Sono passati alcuni giorni, coaguli di ore e microcosmi di attimi dalla conclusione della mostra Partono 'e Bastimènte, a cura di Chiara Reale.
L'esposizione, visiva e sonora, promossa dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è stata ospitata nella Sala delle Carceri del partenopeo Castel dell'Ovo, che sorge sull'isolotto di Megaride, dove si dice sia stato sepolto il corpo della Sirena Partenope o, forse, ci sia la tomba di Ifigenia.
Forse il tempo giusto per far sedimentare le emozioni e trovare le parole giuste per condividere le impressioni suscitate...
Le voci che intonano un canto ed un controcanto sono quelle di Stefania Raimondi ed Angela Colonna, ognuna secondo il registro dei propri specifici linguaggi espressivi.
Alle loro si uniscono tante altre voci, i cui volti spesso rimangono in ombra o si dissolvono... Quelle dei migranti, quelle degli esseri umani sopravvissuti, a demoni esterni ed interni in lotta tra loro, la cui battaglia all'ultimo sangue ha lasciato sui corpi di questi esseri umani, usati come agone e campo di battaglia, graffi, ferite, cicatrici, danni, ma anche nuove consapevolezze.
Le voci, modulate in canti, delle sirene. Le voci di una città che al di là ed al di sopra del frastuono del traffico e dei rumori molesti ed assordanti, mantiene una propria identità forte.
Una città, il cui corpo, fatto di luoghi fisici, di vicoli e di frammenti di presente e di passato, si mischia, impasta ed amalgama con i corpi dei suoi abitanti.
Una città in cui anche gli odori ed i sapori si traducono in suoni: quelli degli inviti a pranzo gioiosi, quelli del rumore dei mestoli, dei piatti e delle stoviglie, accompagnati, in sottofondo, dallo sciabordio del mare e dai racconti di chi di questa urbe è memoria storica individuale e collettiva, attraverso i racconti degli usi, dei costumi. delle tradizioni, dei miti e dei riti che testimoniano un radicamento territoriale che si declina alla voce appartenenza.
E' proprio il corpo al centro della riflessione pittorica di Stefania Raimondi, profonda conoscitrice dell'anatomia umana, un organismo insieme fisico e simbolico.
"In queste opere - racconta Chiara Reale - Stefania trasfonde anche parte della sua biografia. Si tratta di un dolore, di una ferita esteriore, impressa nel corpo, che si riverbera nell'anima, sotto forma di dolore interiore. Questo percorso pittorico ha anche un valore catartico".
Trentasette tavole con figure incise su legno, gessi, cartoni, realizzate utilizzando materiale di recupero.
Stefania, richiamando un concetto caro anche alla cultura Mahori, compie un'operazione maieutica. Non inventa nulla, come sottolinea lei stessa, ma si limita a svelare quanto quegli oggetti recano già al loro interno, l'anima che celano e proteggono, srotolando il filo di una narrazione.
"Togliendo l'eccesso - spiega la curatrice - svela quello che c'è sotto, portando alla luce quello che già esiste. Parallelamente, porta avanti un processo di scavo interiore, una migrazione in se stessi".
Figure nude, inscheletrite, il cui viso è nascosto o sbiadito e quasi si dissolve. Alcune hanno i genitali esposti, quasi che per loro non fosse immaginabile la possibilità di tutelare una legittima sfera di intimità. Altre li celano, pudicamente, con un cencio o un velo.
Con quel velo, facendosene quasi scudo, alcune figure sembrano accennare passi di danza nel e con il vento.
Alcuni hanno persino rinunciato a coprire le loro nudità, quasi che il loro anelito e slancio vitale sia definitivamente azzerato, ma si coprono gli occhi, la testa ridotta ad un teschio, a voler nascondere a se stessi nuovi orrori.
Altri voltano lo sguardo, l'espressione imbarazzata e vergognosa, le braccia dietro la schiena, in un misto di pudicizia e rassegnazione, o forse le loro mani sono legate, come avviene per chi è prigioniero o viene torturato
Corpi, come evidenzia la curatrice, di sopravvissuti, che hanno attraversato un inferno personale, riportando profonde cicatrici su cui costruire altro. Un inferno fisico ed emotivo, che ha permesso loro di trovarsi in una nuova dimensione.
"Si tratta - continua Reale - di migrazioni fisiche, ma anche attraverso molteplici stati d'animo".
Corpi "messi in croce", come lo siamo in fondo tutti, secondo quanto ribadiscono gli addetti ai lavori.
Grazie a una composizione di file recordings, un vero e proprio intervento di sound art ideato da Angela Colonna, alla polirumorosità cittadina, come la definisce l'artista, si sostituisce il soundscape, il paesaggio sonoro. Le stratificazioni pittoriche e le tracce sonore si rincorrono e si completano.
La bellezza delle opere dialoga e si compenetra con quella del luogo, in perfetta armonia, una location da vivere e "respirare".
Un luogo "abitato", anche momentaneamente, da tanti personaggi di spicco, dall'ultimo imperatore romano a Tommaso Campanella, ma anche da tante vite di "uomini non illustri, come li avrebbe definiti Giuseppe Pontiggia, che hanno fatto la storia, hanno contribuito ad intesserne le trame, ma che non vedranno mai i loro nomi riportati e ricordati nei libri.
Angela Colonna, nel suo soundscape, ricostruisce il corpo di Napoli, anche quello martoriato, attraverso le voci di persone che non hanno un volto e un nome, a delineare il percorso di una mostra che non si propone di fornire risposte, ma di sollevare dubbi e domande.
Così il corpo di Napoli si fonde e si compenetra con il nostro stesso corpo, divenendo insieme carcere corporeo e carcere che ci costruiamo attraverso i legacci imposti dalla nostra stessa mente. Un limite visto e vissuto sempre come una sfida, un qualcosa da attraversare e da superare, per non ristagnare, rimanendo fermi nello stesso punto.
Un gioco di specchi tra interno ed esterno.
"Non a caso - ribadisce la curatrice - la genesi di quest'esposizione è durata tre anni, per riuscire a valorizzare nel modo giusto un'arte figurativa e concettuale insieme".
Il peculiare allestimento completa questo percorso, dove contenitore e contenuto si confondono così come significante e significato.
Grazie al valente contributo di due architetti sono, infatti, state realizzate delle grate sulle quali montare le tavole pittoriche.
"E' anche importante il movimento della luce - dice Reale -. Esse rimandano al carcere, ma stimolano ancora una volta all'attraversamento. Sono fisiche, palpabili, ma anche proiezioni e si riverberano a terra sotto forma di ombra. Si tratta, dunque, di un carcere vero o di una sorta di illusione, costituita dalla nostra area di comfort, all'interno della quale ci rannicchiamo e rinchiudiamo, pur di sentirci al sicuro?".
Un blog nato per farvi appuntare l'attenzione su alcuni aspetti della realtà sociale economica e perchè no? dell'anima...attraverso le mie parole. E per assaporare gioie e dolori, confortandoci e confrontandoci, sempre e comunque. Perchè il confronto è la chiave di un reale sviluppo...
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giovedì 30 gennaio 2020
giovedì 19 luglio 2018
La pecora rosa: il coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta
La Pecora Rosa, di Carlo Misaki Ditto (lo potete trovare alla Libreria Mondadori o su Amazon qui), è un romanzo che possiamo leggere su due livelli.
