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venerdì 29 ottobre 2021

La commedia delle donne: un inno alla fragilità che sa diventare forza

 Una nota canzone sosteneva che  <<siamo donne oltre le gambe c'è di più!>>

Le protagoniste della pièce teatrale La commedia delle donne, Isa e Bea,  hanno gambe e spalle che a volte non reggono il peso della vita quotidiana e dei loro problemi, perché troppo gracili. Non nascondono i segni e le ferite dentro e fuori. Tra di loro esiste un legame forte che ha retto alla distanza fisica ed emotiva. 
 

 
 
Si sono ritrovate per mettere in scena La casa Nova di Goldoni, ma le prove vanno a rilento per mancanza di mezzi economici e di tempo, un tempo continuamente rosicchiato dalle tante, troppe, incombenze della vita quotidiana.
 
Isa, infatti, deve crescere da sola, tra fatica e incertezze, due figli. Bea vorrebbe essere ancora posseduta dal fuoco sacro del teatro, puro e totalizzante, ma anche la sua mente spesso finisce per vagare lontana, tra quello che il suo cuore vorrebbe ma che non è, un pulsare emotivo imbrigliato, nei fatti, dai legacci di una dipendenza affettiva. E quello che poteva essere ma non è stato.
 

 
 
Finzione e realtà si mescolano, mentre il passato torna e minaccia il presente, tra antiche nostalgie e segreti inconfessati che creano fratture e minano la fiducia.
 

 
 
Sull'orlo del baratro e della perdita definitiva, però, le due donne trovano la strada del dialogo e di una condivisione più profonda, che permetterà loro di sanare ferite e incomprensioni e di proiettarsi nel futuro puntando finalmente sulla propria reciproca forza e sul proprio valore, chiudendo i conti con il passato, per quanto ingombrante esso sia. 
 

 

Lo spettacolo era inserito nel Variazioni di Genere Festival, all'interno del Castello dei Conti di Acerra.
Un festival dedicato al difficile processo che permette di essere davvero se stessi. 

***Foto di Gennaro Manzo

martedì 29 gennaio 2019

Soave, innocente filastrocca di morte: un noir partenopeo con il ritmo incalzante di un film


Soave, innocente filastrocca di morte di Alferio Spagnuolo (Robin Edizioni), la cui presentazione si è tenuta lo scorso  24 gennaio nella partenopea libreria Raffaello, possiede tutti gli elementi dei grandi gialli, di ascendenza inglese ed americana, miscelati al giusto grado di suspense che sa tingersi di rosso sangue, ma rimane fedele ad un delitto classico, che trova la sua ragion d’essere nel movente, senza ridursi a mero esercizio di stile o perdersi nei vicoli dell’espediente letterario che fa da supporto al gusto, affermatosi attualmente, per i particolari sanguinolenti ed il genere splatter.

Il ritmo, come ricorda lo scrittore Domenico di Marzio, intervenuto alla presentazione  organizzata dalla scrittrice e giornalista  Monica Florio,  è equiparabile a quello di un film drammatico o di un thriller.

Trait d’union tra i personaggi, come hanno ricordato sia Di Marzio sia il critico letterario Annella Prisco, è la sofferenza generata da vari traumi mai del tutto superati, che tornano a chiedere il conto sotto forma di demoni che dilaniano la mente e  la coscienza. 

Quegli stessi demoni che si aggirano anche tra i vicoli dell’urbe , una città sospesa, come sottolinea Di Marzio, tra luce e ombra, vita e morte, bene e male, realtà e mistero, contrari che si attraggono e finiscono inevitabilmente per confondersi, sovrapponendosi, anche nell’animo dei protagonisti, di cui viene finemente e sapientemente tratteggiato il profilo psicologico. 



L’intreccio tra la città e i personaggi, come evidenziano gli addetti ai lavori, sembrerebbe essere presente sin dalla copertina di Soave innocente filastrocca di morte; una Napoli quasi da cartolina che guarda il mare. Una veduta aerea che, a ben vedere, già evidenzia l’intrico dei vicoli ed alcuni palazzoni addossati gli uni sugli altri dove potrebbero consumarsi, silentemente, svariate tragedie. Una città apparentemente quieta, ma che appare al centro di un mirino.



