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sabato 19 novembre 2022

Bathroom: un dialogo con le proprie paure più profonde al Tram di Port'Alba

Una donna dialoga con sé stessa allo specchio, nell'intimità del suo bagno. E' questo lo scenario dello spettacolo Bathroom, andato in scena al Tram di Port'Alba fino a domenica 13 novembre. 

Un'intensa Valeria Impagliazzo scrive e interpreta il dilemma dei dilemmi, apparentemente scontato nella sua quotidianità. Ma che sa scavare in profondità. 




"Non volevo raccontare una storia lineare, bensì offrire uno spaccato dell'esistenza di questa donna che si trova sola nella notte e fa i conti con le sue ansie quotidiane e le sue paure, tra cui l'abbandono, lo spaesamento e lo sradicamento". 

 Questa è la storia di un di una relazione interrotta, ma anche del desiderio di ritrovare se stesse pur se nella solitudine. 

Non ci sono né vittime ne carnefici anche se la protagonista nei cerca quasi ossessivamente uno, per trovare una ragione alla sua sofferenza. 

Un pensiero ossessivo che ritorna in loop anche quando regna una calma apparente e che irrompe nella quotidianità della protagonista - intenta a farsi la ceretta a passarsi la crema sul corpo - sotto forma di un rumore sospetto, proveniente dall'esterno.




 Un altro segnale proveniente dall'esterno è  rappresentato dal trillo dei messaggi mandati da un'amica, che forse sta vivendo una situazione simile a quella che la protagonista ha appena reciso. 

" Il mio spettacolo, che ha la forma di un monologo - sottolinea l'autrice - è frutto di osservazioni costanti dirette e indirette dalle quali ho dedotto che la nostra generazione si trova al centro di relazioni sbilanciate, generate da una adultità negata e da una profonda immaturità emotiva". 

C'è una donna in scena che racconta la sua storia, ma il messaggio risulta universale, perché la paura dell'abbandono e il senso di sradicamento che ne segue appartengono sia alle donne sia agli uomini. 

A fare da complemento narrativo al monologo ci sono le musiche sonorizzate dal chitarrista e compositore Pasquale Ruocco che rappresentano un vero e proprio tappeto musicale con cui le parole di Valeria sono costantemente in dialogo e in interazione. 

Pasquale Ruocco rappresenta il punto di vista maschile, all'insegna della complementarietà. Da Caliente Caliente a Forte forte forte, passando per Rumore, le canzoni di Raffaella Carrà fanno compagnia e confortano la protagonista, in maniera molto tenera. 

" Ho quasi una sorta di malattia per Raffaella Carrà - sottolinea la Impagliazzo -. Un'antesignana di alcune tendenze profondamente contemporanee, capace di affrontare temi difficili con femminilità, eleganza e inusuale erotismo. Sulla scena, come evidenzia l'attrice, ha dovuto trovare la sua misura. Lo spettacolo, infatti, mette in scena stati d'animo spesso contraddittori e appare necessario non farsene fagocitare, "mantenendo la barra dritta" e il giusto distanziamento. Un equilibrio molto difficile e faticoso. 




La conclusione segna il passo di un finale aperto, teso tra un legittimo desiderio di essere indipendente nell'autodeterminarsi e una sorta di resa all'idea di non essere ancora pronta a proiettarsi all'esterno, duellando nell'agone di incontri carnali multipli senza senso. Il teatro Tram si conferma uno spazio off che ha accettato la sfida di portare sulla scena temi difficili e delicati, all'insegna della professionalità a 360 gradi, rifuggendo qualunque tipo di dilettantismo. 

Il prossimo appuntamento con Bathroom sarà  il 28 e il 29 gennaio 2023 al teatro Civico 14 di Caserta. Nel frattempo Valeria continua a formare alacremente giovani leve - tra etica e estetica - nel suo laboratorio teatrale di Scafati. 

venerdì 21 ottobre 2022

Nevrotika 7-8-9: accettarsi per rinascere

 Com'è una persona nevrotica?

Torna a chiederselo Fabiana Fazio nell'ultimo capitolo della sua trilogia dedicata al disturbo ossessivo-compulsivo. Siamo al capitolo 7-8-9 di Nevrotika , messo in scena al Civico 14 di Caserta.




