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domenica 26 febbraio 2023

Io sono Fedra: al teatro Tram una tragedia di amore e tentativi di riscatto

 In Io sono Fedra di Marina Salvetti, in scena al teatro Tram fino a oggi, domenica 26 febbraio con la regia di Gianmarco Cesario, assistiamo ai conflitti che albergano in ognuno di noi.

Infatti, in tutti i personaggi, come ci racconta il regista, alberga luce e ombra. Nessuno è esente da zone oscure e, proprio per questo, il regista, nella resa scenica, ha fatto grande uso dei chiaroscuri, a indicare un'oscurità che dall'interno esonda e si palesa all'esterno.


La stessa conflittualità intride anche i dialoghi che spesso vengono origliati nell'ombra. Come evidenzia l'attrice Titti Nuzzolese, che dà le fattezze a Fedra, su ogni cosa spira un'aura di sacralità simile a quella che permea i testi originari: l'Ippolito di Euripide e la Fedra di Seneca, oggetto di un'operazione di attualizzazione. Mentre nell'originale avevamo una consacrazione alla dea Diana, ora abbiamo una consacrazione a Dio Padre che in entrambi i casi viene in qualche modo tradito. 

Ippolito, infatti, si trincera dietro una fede dogmatica e si fa scudo con regole rigide che generano facili giudizi. 

Fedra, nonostante la cerchi disperatamente, non arriva mai a sviluppare una reale e sentita fede, ma si rifugia nel seminario per convenienza, per sfuggire al suo passato e affrancarsi da legami pesanti è scomodi. 

Ciononostante  per entrambi il seminario rappresenta un luogo di ritrovata pace e di salvezza possibile.

 Il personaggio di Fedra è protagonista di un conflitto lacerante, erosivo e feroce. Cerca di salvarsi, ma non riesce mai ad affrancarsi veramente dalle sue origini e dal marchio della sua famiglia, abitata da sopruso e violenza. 

Il giudizio più pesante proviene proprio da sé stessa che non si ritiene meritevole, in fondo, di ciò che ha legittimamente conquistato e di un amore puro e disinteressato. E' vittima di bullismo, perché Ippolito Costantini attiva la macchina del fango, andando a sminuire la radice stessa della sua identità, con lo scopo di dare origine a un passaparola di maldicenze, come sottolinea il regista Gianmarco Cesario.



Gli attori in scena (Titti Nuzzolese, Antonio Buonanno, Errico Liguori, Antonello Cossia) danno anima e sangue a personaggi, che si dibattono tra conflitti e umanissime fragilità, in cui i desideri e gli istinti negati si insinuano sotto la pelle e rischiano di deflagrare con violenza.

Ora lasciamo la parola a Titti Nuzzolese, affinché dia voce alla sua Fedra, ai suoi conflitti multipli, ma anche al suo bisogno di riscatto, che rifugge da un'interpretazione della fede estremista, alla ricerca di quella pietas e di quell'empatia che ci può salvare dall'inferno peggiore: quello dei pregiudizi e degli stereotipi, che non ci consentono di vedere il vero volto delle persone che abbiamo di fronte e di percepirne l'essenza.

L'INTERVISTA

D. In cosa Chiara/Fedra rimane fedele al personaggio originario in cosa se ne discosta?

R. Resta sicuramente l’aspetto psicologico, seppure il dramma si svolga in altra epoca e contesto, resta vivo il tormento di una donna che sente di custodire il seme del male e di non riuscire a conviverci e a trovare un equilibrio. 

D. L'attualizzazione/trasposizione sposta la proibizione dal tema dell'incesto a quella della consacrazione a Dio. Qual è  il fil rouge? 

R. Anche nel testo di Euripide è presente forte una sacralità che interviene sui personaggi, ovviamente prima di tutto su Ippolito. In questo caso ci muoviamo in un contesto fortemente cattolico che rappresenta per entrambi i personaggi una rinascita ed anche un modo di dare senso alla propria esistenza. Tuttavia questo Padre, inteso come Dio, viene da entrambi tradito, Fedra non si riconosce fino in fondo nella fede e Ippolito fa della fede uno scudo per le proprie fragilità. Lei si sente una minaccia per il percorso di Ippolito che sente “pulito” rispetto al suo passato. 

D. Quant'è  stato difficile calarsi nei panni di un personaggio che vive conflitti così forti con sé stessa, tra voglia di riscatto e vergogna?