I ritmi del dialogo, come evidenzia Di Marzio, che, parimenti,  contribuiscono a rendere più veloce l’azione, sono quelli tipici di un film drammatico o di un thriller: brevi e stringati, vengono” recitati” a bassa voce o con tono sostenuto ed accompagnano interrogatori, verifiche di alibi, irruzioni nelle case dei sospettati… A delineare un rebus che rischia di non avere soluzione.

Secondo quanto evidenzia Di Marzio, gli elementi tipici del thriller ci sono tutti, compresa la colonna sonora, costituita dai rumori delle strade brulicanti di vita, attraversate dallo stridore del traffico, dei motorini, caratterizzata dalle voci di giorno e dai silenzi e dalle attese di notte.

Spazio, poi, al tema della violenza di genere e dell’abuso lavorativo, che si intreccia con quello sentimentale, attraverso lo strumento del saggio, capace di arrivare, grazie ad una narrazione avvincente, ad un pubblico trasversale.

A ben vedere, infatti, in base ad un’analisi psico-sociologica, l’uomo ucciso, l’architetto Ferrara, per come viene tratteggiato nel noir, parrebbe possedere le caratteristiche di un narcisista patologico e maligno. 



Per sua stessa ammissione tracotante, infatti, egli abusa del potere concessogli in relazione al ruolo che ricopre, in virtù di un’asimmetria di posizione, e manipola le giovani donne che gli capitano a tiro. 

Nel romanzo troviamo esplicitata anche l’attuale incapacità di assumersi la responsabilità che ogni tipo di interazione dovrebbe, invece, comportare, denunciata dal sociologo Bauman, che genera anche una correlata incapacità di mettersi nei panni dell’altro, realmente in connessione con i suoi dolori ed le sue gioie o, per dirla con termini sociologici, un’incapacità di assunzione del ruolo dell’altro (role taking). 

E’ per questo, direbbe Bauman, che le persone risultano intercambiabili, ridotte a beni di servizio da consumare velocemente, ma lo dice anche Spagnuolo nel suo romanzo.

E adesso addentriamoci nella trama del noir e nei presupposti che hanno condotto alla sua stesura, assieme all’autore, Alferio Spagnuolo.



D. Una nuova, intricata indagine per il commissario Giulio Salvati. Un rompicapo, com’è un rompicapo la filastrocca che gli agenti sono chiamati a decifrare, nella quale risiede, forse, la soluzione del caso. C’è una continuità con le indagini precedenti?

R. Non esiste una continuità tra le indagini precedenti e quella attuale se non per i personaggi che si trovano  ad affrontare nuovi casi nel quartiere dive sono stati assegnati. L'unico collegamento forse può  intravedere nell'amicizia che poi sfocerà in un rapporto  nel libro successivo  tra il commissario e la collega della scientifica.

A quale genere o generi intersecati è ascrivibile il romanzo?

R. I riferimenti di genere sono sempre gli autori americani ma non quelli che si limitano a descrivere la violenza pura e semplice soltanto per il pretesto di scrivere . Io leggo gli autori che descrivono i caratteri dei personaggi il profondo del loro animo. Il migliore è Ross Macdonald che analizza la personalità dei personaggi scoprendo molto spesso nel loro passato sofferenze irrisolvibili.

D. Esiste un fil rouge di riferimento?

R. I miei esempi sono i gialli americani che da sempre  contengono moventi validi per un omicidio e non come spesso, ahimè, sta accadendo omicidi senza movente, cioè  dovuti alla sola pazzia e perversione del colpevole. Esiste un abuso oggi dei serial killer, mentre invece moltissimi omicidi vengono commessi per le ragioni più  diverse. Ecco io sfruttare i anche queste ragioni, tra le quali la gelosia o il rimorso che anche io ho utilizzato. Esiste una vasta letteratura di thriller ambientati nelle metropoli dell’Europa del nord che certamente non godono della mia simpatia. Il genere inglese ha abbandonato per strada le atmosfere e le valide idee che i loro epigoni avevano diligentemente creato.

