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sabato 15 giugno 2024

La mia Ingeborg: le Signore dei libri discutono di relazioni ossessive al Salone del Libro di Napoli

 Oggi, domenica 16 giugno alle 15:00 “Le Signore dei libri” arrivano a “Napoli Città Libro”, Salone del Libro e dell’Editoria di Napoli, in Sala Urania 3.

 


 

 

Durante l’incontro, il gruppo di lettura ideato e organizzato da Imma Malva, titolare della Cartolibromania di Somma Vesuviana e dalla giornalista Sonia Sodano, direttore del giornale Cultura A Colori, leggerà e commenterà “La mia Ingeborg”, libro di Tore Renberg pubblicato da Fazi nella collana “Le strade” e candidato nella cinquina del Premio Strega Europeo 2024.

In programma alcuni interventi tematici, tra i quali quello della poetessa Irene Mascia e quello della dott.ssa Tania Sabatino, giornalista e sociologa.

IL LIBRO – Il vecchio Tollak è un uomo pieno di contraddizioni: orgoglioso e furioso, giusto e tenero. Ormai vecchio e solo, non fa che imprecare contro il mondo che da tempo, per lui, ha smesso di avere senso. Solo una cosa lo teneva attaccato alla vita: sua moglie Ingeborg, amatissima, scomparsa diversi anni fa. I suoi due figli, ormai adulti, hanno abbandonato la vita desolata della provincia remota dove sono nati, e passano a trovarlo di rado; soltanto Oddo è rimasto con lui: Oddo loscemo, come lo chiamano i vicini, di cui Tollak si prende cura da quando, ancora bambino, è stato abbandonato dalla madre. Tollak insiste affinché sua figlia e suo figlio tornino a casa ancora una volta: ha bisogno di parlare e condividere il suo segreto prima che sia troppo tardi. O meglio, i suoi segreti: le verità che Tollak ha sempre tenuto per sé sono molteplici, e sono una più terribile dell’altra.


Fonte della notizia

domenica 26 febbraio 2023

Io sono Fedra: al teatro Tram una tragedia di amore e tentativi di riscatto

 In Io sono Fedra di Marina Salvetti, in scena al teatro Tram fino a oggi, domenica 26 febbraio con la regia di Gianmarco Cesario, assistiamo ai conflitti che albergano in ognuno di noi.

Infatti, in tutti i personaggi, come ci racconta il regista, alberga luce e ombra. Nessuno è esente da zone oscure e, proprio per questo, il regista, nella resa scenica, ha fatto grande uso dei chiaroscuri, a indicare un'oscurità che dall'interno esonda e si palesa all'esterno.


La stessa conflittualità intride anche i dialoghi che spesso vengono origliati nell'ombra. Come evidenzia l'attrice Titti Nuzzolese, che dà le fattezze a Fedra, su ogni cosa spira un'aura di sacralità simile a quella che permea i testi originari: l'Ippolito di Euripide e la Fedra di Seneca, oggetto di un'operazione di attualizzazione. Mentre nell'originale avevamo una consacrazione alla dea Diana, ora abbiamo una consacrazione a Dio Padre che in entrambi i casi viene in qualche modo tradito. 

Ippolito, infatti, si trincera dietro una fede dogmatica e si fa scudo con regole rigide che generano facili giudizi. 

Fedra, nonostante la cerchi disperatamente, non arriva mai a sviluppare una reale e sentita fede, ma si rifugia nel seminario per convenienza, per sfuggire al suo passato e affrancarsi da legami pesanti è scomodi. 

Ciononostante  per entrambi il seminario rappresenta un luogo di ritrovata pace e di salvezza possibile.

 Il personaggio di Fedra è protagonista di un conflitto lacerante, erosivo e feroce. Cerca di salvarsi, ma non riesce mai ad affrancarsi veramente dalle sue origini e dal marchio della sua famiglia, abitata da sopruso e violenza. 

Il giudizio più pesante proviene proprio da sé stessa che non si ritiene meritevole, in fondo, di ciò che ha legittimamente conquistato e di un amore puro e disinteressato. E' vittima di bullismo, perché Ippolito Costantini attiva la macchina del fango, andando a sminuire la radice stessa della sua identità, con lo scopo di dare origine a un passaparola di maldicenze, come sottolinea il regista Gianmarco Cesario.



