e in po' svampita l'altra: sono figlie partorite dalla medesima radice di dolore.
 
Dolores sin da piccola è stata al centro di violenza e mercimonio perpetrati verso un corpo piccolo e indifeso e nemmeno la sua trottola colorata è bastata a salvarla e a farla volare via da un destino infame, impostole dalla sua stessa madre quando si chiamava ancora Ferdinando.
Iolanda ha assaggiato i morsi nella carne della cinghia del padre, un "non-genitore" che ha cercato di raddrizzarla a suon di frustate.
 

 
 
Dolores è analfabeta, ma ha vissuto per un breve attimo il sogno di essere "sciantosa". Iolanda dalle suore ha imparato a leggere, ma non ha potuto diventare commessa, come avrebbe voluto. Accomunate da un medesimo destino, che le due riconoscono nel momento in cui si chiamano sorella, vorrebbero essere donne ma a tratti di sentono schiacciate dall'incombere della fame, delle privazioni, della vecchiaia giunta anzitempo e dal loro essere irrimediabilmente uomini.
 
Poi nella loro vita arriva inaspettata Rosaria, un raggio di luce, una speranza di amore filiale e di compiutezza, tali da sentirsi finalmente nel posto giusto.
 
Una possibilità che Dolores rifugge, per non far patire alla piccola il loro stesso destino di dolore e negazione, e Iolanda insegue caparbiamente per regalare alla neonata e regalarsi una possibilità di accudimento e amore profondi.
 
Ma la grande storia incombe, quella raccontata, per usare le parole di Pizzurro, da piccoli uomini, quegli uomini non illustri di Pontiggiana memoria.
 

 
 
E auto-segregarsi per sfuggire all'orrore non basta: esso si insinua in ogni piega della quotidianità, rendendola alienata e alienante. Isolamento, malattia, contagio, paura costante oggi non sono più per noi termini estranei alla nostra esistenza: non appartengono più solo ai libri di scuola.
 
Dolores e Iolanda il loro nome se lo sono scelto, ma ogni personaggio viene appellato con un soprannome, che fa riferimento , e quasi lo inchioda, alla sua condizione esistenziale, un marchio indelebile: la forestiera, il rosso, lo sciancato...
 
Un'opera magistrale in lingua napoletana divenuta ora un libro edito da Gremese. Una doppia operazione all'insegna del coraggio, che ha riportato un grande successo nell'ambito della manifestazione Napoli Città Libro a Palazzo Reale.
 
Una storia su temi attualissimi, con tanti nodi da sciogliere e ferite che ancora sanguinano.
Una narrazione che sorge dai quartieri della Napoli popolare e possiede una vita propria, rinvigorita dai racconti e dalla memoria dei testimoni. E'  fatta di carne e sangue.
 
Un'intensità amplificata dalle musiche di Enzo Gragnaniello e dal fatto che nulla è messo in scena e sulla scena a caso: le luci, la scenografia, i costumi, l'echeggiare delle voci fuoricampo... Ognuno vuole raccontare la sua storia.
 
Luca, Andrea e Mauro gliene hanno dato modo, stringendosi in un abbraccio reale e ideale che sa farsi famiglia autentica, al di là delle differenze biologiche, dello stigma e del pregiudizio.
 
Ph. Massimo Cuomo





mercoledì 26 settembre 2018

Sulla mia pelle: un film che dilania le coscienze

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, è un film che ti arriva dritto non al cuore ma allo stomaco, come un pugno, e che fa girare più velocemente le sinapsi cerebrali, quelle che portano lo spettatore a riflettere su un caso di ordinaria follia e ad immedesimarsi con un incubo che si dipana in appena sette giorni, chiedendosi ossessivamente per tutti i 100 minuti del film "E se fosse capitato a me?".

Ed è per questo che quello che accade sulla pelle di Stefano Cucchi ognuno lo sente riverberarsi sulla propria, mordendola e lacerandola...


Alessandro Borghi, che non sembra nemmeno lo stesso individuo che ha interpretato il protagonista della Napoli Velata di Ozpetek, incredibilmente dimagrito, quasi emaciato, presta il viso ed il corpo, in un modo sorprendentemente verosimile, a Stefano Cucchi.

