Metti una location dall'atmosfera un po' vintage, che riesce ad essere punto di aggregazione per un pubblico variegato. Metti delle birre dai gusti eterogenei ed estremamente versatili, abbinabili ad ogni piatto, per esaltarne i sapori caratteristici. Metti la carica delle sfogliatelle dolci e salate, con il loro bagaglio di croccantezza.
Ed eccovi servita la squadra di eccellenze che ieri, martedì 16 ottobre, ha realizzato una serata enogastronomica da sold out.
A gemellarsi alcune birre dal gusto invitante, prodotte da piccoli birrifici o microbirrifici, tra le etichette proposte dal pub Babette (qui), locale molto amato che pulsa nel cuore di Fuorigrotta, e le stuzziccanti sfogliatelle proposte in versione dolce e salata (l'ultima nata è la versione ripiena al soffritto) da SfogliateLab - Tentazioni partenopee di Vincenzo Ferrieri (qui).
Si comincia con un gustoso mix di sfogliatelle salate ripiene di: provola e funghi, provola e peperoni, salsiccia e friarielli e soffritto, ultima novità nata in casa Ferrieri.
Ad annaffiare queste prime principesse della tavola la "Blanche De Bruxelles", una bianca belga, sui 5 gradi, fresca, dissetante e decisamente beverina.
A fare da Cicerone, tra un tavolo ed un boccone e l'altro, per il mondo delle birre, è Alfio Ferlito.
"Questa birra - spiega Ferlito - è caratterizzata da una base di malto d'orzo, unita ad una di frumento non maltata. Il suo flavour la rende particolarmente adatta a "sgrassare" la bocca, puledola e preparandola a degustare un nuovo sapore".
Intermezzo a base di carne bianca con spiedini misti di pollo, tacchino e maiale, di Mario Carrabs, accompagnati da verdure grigliate e patatine fritte, da immergere in una salsa piccante o, a scelta, in una salsa greca.
A fare da accompagnamento una "Lervig Lucky Jack Extra", una leggera American Pale Ale dal corpo strutturato e molto facile da bere.
Un profumo intenso, un colore ambrato decisamente affascinante, ed un retrogusto amarognolo ma piacevole, che si accentua via via. Lo stabilimento è norvegese ma si vale dell'apporto delle competenze e dell'esperienza di un birraio tedesco di lungo corso. La lattina grigio metalizzata, in cui viene servita, ha un aspetto retrò ma divertente.
Dunque collezionisti di tutto il mondo unitevi!
Si conclude in bellezza con un trittico di sfogliatelle dolci al marron glaces, alla ricotta e pera ed alla fantasia di frutta, ossia un tripudio di frutti rossi e kiwi.
Ad annaffiarle un "Rochefort 8" - una delle birre trappiste più famose al mondo, dal gusto ricco, beverina.
Fa parte del consorzio delle birre trappiste, prodotte attraverso le attività dei monaci.
La gradazione sale e il gusto si fa corposo e deciso, per essere a contrasto con quello dei dolci.
"E' una birra dove il 5% delle componenti è tostato - evidenzia Ferlito - . La tostatura fa avvertire un flavour di caffè, ma anche una nota al cioccolato e si percepisce il gusto dei frutti rossi sotto spirito come prugna e ciliegia".
La corposità si sposa bene con quella tipica della voluttuosità di ricotta e marron glacè, mentre prende un po' il sopravvento sulla delicatezza della crema pasticciera, farcitura della sfoglia ai frutti rossi, che però richiamano il sapore della frutta sotto spirito.
Che dirvi? In effetti non abbiamo ancora ben capito se la birra abbia un effetto antidolorifico superiore al paracetamolo, come affermato da una recente ricerca scientifica. Forse ci serviranno altre serate come questa.
Sicuramente attraverso l'esaltazione del gusto, unita ad un momento di aggregazione e di condivisione, tutte le preoccupazioni sono volate via, tra un boccone, un sorso e una risata "di gusto".
** Le foto delle sfogliatelle salate sono di Grazia Guarino
Un blog nato per farvi appuntare l'attenzione su alcuni aspetti della realtà sociale economica e perchè no? dell'anima...attraverso le mie parole. E per assaporare gioie e dolori, confortandoci e confrontandoci, sempre e comunque. Perchè il confronto è la chiave di un reale sviluppo...
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mercoledì 17 ottobre 2018
martedì 16 ottobre 2018
Bataclan di Renato Aiello: il coraggio di tener viva la memoria
Tornare a Parigi ad un anno dall’attentato al Bataclan. Un
attentato in cui 90 ragazzi hanno trovato la morte, laddove avrebbe dovuto
regnare l’allegria, la spensieratezza, la voglia di vivere e di sorridere e lo
spirito d’aggregazione, che ogni tipo di musica condivisa porta con sé.