La persona nevrotica è ingabbiata in pensieri - definiti intrusivi - che si insinuano nel suo cervello senza che lo voglia davvero e ritornano in maniera fissa e ricorrente, fino ad anestetizzare le coscienze, pur di non sentire il dolore che ne è la vera causa. 


Questi pensieri generano delle azioni che il malcapitato si sente spinto a ripetere all'infinito per sfuggire all'ansia nata dallo scenario apocalittico prospettato dall'idea intrusiva. A livello razionale quell'azione sembrerebbe essere la scelta più opportuna per eliminare il pericolo, ma finisce per rinchiudere la persona in una gabbia definita coazione a ripetere, in cui si rincorrono sempre gli stessi gesti.

Fabiana suggerisce, rifacendosi a Watzlawick, di adattarsi al proprio disturbo.
Un passaggio strategico rappresentato in scena dallo sfociare dei diversi comportamenti nevrotici in una danza fluida, energica e gioiosa.

"Non si tratta - spiega Fabiana - di sottrarsi al processo terapeutico, ma di accettarsi in toto e di ammettere di avere un problema".
In questo modo si creano i presupposti per un vero e proprio processo di rinascita, dove sia possibile reincollare i pezzi.




Nevrotika è  un vero e proprio inno al riconoscimento, al rispetto e alla valorizzazione delle proprie legittime fragilità, come sottolinea la stessa autrice, in scena assieme a Valeria Frallicciardi e Giulia Musciacco.



Solo questo riconoscimento, infatti, permette di passare dal rendersi ostinatamente infelici e artefici di una vita impossibile a una consapevolezza salvifica.
L'opera si articola, in un certo qual modo, in monologhi giustapposti, a costituire un finto dialogo che rappresenta una conversazione patologica tra patologie.

Sapiente l'uso dei registri stilistici, con una cifra narrativa prevalente che affida all'ironia, con picchi di comicità, a volte ostinatamente indotta,  il racconto di queste esistenze segnate dal dramma, a sfatare il mito che il riso appartenga solo agli spettacoli comici.
 
Ora rimaniamo in attesa e in ascolto dei prossimi appuntamenti: per ora si sa solo che Fabiana sta lavorando a un nuovo spettacolo che debutterà tra gennaio e febbraio 2023.


In sintesi

NEVROTIKA VOL.7-8-9

una produzione ETCetera Officine Culturali

scritto e diretto da Fabiana Fazio

con Fabiana FazioValeria FrallicciardiGiulia Musciacco

movimenti coreografici Cecilia Lupoli

assistente alla regia Marianna Pastore

disegno luci e allestimento Angela Grimaldi

aiuto scene Barbara Veloce

costumi Alessandra Gaudioso


Ph. Pino De Pascale

sabato 30 maggio 2020

Tramonti di cartone: quando il monologo esistenziale sa farsi dialogo foriero di consapevolezza



Tramonti di cartone non racconta una sola storia ma tanti frammenti di storie: frammenti aguzzi, taglienti, che restituiscono al lettore dei segmenti di speranze disilluse, di paure, di ossessioni e di possessioni. 

Sì perché si può essere posseduti: da una paura che diventa nevrosi, da un legame che diventa legaccio, dal un amore finito o interrotto che si rifiuta di sfumare nella dolcezza del ricordo, ma resta arpionato al cuore, creando un dolore costante, con picchi acuti. 

E’ il senso acuto della separazione, dell’abbandono, della perdita, accompagnato però anche dalla speranza di non essere davvero soli. Una speranza che nasce da una condivisione autentica, trovando il proprio presupposto in una comune radice umana di fragilità, fallibilità e caducità, ma anche di empatia e resilienza.

Il tramonto, come sottolinea uno degli autori, Marcello Affuso, è proprio questo: un momento di passaggio verso nuove fasi e consapevolezze. E’ la luna che ancora deve spuntare; è il sole che sta per immergersi nel mare o nascondersi dietro un massiccio montuoso. 

I tramonti, poi, sono di cartone: infatti, è sul cartone che si possono sfumare meglio le tonalità pastello, quella arancione di un meriggio intenso; quella marrone di un terreno fecondo, che però a volte diviene arido e bruciato; quella verde dell’erba fresca ed odorosa, che ha il colore ed il sapore dei nuovi inizi possibili all’insegna del riscatto.

Un effetto alchemico ottenuto fondendo insieme varie nuance, anche quelle apparentemente più in contrasto, con le fibre legnose del cartone, che, talvolta, in seguito a forti sollecitazioni,  possono anche accartocciarsi, fendersi, deformarsi, “ferirsi” con grande facilità.