Gli attori in scena (Titti Nuzzolese, Antonio Buonanno, Errico Liguori, Antonello Cossia) danno anima e sangue a personaggi, che si dibattono tra conflitti e umanissime fragilità, in cui i desideri e gli istinti negati si insinuano sotto la pelle e rischiano di deflagrare con violenza.

Ora lasciamo la parola a Titti Nuzzolese, affinché dia voce alla sua Fedra, ai suoi conflitti multipli, ma anche al suo bisogno di riscatto, che rifugge da un'interpretazione della fede estremista, alla ricerca di quella pietas e di quell'empatia che ci può salvare dall'inferno peggiore: quello dei pregiudizi e degli stereotipi, che non ci consentono di vedere il vero volto delle persone che abbiamo di fronte e di percepirne l'essenza.

L'INTERVISTA

D. In cosa Chiara/Fedra rimane fedele al personaggio originario in cosa se ne discosta?

R. Resta sicuramente l’aspetto psicologico, seppure il dramma si svolga in altra epoca e contesto, resta vivo il tormento di una donna che sente di custodire il seme del male e di non riuscire a conviverci e a trovare un equilibrio. 

D. L'attualizzazione/trasposizione sposta la proibizione dal tema dell'incesto a quella della consacrazione a Dio. Qual è  il fil rouge? 

R. Anche nel testo di Euripide è presente forte una sacralità che interviene sui personaggi, ovviamente prima di tutto su Ippolito. In questo caso ci muoviamo in un contesto fortemente cattolico che rappresenta per entrambi i personaggi una rinascita ed anche un modo di dare senso alla propria esistenza. Tuttavia questo Padre, inteso come Dio, viene da entrambi tradito, Fedra non si riconosce fino in fondo nella fede e Ippolito fa della fede uno scudo per le proprie fragilità. Lei si sente una minaccia per il percorso di Ippolito che sente “pulito” rispetto al suo passato. 

D. Quant'è  stato difficile calarsi nei panni di un personaggio che vive conflitti così forti con sé stessa, tra voglia di riscatto e vergogna?

R. Dare verità ad un dolore così distruttivo non è stato facile, ho sentito immediatamente il bisogno di allontanarmi dal ragionamento e lavorare di pancia, cercando sentimenti talvolta violenti affinché diventasse per me plausibile il gesto estremo nella nostra attualità. Devo dire che  il contesto in cui si svolge tutta l’azione scenica mi ha aiutata tantissimo.

D. Alcuni passaggi si muovono tra il pedagogico e il didascalico. Si esplicita che occorre essere pieni di empatia e pietas e che le regole a volte vanno violate non per convenienza o vigliaccheria ma per coraggio e in cerca di salvezza. Secondo te è  stata un'operazione necessaria dati i tempo che viviamo per rendere il messaggio chiaro, univoco, inequivocabile e incisivo?

R. Credo che oggi più che mai si ha necessità di tornare all’essenza.  Soprattutto quando si parla di fede. Troppo spesso ci troviamo ad assistere ad un utilizzo improprio e fanatico della fede, per cui ho trovato molto interessante portare a teatro ragioni e pensieri che parlano di semplicità e ascolto e non di inutili e talvolta pericolosi stereotipi. 

martedì 29 gennaio 2019

Soave, innocente filastrocca di morte: un noir partenopeo con il ritmo incalzante di un film


Soave, innocente filastrocca di morte di Alferio Spagnuolo (Robin Edizioni), la cui presentazione si è tenuta lo scorso  24 gennaio nella partenopea libreria Raffaello, possiede tutti gli elementi dei grandi gialli, di ascendenza inglese ed americana, miscelati al giusto grado di suspense che sa tingersi di rosso sangue, ma rimane fedele ad un delitto classico, che trova la sua ragion d’essere nel movente, senza ridursi a mero esercizio di stile o perdersi nei vicoli dell’espediente letterario che fa da supporto al gusto, affermatosi attualmente, per i particolari sanguinolenti ed il genere splatter.

Il ritmo, come ricorda lo scrittore Domenico di Marzio, intervenuto alla presentazione  organizzata dalla scrittrice e giornalista  Monica Florio,  è equiparabile a quello di un film drammatico o di un thriller.