Tornare in quei luoghi e trovare l’atmosfera e le geometrie
di una città totalmente cambiate.
Dedica a questo ricordo la sua prima personale, conclusasi ieri, 15 ottobre, Renato Aiello.
Una mostra che non a caso reca il nome di un luogo, il Bataclan, dove gli opposti, la ferocia
e la violenza insensata, ma anche la forza di resistere e di ritrovare la
propria identità collettiva, sulla scia di una spiritualità fortemente
secolarizzata, parrebbero poter trovare
una loro composizione.
“Ho incontrato – sottolinea Renato Aiello, giornalista e videomaker,
autore della mostra ospitata nella suggestiva location della Chiesa di San
Severo al Pendino (via Duomo 286) – una città totalmente trasfigurata,
contraddistinta non solo da una soglia di attenzione fondatamente estrema, e
soggetta a numerosi controlli, ma anche più cupa e privata della gioia di viere,
in bilico sul confine dell’apatia”.
A sostituire l’atmosfera gaia, dunque, un’aria oscura di
melanconia e mestizia.
Vivo, poi, il desiderio di mantenere quel colloquio di
amorosi sensi di foscoliana memoria, di non recidere in maniera permanente un
legame spezzatosi troppo presto e per un’altrui violenta e incomprensibile
volontà.
Ecco il perché di quella silloge di messaggi laici e
religiosi in dialogo, di quei volti uniti dalla medesima espressione assorta ed
assorbita dalla sofferenza, senza distinzione di bandiere e di religione, cristiani
e musulmani uniti, perché la violenza è
condannabile sempre da chi crede in qualcosa.
“Quei cumuli di fiori e messaggi – evidenzia Aiello - mi hanno ricordato, con un tragico ponte
emotivo, le valigie, le scarpe, i giocattoli, accatastati, simbolo della shoah
ebraica”
Come sottolinea l’autore dei 30 scatti in bianco e nero, che
hanno saputo cogliere frammenti di emozioni intense e di una storia “strappata”,
dilaniata dalla ferocia, a colpire in quell’atmosfera intrisa di sofferenza è
la percezione che “la comunità si sia stretta come una grande famiglia, condividendo
una sorta di religione laica”.
L’autore delle foto, Renato Aiello, classe 1987, porta
avanti questo ricordo trasfuso in immagini, con uno sguardo vivido e
coraggioso, che sfida le sue stesse paure, in particolare quella di poter essere male
interpretato, urtando così la sensibilità di chi quella tragedia l’ha vissuta
sulla sua pelle e ne reca le ferite indelebili.
“In realtà molti Francesi sono venuti a visitare la mostra –
continua l’autore – e hanno espresso un’impressione molto positiva attraverso i
loro pensieri impressi nel libro degli ospiti”.
Per documentare quel ricordo Renato sceglie un bianco e nero
contrastato, dove “il bianco dei corpi, dei fiori e della luce delle candele,
contrasta con l’oscurità che tenta di inghiottire ogni cosa. Ma, nonostante
tutto, il bianco riesce a farsi spazio ed a vincere la paura”.
L’attentato del Bataclan,
tragicamente incastonato in una notte di terrore, dove ci furono una
serie di attentati coordinati, che fecero contare oltre 300 vittime, simbolicamente
assurge, come ricorda Aiello, ad un 11 settembre Europeo, dove tutti, anche chi
non c’era o chi è sopravvissuto, è rimasto
“ustionato” a vita da quella tragedia.
Le foto sono unite da un sottile ma tenace fil rouge: un
senso di smarrimento, di incredulità, la percezione di una morte senza senso. Lo
stesso sentimento di assurdo che hanno suscitato “tutti i genocidi del ‘900”.
“Il Bataclan si trova in Boulevard Voltaire. L’ennesimo
paradosso di questa tragedia. – ribadisce Aiello - Questo attentato, infatti,
costituisce la negazione del senso di identità e del rispetto della dignità
umana. La negazione di qualsivoglia forma di tolleranza e di quei valori
proclamati dall’Illuminismo”.
Una sfida coraggiosa, quella di Renato Aiello che, anche
attraverso alcune installazioni, non teme di affrontare la più grande paura di
tutti: quella relativa al tanto paventato tramonto dell’Occidente.