Un viso ed un corpo che verranno martoriati. Schiaffi, pugni, calci, inferti da chi lo aveva in custodia e avrebbe dovuto farsi garante di tutelare la giustizia.

Calci dati ad una persona caduta ormai a terra a cui non erano state tolte nemmeno le manette, così forti da rompergli due vertebre.

Qual è la colpa di Stefano? Quella di avere con sé dosi di erba e di cocaina pronte per essere smerciate. Quella di essere un drogato ed  uno spacciatore,  un piccolo spacciatore.

Lui rifiuterà quest'accusa, quella di spaccio, anche se verso la fine il docu-film rivelerà i suoi più profondi timori e con essi la verità, cioè che  in casa nasconde diverse dosi pronte per essere spacciate.

La sua colpa è quella di aver cucito addosso un'etichetta ed un destino già segnati, quelli di deviante, di reietto, di emarginato e di rifiuto della società.

Quello che sta dalla parte sbagliata, tra i cattivi, che non può essere riabilitato, che probabilmente non merita nemmeno quest'opportunità.

Quello di chi non rispetta la divisa, che se ne prende gioco, che fa del male, responsabile di aver messo sulla cattiva strada tanti ragazzini, addirittura corresponsabile della loro morte.



Sono questi gli occhi con cui chi lo arresta lo guarda: occhi di chi vede in lui qualcuno che non merita la parola, che sfida l'ordine costituito, qualcuno di marcio ed irrecuperabile.

Chi lo picchia è chi sente che troppi non rispettano la divisa che i tutori dell'ordine indossano e quindi essi stessi, quando si trovano di fronte il cosiddetto "pesce piccolo", ma nel loro sentire colpevole, di quella divisa e dei poteri che conferisce fanno abuso e scempio.

Come reagisce Stefano? Stefano sembrerebbe che rifiuti ostinatamente, e a più riprese, di chiedere aiuto, anche quando gliene viene data la possibilità.

Si chiude a riccio, forse perché in tutti coloro che rappresentano le varie facce del sistema non vuole e non può più credere. Forse perché ritiene, almeno inizialmente, di potercela fare da solo o ancora, forse, perché in fondo al suo cuore anche lui pensa di non meritarla una seconda possibilità di riscatto, per le delusioni inflitte a chi gli vuole bene e gli è caro.



La madre che in un primo momento appare quasi contenta di quella notte in gattabuia, che forse farà mettere la testa a posto al figlio, dandogli una lezione.

Il padre, che ci tiene sempre a fargli sottolineare, di fronte ai suoi interlocutori, che lui è il "figlio del geometra", quasi in un tentativo di riabilitazione della sua reputazione sociale.

E quella sorella che non ha mai tempo per lui, che è la "sorella più impegnata d'Italia".

Su di lui e sulle sue scelte gravano quei 15 anni in cui ha contato solo lei, la droga.

Stefano, quindi, sceglie di rifiutare l'aiuto. Cerca solo il contatto con il padre durante il processo. Ne cerca l'abbraccio e si scusa per aver fatto ancora una volta "caciara" dicendogli che sarebbe stato meglio se fosse rimasto a dormire da loro quella sera, dando una sterzata al suo destino.

E poi cerca disperatamente una voce con cui parlare nel buio e nell'isolamento delle varie celle che abiterà, mentre il suo corpo soffre e cede.



Cerca la voce di quello che lui percepisce come un suo pari, un suo simile, un altro essere umano. La cerca per non impazzire di solitudine e sofferenza, continuando a parlare da solo. Ed in questo ricorda il novello Robinson Crusoe di Cast Away che dà volto e voce ad un pallone, ribattezzandolo Wilson

Che sia il detenuto albanese che gli dice che ha subito capito che l'hanno picchiato e che "il dolore è traditore: esce piano piano" al ragazzo che gli rivela che per ottenere risposta non deve rivolgersi alla polizia carceraria con il nome di guardie bensì di assistenti.

Fino ad arrivare all'ultimo: Marco, che gli consiglia di cercare qualcuno di fidato da mandare a casa sua per far sparire "la roba".