Trait d’union tra i personaggi, come hanno ricordato sia Di Marzio sia il critico letterario Annella Prisco, è la sofferenza generata da vari traumi mai del tutto superati, che tornano a chiedere il conto sotto forma di demoni che dilaniano la mente e  la coscienza. 

Quegli stessi demoni che si aggirano anche tra i vicoli dell’urbe , una città sospesa, come sottolinea Di Marzio, tra luce e ombra, vita e morte, bene e male, realtà e mistero, contrari che si attraggono e finiscono inevitabilmente per confondersi, sovrapponendosi, anche nell’animo dei protagonisti, di cui viene finemente e sapientemente tratteggiato il profilo psicologico. 



L’intreccio tra la città e i personaggi, come evidenziano gli addetti ai lavori, sembrerebbe essere presente sin dalla copertina di Soave innocente filastrocca di morte; una Napoli quasi da cartolina che guarda il mare. Una veduta aerea che, a ben vedere, già evidenzia l’intrico dei vicoli ed alcuni palazzoni addossati gli uni sugli altri dove potrebbero consumarsi, silentemente, svariate tragedie. Una città apparentemente quieta, ma che appare al centro di un mirino.



I ritmi del dialogo, come evidenzia Di Marzio, che, parimenti,  contribuiscono a rendere più veloce l’azione, sono quelli tipici di un film drammatico o di un thriller: brevi e stringati, vengono” recitati” a bassa voce o con tono sostenuto ed accompagnano interrogatori, verifiche di alibi, irruzioni nelle case dei sospettati… A delineare un rebus che rischia di non avere soluzione.

Secondo quanto evidenzia Di Marzio, gli elementi tipici del thriller ci sono tutti, compresa la colonna sonora, costituita dai rumori delle strade brulicanti di vita, attraversate dallo stridore del traffico, dei motorini, caratterizzata dalle voci di giorno e dai silenzi e dalle attese di notte.

Spazio, poi, al tema della violenza di genere e dell’abuso lavorativo, che si intreccia con quello sentimentale, attraverso lo strumento del saggio, capace di arrivare, grazie ad una narrazione avvincente, ad un pubblico trasversale.

A ben vedere, infatti, in base ad un’analisi psico-sociologica, l’uomo ucciso, l’architetto Ferrara, per come viene tratteggiato nel noir, parrebbe possedere le caratteristiche di un narcisista patologico e maligno. 



Per sua stessa ammissione tracotante, infatti, egli abusa del potere concessogli in relazione al ruolo che ricopre, in virtù di un’asimmetria di posizione, e manipola le giovani donne che gli capitano a tiro. 

Nel romanzo troviamo esplicitata anche l’attuale incapacità di assumersi la responsabilità che ogni tipo di interazione dovrebbe, invece, comportare, denunciata dal sociologo Bauman, che genera anche una correlata incapacità di mettersi nei panni dell’altro, realmente in connessione con i suoi dolori ed le sue gioie o, per dirla con termini sociologici, un’incapacità di assunzione del ruolo dell’altro (role taking). 

E’ per questo, direbbe Bauman, che le persone risultano intercambiabili, ridotte a beni di servizio da consumare velocemente, ma lo dice anche Spagnuolo nel suo romanzo.

E adesso addentriamoci nella trama del noir e nei presupposti che hanno condotto alla sua stesura, assieme all’autore, Alferio Spagnuolo.



D. Una nuova, intricata indagine per il commissario Giulio Salvati. Un rompicapo, com’è un rompicapo la filastrocca che gli agenti sono chiamati a decifrare, nella quale risiede, forse, la soluzione del caso. C’è una continuità con le indagini precedenti?

R. Non esiste una continuità tra le indagini precedenti e quella attuale se non per i personaggi che si trovano  ad affrontare nuovi casi nel quartiere dive sono stati assegnati. L'unico collegamento forse può  intravedere nell'amicizia che poi sfocerà in un rapporto  nel libro successivo  tra il commissario e la collega della scientifica.

A quale genere o generi intersecati è ascrivibile il romanzo?

R. I riferimenti di genere sono sempre gli autori americani ma non quelli che si limitano a descrivere la violenza pura e semplice soltanto per il pretesto di scrivere . Io leggo gli autori che descrivono i caratteri dei personaggi il profondo del loro animo. Il migliore è Ross Macdonald che analizza la personalità dei personaggi scoprendo molto spesso nel loro passato sofferenze irrisolvibili.