R. Dare verità ad un dolore così distruttivo non è stato facile, ho sentito immediatamente il bisogno di allontanarmi dal ragionamento e lavorare di pancia, cercando sentimenti talvolta violenti affinché diventasse per me plausibile il gesto estremo nella nostra attualità. Devo dire che  il contesto in cui si svolge tutta l’azione scenica mi ha aiutata tantissimo.

D. Alcuni passaggi si muovono tra il pedagogico e il didascalico. Si esplicita che occorre essere pieni di empatia e pietas e che le regole a volte vanno violate non per convenienza o vigliaccheria ma per coraggio e in cerca di salvezza. Secondo te è  stata un'operazione necessaria dati i tempo che viviamo per rendere il messaggio chiaro, univoco, inequivocabile e incisivo?

R. Credo che oggi più che mai si ha necessità di tornare all’essenza.  Soprattutto quando si parla di fede. Troppo spesso ci troviamo ad assistere ad un utilizzo improprio e fanatico della fede, per cui ho trovato molto interessante portare a teatro ragioni e pensieri che parlano di semplicità e ascolto e non di inutili e talvolta pericolosi stereotipi. 

giovedì 19 luglio 2018

La pecora rosa: il coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta

La Pecora Rosa, di Carlo Misaki Ditto (lo potete trovare alla Libreria Mondadori o su Amazon qui), è un romanzo che possiamo leggere su due livelli.


Quello contenutistico, che ci comunica l'idea di una consapevolezza raggiunta progressivamente

Una consapevolezza. che quindi lo rende contenutisticamente maturo; e quello della forma e dello stile, che appare incerto, immaturo, acerbo, tale da inciampare e cadere spesso o di fermarsi a un soffio dal precipizio degli errori di scrittura più grossolani.

Ma la forza di questo libro sta nella sincerità con cui vengono raccontate le fasi della vita di Claudio, alterego dell'autore,


"E' tutto autobiografico - spiega Carlo Ditto -. Ho cambiato solo i nomi per proteggere la privacy delle persone che si sono incarnate nei personaggi. Per il resto è tutto vero: sia le persone che le situazioni".


LA STORIA


Carlo sta per compiere  30 anni e, assieme ad un caro, amico, decisamente sopra le righe, rispetto al quale nel corso del libro si susseguono momenti di vicinanza e zuffe fisiche ed emotive, si appresta a festeggiare questo traguardo. Lo "taglierà" assieme amici vecchi e nuovi, attorniato da semplici comparse e persone significative. E con il suo amore.


Ecco perchè decidere di raccontare al lettore, e di ripercorrere dentro di sè, il patchwork di esperienze,di vita belle e brutte, ma sempre significative nella sua peculiare rielaborazione emotiva,  che l'ha condotto fin lì.


"Questo romanzo - evidenzia l'autore - ha costituito  una sorta di sfogo terapeutico. Sono riuscito a liberarmi da alcune zavorre ed a curare numerose ferite. A prendere le distanze da numerosi avvenimenti ed a interpretarli diversamente. A ricostruire un filo logico e soprattutto emotivo".



Quando Claudio comincia a narrare la sua storia ha 29 anni ma parte da molto prima e i frammenti vengono ricomposti solo quando Carlo, l'autore, ne trova la forza, perchè "le ferite sono state già curate. E' stata una sorta di pratica clinica per fare pace con se stessi, per chiudere un capitolo. Per andare davvero avanti e investire sul se stesso adulto, tra lavoro e carriera".

Nella ricostruzione del suo percorso di consapevolezza sulla sua identità sessuale  Carlo/Claudio parte dalla fine e torna indietro, riannoda i fili della memoria e della sua stessa esistenza. Nella consapevolezza che la pecora nera di una famiglia sia più "giustificata", in fondo di una pecora rosa.

Nel racconto l'autore non tace nulla e torna indietro, ai primi anni di scuola ed alle angherie verbali, psicologiche ed emotive, sull'onda delle minacce di punizioni divine, funzionali alla creazione del senso di colpa, di una suora.

Spererei - continua Ditto - che oggi la situazione sia un po' migliorata. All'epoca gli insegnanti erano i primi a ridere quando si manifestava una diversità di opinione e modi di essere".