Il fascino e l’intensità di questo dialogo a più voci, dove si sommano vari monologhi interiori, con Valentina Bonavolontà, Giulia Verruti, Marcello Affuso, che trovano il loro contraltare nei disegni di Federica Crispo e nelle foto di Erica Bardi , risiede nel fatto che gestalticamente, sappiano dare vita ad una qualità emergente, ad un tutto che ha in sé qualcosa di molto diverso e più ricco della mera somma delle parti. 

E’ la possibilità concessa, non scontata né usuale, di guardare un medesimo frammento esistenziale riflesso e moltiplicato in vari specchi, da più angolazioni e prospettive, declinandolo attraverso diversi codici espressivi: la poesia, la prosa, i disegni, le fotografie. 

Una perfetta specularità e complementarietà li caratterizza, ma in ciascuno di essi si respira forte anche la storia e il percorso specifico, l’identità, del suo autore. 

Un’identità che, pur non perdendosi né annullandosi, sa farsi, attraverso un processo di sapiente amalgama, avvenuto in maniera naturale, senza forzature, scambio e confronto, collettività.

Ne nasce un percorso di costante ricerca di sé, tra occasioni afferrate, in extremis, in ostinata controtendenza, sull’orlo di una presa di consapevolezza e di una dimostrazione del coraggio di essere e diventare se stessi. Di possibilità perse, mancate, sfumate. Di promesse fatte, mantenute, violate. Di ritrovamento e di riconoscimento di se stessi, per poi rispecchiarsi nell’altro, tra somiglianze e differenze, pur nel rispetto della sua imprescindibile ed irriducibile specificità ed alterità.

lunedì 23 dicembre 2019

Napoli e la bellezza in mostra tra sacro e profano


Popolo d'amore o popolo di libertà avrebbe chiesto Luciano De Crescenzo? I Napoletani sono, si sa, un popolo d'amore: quindi a noi piace il presepe: lo ribadisce anche Eduardo quando chiede al figlio, con stizza e delusione crescente, "T' piace o' presepe?"

Anche se tutto sommato nemmeno l'albero con le sue luci ed i suoi addobbi è disdegnato, perchè i Partenopei, in bilico tra un pastore e un omino di latta, ci stanno bene, così come mantengono il giusto equibrio tra spiritualità cristiano-cattolica e pagana, come testimoniato dall'antropologo Ernesto De Martino nel suo Sud e magia, dove analizza gli usi ed i riti legati al malocchio ed alla jettatura (o Jattura).

Nei prossimi giorni, dunque, spazio ad un bel bagno rilassante, da veri uomini d'amore che danno valore al tempo della condivisione e del benessere.

Dopo, però, prendetevi il vostro giusto  tempo per visitare l'esposizione di arte presepiale Natale è a Napoli, dedicata a quella forma di artigianato tipico che affonda le radici nel '700 e trova una forma espressiva in ogni casa, con una tradizione secondo la quale al presepe, alla sua struttura, ai suoi personaggi, alle casette ed al laghetto con l'acqua che zampilla, si lavora tutto l'anno, con uno zelo che si trasmette di padre in figlio.

Arte presepiale al cubo, è il caso di dire: trasposta non solo in oggetti d'artigianato di raffinata fattura, ma anche in immagini, proposte in una doppia versione: una mostra a latere, a cura di Rosario Morisieri, fortemente voluta dal prorettore dell'Ateneo Federiciano, Arturo De Vivo, dedicata agli antichi mestieri partenopei: non solo maestri artigiani, ma anche legatori, pizzaioli, orologiai, gli stessi fotografi, e tanto altro. Tre è il numero perfetto, che porta fortuna, e tre sono le opere che ogni autore in mostra espone. Sono ritratti anche gli artisti intenti nella realizzazione dei loro pezzi unici ispirati all'arte del presepio. 



Location il Real Museo Mineralogico in via Mezzocannone, 8, che annovera questa doppia esposizione tra le attività che il Centro Musei dell'Ateneo federiciano organizza per le festività natalizie. 

Fino al 5 gennaio 2020, dunque saranno esposte le opere di alcuni maestri di arte presepiale in perfetta armonia con le forme, i colori, i riflessi magici, dei minerali esposti pemanentemente in quegli spazi, a  memento delle ere passate, presenti e future. 
 