Stefano cerca un contatto autentico ed alla pari e, anche nel rifiutare le poche cure di facciata che gli vengono offerte, non è di curarsi che si sta rifiutando, come specifica, bensì tenta di realizzare l'esatto opposto: veder riconosciuti i suoi diritti,  riappropriarsi di una possibilità di scelta ed autodeterminazione, rappresentata dalla richiesta di colloquiare con il suo avvocato.

Stefano Cucchi era un  drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore, ma la nostra legge dice che il momento della riabilitazione sociale dovrebbe sopravanzare quello della repressione carceraria.

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore ,un piccolo spacciatore. Ma era anche e soprattutto un essere umano, figlio e fratello di qualcuno, componente di una famiglia normale, medio-borghese. Meritava di essere incasellato solo nella categoria angusta degli scarti della società?

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore. Ma, benché lo Stato detenga il monopolio dell'uso legittimo della violenza, come ci ricorda  il sociologo Max Weber, fino a che punto questa violenza può essere esercitata senza che l'uso diventi abuso e violazione dei diritti umani, tale da parlare la lingua della tortura?

Dubbi  che opprimono lo spettatore fin dai primi minuti di visione della pellicola... Ed è alle coscienze di ognuno, al di là ed  al di fuori di ogni tribunale, processo e risarcimento, che  è chiesto di immergersi in una profonda e dilaniante riflessione...



giovedì 8 giugno 2017

Alaska: un viaggio in una terra selvaggia alla ricerca di se stessi e della propria umanità

Raffaella Milandri: ossia una donna che incarna, nelle sue azioni, nei suoi racconti, nelle sue battaglie, il motto che "Crederci è potere" e che si può scegliere, a costo di coraggio, sacrifici e rinunce, il proprio modo di essere nel mondo.

Raffaella racconta il "suo modo di esserci" e quello di altri uomini liberi, che hanno avuto il coraggio di scegliere come "patria adottiva" un territorio inospitale, una terra selvaggia e lontana, per inseguire un sogno attraverso modalità di vita più dure ed estreme ma parimenti più "umane".

Raffaella racconta nel libro In Alaska. Il Paese degli Uomini Liberi di Raffaella Milandri, Edizioni, edito da Ponte Sisto (2017) la sua esperienza di viaggio, che oltre ad essere un viaggio nelle latitudini geografiche rappresenta un percorso esistenziale, di confronto con  le sue paure, con i timori e le convinzioni autolimitanti. Un percorso, dunque dentro e fuori se stessa,


Un viaggio ai confini del mondo non per affrontare lupi o orsi, bensì i propri demoni, seguendo le orme di Jack London. Un viaggio alla riscoperta dei propri istinti atavici, affievoliti, finanche anestetizzati, dalla società moderna. Una riscoperta, progressiva ed avvincente, della forza dei propri cinque sensi, sole "bussole" se si vuole sopravvivere in un territorio dove la ragione non ha la meglio nè terreno fertile.

Diecimila chilometri di viaggio in solitaria in Alaska... un viaggio in cui Raffaella - fotografa, scrittrice e attivista per i diritti umani- percorre  i sentieri dei cercatori d’oro, dei pionieri, e dei cacciatori di balene. Ai confini del mondo, l'autrice si imbatte, a sorpresa, in una natura umana forte e gentile, ma tocca con mano i risultati catastrofici del riscaldamento globale e delle crudeltà dell’Uomo Bianco. Il suo io si perde e riscopre la sua vera essenza oltre i limiti del Circolo Polare, dove il silenzio, tra i ghiacci, e la solitudine forzata, che costringe ad ascoltarsi, raggiunge le vette più alte. Ed allora... o si sfiora la pazzia o si raggiunge una più profonda consapevolezza di sè... 

"Sarà il capitano Roy, del popolo Inupiaq - si legge nella sinossi del libro -  ad aprirle le porte alle tradizioni antiche della sua gente, ma anche a rivelarle la dura realtà di un mondo senza scrupoli in lotta per il petrolio e per il denaro; un mondo dove l’orso polare-il gigante gentile dell’Artico- è tra le prime vittime di cambiamenti irreversibili".