D. Nel libro si parla anche di violenza  ed abuso contro le donne.  Attualmente, nonostante la legge 38/2009 sullo stalking e la legge 19/2013 di ratifica della Convenzione di Istanbul sui diritti delle donne, da una verifica del Consiglio D’Europa gli interventi per la tutela dei diritti di genere appaiono ancora pochi, non sistematici e a macchia di leopardo.  Risulta una carenza di circa 5mila posti letto nelle case protette. Le vittime di stalking sono per il 77% donne, mentre le vittime di violenza lo sono nel 92% dei casi. Il 25% degli omicidi è ascrivibile ad odio e violenza di genere. Cosa ne pensa?

R. Io, con il mio libro, sono partito da un argomento attuale e ricorrente. Il ricatto da parte dei potenti, nel mio caso di un  uomo, delle donne per poter emergere nel luogo di lavoro. Nel mio caso, il libro segue in generale la linea del rifiuto, altrimenti la trama sarebbe saltata .Però ho anche inserito alcuni casi dove la donna accetta, ma poi diventa essa stessa vittima di quel consenso, incredula addirittura che dopo poco quella promessa che le avevano fatto e per la quale lei si era sacrificata non venga mantenuta ,con l'indifferenza del potente artefice. Anzi la donna viene considerata meno di un rifiuto, qualcosa di superfluo, di inutile, ciò  perché  il potere ci permette di calpestare la dignità (nel mio caso di povere neolaureate)d elle  donne che a causa  delle allettanti promesse e della mancanza di sensibilità di animo diventano interscambiabili, ridotte a  giochi utilizzati per soddisfare il proprio ego ipertrofico(nel mio libro). Una sorta di vasetto della marmellata che si distingue da migliaia di altri solo per un semplice codice a barre. Ma nel mio libro, come ho detto, sono presenti donne che stanno al gioco della “vuota” promessa e ragazze che sanno discernere cosa è  giusto.

D. Quali progetti ha in cantiere per il futuro?

R. Ho in mente un episodio dove tutto parte dalla stancante consuetudine  del matrimonio e dalla donna, ormai adulta, sposata e con figli, che tradisce il marito, incredula del fatto che il suo corpo possa ancora essere desiderato e “rivalutato” da altri occhi, che possa ancora attirare gli uomini .Ma, attenzione: il suo amante è più  giovane di lei e non ha alcuna intenzione di “mettere fissa dimora” .

sabato 22 settembre 2018

Vincenzo: riscattarsi si può


Vincenzo  è un  mediometraggio scritto, diretto e interpretato da Antonio d'Avino in arte Marco J.M.



Nella pellicola, realizzata senza fini di lucro e interamente autofinanziata da “Juna e Marco Arte” e prodotta da “OXEIA – L'isola dell'arte”, sono nevralgici i tema del bullismo, del recupero giovanile e della violenza di genere. Dalla realizzazione di questo film è nato anche un sito (http://www.vincenzothemovie.com/), con backstage e curiosità sul cast e la produzione.
Vincenzo ha  15 anni e vive in un contesto difficile. La nonna cerca di crescerlo come meglio può e di tenerlo lontano dalle cattive compagnie redarguendolo, per non fargli fare la stessa fine del padre, in stato di carcerazione.



Il  “capobranco” della compagnia è Peppe, che sta uscendo con una ragazza,  ma è proprio in quel momento che avviene il cortocircuito.

“Peppe – spiega Antonio D’Avino, in  arte  Marco  – sente che sta perdendo il rispetto e la considerazione del branco, perché si sta facendo ‘fare fesso’ dal sentimento. E’ per questo che decide di passare la sua ragazza al gruppo, come si farebbe con una sigaretta o un cane”.
La violenza  nasce da quel momento in cui si insegue una falsa idea di rispetto, un concetto distorto e  pericoloso.



A quella “spedizione” prende parte anche Vincenzo che, anche se non parteciperà alla violenza in sé, sarà reo di non essersi opposto al perpetrarsi delle atrocità ai danni di Serena.