Quello contenutistico, che ci comunica l'idea di una consapevolezza raggiunta progressivamente
Una consapevolezza. che quindi lo rende contenutisticamente maturo; e quello della forma e dello stile, che appare incerto, immaturo, acerbo, tale da inciampare e cadere spesso o di fermarsi a un soffio dal precipizio degli errori di scrittura più grossolani.
Ma la forza di questo libro sta nella sincerità con cui vengono raccontate le fasi della vita di Claudio, alterego dell'autore,
"E' tutto autobiografico - spiega Carlo Ditto -. Ho cambiato solo i nomi per proteggere la privacy delle persone che si sono incarnate nei personaggi. Per il resto è tutto vero: sia le persone che le situazioni".
LA STORIA
Carlo sta per compiere 30 anni e, assieme ad un caro, amico, decisamente sopra le righe, rispetto al quale nel corso del libro si susseguono momenti di vicinanza e zuffe fisiche ed emotive, si appresta a festeggiare questo traguardo. Lo "taglierà" assieme amici vecchi e nuovi, attorniato da semplici comparse e persone significative. E con il suo amore.
Ecco perchè decidere di raccontare al lettore, e di ripercorrere dentro di sè, il patchwork di esperienze,di vita belle e brutte, ma sempre significative nella sua peculiare rielaborazione emotiva, che l'ha condotto fin lì.
"Questo romanzo - evidenzia l'autore - ha costituito una sorta di sfogo terapeutico. Sono riuscito a liberarmi da alcune zavorre ed a curare numerose ferite. A prendere le distanze da numerosi avvenimenti ed a interpretarli diversamente. A ricostruire un filo logico e soprattutto emotivo".
Quando Claudio comincia a narrare la sua storia ha 29 anni ma parte da molto prima e i frammenti vengono ricomposti solo quando Carlo, l'autore, ne trova la forza, perchè "le ferite sono state già curate. E' stata una sorta di pratica clinica per fare pace con se stessi, per chiudere un capitolo. Per andare davvero avanti e investire sul se stesso adulto, tra lavoro e carriera".
Nella ricostruzione del suo percorso di consapevolezza sulla sua identità sessuale Carlo/Claudio parte dalla fine e torna indietro, riannoda i fili della memoria e della sua stessa esistenza. Nella consapevolezza che la pecora nera di una famiglia sia più "giustificata", in fondo di una pecora rosa.
Nel racconto l'autore non tace nulla e torna indietro, ai primi anni di scuola ed alle angherie verbali, psicologiche ed emotive, sull'onda delle minacce di punizioni divine, funzionali alla creazione del senso di colpa, di una suora.
Spererei - continua Ditto - che oggi la situazione sia un po' migliorata. All'epoca gli insegnanti erano i primi a ridere quando si manifestava una diversità di opinione e modi di essere".
Carlo Misaki Ditto racconta così di un'Italia ipocrita e di quello che accade in una famiglia perbene quando si scopre di avere un figlio omosessuale. Della vergogna e del senso di colpa con cui si cerca di scendere a patti, scacciandolo.
Racconta di quel bullismo che permeava le aule scolastiche e la quotidianità, anche se non ci si rendeva neanche conto che alcune azioni avessero quel nome e quell'essenza, ma di come venisse ercepito come "una cosa da niente", di cui ridere. Racconta del difficile percorso verso una reale presa di consapevolezza di sè, capace alla fine di rendere più sereni, e della transizione verso un'identità più vera.
LO STILE DI SCRITTURA
La forma è quella del diario. I pensieri che girano nella testa e quelli espressi esondano e vanno fuori dagli argini. Parimenti anche le parole vergate sulla pagina bianca vanno fuori margine e fuori rigo, invadono gli spazi che dovrebbero essere lasciati liberi. Una pagina affollata, così come lo sono la mente e il cuore.
Claudio in tutto il libro insegue l'amore, quello per se stesso e quello per un partner. Lo cerca ovunque: nelle chat, nei locali, a feste bizzarre ed improbabili, tra amici che si rivelano nemici... Lo insegue, lo sfiora, ed alla fine lo trova...
In questo "lungo fatale inseguimento d'amore", come Lo definirebbe Louisa May Alcott,fa degli errori palesi e per renderli ancora più palesi, e grossolani, Carlo/Claudio li riporta sulle pagine, nero su bianco, li rende evidenti.
AMARSI UN PO'
Ed alla fine l'amore arriva. Arriva quello per se stesso e per un'altra persona. Arriva quando Claudio ha il coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta. Giunge quando lui arriva a volerlo dire in famiglia, perchè in quel contesto si sente finalmente protetto ed a quel contesto relazionale sente di appartenere, di farne parte.
"Per un lungo periodo - sottolinea l'autore - ho tenuto chiuse dentro di me alcune idee molto forti, com'era forte il dolore che provavo. Attraverso questo libro quelle idee, e quelle emozioni, sono state diluite e decantate, supportate nell'espressione e legittimate ad esistere, a livello sia collettivo sia sociale".
Il risultato è stato che questo libro è divenuto un minicult, come ci racconta Ditto stesso, pur tra inevitabili polemiche da parte di chi lo accusa di sfruttare e strumentalizzare il movimento gay.
A testimoniare, però, la voglia di condivisione e di rispecchiamento, di riconoscersi e di esprimere se stessi, ci pensano le oltre 2300 copie vendute ed uno spettacolo teatrale in via di costruzione.
Quello contenutistico, che ci comunica l'idea di una consapevolezza raggiunta progressivamente
Una consapevolezza. che quindi lo rende contenutisticamente maturo; e quello della forma e dello stile, che appare incerto, immaturo, acerbo, tale da inciampare e cadere spesso o di fermarsi a un soffio dal precipizio degli errori di scrittura più grossolani.
Ma la forza di questo libro sta nella sincerità con cui vengono raccontate le fasi della vita di Claudio, alterego dell'autore,
"E' tutto autobiografico - spiega Carlo Ditto -. Ho cambiato solo i nomi per proteggere la privacy delle persone che si sono incarnate nei personaggi. Per il resto è tutto vero: sia le persone che le situazioni".
LA STORIA
Carlo sta per compiere 30 anni e, assieme ad un caro, amico, decisamente sopra le righe, rispetto al quale nel corso del libro si susseguono momenti di vicinanza e zuffe fisiche ed emotive, si appresta a festeggiare questo traguardo. Lo "taglierà" assieme amici vecchi e nuovi, attorniato da semplici comparse e persone significative. E con il suo amore.
Ecco perchè decidere di raccontare al lettore, e di ripercorrere dentro di sè, il patchwork di esperienze,di vita belle e brutte, ma sempre significative nella sua peculiare rielaborazione emotiva, che l'ha condotto fin lì.
"Questo romanzo - evidenzia l'autore - ha costituito una sorta di sfogo terapeutico. Sono riuscito a liberarmi da alcune zavorre ed a curare numerose ferite. A prendere le distanze da numerosi avvenimenti ed a interpretarli diversamente. A ricostruire un filo logico e soprattutto emotivo".