In Alaska, che assurge praticamente e metaforicamente a “ultima Frontiera” si gioca la partita tra una vita comoda, moderna e consumistica ed un'incertezza costante che sa scavare dentro ma anche restituire emozioni vere, vivide e profonde e che ha il sapore della libertà da conquistare ogni giorno.

Per conoscere meglio Raffaella ed il suo impegno umano, dispiegato anche attraverso lo strumento della sua associazione, un impegno che va ben oltre l'ambito editoriale, di seguito potete leggere la sua intervista completa.

D. Di cosa si occupa la tua associazione?

R. Innanzitutto creare una associazione mi ha dato modo di avere "potere" di agire a livello sociale ed umanitario.Tante volte, come attivista per i diritti umani, ho stentato ad avere spazio sui media tranne che per i miei viaggi avventurosi e pericolosi.Lo scopo principale con cui ho fondato la Omnibus Omnes Onlus è innalzare il livello di coscienza sociale, attraverso eventi e campagne, ma anche aiuti concreti come quello per Arquata del Tronto, dove abbiamo già consegnato 61 borse di studio e adessoil 30 giugno consegneremo il primo bonus bebè di 2000 euro. La collaborazione con la Onu Italia Unric è un punto fisso importante, con la celebrazione di varie Giornate a ONU tra cui non poteva mancare il 9 agosto, la Giornata Onu dei Popoli Indigeni. Tra i progetti all'estero, ho curato una campagna per il Nepal dopo il terremoto e c'è in progetto una campagna per la salvaguardia della cultura dei Boscimani del Kalahari che spero di supportare presto con un mio nuovo viaggio.
D.  Come si lega al tuo lavoro di documentare la vita nel resto del mondo e al tuo impegno di attivista per i diritti umani?

R. La associazione segue i miei movimenti all'estero, come è successo in Nepal, e le mie amicizie tra i popoli indigeni. E' un modo per implementarequello che già facevo, anche se da agosto 2016 in poi ho stoppato i viaggi per dedicarmi al terremoto del Centro Italia che ha ancora tante emergenzeLa situazione umana è ancora catastrofica e molte persone soffrono duramente per essere state "deportate" lontano dai propri Paesi, peraltro completamente distrutti


D. Quali sono le tappe precedenti, in termini di viaggi di scoperta, che ti hanno condotto al tuo viaggio in Alaska?

R. Il viaggio in Alaska , e quindi il mio libro,  hanno un filo comune coi precedenti: la narrazione di un mio avventuroso viaggio in solitaria, la storia di un popolo indigeno da salvare,  e il racconto dell’ incredibile abisso che separa ormai l’uomo “globalizzato” dalla natura e dalla essenza stessa dell’essere umano. Oltre alla mia incredibile e preziosissima esperienza con gli Inuit, lassù alla fine del mondo, la vera scoperta del viaggio (anzi sono due i viaggi che ho fatto in Alaska, uno d'estate e uno d'inverno) è che la natura può essere ancora signora e padrona, e che è fondamentale che il nostro io ritrovi la forza straordinaria dell'uomo: i cinque sensi, l'istinto, la lotta per la sopravvivenza. E' stato un viaggio dove la solitudine e la libertà sono andate, struggentemente, a braccetto.

D. Quali sono i momenti che ti hanno più emozionato e che ritieni più significativi di questo viaggio?
R. Sicuramente i tesori che ho trovato sono gli animi di persone -bianche- indomite, coraggiose, che hanno scelto la libertà nella natura e hanno deciso di pagare il caro prezzo di rinunciare al bagaglio delle comodità, del denaro, della vita "mondana".Ho conosciuto persone che mi porto sempre nel cuore e che mi hanno insegnato tanto, mi hanno emozionato tanto. Senza i fronzoli della "società civile". Senza "tacchi a spillo". Poi, sono stata accolta lassù dai ghiacci dagli Inuit con una fiducia che non ha prezzo. Li rispetto e li proteggo, per quello che posso, nelle loro tradizioni superstiti, sopravvissute all'Uomo Bianco.
D. I punti di maggiore vicinanza tra le due culture (la tua e la loro)? E di lontananza?
R. Chiunque sia rimasto fedele a sè stesso nel rispetto del proprio modo di essere, chiunque conduca una vita semplice e non si faccia travolgere dagli "obbrobri" del nostro stile di vita -traffico, consumismo, falsità etc etc- è vicino agli Inuit e a tutti i popoli indigeni.