D. Esiste un fil rouge di riferimento?

R. I miei esempi sono i gialli americani che da sempre  contengono moventi validi per un omicidio e non come spesso, ahimè, sta accadendo omicidi senza movente, cioè  dovuti alla sola pazzia e perversione del colpevole. Esiste un abuso oggi dei serial killer, mentre invece moltissimi omicidi vengono commessi per le ragioni più  diverse. Ecco io sfruttare i anche queste ragioni, tra le quali la gelosia o il rimorso che anche io ho utilizzato. Esiste una vasta letteratura di thriller ambientati nelle metropoli dell’Europa del nord che certamente non godono della mia simpatia. Il genere inglese ha abbandonato per strada le atmosfere e le valide idee che i loro epigoni avevano diligentemente creato.

D. Nel libro si parla anche di violenza  ed abuso contro le donne.  Attualmente, nonostante la legge 38/2009 sullo stalking e la legge 19/2013 di ratifica della Convenzione di Istanbul sui diritti delle donne, da una verifica del Consiglio D’Europa gli interventi per la tutela dei diritti di genere appaiono ancora pochi, non sistematici e a macchia di leopardo.  Risulta una carenza di circa 5mila posti letto nelle case protette. Le vittime di stalking sono per il 77% donne, mentre le vittime di violenza lo sono nel 92% dei casi. Il 25% degli omicidi è ascrivibile ad odio e violenza di genere. Cosa ne pensa?

R. Io, con il mio libro, sono partito da un argomento attuale e ricorrente. Il ricatto da parte dei potenti, nel mio caso di un  uomo, delle donne per poter emergere nel luogo di lavoro. Nel mio caso, il libro segue in generale la linea del rifiuto, altrimenti la trama sarebbe saltata .Però ho anche inserito alcuni casi dove la donna accetta, ma poi diventa essa stessa vittima di quel consenso, incredula addirittura che dopo poco quella promessa che le avevano fatto e per la quale lei si era sacrificata non venga mantenuta ,con l'indifferenza del potente artefice. Anzi la donna viene considerata meno di un rifiuto, qualcosa di superfluo, di inutile, ciò  perché  il potere ci permette di calpestare la dignità (nel mio caso di povere neolaureate)d elle  donne che a causa  delle allettanti promesse e della mancanza di sensibilità di animo diventano interscambiabili, ridotte a  giochi utilizzati per soddisfare il proprio ego ipertrofico(nel mio libro). Una sorta di vasetto della marmellata che si distingue da migliaia di altri solo per un semplice codice a barre. Ma nel mio libro, come ho detto, sono presenti donne che stanno al gioco della “vuota” promessa e ragazze che sanno discernere cosa è  giusto.

D. Quali progetti ha in cantiere per il futuro?

R. Ho in mente un episodio dove tutto parte dalla stancante consuetudine  del matrimonio e dalla donna, ormai adulta, sposata e con figli, che tradisce il marito, incredula del fatto che il suo corpo possa ancora essere desiderato e “rivalutato” da altri occhi, che possa ancora attirare gli uomini .Ma, attenzione: il suo amante è più  giovane di lei e non ha alcuna intenzione di “mettere fissa dimora” .

martedì 16 ottobre 2018

Bataclan di Renato Aiello: il coraggio di tener viva la memoria


Tornare a Parigi ad un anno dall’attentato al Bataclan. Un attentato in cui 90 ragazzi hanno trovato la morte, laddove avrebbe dovuto regnare l’allegria, la spensieratezza, la voglia di vivere e di sorridere e lo spirito d’aggregazione, che ogni tipo di musica condivisa porta con sé.

Tornare in quei luoghi e trovare l’atmosfera e le geometrie di una città totalmente cambiate.

Dedica a questo ricordo la sua prima personale, conclusasi ieri, 15 ottobre, Renato Aiello.

Una mostra che non a caso reca il nome di un luogo, il Bataclan, dove gli opposti, la ferocia e la violenza insensata, ma anche la forza di resistere e di ritrovare la propria identità collettiva, sulla scia di una spiritualità fortemente secolarizzata,  parrebbero poter trovare una loro composizione.