Quando Claudio comincia a narrare la sua storia ha 29 anni ma parte da molto prima e i frammenti vengono ricomposti solo quando Carlo, l'autore, ne trova la forza, perchè "le ferite sono state già curate. E' stata una sorta di pratica clinica per fare pace con se stessi, per chiudere un capitolo. Per andare davvero avanti e investire sul se stesso adulto, tra lavoro e carriera".
Nella ricostruzione del suo percorso di consapevolezza sulla sua identità sessuale Carlo/Claudio parte dalla fine e torna indietro, riannoda i fili della memoria e della sua stessa esistenza. Nella consapevolezza che la pecora nera di una famiglia sia più "giustificata", in fondo di una pecora rosa.
Nel racconto l'autore non tace nulla e torna indietro, ai primi anni di scuola ed alle angherie verbali, psicologiche ed emotive, sull'onda delle minacce di punizioni divine, funzionali alla creazione del senso di colpa, di una suora.
Spererei - continua Ditto - che oggi la situazione sia un po' migliorata. All'epoca gli insegnanti erano i primi a ridere quando si manifestava una diversità di opinione e modi di essere".
Carlo Misaki Ditto racconta così di un'Italia ipocrita e di quello che accade in una famiglia perbene quando si scopre di avere un figlio omosessuale. Della vergogna e del senso di colpa con cui si cerca di scendere a patti, scacciandolo.
Racconta di quel bullismo che permeava le aule scolastiche e la quotidianità, anche se non ci si rendeva neanche conto che alcune azioni avessero quel nome e quell'essenza, ma di come venisse ercepito come "una cosa da niente", di cui ridere. Racconta del difficile percorso verso una reale presa di consapevolezza di sè, capace alla fine di rendere più sereni, e della transizione verso un'identità più vera.
LO STILE DI SCRITTURA
La forma è quella del diario. I pensieri che girano nella testa e quelli espressi esondano e vanno fuori dagli argini. Parimenti anche le parole vergate sulla pagina bianca vanno fuori margine e fuori rigo, invadono gli spazi che dovrebbero essere lasciati liberi. Una pagina affollata, così come lo sono la mente e il cuore.
Claudio in tutto il libro insegue l'amore, quello per se stesso e quello per un partner. Lo cerca ovunque: nelle chat, nei locali, a feste bizzarre ed improbabili, tra amici che si rivelano nemici... Lo insegue, lo sfiora, ed alla fine lo trova...
In questo "lungo fatale inseguimento d'amore", come Lo definirebbe Louisa May Alcott,fa degli errori palesi e per renderli ancora più palesi, e grossolani, Carlo/Claudio li riporta sulle pagine, nero su bianco, li rende evidenti.
AMARSI UN PO'
Ed alla fine l'amore arriva. Arriva quello per se stesso e per un'altra persona. Arriva quando Claudio ha il coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta. Giunge quando lui arriva a volerlo dire in famiglia, perchè in quel contesto si sente finalmente protetto ed a quel contesto relazionale sente di appartenere, di farne parte.
"Per un lungo periodo - sottolinea l'autore - ho tenuto chiuse dentro di me alcune idee molto forti, com'era forte il dolore che provavo. Attraverso questo libro quelle idee, e quelle emozioni, sono state diluite e decantate, supportate nell'espressione e legittimate ad esistere, a livello sia collettivo sia sociale".
Il risultato è stato che questo libro è divenuto un minicult, come ci racconta Ditto stesso, pur tra inevitabili polemiche da parte di chi lo accusa di sfruttare e strumentalizzare il movimento gay.
A testimoniare, però, la voglia di condivisione e di rispecchiamento, di riconoscersi e di esprimere se stessi, ci pensano le oltre 2300 copie vendute ed uno spettacolo teatrale in via di costruzione.
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giovedì 26 aprile 2018
L'esercito di terracotta ed il Primo imperatore della Cina: un viaggio lungo millenni
Napoli - Le suggestioni cominciano sin da subito facendo il proprio ingresso alla mostra L'esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina. Sarà per quei guerrieri imponenti che trovi a darti il benvenuto. Sarà per l'illuminazione sapiente che trae riflessi rossastri dalla terra brunita di cui sono fatti quei giganti che hanno sfidato i millenni. Un colore che contrasta ed insieme si sposa con il nero delle passerelle. Sarà per la bellezza di una chiesa che possiede un piccolo gioiello architettonico e pittorico, ma anche dal grande valore socio-antropologico: la cappella barocca (che contiene l'affresco della Vergine del Soccorso, il reliquiario, tale da renderla idonea a concedere l'indulgenza plenaria e tre pietre nere, utilizzate per il martirio dei primi seguaci cattolici, i cui corpi venivano smembrati proprio attraverso l'apposizione di questi pesi al collo ed ai piedi).
Un'imponente mostra, che Napoli ha il privilegio di ospitare fino al 1 luglio, per la prima volta in Italia, che ripropone le riproduzioni fedelissime di alcuni degli 8000 guerrieri di terracotta, sepolti assieme all'imperatore, nella necropoli che doveva riprodurre il suo microcosmo. Quindi, il palazzo ed il suo entourage, con l'esercito a guardia, pronto a difenderlo dall'attacco dei nemici, la famiglia, le concubine, gli alti dignitari, il corpo amministrativo, la servitù e tutto l'insieme di comodità che avevano contraddistinto la vita di questo "imperatore" cosmico, che si era autoproclamato tale ed era riuscito ad unificare ed a governare un regno immenso, per la prima volta, ponendo fine ad annose e sanguinarie guerre intestine tra piccoli Stati, di cui però solo sette costituivano i più influenti.
La mostra, attraverso quello che è stato recuperato dalla necropoli a partire dal 1974 (le prime statue furono rinvenute da un contadino che stava scavando un pozzo per irrigare gli alberi della sua piantagione di loto, durante un periodo di siccità), è un importantissimo strumento di ricostruzione storica e di analisi socio-antropologica della vita dell'epoca, della condizione politica, dei processi espansivi e degli intrighi di corte, oltre, naturalmente agli strumenti e alle tecniche di combattimento.
LA STORIA
La dinastia Qin emerge dal fallimento della longeva dinastia Zhou. Il giovane successore, che salirà al trono all'età di soli 13 anni (anche se affiancato e rappresentato dal suo consigliere fino a 21 anni, data la giovanissima età), vede da subito adombrata la sua vita dagli intrighi di corte, dato che è figlio di una ex concubina, Lady Zhao, che prima è amante del consigliere in carica e poi viene sposata dal re. In seguito alcuni, dunque, metteranno in dubbio la paternità del giovane re e quindi il suo legittimo diritto di successione.
Il progetto di espansione di Qin Shi Huangdi (questo è il nome con cui il regnante si autoproclama imperatore di tutta la Cina) prevede alleanze con gli Stati più remoti, con cui non ci siano confini comuni, e guerre intraprese nei confronti degli Stati più vicini con interessi territoriali conflittuali.
Inoltre, l'imperatore avvia, con successo, una serie di riforme amministrative: un unico registro demografico, un unico sistema di pesi, un unico tipo e stile di scrittura, un sistema di accesso alle cariche basate su merito e competenza e dà molta importanza alla tutela e alla promozione della legalità.