Carlo Misaki Ditto racconta così di un'Italia ipocrita e di quello che accade in una famiglia perbene quando si scopre di avere un figlio omosessuale. Della vergogna e del senso di colpa con cui si cerca di scendere a patti, scacciandolo.

Racconta di quel bullismo che permeava le aule scolastiche e la quotidianità, anche se non ci si rendeva neanche conto che alcune azioni avessero quel nome e quell'essenza, ma di come venisse ercepito come "una cosa da niente", di cui ridere. Racconta del difficile percorso verso una reale presa di consapevolezza di sè, capace alla fine di rendere più sereni, e della transizione verso un'identità più vera.

LO STILE DI SCRITTURA

La forma è quella del diario. I pensieri che girano nella testa e quelli espressi esondano e vanno fuori dagli argini. Parimenti anche le parole vergate sulla pagina bianca vanno fuori margine e fuori rigo, invadono gli spazi che dovrebbero essere lasciati liberi. Una pagina affollata, così come lo sono la mente e il cuore.

Claudio in tutto il libro insegue l'amore, quello per se stesso e quello per un partner. Lo cerca ovunque: nelle chat, nei locali, a feste bizzarre ed improbabili, tra amici che si rivelano nemici... Lo insegue, lo sfiora, ed alla fine lo trova...
In questo "lungo fatale inseguimento d'amore", come Lo definirebbe Louisa May Alcott,fa degli errori palesi e per renderli ancora più palesi, e grossolani, Carlo/Claudio li riporta sulle pagine, nero su bianco, li rende evidenti. 






AMARSI UN PO'

Ed alla fine l'amore arriva. Arriva quello per se stesso e per un'altra persona. Arriva quando Claudio ha il coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta. Giunge quando lui arriva a volerlo dire in famiglia, perchè in quel contesto si sente finalmente protetto ed a quel contesto relazionale sente di appartenere, di farne parte.

"Per un lungo periodo - sottolinea l'autore - ho tenuto chiuse dentro di me alcune idee molto forti, com'era forte il dolore che provavo. Attraverso questo libro quelle idee, e quelle emozioni, sono state diluite e decantate, supportate nell'espressione e legittimate ad esistere, a livello sia collettivo sia sociale".

Il risultato è stato che questo libro è divenuto un minicult, come ci racconta Ditto stesso, pur tra inevitabili polemiche da parte di chi lo accusa di sfruttare e strumentalizzare il movimento gay.

A testimoniare, però, la voglia di condivisione e di rispecchiamento, di riconoscersi e di esprimere se stessi, ci pensano le oltre 2300 copie vendute ed uno spettacolo teatrale in via di costruzione.



giovedì 26 aprile 2018

L'amore e i suoi danni: E' crazy BEAR love

L'amore e le sue follie o per meglio dire le sue nevrosi.

Woody Allen rispetto a questo incipit "terrorifico" risponderebbe, saggiamente, L'importante è che funzioni.

Potrebbe essere questo il leitmotiv del libro crazy BEAR love (amorso) di Carlo Kik Wisaky Ditto edito da You Can Print.




Ce lo si chiede, infatti, sin da subito rispetto alla storia di Matteo (voce narrante) e Rodrigo, i due protagonisti bear di questa storia agrodolce.

Loro sono due bear, dicevamo, una parola che nel  gergo del mondo omosessuale indica una tipologia fisica nerboruta, villosa e amante delle camice a quadri.



Forti fuori, dunque, ma come si scopre sin dalle prime battute, in cui Matteo è alle prese con una crisi di panico, fragili dentro.

Tant'è vero che si sono conosciuti ad una seduta psicanalitica per ansiosi, depressi.

Un'altalena tra ansia e depressione che loro combattono a colpi di glitter e psicofarmaci, con il prozac in testa, arrivando persino a farci un brindisi.

A fare da contraltare a questi uomini apparentemente forti , ma fragili, le donne che con loro si relazionano, che invece sono apparentemente eteree e delicate, ma in realtà coriacee emotivamente. Dei veri e propri fiori d'acciaio.


Ha questo tipo di carattere spigoloso e pungente persino il terzo incomodo di questa coppia, la bambola Lacy, che apparentemente dovrebbe essere una dollina perbene, ma che in realtà resiste fieramente ad una treccia sfatta, a capelli bruciacchiati, ad una ferita sulla coscia e parla come uno scaricatore di porto: in modo sboccacciato, sconcio, volgare, prendendo in giro, senza riguardo, le paure e le fobie di Matteo.