Renato Aiello dà corpo a quest’ombra scura attraverso un
installazione in cui, in mezzo alle macerie europee, che egli rappresenta con alcuni
mattoni, spiccano la Torre Eiffel e il Colosseo. Una maglietta ricorda le Torri
Gemelle illuminate, sempre vive nella memoria, e pesanti catene, quelle del terrorismo e
della paura, ingabbiano tutto.
La parola chiave, dunque, è proprio la memoria.
“Se comprendere è impossibile – sottolinea Renato –
conoscere, in special modo il male, è necessario”.
La mostra di Renato Aiello, in tal senso, è un tassello in
quel percorso di necessaria conoscenza ed il pubblico l’ha premiato con un’affluenza
che ha fatto registrare oltre 300 presenze.
E sembra proprio essere di monito l'immagine di quell'uomo, di cui Aiello ha voluto immortalare il memento, che, nel silenzio della commemorazione, arriva con la sua croce lignea legata al collo e ad altre parti del corpo attaverso una corda.
Le sue fattezze "scavate" e quasi cristologiche e la sua magrezza sembrano evidenziare come la sofferenza, che macera dentro, consumi inesorabilmente.
Le sue fattezze "scavate" e quasi cristologiche e la sua magrezza sembrano evidenziare come la sofferenza, che macera dentro, consumi inesorabilmente.
I telefonini di plastica incollati alla croce se da una parte parrebbero ricordare gli ultimi momenti dei ragazzi morti, i loro ultimi messaggi, forse le disperate richieste d'aiuto; dall'altra sembrerebbero essere un richiamo all'importanza di ritrovare e coltivare relazioni davvero umane, non perdendosi la bellezza e l'autenticità dell'altro da sè, depauperata e svilita dai legami fittizi caratteristici dei social network
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lunedì 7 maggio 2018
Alla scoperta di Bagnoli con la Jane's Walk Naples
Dopo l'esperienza romana della Jane's Walk, dedicata al quartiere di San Lorenzo, ai suoi tanti volti, identità, stratificazioni e destinazioni d'uso, questa manifestazione, sabato 5 maggio, è giunta a Napoli.
Non a caso questa prima edizione è stata dedicata al quartiere di Bagnoli, posto sempre sul ciglio del cambiamento, sospeso tra tanti progetti di riqualificazione mai attuati. In attesa di un riscatto mancato o perennemente in ritardo. Il cui nome viene periodicamente tirato in ballo per accendere o rinfocolare rivalità, scontri politici e campagne elettorali.
Quattro le tappe: il pontile di Bagnoli, teso tra il mare, quegli scogli neri che a viva forza hanno compiuto la "loro" bonifica, attirando su di sè parte di quel catrame che infestava le acque, e gli scheletri delle ciminiere. Tra i nuovi lidi e i detriti, i cumuli, le immondizie di ciò che è stato e che colpevolmente giace ancora lì, ammassato e dimenticato.
La piazzetta, cuore pulsante del quartiere e centro di aggregazione identitaria e relazionale. Di quella cittadinanza attiva, che sa prendersi cura del proprio quartiere, battendosi per una vita a misura ed a ritmo d'uomo, con al centro la valorizzazione del ruolo del quartiere stesso e dell'isolato e la ribellione contro il processo di massificazione, secondo l'ottica propugnata da Jane Jacobs, attivista ed autrice del libro Vita e morte delle grandi città, saggio sulle metropoli americane del 1961.
Ed ancora la Masseria Starza, ex borgo Gesuita e sede di un noviziato, il luogo più antico del quartiere, che conserva alcune testimonianze di un 'epoca che fu, tra l'enorme torchio, ricavato da un albero del '700, il serraglio, il forno e l'edicola votiva dedicata al patrono, San Luigi. Un quartiere, nel quartiere, in qualche modo fuori dal tempo, come modus vivendi.
Si chiude con La ex base NATO, una città inserita nella città con la propria chiesa tuttora attiva, la scuola, il cinema, la piscina ed il chilometrico tunnel sotterraneo, destinato agli uffici segreti, a custodire il caveau degli esplosivi ed una serie di apparecchiature dedicate alle comunicazioni ed alla conservazione di dati top secret.
UN FOCUS SULL'ITALSIDER TRA PASSATO E PRESENTE E SULLA MASSERIA SFORZA
A parlare dell'Italsider, per riabilitarne la memoria, dato che, come sottolinea "vi sono tanti dati inesatti che circolano" è l'ex lavoratrice e scrittrice Aurelia del Vecchio.