L'ESERCITO DI TERRACOTTA
Dei circa 8000 guerrieri che si ritiene affollassero la necropoli del primo imperatore della Cina ne sono stati rinvenuti finora circa 1600. L'orientamento archeologico attuale è quello di non continuare a disotterrare reperti archeologici di inestimabile valore, laddove e fin quando non si sia sicuri di poterli tutelare e valorizzare pienamente. Altrimenti che si lasci che la terra generosa li continui a proteggere lì dove lì ha protetti e salvaguardati per millenni.
La costruzione della necropoli fu iniziata quando l'imperatore salì al trono a 13 anni. Egli volle che fosse costruita lontano dalle tombe degli antenati, perchè Qin Shi voleva segnare, anche metaforicamente, attraverso una serie di tratti distintivi, una frattura con il passato e l'inizio di una nuova epoca , contraddistinta dalla sua magnificenza indiscussa. Tant'è vero che aveva deciso che le sue dinastie successive si sarebbero chiamate seconda, terza, quarta, fino all'infinito. Purtroppo non andò così. A succedergli, infatti, fu solo il figlio, prima che il regno si disgregasse e piombasse nel caos.
Ci vollero 36 anni per completare la necropoli, attraverso l'impiego di migliaia di operai.
La necropoli, però, non fu completata secondo lo schema originario (già oggetto, nel corso degli anni, di numerose espansioni), perché nel 210 a. C. l'imperatore morì improvvisamente durante un viaggio militare, forse avvelenato da quella stessa mistura che assumeva per vedersi assicurata la vita eterna, e che si è poi scoperto contenere un elemento chimico in massicce quantità altamente tossico, in grado di portare alla morte se assunto quotidianamente.
L'esercito è disposto per file, al pari di quello reale.
Nella prima vi sono i fanti leggeri, ricoperti solo da vesti lunghe, tali da assicurare loro mobilità e velocità dei movimenti, ma anche perché le armi e le armature, con la protezione che ne conseguiva, si guadagnavano solo con il tempo, i rischi assunti e le vittorie riportate.
Poi ci sono i fanti dall'armatura "pesante", gli arcieri, con i loro archi, capaci per forma e caratteristiche, di attraversare i secoli, gli ufficiali di rango basso, medio e alto, con le loro armature fatte di lacci di cuoio indurito dalla lacca e tenuti insieme da nastri colorati (alcuni con una doppia copertura sul petto e sulla schiena e sotto, vari strati di vestiario), il copricapo a farfalla o adornato di piume di fagiano e l'acconciatura bassa, ed i generali (ve ne sono solo due nell'ultima sala della mostra, che ripropone la magnificenza di parte dell'esercito, carri compresi) con le scarpe quadrate, dalla punta rialzata, e l'armatura fatta di frammenti dai colori sgargianti o neri.
Molto importante anche il ruolo dei cavalli, utilizzati in ogni settore della vita cinese, per arare, per tirare i carri ed in battaglia.
Inizialmente viene utilizzata una razza, tipica della steppa, molto tozza e poco agile, della stessa altezza del guerriero (come testimonia una statua), ma tenace e resistente agli sforzi.
Con il cambiare dei metodi di battaglia verranno utilizzati i cosiddetti Celeste, una razza molto più alta, veloce ed agile. Anche l'utilizzo dei carri cambia. Verranno, infatti, utilizzati soprattutto per trasportare persone, equipaggiamenti e vettovaglie, ma non in battaglia, perché le ruote si bloccavano nei terreni paludosi e fangosi. Anche le ruote progressivamente vengono modificate, divenendo più piccole e con un numero superiore di raggi.
Queste modifiche funzionali sono testimoniate anche dalla riproduzione in scala di due tipi di carro: uno dotato di un ombrello alto oltre un metro e l'altro, chiamato carro dalla temperatura regolabile o dello spirito, dotato di un doppio ambiente, uno destinato al cocchiere, che guidava il carro in ginocchio, e l'altro al trasporto degli alti dignitari di corte, che vi potevano anche dormire, con l'ingresso ricavato nell'area posteriore del veicolo.
LE TECNICHE DI COSTRUZIONE
Queste statue, le cui dimensioni sono leggermente più grandi del reale, tra 1,66 e 2,02 metri, furono costruite dai sapienti artigiani dell'epoca secondo una tecnica via via standardizzata ed in qualche modo seriale.
Furono creati 8 stampi per le teste e apposti stampi anche per piedi, braccia e mani.
I vari pezzi poi venivano cotti ed assemblati dal basso verso l'alto, cioè dal basamento, dai piedi e dalle gambe, fino alle mani ed alla testa, infilata in una scanalatura (mentre le mani venivano infilate nella tunica con l'aiuto di un attrezzo di legno).
L'argilla doveva essere abbastanza corposa e indurita da reggere il peso della parte superiore ma abbastanza morbida e flessibile da continuare ad essere modellabile.
Come si spiega la varietà di espressioni facciali, data il ricorso ad un tipo di produzione in qualche modo standardizzata?
Questo aspetto nevralgico si deve alla bravura degli artigiani, che prima della cottura (il forno doveva essere di notevoli dimensioni data l'imponenza delle statue e non lontano dalla necropoli, perché il peso non permetteva di trasportarle per lunghi tratti, ma non è stato ancora rinvenuto allo stato attuale), modellavano le espressioni facciali nella terracotta ancora fresca e modificavano la postura di gambe, braccia e mani, a seconda che si trattasse di un fanciullo, un fante, un arciere o un auriga.
Un'altra modifica veniva fatta ad orecchie, occhi, sopracciglia e baffi dopo la cottura e il tutto veniva completato con la pittura delle statue, momento in cui venivano inseriti ulteriori elementi mimici di differenziazione.
IL CONTROLLO QUALITA'
Qin Shi era molto attento alla qualità di tutti i materiali utilizzati, affinché fossero di primissima scelta e aveva fatto in modo da rendere ricostruibile l'intera filiera.
Il laboratorio artigiano, infatti, doveva rendere individuabile la propria ubicazione ed apporla sulla statua e il capomastro doveva essere rintracciabile, in caso di un difetto di fabbricazione, apponendo il proprio sigillo e vergando il proprio nome in un angolo dell'opera.
CURA ESPOSITIVA
La mostra presenta una cura eccezionale nella redazione dei pannelli espositivi, che ricostruiscono la vita dell'epoca, la periodizzazione, i processi di espansione, le lotte intestine e gli intrighi di corte, le figure chiave, le tecniche di guerra, nonché le caratteristiche minuziose delle statue esposte.
Di pregio anche il materiale audiovisuale a corredo.
Una notazione va alle panche poste strategicamente, affinché lo spettatore possa riposarsi ma anche leggere ed ammirare alcune sezioni della mostra stessa.
I GEMELLAGGI
Una mostra che propone un ulteriorie arricchimento di visioni e prospettive grazie al dialogo con altre forme di cultura ed arte e la collaborazione con realtà virtuose del territorio.
Dalle degustazioni di tè, come quella a cura di Qualcosa di tè, il primo tea shop partenopeo, che ripropongono, magistralmente, la solennità dell'antica cerimonia che a questa bevanda è dedicata; agli approfondimenti dedicati all'arte funeraria, realizzati in collaborazione con il MANN, il Museo Archeologico Nazionale partenopeo, diretto da Paolo Giulierini. Fino ad arrivare alla realizzazione delle visite dei medici cinesi, ospiti del'Istituto dei Tumori e fondazione G. Pascale ed al concerto, suggestivo ed intenso, Nessun Dorma.