Opere in mostra di: Tiziana D'auria, Antonio Esposito, Pasquale Manzo, Claudio Cuomo,  Vincenzo e Gianluca Sorgente, Carmine Menna, Vincenzo Canzanella, Guglielmo Muoio, Marcello Aversa, Gianni Sinno, Sergio Pinfildi, Sofia Fer ed i fotografi Annunciata Romano, Federico Righi, Angelo Moscarino, Teresa Spagnoletti, Salvatore De Rosa, Giulia Morrica, Imma Auriemma, Francesca Fratta, Roberto Palmieri, Antonella Dini.

Per i visitatori una bella sorpresa: la possibilità di portare con sè un pezzetto di quella magia e di regalarla per augurare un sereno Natale: saranno infatti donate delle cartoline, realizzate grazie alla collaborazione tra il Comune di Napoli, l'Ateneo Federiciano ed il Centro Museale delle Sciene Naturali e Fisiche.

A realizzare gli scatti il fotografo Bruno Ciniglia.

"Gli scatti che fermano la magia e la bellezza di questi pezzi d'artigianato - dice - sono stati realizzati nel mio studio prima dell'allestimento".

IL PERCORSO

Quest'anno l'arte di Bruno Ciniglia ha avuto vari significativi momenti in cui fare mostra di sè.

Tra i vari snosi tematici, si è conclusa il 12 novembre scorso la V Edizione del Napoli Expó Art Polis

"Lo scatto relativo a 5 persone che rappresentano i 5 continenti - spiega Ciniglia - era esposto nel formato di 100cm x 200cm. Tra le oltre 200 opere realizzate attraverso varie tecniche e linguaggi, tra pittura, scultura e fotografia, proprio la mia, con mio grande onore e con immensa gioia, è stata scelta come fotografia rappresentativa del tema dell’Expo’ e utilizzata, di conseguenza, per il comunicato stampa della rassegna d’arte del Mediterraneo. In base a questa pregnante rappresentatività, è stata poi pubblicata su numerose testate giornalistiche a carattere regionale e nazionale, a corredo del racconto dell'esposizione. Il messaggio che volevo lanciare con questa foto, che ha trovato una lettura speculare e sincronica da parte dei visitatori era: Mille colori, Napoli Città dell’accoglienza. ".

L'autore ribadisce come lo scatto alluda a cinque continenti, cinque etnie, cinque ideologie. Napoli/Italia/Europa è incarnata dalla giovane ragazza che domina la fotografia e accoglie, con sguardo autorevole ma sereno, gli altri cinque continenti, compreso il continente americano che, con fare dubbioso altero e ipercritico, di sufficienza, osserva il resto del mondo. Sullo sfondo si nota sollevarsi un fumo colorato, che non a caso riproduce i colori dei cerchi olimpici: quindi i colori inclusi in tutte le bandiere delle nazioni.





Particolarmente amata ed apprezzata una piccola chicca: La rosa mille colori, stampata nel formato 20cm x 20cm e incorniciata con  passa passepartout 50cm x 50cm, contornata da una cornice bianca in legno massello.

"Incuriosiva tutti - continua il fotografo -  in quanto credevano fosse un dipinto. In realtà era una  fotografia stampata su un supporto serio, ovvero, carta Hahnemühle museum fine art Rag matte, che dava una forte sensazione di profondità data dall’elevato contrasto ottenuto dal tipo di illuminazione, utilizzato in studio per la realizzazione, dall’elevata qualità prodotta dalla Pentax 645z e dall’obiettivo macro Pentax 120mm (parliamo di medio formato digitale)".

Il senso di accoglienza è trasmesso dal dialogo tra i vari colori che caratterizzano la rosa, integrandosi armoniosamente tra loro, e che avvolgono nel loro abbraccio protettivo il bocciolo che pian piano si apre all’esterno rendendosi completamente disponibile. Un inno alla vita è rappresentato, come evidenzia lo stesso autore, dalle goccioline di rugiada che delicatamente bagnano i petali del fiore, abbeverandolo.



"La qualità ed il pregio di questa fotografia - continua Ciniglia - sono state riconosciute pienamente dal pubblico. Non a caso è stata venduta al Pan al costo di 500 euro. Una visitatrice e suo marito se ne sono innamorati e l’hanno acquistata durante il finissage".