Ma passiamo la parola al suo autore, Carlo, affinché ci guidi, dall'interno, nella genesi di questo libro.

D. Questo è il tuo secondo libro.  Quale percorso di evoluzione hai compiuto?

R. La pecora rosa è stato terapeutico. In quel libro, in una forma abbastanza grezza, a mo' di diario, racconto l'esperienza del coming out e del bullismo, vissuti sulla mia pelle. Le emozioni che provavo sono state espresse di getto e fermate attraverso la pagina scritta. Mi sono messo a nudo. In crazy BEAR love, invece, l'intento era di divertirmi e di dar vita a una vera e propria prova narrativa. In questo libro, non a caso, ci sono pochissimi elementi biografici tratti dalla mia ultima relazione. Il tono del racconto è volutamente iperbolico e sopra le righe, a tratti surreale.



D. Che tipo di pubblico legge crazy BEAR Love e, se c'è, per quale pubblico l'hai immaginato tu?

R. Il pubblico è essenzialmente legato alla comunità LGBT. Ma di questo libro penso si possa fare una lettura "a strati". I sentimenti, in qualche modo sono universali e, anche se alcune dinamiche relazionali che racconto a mio parere sono tipiche, o maggiormente presenti, nelle coppie omosessuali,  altre sono trasversali alle differenze di genere e ognuno può riconoscervisi. Non a caso, ogni lettore trova la parte della storia che per lui è maggiormente significativa in segmenti differenti e il libro appare suscettibile di svariate interpretazioni, tante quanti sono i lettori stessi.



D. Una possibile lettura a strati cui fa da contraltare una scrittura a strati. Qual è il tema sotteso al racconto?

R. Io direi che, al di là dell'artificio narrativo, è la ricerca della stabilità emotiva. Una stabilità che credo sia fittizio cercare fuori o in altre persone, ma che si può trovare solo dentro se stessi. La felicità troppo spesso si rivela una chimera o si nutre, al più, di attimi. Proprio perché si cerca questa stabilità, in mezzo ai marosi dell'instabilità, troppo spesso si finisce per legarsi a qualcuno per i motivi sbagliati. A causa dell'innescarsi di processi di fuga dalla solitudine e di idealizzazione. Ma cosa succede quando si cominciano ad intravedere le crepe di quell'immagine ideale? Si riesce veramente a trovare un equilibrio con la persona reale? Questo ci conduce all'altro tema affrontato: quello relativo alla dipendenza emotiva. E' il processo che si scatena in Matteo, che non è una persona realizzata, e che appena "intravede" la possibilità di avere  accanto un compagno più forte vi si lega. E' l'ennesima ricerca di una componente esterna che possa renderci stabili e felici. Ma un tipo di ricerca del genere non può che rivelarsi fallimentare.



D. Nevrosi, dipendenza emotiva e ricerca della felicità attraverso la stabilità emotiva. Temi delicati. Eppure il linguaggio è lieve, a tratti paradossale. Perché questa scelta?

R. Il mio intento non era scrivere né un saggio di sociologia né un trattato medico, né d'altronde ne avrei avuto le competenze. Io volevo scrivere un romanzo. Di conseguenza ho scelto uno stile di scrittura leggero, con l'intento di sdrammatizzare.

D. Quella che racconti è una storia d'amore?

R. Durante la fase di stesura del romanzo credevo vi fosse amore, ma mi illudevo... Forse. Alla fine, probabilmente, è prevalsa la volontà dei protagonisti che, in qualche modo, vivono di vita propria e percorrono la propria strada muovendosi all'interno delle reciproche esistenze. Credo che, rileggendo quello che avevo scritto, io abbia assunto coscienza che non era e non poteva essere amore. Non so... forse avendo fallito io in alcune relazioni volevo, inconsciamente, che fallissero anche loro.

D. E' un romanzo autobiografico allora?

R. Ribadisco... no (sorride). Ma pur non essendo autobiografico, la mia vita, i miei umori, i miei stati d'animo, le mie credenze, vi si sono inevitabilmente riversate.



venerdì 28 febbraio 2014

La rivincita di Tommy: la forza di vivere con consapevolezza di sè

Dopo "Il Canto stonato della Sirena", Monica Florio, scrittrice e giornalista partenopea, torna a parlare di temi delicati e spinosi, di dolore e speranza, con il romanzo illustrato "La rivincita di Tommy,  una storia di bullismo omofobico".