Per lui, però, non si apriranno le porte  del carcere, ma  quelle più confortanti e piene di speranza di una comunità di recupero, dove dovrà svolgere, per otto  mesi,  un percorso di rieducazione.
In questo periodo, attraverso una presa di consapevolezza  progressiva, Vincenzo cambierà, o forse diventerà finalmente se stesso. A supportarlo gli operatori sociali e i libri, attraverso i quali gli raccontano la loro vita e quella degli altri, ed in fondo la sua stessa, grandi autori, come ad esempio  Pasolini. In quei libri Vincenzo ritroverà la sua sofferenza, il suo stesso tormento interiore e l’impatto duro e crudele con  i pregiudizi provenienti dall’esterno.



Dall’insieme, dall’impasto, di questi elementi emergerà dal suo cuore la consapevolezza delle sue responsabilità, la coscienza che non basta astenersi dal compiere un’azione per non essere colpevole.

Ecco perché comincerà a scrivere alcune e-mail a Serena, la vittima, per raccontarle le sue giornate e chiederle perdono.

Un perdono che , spesso, non è però possibile ricevere perché se c’è chi può intraprendere una nuova vita, grazie alle nuove consapevolezze maturate, c’è anche chi invece resterà inchiodata per sempre in un frammento di tempo capace di congelare un’intera esistenza, come quelle ferite che “anche se si rimarginano , tu sai che ci sono, perché rimane lo sfregio e quando le sfiori con le dita fanno e faranno sempre male”.



Dalla  finzione scenica alla realtà il passo è  breve in questo caso.

“Il film – sottolinea il regista Antonio D’Avino, in arte Marco – vuole essere una testimonianza di come si possa non omologarsi al pensiero unico. Indica un percorso possibile sul come emanciparsi e superare il disagio  sociale attraverso  gli strumenti culturali, che non sono però  applicabili e sufficientemente solidi se non vi è  a monte il sostegno delle istituzioni, anche di natura economica, in manieria tale da poter creare concrete opportunità lavorative ,  tali da non far cedere i giovani alla mentalità del guadagno facile”.

A  fargli eco Mariarosaria  Alfieri, presidente dell'associazione culturale CriminAlt: “Attualmente -  ribadisce – i ragazzi vivono una condizione di anestesia emozionale, amplificata dall’azione dei social network. Riescono, a volte inconsapevolmente, ad operare una dissociazione emozionale, provando un’emozione ma esplicitandone un’altra e nel tempo non riescono più a gestire questa frattura”.

L’associazione, secondo quanto racconta la presidente, lavora su progetti e campagne di prevenzione, di tipo capillare, puntando sul lavoro di rete.

Il target per eccellenza sono le scuole: ragazzi che frequentano corsi di diverso ordine e grado, dalla terza elementare agli ultimi anni delle superiori.

“In un anno  - prosegue Alfieri – abbiamo incontrato circa 5mila studenti. La domanda ricorrente  è ‘come si fa a dire di no se non si vuole  essere esclusi dal gruppo?’ "

Una domanda che  ha in sé una  possibile parabola discendente caratterizzata dalla  disperazione  individuale  e collettiva: dal  disagio familiare e della persona, fino al  crimine, passando  per l’esperienza deviante.

Come sottolineava Peppino Impastato,  che viene citato come esempio  e  monito, le persone  devono  essere formate  al bello, perché attraverso il bello  si  può  reagire all’omertà, alla  rassegnazione ed alla violenza.

Uno sguardo  ed un orecchio volti al bello, che vengono sostenuti anche dalla colonna sonora originale del film, una musica maturata  nelle coscienze,  capace di tradurre  in  note le  emozioni e  di essere  commento  e sottolineatura  ai momenti  dolci  o  aspri  della pellicola.

Anche Laura Russo, presidente di Telefono Rosa Napoli, sottolinea come sia importante cogliere i campanelli d’allarme della violenza, lavorando tempestivamente  sul disagio e  attivando  circuiti  di  prevenzione  e  un  punti di  ascolto  per  uscire  dal circuito della  violenza.

Telefono rosa, nato nel  1988 a  Roma  e nel 2010  a  Napoli, è un canale che riceve le richieste d’aiuto contro la violenza  fisica,  psicologica, economica e di stalking  ed  attiva una vera e propria rete  di protezione,  secondo  quanto  evidenzia  la referente.