D. Com'è nato e come si è sviluppato il libro dove è confluito questo tuo viaggio così particolare?
R. Ogni mio libro, e questo è il quarto, nasce da un mio viaggio, e ne ho ancora tanti da scrivere. In realtà è stato l'editore, Ponte Sisto, che ha deciso quale libro io andassi a scrivere. Ha scelto l'Alaska, credo perchè oggi, attraverso le pagine di un libro, si abbia bisogno di sognare e di aspirare a  libertà, grandi emozioni, panorami infiniti, e sentimenti positivi. Una volta che l'editore ha descritto il suo progetto editoriale per "Alaska", per me è stato come tirare fuori un fiume di emozioni dal cilindro, che erano lì pronte, e vive, ad essere raccontate per ispirare i lettori.

  

martedì 18 marzo 2014

Il Vocabolario Sociale: le parole che tutelano i diritti

Ci vorrebbe più delicatezza nei confronti di quello che è importante per gli altri. Invece la gente di solito misura tutto sul proprio metro: quello che non fa male a me non fa male a nessuno. Quello che non è importante per me non è importante per nessuno. Ci vorrebbe più tenerezza, più cura, per ciò che non è nostro. (Fausto Maraldi).

Potrebbe cominciare da questa considerazione la riflessione sull'importanza di "parlare bene", dove per parlare bene non si intende un linguaggio forbito ed elegante nè corretto grammaticalmente (anche se una buona grammatica non guasta naturalmente) ma un uso consapevole delle parole che rispetti i diritti di coloro le cui storie, i cui frammenti di vita, vengono raccontati.


Parte da questa esigenza la creazione di un "Vocabolario sociale" (edito da Gesco), presentato giovedì scorso, 13 marzo, presso il Palazzo Reale partenopeo, nell'ambito del primo incontro destinato all'aggiornamento dei giornalisti della Campania (sia pubblicisti che professionisti).






Il convegno “Terzo settore e comunicazione sociale: parole e azioni che includono. Il Vocabolario sociale per una nuova deontologia dell’informazione” è organizzato dall’Agenzia cittadina del terzo settore e dal gruppo di imprese sociali Gesco nell’ambito delle attività del portale Napoli Città Sociale del Comune di Napoli, in collaborazione con l’Agenzia di stampa Redattore Sociale e con l’Ordine dei Giornalisti della Campania.

Le parole sono il primo baluardo a difesa dei diritti, come sottolinea il sociologo Fabio Corbisiero, e segnano l'evoluzione della società, il cambiamento di atteggiamento (e la relativa ricaduta comportamentale) nei confronti di determinati gruppi e sottogruppi, soprattutto di quelli a maggior rischio di esclusione e di marginalizzazione.

Un cambiamento che può essere solo di facciata, secondo quella che gli psicologi sociali chiamano acquiescenza, in base ad una moda, ad un'etichetta, ad un finto buonismo o all'adozione di uno stile "politically correct".

O può altresì costituire un cambiamento sociale epocale, segnando il passo di una reale e profonda "conversione" a livello individuale e  collettivo.

Le parole sono il primo avamposto a difesa dei diritti, dicevamo, e segnano il trionfo della consuetudine, del è opportuno comportarsi così a livello collettivo, su cui in seguito si edificheranno le fondamenta del diritto positivo.

Le parole difendono i diritti, o li negano, prima ancora che ci sia la formalizzazione delle leggi, quindi.

Arrivano prima della 104/92 e della Convenzione Onu del 2007 (ratificata in italia a fine 2009) a sottolineare che è importante lottare per una reale integrazione delle persone con disabilità in ogni settore della vita.

Prima del 196/2003 e successive modifiche ed integrazioni a difendere il diritto alla privacy ed a trattare con delicatezza l'intimità delle persone.

Prima della 190/2012 a trovare il coraggio e la dignità di  urlare a gran voce che bisogna dire no alla corruzione ed all'ottica clientelare  nel settore pubblico e non solo).