“Ho incontrato – sottolinea Renato Aiello, giornalista e videomaker, autore della mostra ospitata nella suggestiva location della Chiesa di San Severo al Pendino (via Duomo 286) – una città totalmente trasfigurata, contraddistinta non solo da una soglia di attenzione fondatamente estrema, e soggetta a numerosi controlli, ma anche più cupa e privata della gioia di viere, in bilico sul confine dell’apatia”.



A sostituire l’atmosfera gaia, dunque, un’aria oscura di melanconia e mestizia.

Vivo, poi, il desiderio di mantenere quel colloquio di amorosi sensi di foscoliana memoria, di non recidere in maniera permanente un legame spezzatosi troppo presto e per un’altrui violenta e incomprensibile volontà.



Ecco il perché di quella silloge di messaggi laici e religiosi in dialogo, di quei volti uniti dalla medesima espressione assorta ed assorbita dalla sofferenza, senza distinzione di bandiere e di religione, cristiani e musulmani uniti,  perché la violenza è condannabile sempre da chi crede in qualcosa.



“Quei cumuli di fiori e messaggi – evidenzia Aiello -  mi hanno ricordato, con un tragico ponte emotivo, le valigie, le scarpe, i giocattoli, accatastati, simbolo della shoah ebraica”
Come sottolinea l’autore dei 30 scatti in bianco e nero, che hanno saputo cogliere frammenti di emozioni intense e di una storia “strappata”, dilaniata dalla ferocia, a colpire in quell’atmosfera intrisa di sofferenza è la percezione che “la comunità si sia stretta come una grande famiglia, condividendo una sorta di religione laica”.



L’autore delle foto, Renato Aiello, classe 1987, porta avanti questo ricordo trasfuso in immagini, con uno sguardo vivido e coraggioso, che sfida le sue stesse paure, in particolare quella di poter essere male interpretato, urtando così la sensibilità di chi quella tragedia l’ha vissuta sulla sua pelle e ne reca le ferite indelebili.



“In realtà molti Francesi sono venuti a visitare la mostra – continua l’autore – e hanno espresso un’impressione molto positiva attraverso i loro pensieri impressi nel libro degli ospiti”.
Per documentare quel ricordo Renato sceglie un bianco e nero contrastato, dove “il bianco dei corpi, dei fiori e della luce delle candele, contrasta con l’oscurità che tenta di inghiottire ogni cosa. Ma, nonostante tutto, il bianco riesce a farsi spazio ed a vincere la paura”.



L’attentato del Bataclan,  tragicamente incastonato in una notte di terrore, dove ci furono una serie di attentati coordinati, che fecero contare oltre 300 vittime, simbolicamente assurge, come ricorda Aiello, ad un 11 settembre Europeo, dove tutti, anche chi non c’era o chi è sopravvissuto, è rimasto  “ustionato” a vita da quella tragedia.



Le foto sono unite da un sottile ma tenace fil rouge: un senso di smarrimento, di incredulità, la percezione di una morte senza senso. Lo stesso sentimento di assurdo che hanno suscitato “tutti i genocidi del ‘900”.



“Il Bataclan si trova in Boulevard Voltaire. L’ennesimo paradosso di questa tragedia. – ribadisce Aiello - Questo attentato, infatti, costituisce la negazione del senso di identità e del rispetto della dignità umana. La negazione di qualsivoglia forma di tolleranza e di quei valori proclamati dall’Illuminismo”.



Una sfida coraggiosa, quella di Renato Aiello che, anche attraverso alcune installazioni, non teme di affrontare la più grande paura di tutti: quella relativa al tanto paventato tramonto dell’Occidente.
Renato Aiello dà corpo a quest’ombra scura attraverso un installazione in cui, in mezzo alle macerie europee, che egli rappresenta con alcuni mattoni, spiccano la Torre Eiffel e il Colosseo. Una maglietta ricorda le Torri Gemelle illuminate, sempre vive nella memoria,  e pesanti catene, quelle del terrorismo e della paura, ingabbiano tutto.



La parola chiave, dunque, è proprio la memoria.

“Se comprendere è impossibile – sottolinea Renato – conoscere, in special modo il male, è necessario”.