Un lavoro,  di squadra, quello della pellicola Vincenzo, basato sulle competenze e sulla fiducia, tale da far emergere  il bello dell’arte  e l’arte  del bello.

Trentadue attori, 606 ciack, 757 minuti di riprese, 5 location.

Un plauso va a tutti i giovanissimi attori dell’area vesuviana, formati dall’Accademia Vesuviana del Teatro e del Cinema diretta dall’attore Gianni Sallustro.

martedì 18 marzo 2014

Il Vocabolario Sociale: le parole che tutelano i diritti

Ci vorrebbe più delicatezza nei confronti di quello che è importante per gli altri. Invece la gente di solito misura tutto sul proprio metro: quello che non fa male a me non fa male a nessuno. Quello che non è importante per me non è importante per nessuno. Ci vorrebbe più tenerezza, più cura, per ciò che non è nostro. (Fausto Maraldi).

Potrebbe cominciare da questa considerazione la riflessione sull'importanza di "parlare bene", dove per parlare bene non si intende un linguaggio forbito ed elegante nè corretto grammaticalmente (anche se una buona grammatica non guasta naturalmente) ma un uso consapevole delle parole che rispetti i diritti di coloro le cui storie, i cui frammenti di vita, vengono raccontati.


Parte da questa esigenza la creazione di un "Vocabolario sociale" (edito da Gesco), presentato giovedì scorso, 13 marzo, presso il Palazzo Reale partenopeo, nell'ambito del primo incontro destinato all'aggiornamento dei giornalisti della Campania (sia pubblicisti che professionisti).






Il convegno “Terzo settore e comunicazione sociale: parole e azioni che includono. Il Vocabolario sociale per una nuova deontologia dell’informazione” è organizzato dall’Agenzia cittadina del terzo settore e dal gruppo di imprese sociali Gesco nell’ambito delle attività del portale Napoli Città Sociale del Comune di Napoli, in collaborazione con l’Agenzia di stampa Redattore Sociale e con l’Ordine dei Giornalisti della Campania.

Le parole sono il primo baluardo a difesa dei diritti, come sottolinea il sociologo Fabio Corbisiero, e segnano l'evoluzione della società, il cambiamento di atteggiamento (e la relativa ricaduta comportamentale) nei confronti di determinati gruppi e sottogruppi, soprattutto di quelli a maggior rischio di esclusione e di marginalizzazione.

Un cambiamento che può essere solo di facciata, secondo quella che gli psicologi sociali chiamano acquiescenza, in base ad una moda, ad un'etichetta, ad un finto buonismo o all'adozione di uno stile "politically correct".

O può altresì costituire un cambiamento sociale epocale, segnando il passo di una reale e profonda "conversione" a livello individuale e  collettivo.

Le parole sono il primo avamposto a difesa dei diritti, dicevamo, e segnano il trionfo della consuetudine, del è opportuno comportarsi così a livello collettivo, su cui in seguito si edificheranno le fondamenta del diritto positivo.

Le parole difendono i diritti, o li negano, prima ancora che ci sia la formalizzazione delle leggi, quindi.

Arrivano prima della 104/92 e della Convenzione Onu del 2007 (ratificata in italia a fine 2009) a sottolineare che è importante lottare per una reale integrazione delle persone con disabilità in ogni settore della vita.

Prima del 196/2003 e successive modifiche ed integrazioni a difendere il diritto alla privacy ed a trattare con delicatezza l'intimità delle persone.

Prima della 190/2012 a trovare il coraggio e la dignità di  urlare a gran voce che bisogna dire no alla corruzione ed all'ottica clientelare  nel settore pubblico e non solo).

Di questo dovrebbero essere consapevoli tutti coloro, in prima linea i giornalisti, che delle parole hanno fatto il loro pane quotidiano.




Così come dovrebbero essere consapevoli, come viene sottolineato da più parti, che le parole che si sceglie di utilizzare non sono mai neutrali, ma portano con sè, marxianamente, tutta una sovrastruttura culturale, la propria immagine del mondo, cui è impossibile sfuggire, al di là di una sedicente "pretesa" di oggettività assoluta, come sottolinea il giornalista Francesco Romanetti.