E' lei a dire come, dopo tanto tempo torni a guardare lo scheletro delle ciminiere, cui di solito tutti gli ex operai preferiscono dare le spalle, per non ricordare la morte imposta ad un polmone industriale, che ha ceduto il passo ad un processo di "desertificazione", ad un quartiere dormitorio in degrado e con un tasso progressivamente crescente di microcriminalità.
Dal ricordo riemergono le attività della grande fabbrica, una delle più moderne, produttive ed ecocompatibili d'Europa e il top del gruppo Italsider.
"Non si può equiparare l'Italsider all'Ilva di Taranto - sottolinea - . L'Ilva è rimasta ferma al 1965 . L'Italsider ha subito varie ammodernamenti".
L'impianto era stato anche ampliato con un nuovo altoforno e vantava una produzione di eccellenza, secondo quanto viene rievocato, ma era stato costretto a limitare l'utilizzo dei macchinari ad una sola linea di produzione.
Attorno alla fabbrica, ossatura economica della città e non solo, ruotava la cittadella degli operai, cuore pulsante anche a livello politico e di fermento culturale, ed il circolo Ilva, che da spazio ricreativo aziendale divenne polo di aggregazione per tutta la città, per le mostre pittoriche e gli eventi culturali e cinematografici, attirando anche l'attenzione del poeta Ungaretti.
La memoria storica di quegli anni è conservata anche in una foto antica che riproduce un carro della vecchia Festa di Piedigrotta, all'interno della quale appaiono gli operai del reparto Carpenteria.
Dopo la tappa in piazzetta, dove si ricordano alcuni frammenti dell'infanzia e dell'adolescenza di Bennato e si resta incantati dal profumo dei dolciumi che si spandono nell'aria domenicale, si passa all'antico borgo gesuita della Masseria Starza. In parte il tempo sembra essersi fermato o pare di trovarsi in una dimensione sospesa, a metà tra passato e presente.
La masseria era anticamente recintata e in quel che resta dell'arco dove era incastonato il portone si può notare lo spazio dove era allocata la campana che scandiva la giornata dei contadini ed annunciava imminenti pericoli.
Sono visibili anche i resti di un forno e del serraglio un luogo recintato dove venivano coltivate piante ed ortaggi particolarmente delicati, per proteggerle dall'attacco degli animali.
Il borgo è dedicato a San Luigi ed è presente un'edicola votiva. Una volta all'anno un bambino veniva calato attaccato ad una fune, simulando il cosiddetto "volo dell'angelo". Si trattava solitamente del figlio di famiglie che avevano fatto un voto e che, in questo modo, ringraziavano per la grazia ricevuta.
Il torchio che serviva a pestare l'uva era ricavato da un albero centenario, di grandi dimensioni. Delle pietre ne regolavano l'alzata e la discesa, attraverso un effetto leva.
L'ultima tappa è quella relativa all'ex base NATO. Una città costruita alla lce del sole cui fa da contraltare un'altra area che si snoda parallelamente per chilometri nel sottosuolo, allestita a scopo strategico, militare e difensivo.
Oggi la base ospita alcune manifestazioni organizzate da enti del Terzo Settore, come la Festa di primavera, e i campi dove si allena una squadra di rugby giovanile.
Un successo quello di quest'iniziativa, che testimonia la voglia della cittadinanza, di riappropriarsi, in modo trasversale della conoscenza e della fruizione di quartieri noti e meno noti.
** Le foto sono di Francesco Minopoli
Non a caso questa prima edizione è stata dedicata al quartiere di Bagnoli, posto sempre sul ciglio del cambiamento, sospeso tra tanti progetti di riqualificazione mai attuati. In attesa di un riscatto mancato o perennemente in ritardo. Il cui nome viene periodicamente tirato in ballo per accendere o rinfocolare rivalità, scontri politici e campagne elettorali.
Quattro le tappe: il pontile di Bagnoli, teso tra il mare, quegli scogli neri che a viva forza hanno compiuto la "loro" bonifica, attirando su di sè parte di quel catrame che infestava le acque, e gli scheletri delle ciminiere. Tra i nuovi lidi e i detriti, i cumuli, le immondizie di ciò che è stato e che colpevolmente giace ancora lì, ammassato e dimenticato.
La piazzetta, cuore pulsante del quartiere e centro di aggregazione identitaria e relazionale. Di quella cittadinanza attiva, che sa prendersi cura del proprio quartiere, battendosi per una vita a misura ed a ritmo d'uomo, con al centro la valorizzazione del ruolo del quartiere stesso e dell'isolato e la ribellione contro il processo di massificazione, secondo l'ottica propugnata da Jane Jacobs, attivista ed autrice del libro Vita e morte delle grandi città, saggio sulle metropoli americane del 1961.