**Le foto sono opera di Francesco Minopoli.
Un'imponente mostra, che Napoli ha il privilegio di ospitare fino al 1 luglio, per la prima volta in Italia, che ripropone le riproduzioni fedelissime di alcuni degli 8000 guerrieri di terracotta, sepolti assieme all'imperatore, nella necropoli che doveva riprodurre il suo microcosmo. Quindi, il palazzo ed il suo entourage, con l'esercito a guardia, pronto a difenderlo dall'attacco dei nemici, la famiglia, le concubine, gli alti dignitari, il corpo amministrativo, la servitù e tutto l'insieme di comodità che avevano contraddistinto la vita di questo "imperatore" cosmico, che si era autoproclamato tale ed era riuscito ad unificare ed a governare un regno immenso, per la prima volta, ponendo fine ad annose e sanguinarie guerre intestine tra piccoli Stati, di cui però solo sette costituivano i più influenti.
La mostra, attraverso quello che è stato recuperato dalla necropoli a partire dal 1974 (le prime statue furono rinvenute da un contadino che stava scavando un pozzo per irrigare gli alberi della sua piantagione di loto, durante un periodo di siccità), è un importantissimo strumento di ricostruzione storica e di analisi socio-antropologica della vita dell'epoca, della condizione politica, dei processi espansivi e degli intrighi di corte, oltre, naturalmente agli strumenti e alle tecniche di combattimento.
LA STORIA
La dinastia Qin emerge dal fallimento della longeva dinastia Zhou. Il giovane successore, che salirà al trono all'età di soli 13 anni (anche se affiancato e rappresentato dal suo consigliere fino a 21 anni, data la giovanissima età), vede da subito adombrata la sua vita dagli intrighi di corte, dato che è figlio di una ex concubina, Lady Zhao, che prima è amante del consigliere in carica e poi viene sposata dal re. In seguito alcuni, dunque, metteranno in dubbio la paternità del giovane re e quindi il suo legittimo diritto di successione.
Il progetto di espansione di Qin Shi Huangdi (questo è il nome con cui il regnante si autoproclama imperatore di tutta la Cina) prevede alleanze con gli Stati più remoti, con cui non ci siano confini comuni, e guerre intraprese nei confronti degli Stati più vicini con interessi territoriali conflittuali.
Inoltre, l'imperatore avvia, con successo, una serie di riforme amministrative: un unico registro demografico, un unico sistema di pesi, un unico tipo e stile di scrittura, un sistema di accesso alle cariche basate su merito e competenza e dà molta importanza alla tutela e alla promozione della legalità.
L'ESERCITO DI TERRACOTTA
Dei circa 8000 guerrieri che si ritiene affollassero la necropoli del primo imperatore della Cina ne sono stati rinvenuti finora circa 1600. L'orientamento archeologico attuale è quello di non continuare a disotterrare reperti archeologici di inestimabile valore, laddove e fin quando non si sia sicuri di poterli tutelare e valorizzare pienamente. Altrimenti che si lasci che la terra generosa li continui a proteggere lì dove lì ha protetti e salvaguardati per millenni.
La costruzione della necropoli fu iniziata quando l'imperatore salì al trono a 13 anni. Egli volle che fosse costruita lontano dalle tombe degli antenati, perchè Qin Shi voleva segnare, anche metaforicamente, attraverso una serie di tratti distintivi, una frattura con il passato e l'inizio di una nuova epoca , contraddistinta dalla sua magnificenza indiscussa. Tant'è vero che aveva deciso che le sue dinastie successive si sarebbero chiamate seconda, terza, quarta, fino all'infinito. Purtroppo non andò così. A succedergli, infatti, fu solo il figlio, prima che il regno si disgregasse e piombasse nel caos.
Ci vollero 36 anni per completare la necropoli, attraverso l'impiego di migliaia di operai.
La necropoli, però, non fu completata secondo lo schema originario (già oggetto, nel corso degli anni, di numerose espansioni), perché nel 210 a. C. l'imperatore morì improvvisamente durante un viaggio militare, forse avvelenato da quella stessa mistura che assumeva per vedersi assicurata la vita eterna, e che si è poi scoperto contenere un elemento chimico in massicce quantità altamente tossico, in grado di portare alla morte se assunto quotidianamente.
L'esercito è disposto per file, al pari di quello reale.
Nella prima vi sono i fanti leggeri, ricoperti solo da vesti lunghe, tali da assicurare loro mobilità e velocità dei movimenti, ma anche perché le armi e le armature, con la protezione che ne conseguiva, si guadagnavano solo con il tempo, i rischi assunti e le vittorie riportate.
Poi ci sono i fanti dall'armatura "pesante", gli arcieri, con i loro archi, capaci per forma e caratteristiche, di attraversare i secoli, gli ufficiali di rango basso, medio e alto, con le loro armature fatte di lacci di cuoio indurito dalla lacca e tenuti insieme da nastri colorati (alcuni con una doppia copertura sul petto e sulla schiena e sotto, vari strati di vestiario), il copricapo a farfalla o adornato di piume di fagiano e l'acconciatura bassa, ed i generali (ve ne sono solo due nell'ultima sala della mostra, che ripropone la magnificenza di parte dell'esercito, carri compresi) con le scarpe quadrate, dalla punta rialzata, e l'armatura fatta di frammenti dai colori sgargianti o neri.
Molto importante anche il ruolo dei cavalli, utilizzati in ogni settore della vita cinese, per arare, per tirare i carri ed in battaglia.
Inizialmente viene utilizzata una razza, tipica della steppa, molto tozza e poco agile, della stessa altezza del guerriero (come testimonia una statua), ma tenace e resistente agli sforzi.
Con il cambiare dei metodi di battaglia verranno utilizzati i cosiddetti Celeste, una razza molto più alta, veloce ed agile. Anche l'utilizzo dei carri cambia. Verranno, infatti, utilizzati soprattutto per trasportare persone, equipaggiamenti e vettovaglie, ma non in battaglia, perché le ruote si bloccavano nei terreni paludosi e fangosi. Anche le ruote progressivamente vengono modificate, divenendo più piccole e con un numero superiore di raggi.
Queste modifiche funzionali sono testimoniate anche dalla riproduzione in scala di due tipi di carro: uno dotato di un ombrello alto oltre un metro e l'altro, chiamato carro dalla temperatura regolabile o dello spirito, dotato di un doppio ambiente, uno destinato al cocchiere, che guidava il carro in ginocchio, e l'altro al trasporto degli alti dignitari di corte, che vi potevano anche dormire, con l'ingresso ricavato nell'area posteriore del veicolo.
LE TECNICHE DI COSTRUZIONE
Queste statue, le cui dimensioni sono leggermente più grandi del reale, tra 1,66 e 2,02 metri, furono costruite dai sapienti artigiani dell'epoca secondo una tecnica via via standardizzata ed in qualche modo seriale.
Furono creati 8 stampi per le teste e apposti stampi anche per piedi, braccia e mani.
I vari pezzi poi venivano cotti ed assemblati dal basso verso l'alto, cioè dal basamento, dai piedi e dalle gambe, fino alle mani ed alla testa, infilata in una scanalatura (mentre le mani venivano infilate nella tunica con l'aiuto di un attrezzo di legno).