Le parole sono "pietre" e come tali possono far male.

Ci si dovrebbe rendere conto che ci si sta muovendo su un territorio delicato e "scivoloso", quando una conversazione, sin dalle prime battute si trasforma in un attacco verso specifiche categorie, come sottolinea Nicola Blasi, curatore del Dizionario sociale assieme a Fabio Corbisiero ed alla giornalista Ida Palisi.

Un vocabolario che lungi dall'essere una matita blu e rossa delle cose che si dicono o che non si dicono vuole semplicemente essere uno strumento volto ad indicare nuove strade possibili per guardare al mondo ed all'altro da sè.

Nato da un sondaggio lanciato sul portale www.napolisociale.it in cui veniva chiesto ai lettori in merito a quale temi sentivano il bisogno di un approfondimento e maggiori spiegazioni il Vocabolario sociale  si snoda attraverso il significato attualizzato di alcuni termini divisi per macrocategorie (nella top list disabilità, immigrazione, omosessualità e differenze di genere), ma esamina anche il percorso compiuto dalle parole, con un excursus storico, e rintraccia anche i principali riferimenti di legge che l'hanno accompagnato come spiega Ida Palisi, che aggiunge come all'uso di specifiche parole corrisponda l'assunzione di profili di responsabilità nevralgici. 

Perchè con l'uso di alcune parole anzichè di altre si indirizza il tipo di comportamento verso alcune categorie.


A redigere il Vocabolario sociale i giornalisti Alessandra Del Giudice, Raffaella R. Ferrè, Luca Romano ed il sociologo Raffaele Masolino.




La sensibilità verso l'altro, l'apertura ad un dialogo vero e completo, dovrebbe guidare la scelta delle nostre parole anzichè la coercizione legata a leggi imposte dall'alto come ribadisce Patricia Bianchi, docente di Linguistica Italiana presso l'Università Federico II.

Perchè, e in questo gli studi sull'importanza delle Human Relations sono maestri, qualsiasi controllo, per quanto capillare, verrà evaso se coloro che dovrebbero assoggettarvisi non credono nei suoi principi ispiratori.


Naturalmente, visto che solo gli stupidi non cambiano idea, si è sempre in tempo per modificare, anche in maniera profonda e sostanziale il proprio universo di senso di riferimento.


Le parole, dunque sono i compassi che misurano l'ampiezza del mondo nel quale ci muoviamo, che permettono o negano l'accesso a vari ambiti, al pari di come fanno le barriere architettoniche nelle strutture urbane.


Sono le parole che permettono ad un individuo d prendere forma nella mente dell'interlocutore in maniera veritiera ed equilibrata o che altresì lo schiacciano in una categoria "a tenuta stagna".





Come succedeva (ed ancora succede spesso) per le persone con disabilità i cui attributi sociali, come ricorda Giampiero Griffo, responsabile della Sezione sulla Diversità della Biblioteca Nazionale di Napoli, sono: un po' sciancate (quindi è meglio che la persona vada 'piano piano'), con disabilità lieve, grave o gravissima (da questo dipende l'essere in carico o meno ad un istituto) e titolari o meno di pensione di invalidità (e qui si aprirebbe tutto un altro capitolo sulla questione relativa ai veri ed i falsi invalidi)

Non resta quindi che tenere il Vocabolario sulla propria scrivania, o sul proprio desktop, anche solo per fugare alcuni dubbi interpretativi che spesso possono trasformarsi in vere e proprie questioni esistenziali.


Per scaricarlo gratuitamente: http://www.napolicittasociale.it/portal/files/documenti/vocabolario-sociale.pdf

lunedì 28 marzo 2011

Stalking: un numero verde ed un piano nazionale contro la violenza di genere


Stalking. Ossia quando l'amore diventa attenzione molesta fino a sfociare in una vera e propria ossessione che può portare lo stalker, ossia il molestatore, a compiere gesti estremi.