La mostra di Renato Aiello, in tal senso, è un tassello in quel percorso di necessaria conoscenza ed il pubblico l’ha premiato con un’affluenza che ha fatto registrare oltre 300 presenze.


E sembra proprio essere di monito l'immagine di quell'uomo, di cui Aiello ha voluto immortalare il memento,  che, nel silenzio della commemorazione, arriva con la sua croce lignea legata al collo e ad altre parti del corpo attaverso una corda.

Le sue fattezze "scavate" e quasi cristologiche e la sua magrezza sembrano evidenziare come la sofferenza, che macera dentro, consumi inesorabilmente. 

I telefonini di plastica incollati alla croce se da una parte parrebbero ricordare gli ultimi momenti dei ragazzi morti, i loro ultimi messaggi, forse le disperate  richieste d'aiuto; dall'altra sembrerebbero essere un richiamo all'importanza di ritrovare e coltivare relazioni davvero umane, non perdendosi la bellezza e l'autenticità dell'altro da sè, depauperata e svilita dai legami fittizi caratteristici dei social network

sabato 22 settembre 2018

Vincenzo: riscattarsi si può


Vincenzo  è un  mediometraggio scritto, diretto e interpretato da Antonio d'Avino in arte Marco J.M.



Nella pellicola, realizzata senza fini di lucro e interamente autofinanziata da “Juna e Marco Arte” e prodotta da “OXEIA – L'isola dell'arte”, sono nevralgici i tema del bullismo, del recupero giovanile e della violenza di genere. Dalla realizzazione di questo film è nato anche un sito (http://www.vincenzothemovie.com/), con backstage e curiosità sul cast e la produzione.
Vincenzo ha  15 anni e vive in un contesto difficile. La nonna cerca di crescerlo come meglio può e di tenerlo lontano dalle cattive compagnie redarguendolo, per non fargli fare la stessa fine del padre, in stato di carcerazione.



Il  “capobranco” della compagnia è Peppe, che sta uscendo con una ragazza,  ma è proprio in quel momento che avviene il cortocircuito.

“Peppe – spiega Antonio D’Avino, in  arte  Marco  – sente che sta perdendo il rispetto e la considerazione del branco, perché si sta facendo ‘fare fesso’ dal sentimento. E’ per questo che decide di passare la sua ragazza al gruppo, come si farebbe con una sigaretta o un cane”.
La violenza  nasce da quel momento in cui si insegue una falsa idea di rispetto, un concetto distorto e  pericoloso.



A quella “spedizione” prende parte anche Vincenzo che, anche se non parteciperà alla violenza in sé, sarà reo di non essersi opposto al perpetrarsi delle atrocità ai danni di Serena.

Per lui, però, non si apriranno le porte  del carcere, ma  quelle più confortanti e piene di speranza di una comunità di recupero, dove dovrà svolgere, per otto  mesi,  un percorso di rieducazione.
In questo periodo, attraverso una presa di consapevolezza  progressiva, Vincenzo cambierà, o forse diventerà finalmente se stesso. A supportarlo gli operatori sociali e i libri, attraverso i quali gli raccontano la loro vita e quella degli altri, ed in fondo la sua stessa, grandi autori, come ad esempio  Pasolini. In quei libri Vincenzo ritroverà la sua sofferenza, il suo stesso tormento interiore e l’impatto duro e crudele con  i pregiudizi provenienti dall’esterno.



Dall’insieme, dall’impasto, di questi elementi emergerà dal suo cuore la consapevolezza delle sue responsabilità, la coscienza che non basta astenersi dal compiere un’azione per non essere colpevole.

Ecco perché comincerà a scrivere alcune e-mail a Serena, la vittima, per raccontarle le sue giornate e chiederle perdono.

Un perdono che , spesso, non è però possibile ricevere perché se c’è chi può intraprendere una nuova vita, grazie alle nuove consapevolezze maturate, c’è anche chi invece resterà inchiodata per sempre in un frammento di tempo capace di congelare un’intera esistenza, come quelle ferite che “anche se si rimarginano , tu sai che ci sono, perché rimane lo sfregio e quando le sfiori con le dita fanno e faranno sempre male”.



Dalla  finzione scenica alla realtà il passo è  breve in questo caso.

