mercoledì 26 settembre 2018

Sulla mia pelle: un film che dilania le coscienze

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, è un film che ti arriva dritto non al cuore ma allo stomaco, come un pugno, e che fa girare più velocemente le sinapsi cerebrali, quelle che portano lo spettatore a riflettere su un caso di ordinaria follia e ad immedesimarsi con un incubo che si dipana in appena sette giorni, chiedendosi ossessivamente per tutti i 100 minuti del film "E se fosse capitato a me?".

Ed è per questo che quello che accade sulla pelle di Stefano Cucchi ognuno lo sente riverberarsi sulla propria, mordendola e lacerandola...


Alessandro Borghi, che non sembra nemmeno lo stesso individuo che ha interpretato il protagonista della Napoli Velata di Ozpetek, incredibilmente dimagrito, quasi emaciato, presta il viso ed il corpo, in un modo sorprendentemente verosimile, a Stefano Cucchi.

Un viso ed un corpo che verranno martoriati. Schiaffi, pugni, calci, inferti da chi lo aveva in custodia e avrebbe dovuto farsi garante di tutelare la giustizia.

Calci dati ad una persona caduta ormai a terra a cui non erano state tolte nemmeno le manette, così forti da rompergli due vertebre.

Qual è la colpa di Stefano? Quella di avere con sé dosi di erba e di cocaina pronte per essere smerciate. Quella di essere un drogato ed  uno spacciatore,  un piccolo spacciatore.

Lui rifiuterà quest'accusa, quella di spaccio, anche se verso la fine il docu-film rivelerà i suoi più profondi timori e con essi la verità, cioè che  in casa nasconde diverse dosi pronte per essere spacciate.

La sua colpa è quella di aver cucito addosso un'etichetta ed un destino già segnati, quelli di deviante, di reietto, di emarginato e di rifiuto della società.

Quello che sta dalla parte sbagliata, tra i cattivi, che non può essere riabilitato, che probabilmente non merita nemmeno quest'opportunità.

Quello di chi non rispetta la divisa, che se ne prende gioco, che fa del male, responsabile di aver messo sulla cattiva strada tanti ragazzini, addirittura corresponsabile della loro morte.



Sono questi gli occhi con cui chi lo arresta lo guarda: occhi di chi vede in lui qualcuno che non merita la parola, che sfida l'ordine costituito, qualcuno di marcio ed irrecuperabile.

Chi lo picchia è chi sente che troppi non rispettano la divisa che i tutori dell'ordine indossano e quindi essi stessi, quando si trovano di fronte il cosiddetto "pesce piccolo", ma nel loro sentire colpevole, di quella divisa e dei poteri che conferisce fanno abuso e scempio.

Come reagisce Stefano? Stefano sembrerebbe che rifiuti ostinatamente, e a più riprese, di chiedere aiuto, anche quando gliene viene data la possibilità.

Si chiude a riccio, forse perché in tutti coloro che rappresentano le varie facce del sistema non vuole e non può più credere. Forse perché ritiene, almeno inizialmente, di potercela fare da solo o ancora, forse, perché in fondo al suo cuore anche lui pensa di non meritarla una seconda possibilità di riscatto, per le delusioni inflitte a chi gli vuole bene e gli è caro.



La madre che in un primo momento appare quasi contenta di quella notte in gattabuia, che forse farà mettere la testa a posto al figlio, dandogli una lezione.

Il padre, che ci tiene sempre a fargli sottolineare, di fronte ai suoi interlocutori, che lui è il "figlio del geometra", quasi in un tentativo di riabilitazione della sua reputazione sociale.

E quella sorella che non ha mai tempo per lui, che è la "sorella più impegnata d'Italia".

Su di lui e sulle sue scelte gravano quei 15 anni in cui ha contato solo lei, la droga.

Stefano, quindi, sceglie di rifiutare l'aiuto. Cerca solo il contatto con il padre durante il processo. Ne cerca l'abbraccio e si scusa per aver fatto ancora una volta "caciara" dicendogli che sarebbe stato meglio se fosse rimasto a dormire da loro quella sera, dando una sterzata al suo destino.

E poi cerca disperatamente una voce con cui parlare nel buio e nell'isolamento delle varie celle che abiterà, mentre il suo corpo soffre e cede.



Cerca la voce di quello che lui percepisce come un suo pari, un suo simile, un altro essere umano. La cerca per non impazzire di solitudine e sofferenza, continuando a parlare da solo. Ed in questo ricorda il novello Robinson Crusoe di Cast Away che dà volto e voce ad un pallone, ribattezzandolo Wilson

Che sia il detenuto albanese che gli dice che ha subito capito che l'hanno picchiato e che "il dolore è traditore: esce piano piano" al ragazzo che gli rivela che per ottenere risposta non deve rivolgersi alla polizia carceraria con il nome di guardie bensì di assistenti.

Fino ad arrivare all'ultimo: Marco, che gli consiglia di cercare qualcuno di fidato da mandare a casa sua per far sparire "la roba".

Stefano cerca un contatto autentico ed alla pari e, anche nel rifiutare le poche cure di facciata che gli vengono offerte, non è di curarsi che si sta rifiutando, come specifica, bensì tenta di realizzare l'esatto opposto: veder riconosciuti i suoi diritti,  riappropriarsi di una possibilità di scelta ed autodeterminazione, rappresentata dalla richiesta di colloquiare con il suo avvocato.

Stefano Cucchi era un  drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore, ma la nostra legge dice che il momento della riabilitazione sociale dovrebbe sopravanzare quello della repressione carceraria.

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore ,un piccolo spacciatore. Ma era anche e soprattutto un essere umano, figlio e fratello di qualcuno, componente di una famiglia normale, medio-borghese. Meritava di essere incasellato solo nella categoria angusta degli scarti della società?

Stefano Cucchi era un drogato ed uno spacciatore, un piccolo spacciatore. Ma, benché lo Stato detenga il monopolio dell'uso legittimo della violenza, come ci ricorda  il sociologo Max Weber, fino a che punto questa violenza può essere esercitata senza che l'uso diventi abuso e violazione dei diritti umani, tale da parlare la lingua della tortura?

Dubbi  che opprimono lo spettatore fin dai primi minuti di visione della pellicola... Ed è alle coscienze di ognuno, al di là ed  al di fuori di ogni tribunale, processo e risarcimento, che  è chiesto di immergersi in una profonda e dilaniante riflessione...



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