Gli stalkers, da un'indagine del 2009, sono nell’84,68% italiani, nel 15,32% stranieri. Nell’80,1% dei casi le vittime di molestie persecutorie sono di sesso femminile, mentre nel 19,99% di sesso maschile. È la Lombardia la regione in testa per denunce (539) ed arresti (129), mentre la più virtuosa è la Valle d’Aosta (10 denunce e nessun arresto). La Campania si attesta al quarto posto per numero di denunce (344), preceduta dal Piemonte (403) e dalla Toscana (359).

La regione meridionale, però, sale di due posizioni per quanto riguarda il numero di arresti (86), seguita da Lazio (69) e Piemonte (65).

Via libera dalla Corte dei Conti, il 17 febbraio scorso, al primo Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking. Ruolo centrale al numero di pubblica utilità 1522 che è stato adeguato per garantire servizi di orientamento ed informazione anche alle vittime di stalking.

Nella realtà lo stalking è caratterizzato da un’escalation di comportamenti ossessivi che passa attraverso pedinamenti, lettere e fiori, appostamenti, minacce di violenza, violenza fisica e sessuale, fino ad arrivare a comportamenti estremi come tentato omicidio ed omicidio.

Oggi lo stalking è un reato punibile con una detenzione fino a quattro anni.

“Ciò che deve far scattare un campanello d’allarme e far pensare allo stalking - spiega Giovanni Amoroso, presidente di AICo Campania (Associazione Italiana Counselling) – è la continuità nel tempo, la frequenza ed il tono dei messaggi e delle comunicazioni”. Un tono che oscilla tra l’aggressivo e lo svalutante e l’implorazione di rappacificarsi .“Il comun denominatore è lo stesso – continua Amoroso -. Il tentativo compulsivo di mantenere il contatto e, attraverso diversi strumenti, il controllo sull’altro”.

Un contatto “ossessivo” che dimostra una chiara mancanza di ascolto.

Quando si comincia ad avvertire un segnale di malessere… che fare? Innanzi tutto, attivarsi per reagire e chiedere aiuto.

Alla propria famiglia, agli amici e poi agli esperti: terapeuti, counselor, avvocati.

Per dare una mano concreta a capire dove si è e cosa si può fare è nato a Pozzuoli un servizio di Counselling ad accesso totalmente gratuito. Il sevizio è attivo dal settembre 2010 nell’ambito del progetto “Angeli allo Sportello”, promosso dall’associazione Angeli Flegrei Onlus in collaborazione con Csv Napoli ed in partnership con le associazioni Avis Comunale Pozzuoli e Campi Flegrei Terzo Settore (per chi voglia rivolgersi al servizio in forma totalmente anonima, attraverso un filo diretto con gli esperti, è disponibile attraverso il sito internet www.angeliflegrei.it una mail dedicata sportellocounselling@angeliflegrei.it al fine di avere in modo riservato e anonimo un primo approccio con i counsellor)

“Il risultato immediato connesso al servizio di couselling- chiarisce Luigi Lucci, presidente di Angeli Flegrei Onlus - è la percezione, da parte di persone, anche vittime di situazioni pesanti dal punto di vista emotivo, di avere un punto di riferimento preciso e la forte sensazione di sentirsi accolti con possibilità di scambio dialettico ed emotivo”.

Ciò che è fondamentale è la possibilità di confrontarsi ed avere a disposizione modelli di relazione equilibrati.Una possibilità che arriva grazie ad una presa di consapevolezza da parte della vittima stessa ed alla decisione di uscire da un vortice grazie al ricorso alle proprie risorse inespresse per trovare soluzioni possibili.

In definitiva lo stalker, secondo gli esperti, è una persona che si è sentita poco amata e quindi non ha sviluppato una vera capacità di amare. “Se non sai come amare – ribadisce Amoroso - non sai neanche come separarti”


Per maggiori informazioni e per accedere al servizio gratuito di Counselling:
Angeli Flegrei Onlus C/o Open Center

Via Celio Rufo, 20 - Pozzuoli
Tel. 081.853.14.17 - Fax. 081-3032084;

e-mail: info@angeliflegrei.it; website: www.angeliflegrei.it