“Il film – sottolinea il regista Antonio D’Avino, in arte Marco – vuole essere una testimonianza di come si possa non omologarsi al pensiero unico. Indica un percorso possibile sul come emanciparsi e superare il disagio  sociale attraverso  gli strumenti culturali, che non sono però  applicabili e sufficientemente solidi se non vi è  a monte il sostegno delle istituzioni, anche di natura economica, in manieria tale da poter creare concrete opportunità lavorative ,  tali da non far cedere i giovani alla mentalità del guadagno facile”.

A  fargli eco Mariarosaria  Alfieri, presidente dell'associazione culturale CriminAlt: “Attualmente -  ribadisce – i ragazzi vivono una condizione di anestesia emozionale, amplificata dall’azione dei social network. Riescono, a volte inconsapevolmente, ad operare una dissociazione emozionale, provando un’emozione ma esplicitandone un’altra e nel tempo non riescono più a gestire questa frattura”.

L’associazione, secondo quanto racconta la presidente, lavora su progetti e campagne di prevenzione, di tipo capillare, puntando sul lavoro di rete.

Il target per eccellenza sono le scuole: ragazzi che frequentano corsi di diverso ordine e grado, dalla terza elementare agli ultimi anni delle superiori.

“In un anno  - prosegue Alfieri – abbiamo incontrato circa 5mila studenti. La domanda ricorrente  è ‘come si fa a dire di no se non si vuole  essere esclusi dal gruppo?’ "

Una domanda che  ha in sé una  possibile parabola discendente caratterizzata dalla  disperazione  individuale  e collettiva: dal  disagio familiare e della persona, fino al  crimine, passando  per l’esperienza deviante.

Come sottolineava Peppino Impastato,  che viene citato come esempio  e  monito, le persone  devono  essere formate  al bello, perché attraverso il bello  si  può  reagire all’omertà, alla  rassegnazione ed alla violenza.

Uno sguardo  ed un orecchio volti al bello, che vengono sostenuti anche dalla colonna sonora originale del film, una musica maturata  nelle coscienze,  capace di tradurre  in  note le  emozioni e  di essere  commento  e sottolineatura  ai momenti  dolci  o  aspri  della pellicola.

Anche Laura Russo, presidente di Telefono Rosa Napoli, sottolinea come sia importante cogliere i campanelli d’allarme della violenza, lavorando tempestivamente  sul disagio e  attivando  circuiti  di  prevenzione  e  un  punti di  ascolto  per  uscire  dal circuito della  violenza.

Telefono rosa, nato nel  1988 a  Roma  e nel 2010  a  Napoli, è un canale che riceve le richieste d’aiuto contro la violenza  fisica,  psicologica, economica e di stalking  ed  attiva una vera e propria rete  di protezione,  secondo  quanto  evidenzia  la referente.

Un lavoro,  di squadra, quello della pellicola Vincenzo, basato sulle competenze e sulla fiducia, tale da far emergere  il bello dell’arte  e l’arte  del bello.

Trentadue attori, 606 ciack, 757 minuti di riprese, 5 location.

Un plauso va a tutti i giovanissimi attori dell’area vesuviana, formati dall’Accademia Vesuviana del Teatro e del Cinema diretta dall’attore Gianni Sallustro.

martedì 18 settembre 2018

Violenza contro le donne: un percorso di contrasto ancora tutto in salita

C'è un trait d'union tra la mentalità mafiosa e quella che sostiene la violenza di genere: la logica dell'assoggettamento di un altro essere umano, una condizione coattiva di subalternità da cui trarre vantaggio.

Una soggezione innanzitutto psicologica che si nutre di un misto di dipendenza economica e di un appello a non "sfasciare" la famiglia.

Per uscire da questa logica deviante è necessario agire sui due poli della relazione: la vittima dell'abuso, che non deve essere concepita come un fastidio, ma come un'opportunità di verità e giustizia, come sottolineano gli addetti ai lavoro.

Mentre sull'uomo maltrattante bisogna attivare un processo su due versanti: quello penale e quello amministrativo, di riabilitazione e rieducazione (in cui una motivazione ad intraprenderlo seriamente potrebbe essere costituito anche dalla prospettiva di un'eventuale sconto di pena).

Attualmente, secondo i dati, in Italia circa il 25% degli omicidi sono classificabili come "di genere" e questa caratterizzazione, secondo gli addetti ai lavori, è dovuta al fatto che il partner non accetti la fine di una relazione concepita come di tipo proprietario.