Qui l'ottica però è invertita, o meglio è diversa la fase della vita e l'impatto che questa presa di consapevolezza ha su una coscienza ancora in formazione, in cammino verso la maturità. 

In una fase delicata dove il pregiudizio, la discriminazione, la chiusura mentale che scatena la violenza (più psicologica che fisica), frutto  della paura dell'altro da sè, può gravemente ledere la  voglia di vivere e  intaccare l'equilibrio  emotivo di un giovane virgulto (e i  casi di cronaca ne sono testimoni).

"Nelle mie storie - racconta l'autrice -  sono sempre protagoniste le realtà che sono oggetto di emarginazione come l’handicap, l’omosessualità. il disadattamento. Nel 'Canto stonato della Sirena' ho raccontato la condizione di chi, non più giovane, si scopre omosessuale e il timore dei giudizi altrui. 

Nel romanzo illustrato 'La rivincita di Tommy' è in primo piano, invece, l’atteggiamento omofobo della gente".

Il romanzo è  pubblicato dalla casa editrice Medusa nella collana Focus Attualità (9.20 €)

Il libro è uno strumento che invita ad una riflessione profonda generatrice di un reale processo di integrazione che passi attraverso l'accettazione della natura  degli altri e la tolleranza.

Una riflessione su cosa possa nascondere un atteggiamento di estrema rigidità e chiusura. 

Cosa stiamo rifiutando davvero:  l'altro o una parte di noi stessi? 

Cosa  ci fa davvero paura? Che l'incontro autentico con l'altro, spogliato dalle caratteristiche dell'individuo massa e ricondotto ad essere umano, possa far crollare il castello di certezze e  di paletti su cui molti basano le fondamenta della propria vita, del  quotidiano tran tran e del quieto vivere?

Che  quella  normalità, frutto dell'aderenza all'asse normativo vigente e derivante  dell'accanita difesa del  "faccio  così perchè si è sempre fatto", dalla consuetudine  e dalla  familiarità  di  una  visione del mondo, riveli di essere traballante e  di avere piedi d'argilla e una struttura a maglie larghe e poco  solide?

"L’omosessualità - continua Monica -  rappresenta solo un modo di essere, mentre il rifiuto di un orientamento sessuale alternativo denota il disagio di chi è represso".

Perchè un frammento di Tommy c'è  in ognuno di noi. 

Nelle  nostre fragilità,  insicurezze, paure, crisi esistenziali  e  di identità.

Nell'aver bisogno, in certi momenti dell'accettazione della  gente, anche a costo di sacrificare la nostra essenza, della ferita di fronte alla mancanza di amore, nel nascondere, anche a noi   stessi, alcune verità.




Tommy è un tredicenne timido e dall’aspetto asessuato, un adolescente i cui problemi relazionali scaturiscono non tanto dal suo carattere quanto dall’ostilità dell’ambiente, scolastico e familiare, che lo circonda.

Non   dimentichiamo che  il nostro sè, che costituisce  il nucleo della nostra identità, secondo   gli  addetti  ai lavori scaturisce dall'interazione tra  quello che noi pensiamo di noi stessi e quello che  pensano gli altri e che ci comunicano anche attraverso atteggiamenti ed  azioni.

E' il frutto di  una danza, di continue ridefinizioni e aggiustamenti.

Ma se ci dicono che non  è giusto, corretto,  opportuno essere in un certo modo ecco che scatta il tabù ed il relativo senso di  colpa, in grado di far sentire sbagliati  in torto, in difetto.

Nel caso di Tommy si tratta di una danza, ahinoi, sgraziata e  dissonante con persone che non sanno, o non vogliono, chiusi nelle loro gabbie mentali, stare al suo passo.

Diego e Luca, i  due bulletti della classe, che lo vessano quotidianamente e lo umiliano deridenolo davanti a  tutti.

I professori  che fingono di ignorare lo stato  delle  cose  ed in  questo diventano conniventi  e carnefici a  loro  volta, vittime e co-autori al contempo di un ambiente stantio, rigido, chiuso nelle sue logiche, resistente oltremodo al cambiamento.

Poi i genitori soffocati da una campana di vetro di perbenismo.

De Andrà cantava nel suo Cirano "Se c'è come voi dite un Di dell'Infinito... guardatevi nel cuore... l'avete già tradito..."