L'argilla doveva essere abbastanza corposa e indurita da reggere il peso della parte superiore ma abbastanza morbida e flessibile da continuare ad essere modellabile.
Come si spiega la varietà di espressioni facciali, data il ricorso ad un tipo di produzione in qualche modo standardizzata?
Questo aspetto nevralgico si deve alla bravura degli artigiani, che prima della cottura (il forno doveva essere di notevoli dimensioni data l'imponenza delle statue e non lontano dalla necropoli, perché il peso non permetteva di trasportarle per lunghi tratti, ma non è stato ancora rinvenuto allo stato attuale), modellavano le espressioni facciali nella terracotta ancora fresca e modificavano la postura di gambe, braccia e mani, a seconda che si trattasse di un fanciullo, un fante, un arciere o un auriga.
Un'altra modifica veniva fatta ad orecchie, occhi, sopracciglia e baffi dopo la cottura e il tutto veniva completato con la pittura delle statue, momento in cui venivano inseriti ulteriori elementi mimici di differenziazione.
IL CONTROLLO QUALITA'
Qin Shi era molto attento alla qualità di tutti i materiali utilizzati, affinché fossero di primissima scelta e aveva fatto in modo da rendere ricostruibile l'intera filiera.
Il laboratorio artigiano, infatti, doveva rendere individuabile la propria ubicazione ed apporla sulla statua e il capomastro doveva essere rintracciabile, in caso di un difetto di fabbricazione, apponendo il proprio sigillo e vergando il proprio nome in un angolo dell'opera.
CURA ESPOSITIVA
La mostra presenta una cura eccezionale nella redazione dei pannelli espositivi, che ricostruiscono la vita dell'epoca, la periodizzazione, i processi di espansione, le lotte intestine e gli intrighi di corte, le figure chiave, le tecniche di guerra, nonché le caratteristiche minuziose delle statue esposte.
Di pregio anche il materiale audiovisuale a corredo.
Una notazione va alle panche poste strategicamente, affinché lo spettatore possa riposarsi ma anche leggere ed ammirare alcune sezioni della mostra stessa.
I GEMELLAGGI
Una mostra che propone un ulteriorie arricchimento di visioni e prospettive grazie al dialogo con altre forme di cultura ed arte e la collaborazione con realtà virtuose del territorio.
Dalle degustazioni di tè, come quella a cura di Qualcosa di tè, il primo tea shop partenopeo, che ripropongono, magistralmente, la solennità dell'antica cerimonia che a questa bevanda è dedicata; agli approfondimenti dedicati all'arte funeraria, realizzati in collaborazione con il MANN, il Museo Archeologico Nazionale partenopeo, diretto da Paolo Giulierini. Fino ad arrivare alla realizzazione delle visite dei medici cinesi, ospiti del'Istituto dei Tumori e fondazione G. Pascale ed al concerto, suggestivo ed intenso, Nessun Dorma.
**Le foto sono opera di Francesco Minopoli.
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giovedì 16 luglio 2015
JoleMakeup: la forza della creatività mette le ali ai sogni. Questione di tenacia
E' da un bel po' che non racconto storie... le imprevedibili virate e bordate della vita mi hanno portato lontano dalla mia vena originaria di cantastorie e raccontacoraggio quotidiano, ma avevo serbata da un po' questa bella avventura da dipingere..
Stava lì in un cassetto nell'attesa che lo aprissi e la lasciassi uscire.
E' una storia all'insegna della creatività condita dalle sfumature energiche del coraggio, della tenacia e della perseveranza.
Dal coraggio di inventarsi e reinventarsi ogni giorno, con obiettivo ben puntato, ma anche con quella flessibilità che è sinonimo di arguzia e capacità di sopravvivere, anzi di vivere con una marcia in più inserita.
La protagonista di questa storia è Jolanda Varriale. Ma nell'universo del make up lei è Jolanda V. Mua, JoleMua e JoleMakeup, come ama anche farsi chiamare.
Tutti nomi che rispecchiano la sua identità artistica.
Classe 1985, la chiave del suo successo è la capacità di reinventarsi, e incamminarsi nella direzione giusta, così come il vento, lasciando sempre un segno del suo passaggio. Niente, dopo la sua carezza, fresca o calda, può essere più del tutto come prima
Lei stessa sottolinea:"Se
dovessi paragonarmi ad un elemento naturale, direi il Vento. Perché sa essere
lieve ,caldo e piacevole. Produce energia. Ed al contempo, essere forte, travolgente e
trascinante. Soffia e, inesorabilmente, lascia un segno al suo passaggio e
questo porta a 'Cambiamenti'… Un po’
come ciò che la mia passione di vita mi porta a fare. Cambiare - Mutare-
Reinventare, basandomi su ciò che la natura mia ha messo a disposizione".
Il percorso
L'istinto di bellezza la chiama a sè sin da bimba. A sei anni Iolanda improvvisa nei suoi giochi sfilate e questa passione accompagna la sua crescita, fino a quando non si sente pronta a fare il gran passo e ad industriarsi per trasformare la sua passione atavica in una vera e propria professione, seguendo la scia tracciata dal suo amore per la cura del corpo ed il make up.
Di sè racconta " Sono sempre stata un’esteta …e prima ancora di avvicinarmi a questo settore ho frequentato un istituto d’arte , diplomandomi nel 2003 in Architettura e arredamento. Un po' delusa dalle aspettative e dalle difficoltà nell’inserimento universitario, ho aspettato 2 anni prima di decidere cosa fare o verso cosa orientarmi.
Stimolata dall’influenza e dalla passione di mia madre, ex-operatrice nel settore estetico-benessere, decido di iscrivermi ad un corso di estetica… e da lì mi si è aperto un mondo!"
Due anni intensi in cui segue in contemporanea corsi di massaggiatrice professionista e un'Accademia di Makeup . Una passione che Iolanda sa di dover assecondare, perchè risuona con il suo spirito vitale e la sua essenza e le permette (lei lo sente) di esprimersi fino in fondo.
Ma la creatività che arde in lei e cerca sempre nuove vie di espressione e vie per estrinsecarsi la porta ad iscriversi ad un Master professionale in Consulenza d’Immagine.
E' proprio durante una lezione che viene a conoscenza della trasmissione Lookmaker Academy e ad inviare un curriculum per cercare di intraprendere questa nuova avventura.
Dopo circa 4 mesi arriva la notizia del superamento della prima fase.
Un'emozione così forte che le fa credere in un primo momento in uno scherzo ma poi, ve la ricordate la storia dell'energia positiva da mettere in circolo?, Be' quella lì: Iolanda si chiede... "E se fosse vero?" Bisogna crederci sempre... ed arrendersi mai... Ed eccola catapultata tra le luci della ribalta, dove il suo aspetto ed il suo charme vengono dichiarati "idonei".
Ora è la fase delle semifinali: una crociera di 7 giorni in cui, come lei stessa sottolinea con entusiasmo "ci saranno la competizione, ma anche il gioco di squadra e la possibilità di confrontarsi, ed arricchirsi reciprocamente, con persone che come me inseguono un sogno ed una possibilità".