Di questo dovrebbero essere consapevoli tutti coloro, in prima linea i giornalisti, che delle parole hanno fatto il loro pane quotidiano.




Così come dovrebbero essere consapevoli, come viene sottolineato da più parti, che le parole che si sceglie di utilizzare non sono mai neutrali, ma portano con sè, marxianamente, tutta una sovrastruttura culturale, la propria immagine del mondo, cui è impossibile sfuggire, al di là di una sedicente "pretesa" di oggettività assoluta, come sottolinea il giornalista Francesco Romanetti.

Le parole sono "pietre" e come tali possono far male.

Ci si dovrebbe rendere conto che ci si sta muovendo su un territorio delicato e "scivoloso", quando una conversazione, sin dalle prime battute si trasforma in un attacco verso specifiche categorie, come sottolinea Nicola Blasi, curatore del Dizionario sociale assieme a Fabio Corbisiero ed alla giornalista Ida Palisi.

Un vocabolario che lungi dall'essere una matita blu e rossa delle cose che si dicono o che non si dicono vuole semplicemente essere uno strumento volto ad indicare nuove strade possibili per guardare al mondo ed all'altro da sè.

Nato da un sondaggio lanciato sul portale www.napolisociale.it in cui veniva chiesto ai lettori in merito a quale temi sentivano il bisogno di un approfondimento e maggiori spiegazioni il Vocabolario sociale  si snoda attraverso il significato attualizzato di alcuni termini divisi per macrocategorie (nella top list disabilità, immigrazione, omosessualità e differenze di genere), ma esamina anche il percorso compiuto dalle parole, con un excursus storico, e rintraccia anche i principali riferimenti di legge che l'hanno accompagnato come spiega Ida Palisi, che aggiunge come all'uso di specifiche parole corrisponda l'assunzione di profili di responsabilità nevralgici. 

Perchè con l'uso di alcune parole anzichè di altre si indirizza il tipo di comportamento verso alcune categorie.


A redigere il Vocabolario sociale i giornalisti Alessandra Del Giudice, Raffaella R. Ferrè, Luca Romano ed il sociologo Raffaele Masolino.




La sensibilità verso l'altro, l'apertura ad un dialogo vero e completo, dovrebbe guidare la scelta delle nostre parole anzichè la coercizione legata a leggi imposte dall'alto come ribadisce Patricia Bianchi, docente di Linguistica Italiana presso l'Università Federico II.

Perchè, e in questo gli studi sull'importanza delle Human Relations sono maestri, qualsiasi controllo, per quanto capillare, verrà evaso se coloro che dovrebbero assoggettarvisi non credono nei suoi principi ispiratori.


Naturalmente, visto che solo gli stupidi non cambiano idea, si è sempre in tempo per modificare, anche in maniera profonda e sostanziale il proprio universo di senso di riferimento.


Le parole, dunque sono i compassi che misurano l'ampiezza del mondo nel quale ci muoviamo, che permettono o negano l'accesso a vari ambiti, al pari di come fanno le barriere architettoniche nelle strutture urbane.


Sono le parole che permettono ad un individuo d prendere forma nella mente dell'interlocutore in maniera veritiera ed equilibrata o che altresì lo schiacciano in una categoria "a tenuta stagna".





Come succedeva (ed ancora succede spesso) per le persone con disabilità i cui attributi sociali, come ricorda Giampiero Griffo, responsabile della Sezione sulla Diversità della Biblioteca Nazionale di Napoli, sono: un po' sciancate (quindi è meglio che la persona vada 'piano piano'), con disabilità lieve, grave o gravissima (da questo dipende l'essere in carico o meno ad un istituto) e titolari o meno di pensione di invalidità (e qui si aprirebbe tutto un altro capitolo sulla questione relativa ai veri ed i falsi invalidi)

Non resta quindi che tenere il Vocabolario sulla propria scrivania, o sul proprio desktop, anche solo per fugare alcuni dubbi interpretativi che spesso possono trasformarsi in vere e proprie questioni esistenziali.


Per scaricarlo gratuitamente: http://www.napolicittasociale.it/portal/files/documenti/vocabolario-sociale.pdf