Ed ancora la Masseria Starza, ex borgo Gesuita e sede di un noviziato, il luogo più antico del quartiere, che conserva alcune testimonianze di un 'epoca che fu, tra l'enorme torchio, ricavato da un albero del '700, il serraglio, il forno e l'edicola votiva dedicata al patrono, San Luigi. Un quartiere, nel quartiere, in qualche modo fuori dal tempo, come modus vivendi.
Si chiude con La ex base NATO, una città inserita nella città con la propria chiesa tuttora attiva, la scuola, il cinema, la piscina ed il chilometrico tunnel sotterraneo, destinato agli uffici segreti, a custodire il caveau degli esplosivi ed una serie di apparecchiature dedicate alle comunicazioni ed alla conservazione di dati top secret.
UN FOCUS SULL'ITALSIDER TRA PASSATO E PRESENTE E SULLA MASSERIA SFORZA
A parlare dell'Italsider, per riabilitarne la memoria, dato che, come sottolinea "vi sono tanti dati inesatti che circolano" è l'ex lavoratrice e scrittrice Aurelia del Vecchio.
E' lei a dire come, dopo tanto tempo torni a guardare lo scheletro delle ciminiere, cui di solito tutti gli ex operai preferiscono dare le spalle, per non ricordare la morte imposta ad un polmone industriale, che ha ceduto il passo ad un processo di "desertificazione", ad un quartiere dormitorio in degrado e con un tasso progressivamente crescente di microcriminalità.
Dal ricordo riemergono le attività della grande fabbrica, una delle più moderne, produttive ed ecocompatibili d'Europa e il top del gruppo Italsider.
"Non si può equiparare l'Italsider all'Ilva di Taranto - sottolinea - . L'Ilva è rimasta ferma al 1965 . L'Italsider ha subito varie ammodernamenti".
L'impianto era stato anche ampliato con un nuovo altoforno e vantava una produzione di eccellenza, secondo quanto viene rievocato, ma era stato costretto a limitare l'utilizzo dei macchinari ad una sola linea di produzione.
Attorno alla fabbrica, ossatura economica della città e non solo, ruotava la cittadella degli operai, cuore pulsante anche a livello politico e di fermento culturale, ed il circolo Ilva, che da spazio ricreativo aziendale divenne polo di aggregazione per tutta la città, per le mostre pittoriche e gli eventi culturali e cinematografici, attirando anche l'attenzione del poeta Ungaretti.
La memoria storica di quegli anni è conservata anche in una foto antica che riproduce un carro della vecchia Festa di Piedigrotta, all'interno della quale appaiono gli operai del reparto Carpenteria.
Dopo la tappa in piazzetta, dove si ricordano alcuni frammenti dell'infanzia e dell'adolescenza di Bennato e si resta incantati dal profumo dei dolciumi che si spandono nell'aria domenicale, si passa all'antico borgo gesuita della Masseria Starza. In parte il tempo sembra essersi fermato o pare di trovarsi in una dimensione sospesa, a metà tra passato e presente.
La masseria era anticamente recintata e in quel che resta dell'arco dove era incastonato il portone si può notare lo spazio dove era allocata la campana che scandiva la giornata dei contadini ed annunciava imminenti pericoli.
Sono visibili anche i resti di un forno e del serraglio un luogo recintato dove venivano coltivate piante ed ortaggi particolarmente delicati, per proteggerle dall'attacco degli animali.
Il borgo è dedicato a San Luigi ed è presente un'edicola votiva. Una volta all'anno un bambino veniva calato attaccato ad una fune, simulando il cosiddetto "volo dell'angelo". Si trattava solitamente del figlio di famiglie che avevano fatto un voto e che, in questo modo, ringraziavano per la grazia ricevuta.
Il torchio che serviva a pestare l'uva era ricavato da un albero centenario, di grandi dimensioni. Delle pietre ne regolavano l'alzata e la discesa, attraverso un effetto leva.
L'ultima tappa è quella relativa all'ex base NATO. Una città costruita alla lce del sole cui fa da contraltare un'altra area che si snoda parallelamente per chilometri nel sottosuolo, allestita a scopo strategico, militare e difensivo.
Oggi la base ospita alcune manifestazioni organizzate da enti del Terzo Settore, come la Festa di primavera, e i campi dove si allena una squadra di rugby giovanile.
Un successo quello di quest'iniziativa, che testimonia la voglia della cittadinanza, di riappropriarsi, in modo trasversale della conoscenza e della fruizione di quartieri noti e meno noti.
** Le foto sono di Francesco Minopoli
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