Duecentocinquanta partecipanti da tutta Italia, impegnati in lunghe giornate formative teorico-pratiche sulla consulenza d’immagine, guidati da professionisti come Mariagrazia Longhi, ideatrice del format, tra le migliori consulenti in Italia. Ed ancora tanti makeup artist e hair stylist provenienti dal gruppo l’Oreal.
La palma della vittoria porterà 16 di loro ad accedere alla seconda edizione di Lookmaker Academy
"Sono molto determinata - evidenzia - ma soprattutto sono una persona che si dedica tantissimo alle cose. Questa sarà la mia opportunità e farò in modo di dimostrare tutto ciò che conosco e che riuscirò a fare, non voglio avere rimpianti di questa esperienza, quindi non demordere. Se non dovessi riuscirci, andrà bene comunque, tutto questo mi stimola molto ed ho già anche altri progetti.. spostarmi al nord o anche all’estero per provare ad esercitare la mia professione ad un livello o in un contesto differente e all’altezza delle mie aspettative, contrariamente da quello che purtroppo, mi offre la mia città.
La tenacia e lo spirito di sacrificio non le mancano. Uno spirito tenace e costante che può tradursi in un consiglio anche per tutti i giovani che si trovano ad affrontare il loro percorso ad ostacoli.
"Io sono dell’idea che le difficoltà nella vita ci possono solo insegnare e stimolare ad affrontarle e farci sentirci vivi.
Anche io, come chiunque, ho incontrato diversi ostacoli…Uno di questi era l’aspetto economico. Infatti, la voglia e la determinazione a seguire molti corsi, per formarmi e crescere professionalmente mi ha portato ad affrontare spese importanti. Avendo alle mie spalle una famiglia modesta, ho dovuto conciliare il mio investimento di formazione con intense giornate e settimane composte da lavoro e studio notturno.
Attualmente ho scelto di dedicarmi totalmente allo studio, pretendo molto da me stessa e non mi sentivo soddisfatta dedicando poco tempo ai nuovi corsi. Giocoforza, però, alterno allo studio giornate lavorative da freelance, che mi consentono una maggiore flessibilità d'orario, ed insegno makeup.
Crearsi degli obiettivi molto alti ti mantiene in uno stato tensionale con un equilibrio molto delicato. Quando si porta a casa un obiettivo con successo il sollievo e le emozioni ti fanno sentire al massimo. Nel caso opposto la delusione ha la capacità di metterti al tappeto. Io mi sono ritrovata in entrambe le situazioni. Oggi …sono in una fase Positiva!!".
Tra presente e futuro
Tenacia, costanza, determinazione, ma anche tanti sacrifici... che mantengono alto il livello di stress. A volte è stress positivo e pompa adrenalina, altre volte è talmente spiazzante da far dichiarare il ko tecnico.
La parola d'ordine però, sembra essere disciplina, unita a tanta creatività. Mai arrendersi.
Obiettivi in fieri e sogni che puntano alto pronti a tradursi in nuovi traguardi realizzabili, ambiziosi e faticosi ma sempre carichi di determinazione e voglia di esprimere la propria essenza.
Sogni che è la stessa JoleMua a raccontarci.
"Mi piacerebbe - ribadisce - poter curare l’immagine di una star di Hollywood o truccare e studiare il look per una sfilata di Armani, Elie Saab, Chanel…Ma ho anche progetti di vita più fattibili, sia professionali che personali. Sono una persona molto legata alla famiglia ed ho un rapporto ormai da molti anni. Sogno e progetto una famiglia tutta mia… ma per quello ho ancora un ‘po di tempo!".
Un mix tra carriera e vita privata, all'insegna della fedeltà a se stessi ed alle proprie emozioni. Perchè nessun albero può svettare alto e forte, poderoso, se non ha radici salde e profonde.
Ed , a proposito di mix, di giusti dosaggi, in grado di creare un equilibrio sapiente, fortiero di crescita, JoleMakeUp ci saluta con la sua ricetta per raggiungere il successo nella vita professionale e personale. Una ricetta anticrisi, che potremmo estendere anche al più ampio panorama socio-economico.
" 250 g di determinazione, 250 g di positività, 150 g di disponibilità, 2 cucchiai di Sorriso. Q.b. di sacrificio, un pizzico di buon umore e cospargi il tutto con tanta voglia di fare .
Nessuno dice che la vita è semplice, anzi...Ma bisogna sempre rimboccarsi le maniche se abbiamo degli obiettivi che vogliamo profondamente realizzare. Nulla ci piove dal cielo... Volere è potere ed io ne sono la prova altrimenti oggi non sarei qui a raccontami."
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mercoledì 23 aprile 2014
Coccole e tenerezza: riscoprire se stesse e la propria dea interiore
E’ tempo di Coccole antistress…. Di riappropriarsi gradualmente del contatto con il proprio e l’altrui corpo.
Venerdì 25 aprile a Roma organizzata da Debora De Angelis e Diego Dieghetti ed ospitata dalla Groovefarm, arriva dunque la Coccoleria per la Liberazione, il Cuddle Party romano all'insegna della tenerezza e dello scioglimento delle tensioni e dello stress.
“Un modo tutto particolare per tornare bambini e riscoprire sensazioni dimenticate. Per ricongiungersi con la propria parte più profonda ed atavica, con la propria essenza più incontaminata, e per ricordarsi che non esiste solo l’imperio della mente, ma anche il contatto fisico e corporeo".
A parlarcene è Debora De Angelis che attualmenteè in prima linea nel creare questo format d'evento legato al concetto di Cuddle Party, ovvero una festa delle coccole, sul modello di un tipo di evento che esiste già negli Usa da alcuni anni.
“L'idea alla base di questa festa – spiega - è mettere le persone, anche sconosciute, in condizione di interagire gradualmente a livello fisico, ma rigorosamente non sessuale/genitale. Durante un Cuddle Party i partecipanti vengono condotti a sperimentare una fiducia e una spontaneità verso l'altro da sé tipiche dell'epoca infantile, di fatto abbassando via via barriere e resistenze verso gli altri esseri umani. Il fatto che durante questo tipo di eventi non circoli alcool e non sia possibile interagire sessualmente tra i partecipanti, dà modo di concentrarsi su sensazioni sensoriali sopite da molto tempo nella maggior parte degli esseri umani ed eventualmente di imparare a gestire la propria energia sessuale, dovendo imparare a controllarla, nonostante la tenerezza e le stimolazioni sensoriali ed epidermiche potrebbero in qualche modo risvegliarla”.
Un percorso lungo e luminoso quello di Debora De Angelis, non privo di difficoltà e fragilità, alla ricerca della strada per la consapevolezza di Sé e per far risplendere appieno il proprio essere donna, l’energia creativa, l’essere divino insito in ogni pulzella.
Perché ogni donna rappresenta un campo vibrazionale sacro dove il ventre femminile è connesso al ventre, al centro, dell’universo.
Tra il 2012 e il 2013, per due edizioni consecutive, partecipa alla trasmissione 'La Mala Educaxxxion' su la7D, in qualità di blogger/modella che ama associare la propria immagine di nudo al proprio percorso di crescita personale e di consapevolezza corporea raccontato in chiave autobiografica.
Infatti, si trattava di un talk show nel quale le donne raccontavano liberamente e senza tabù le proprie esperienze sessuali e il proprio modo di approcciarsi in generale alla sessualità.