La madre  preferisce fare  finta di niente ed intima al figlio di non uscire per non far vedere agli altri "la lettera scarlatta" che lo  marchia e lo rende diverso.

Lo condanna, giorno dopo giorno,  ad  una  lenta  ma inesorabile morte  sociale.

Pietro, il padre, rivede nel  figlio i propri fantasmi, le vittime  che lui stesso in gioventù ha vessato, e così invece di tendergli una mano la ritrae, lasciando che Tommy affondi nel baratro della solitudine.

Diceva Pasolini in una lettera ai  genitori "Io sono sempre lo  stesso figlio, con le stesse qualità. Allora perchè non mi amate più?"

Così Tommy decide di salvarsi da solo, costruendo e ricostruendo la sua autostima e la fiducia in se stesso con piccoli ma tenaci passi.

Imparando a  non vergognarsi di sè, a camminare a testa alta alla luce del sole, a gridare quando gli fanno male per far capire fino in fondo agli altri si possa distruggere un altro essere umano.

In questo processo, dato che  nessuno  può salvarsi completamente da solo, verrà aiutato da due amici: Alessia, suo alterego e completamento, sua coetanea, e Gabriele, molto più grande, che metterà a sua disposizione il bagaglio della sua esperienza.




"Credo che ognuno di noi  -  ribadisce Florio  -  abbia delle difficoltà, comprensibili,  ad accogliere quella parte di sé che può essere fonte di problemi. Per Tommy è la femminilità che si manifesta attraverso la sua dolcezza e femminilità".

Esprimendo  un'opinione più  ampia sul tema e sull'epoca che stiamo vivendo l'autrice sottolinea che il fatto che si parli di omosessualità più spesso che in passato non può essere che positivo benché esista nei confronti dei gay un fastidio che si cela dietro il politicamente corretto. L’omosessualità viene tollerata se non è esibita dal soggetto ma, quando i gay escono allo scoperto, scatta l’omofobia.

In un film molto  bello si  parlava dei "Figli  di  un Dio  Minore" e questo atteggiamento è duro a morire, al di là  di alcune  aperture mentali.

Spesso  si continua a  ragionare come  coloro che sono dalla parte giusta della  barricata e che dall'alto della posizione giusta possono concedere qualcosa a quelli  sbagliati. A patto che non si facciano troppe concessioni.

Non sia mai i "diversi" fossero troppo visibili ed "uguali" nei diritti ed in quello che è concesso loro fare o non fare.

Una volta un saggio disse che troppo spesso a ben vedere si può fare tutto, ed a farlo sono soprattutto i cosiddetti perbenisti, i censotri della morale.

C'è un diktat però: l'importante è che la facciata rimanga integra, che non si sgretoli.... Pena il diventare  reietti.

Spesso capita che chi si è visto negare per troppo tempo il  diritto ad esistere e ad essere se stesso poi lo affermi con forza, con fervore e con  un  griso e venga tacciato  di esibizionismo.

" A differenza di molti intellettuali e scrittori - raconta ancora  Monica -   non sono ostile al Gay Pride, né mi irrita  il pensiero di qualche manifestante truccato in modo vistoso. E’ un momento in cui i gay scendono in piazza e ognuno lo fa a modo suo, eccessivo o misurato che sia. Come sempre si dà molta importanza alle apparenze, dimenticando che le manifestazioni non sono proprio una serata di gala, tutti tirati a lucido e con l’abito migliore. Forse le critiche al Gay Pride, a cui peraltro partecipano oggi tanti eterosessuali, sono un voler prendere ulteriormente le distanze da chi, nel bene e nel male, ha il coraggio  di esprimere il proprio modo di essere in barba alle convenzioni. "
   
Il fuoco più forte della polemica, poi, si accende attorno al tema delle adozioni.

Anche su questo abbiamo chiesto a Monica il suo parere.

"Non sono contraria alle adozioni da parte di coppie omosessuali. D’altra parte, non è che la famiglia tradizionale, tra divorzi e separazioni 'in casa', si sia dimostrata infallibile. Solo il tempo può attestare, a mio avviso, il reale funzionamento delle famiglie atipiche."

Affinchè  ognuno possa vivere, un giorno non lontano, con piena libertà spirituale e sociale, e nel pieno rispetto di se stesso e degli altri, la vita a modo proprio.