Si tratta, dunque, di un problema culturale e relazionale, come sottolinea il magistrato Fabio Roia nel corso dell'incontro partenopeo del 14 settembre scorso "CRIMINI CONTRO LE DONNE. POLITICHE, LEGGI E BUONE PRASSI – INFORMAZIONE E MANIFESTO DI VENEZIA", di chi non sa rapportarsi e rispettare la differenza di genere.



Sempre secondo gli esperti, circa il 10% delle donne che subisce abusi non sa di essere vittima di violenza.

Vi sarebbe, dunque, un problema alla radice legato alla decodifica culturale, dove tutto è consentito in nome dell'indissolubilità della famiglia.

Un problema radicato ed operante, purtroppo, secondo gli esperti, anche nello stesso apparato istituzionale, spesso incapace di:

 - ascoltare e non giudicare, non porre le donne di fronte a pregiudizi di tipo conservativo della famiglia

 - mettere in atto un vero percorso trattamentale che diminuisca l'alto rischio di recidiva, facendo comprendere il profondo disvalore del comportamento violento agito.

Attualmente, in base ai dati forniti, il 77% delle vittime di stalking è donna ed è donna anche il 92% delle vittime di maltrattamento.

Secondo la Convenzione di Istanbul (2013), recepita dalla legge 19/2013,  è necessario evitare forme di vittimizzazione secondaria, aspetto che imporrebbe un ribaltamento dell'attuale procedura: la donna dovrebbe essere lasciata a casa con i figli e l'uomo, in base alla gravità degli atti compiuti, dovrebbe essere interdetto dai luoghi da lei frequentati (divieto di avvicinamento e ordine di avvicinamento) o soggetto a regime carcerario, con l'attuazione di misure cautelari gravi.



Secondo gli addetti ai lavori, il problema della presenza e dell'assenza di un ascolto attivo e di un sentimento di accoglienza nella relazione di cura e presa in carico non sarebbe legato ad una comune o differente identità di genere, capace aprioristicamente di ispirare vicinanza ed empatia, bensì all'interiorizzazione eventuale, da parte delle donne stesse, di una cultura maschilista, tale da portare chi ascolta a sottostare ad una serie di stereotipi e pregiudizi, laddove la donna denunciante non rispecchi la rappresentazione sociale di persona dai costumi morigerati.       

Un'ottica limitata e limitante che sembrerebbe possibile eradicare solo attraverso un processo di professionalizzazione, perchè "la mancanza di formazione, l'approssimazione ed il pressapochismo, minano alle radici lo Stato di diritto".

Un pericolo è in agguato, secondo gli esperti, nel processo di rieducazione di un uomo maltrattante: infatti, laddove l'operatore non fosse adeguatamente formato, si potrebbe andare incontro alla soggezione a processi di manipolazione, messi in atto dal soggetto maltrattante al fine di ottenere una riduzione della pena.       

Quella della violenza di genere, invero, è una materia delicata che sconta il fio di ritardi atavici, dato che prima del 1996 gli abusi domestici erano classificati come componimento di dissidi privati ed inseriti nei reati contro la morale e solo dopo il '96 divengono reati contro la persona.

Poi arriva, solo nel 2009,  la legge 38 contro lo stalking e nel 2013 la 19 che recepisce la Convenzione di Istanbul.

Per combattere la violenza di genere appare nevralgica la collaborazione attiva  con le forze di polizia giudiziaria. 

Numerose le tappe nevralgiche: nel 2009 arriva la Convenzione tra il Ministero per le Pari opportunità e il Comando generale dell'Arma dei Carabinieri, in raccordo con il Reparto di Analisi criminologica.

Nel 2010 è il momento della Rete Attiva, presso tutti i comandi provinciali investigativi, comprendente 300 unità, che agisce in raccordo con la Sezione Atti persecutori.

Nel 2016, poi, viene siglato il protocollo d'intesa per realizzare uno spazio dove effettuare le cosiddette audizioni protette.

Attualmente, in Italia ci sono 105 "stanze tutte per sè", ubicate presso il Comando dei Carabinieri (quella partenopea è a Capodimonte).

Ma il percorso da compiere appare ancora lungo e tutto in salita.