Tra il 2013 ed il 2014, poi, arriva una grande sfida. Una battaglia per un obiettivo importante a favore del riconoscimento del diritto alla sessualità (un diritto che di per sé dovrebbe essere ascritto e quindi proprio di tutti gli esseri umani, ma che nei fatti così non è) anche per le persone con disabilità grave e gravissima.
Debora diviene così la testimonial del Movimento Lovegiver e dell’omonimo progetto. Il Comitato per l’assistenza sessuale viene creato ufficialmente il 28 gennaio 2013 e pochi giorni fa è approdato in Senato il Disegno di Legge per l’assistenza sessuale (n.1442), attraverso una figura professionale qualificata quale quella dell’assistente sessuale.
A presiedere il Comitato Maximiliano Ulivieri.
“Ho deciso di collaborare alla creazione della figura dell'assistente sessuale per disabili - racconta Debora - , entrando a far parte fin dalla sua fondazione del comitato Lovegiver, creato da Maximiliano Ulivieri. Il mio contributo a questo progetto è stato principalmente di rendere testimonianza di che cosa significhi approcciarsi a una professione del genere, sia come attitudine personale, sia come atto di sfida alla pubblica morale. Infatti, ci troviamo in un paese che è molto lontano dal contemplare l'esistenza di una figura professionale-terapeutica che lavori con la gestione delle altrui energie sessuali”.
In passato Debora, da autodidatta, ci tiene sempre a ribadirlo al fine di non creare confusione in merito al profilo che questa figura assumerà nel tempo via via che saranno degli esperti a delinearla, ha guidato alla scoperta della sessualità (una sorta di assistente sessuale ante litteram) alcuni ragazzi disabili.
Proprio per questo decide di mettere a disposizione il suo vissuto e si impegna pubblicamente, attraverso il comitato promotore Lovegiver, ad abilitarsi come assistente quando la legge lo permetterà e saranno istituiti corsi di formazione mirati (entrambi i progetti sono portati avanti dallo stesso Lovegiver).
“L'ho fatto - continua – con la consapevolezza dell'importanza di creare risonanza mediatica su un tema così forte e controverso, al fine di poter offrire un modello in cui riconoscersi a tutte quelle persone, soprattutto donne, che per loro natura vivono la capacità di trasmettere benessere attraverso la sessualità, ma che la morale comune avrebbe additato come fonte di scandalo. Spero, attraverso il mio esempio e approccio sereno e consapevole, di poter essere un esempio di come approcciarsi a questa professione estremamente delicata e che nulla ha a che vedere con la prostituzione- cioè con la mercificazione del corpo dell'operatore/trice- e tutto ha a che vedere con il benessere/consapevolezza corporea sia dell'assistente che della persona che beneficia del suo aiuto nel gestire correttamente la propria energia sessuale”.
Ulteriore tappa di un processo legato alla liberazione dell’energia sessuale, quale fonte di benessere e consapevolezza personale tutta al femminile, non solo del proprio corpo, ma anche del proprio spirito (il riconoscimento e la valorizzazione della propria deità appunto), si registra nel 2014, anno in cui, per aggiungere un ulteriore tassello al proprio percorso di donna costantemente interessata alla propria e altrui creascita e consapevolezza, si abilita come consulente dell'azienda Rosso Limone, che si occupa principalmente di portare aventi progetti informativi sulla sessualità.
“Anche qui – ribadisce - la spinta è stata data dall'innovazione di questa azienda che, attualmente unica nel panorama italiano, pur occupandosi di vendita di supporti legati alla prevenzione e alla promozione di una corretta sessualità e consapevolezza corporea, si propone anche e soprattutto di informare la società civile in tema di educazione sessuale ed eventualmente fare da tramite con specialisti, qualora se ne presenti l'esigenza”.Quale che sia la strada in cui l’energia creativa si esprime, l’obiettivo è la piena consapevolezza di Sé… Per trovare e ritrovare se stessi e realizzare i propri desideri è necessario sapere dove si vuole andare e dove no, altrimenti si rischia di girare in tondo per poi scoprire di non essersi mai davvero mossi.
In tal senso, il buddhismo dei desideri terreni, di Nichiren Daishonin, suo fondatore, esorta ad essere liberi, consapevoli e felici ed a trovare la deità qui ed in se stessi.
La domanda sgorga dalle labbra e dal cuore: “Cosa significa essere una Dea?”
Il percorso di Debora De Angelis verso il disvelamento della divinità interiore è cominciato molti anni fa.
All'età di ventiquattro anni (attualmente ne ha trentadue), dopo aver deciso di interrompere gli studi universitari a un paio d'esami dal conseguimento della Laurea in Scienze della comunicazione con indirizzo giornalistico, Debora sente nascere in sè la voglia di riprendere in modo autonomo gli studi filosofici cominciati alle superiori, ma all'epoca vissuti come imposti, calati dall’alto e quindi percepiti “senza anima”. Quella che lei definisce 'una chiamata della Dea a cui non ho potuto né voluto sottrarmi'.
La scintilla scatta in seguito all’incrocio con una citazione di Pitagora “L’anima è un dio soggetto a metempsicosi".
Un’anima che trasmigra di corpo in corpo e di stato in stato, rimanendo fedele a se stessa ed al contempo evolvendosi.
“Essere un 'dio' o una 'dea' – spiega Debora - per me significa realizzarci non come persona (che significa null'altro che maschera temporanea della personalità assunta in questa vita), ma come anima, come coscienza superiore, colei che mantiene il seme di tutte le sue esistenze passate e future. Se così è, è inevitabile arrivare alla conclusione che di vita in vita siamo stati tutto e in ogni luogo, maschi e femmine. Proprio per questo questo la divinità è androgina, cioè partecipa di aspetti tanto femminili quanto maschili".
Ognuno, dunque può incarnarsi in varie forme, mantenendo intatta l’essenza della propria anima.“Nella contingenza della mia incarnazione attuale – sottolinea Debora - essendo in forma femminile, essere Dea significa incarnare i mille aspetti della divinità femminile”.
Ecco il Pantheon greco, il pensiero corre veloce ad esso, con la sua ricca rosa di divinità femminili, ognuna delle quali simbolo di una caratteristica caratteriale specifica : Afrodite, Athena, Hera, Diana, Demetra e così via.
Secondo la sua spiegazione, la Dea interiore, pienamente dispiegata, è tutti questi aspetti contemporaneamente: è integra, non spezzata, una creatura femminile completa, che riconduce ad unità gli opposti all’insegna della complementarietà. Che sa essere tutto contemporaneamente, senza percepire antitesi e contraddizioni tra i diversi aspetti di sé. Tanto luminosa quanto oscura, tanto virginale quanto passionale, tanto bambina quanto anziana.
E’ il tutto, che in qualche modo richiama il concetto dell’uno plotiniano.
E’ l’apoteosi della completezza dell’essere umano in quanto tale.
“Una Dea - dice - è una donna che ha realizzato in coscienza la vastità del pantheon femminile in sé. A me viene naturale incarnare via via anche i principi esemplificati dalle divinità maschili, in aggiunta, esteriorizzando questo concetto attraverso un percorso da Drag King. Percorro, per così dire, una Via androgina”.
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