Oltre che a Napoli Expo' Art Polis, svoltasi al Palazzo delle Arti di Napoli, Bruno Ciniglia è stato presente, con le sue opere, anche alla mostra Mare Nostrum, ospitata nei suggestivi scorci di Castel dell'Ovo.



Duplice veste, da autore e tutor di giovani leve, per un'altra esposizione, ubicata nel Complesso monumentale di San Domenico Maggiore: I colori dell'Inclusione, caratterizzata da ben 133 foto, realizzate da 49 fotografi.

"Assieme ad altri sei valenti colleghi abbiamo supervisionato il lavoro di sette gruppi composti da sei fotoamatori che, con il loro intuito, la loro passione e la nostra guida, hanno realizzato dei progetti formati da 3 fotografie legate tra loro da una storia o un tema comune, che narrano le variegate vie dell'inclusione".

venerdì 22 marzo 2019

La sentinella di Elsinore: in scena il complesso rapporto con l'aldilà

Un percorso laboratoriale di un anno, in cui i ragazzi imparano le tecniche nevralgiche che deve padroneggiare un attore. Impegno e dedizione, che, sia ben chiaro, non si esaurisce qui, ma che durerà almeno 10 anni, in un percorso progressivo, per chi voglia intraprendere la carriera attoriale. Lezioni di training fisico e vocale, per perfezionare non solo la dizione, ma per vibrare al ritmo del respiro del personaggio da interpretare e per sentire nel profondo ed autenticamente emozioni e sentimenti.

A condurre i ragazzi in questo viaggio Giuliana Pisano e Salvatore d'Onofrio dei Quartieri Airots.

Quattro le fasi laboratoriali: la prima dedicata allo studio del personaggio scelto, con il testo nella sua versione originaria  (l'anno scorso l'Antigone e, da martedì 19 marzo, l'Elettra), la seconda dedicata alle varie versioni del testo, rielaborato nel corso del tempo da numerosi autori, mentre negli ultimi tre mesi si sceglie la specifica versione da reinterpretare e riadattare e poi, come fase finale, arriva la messa in scena ed il confronto "in vivo" con il pubblico.

Nello spettacolo La sentinella di Elsinore, rappresentato nel Teatro dei 63, ospitato negli ambienti della Chiesa del Carminiello a Toledo, ci si è confrontati con Shakespeare ed il suo Amleto, trasposto in atmosfere contemporanee.

In scena Nicola Conforto, Ivan Iuliucci e Mariano Savarese. Il testo e la regia sono di Giuliana Pisano. L'aiuto regia di Lorenza Colace. L'allestimento scenico di Salvatore D’Onofrio. Le musiche di Alessandro Cuozzo, mentre la consulenza costumi è di Alessandra Gaudioso.

La sentinella di Elsinore conta le stelle per fugare inquietudini e malinconie, per scacciare pensieri tormentosi e per evitare di impazzire. Suo fido amico Amleto, il suo "Lord", inizialmente incredulo sulla reale esistenza dello spettro del padre, ma poi sempre più consapevole della sua missione di riscatto del nome e della dignità paterne.



Ad alternarsi sulla scena vari spettri: quello del re morto prima di portare a termine il suo mandato. Quello di una sposa che non conoscerà mai le gioie del matrimonio, in vista del quale intrecciava ghirlande profumate. Quello di una bimba che cerca ancora i dolciumi, quale premio del suo essere stata brava.

Grande assente Tecla, lo spirito della donna e sposa amata da Bernardo che, seppur invocata varie volte, non si presenterà mai, dato che non prova i medesimi sentimenti per il marito, cui la legavano solo il senso del dovere ed il rispetto delle convenzioni sociali.

"Ad essere centrali tanto nella versione originaria di Amleto quanto in questa rivisitazione - spiega l'autrice e regista Giuliana Pisano - sono il desiderio e la manipolazione, ed attualmente esistono tanti manipolatori e fanno danni, nonchè lo spettro, la cui esistenza viene assunta come un dato di fatto".

Una rivisitazione in cui trovano spazio gli stessi dubbi dell'autrice, ma anche incursioni e riflessioni sull'attuale situazione politica.

Con l'avanzare dell'interazione sulla scena, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia sempre più, fino a generare nello spettatore una confusione pervasiva su chi sia ancora in vita e chi no.



Nel frattempo, si dipanano i dubbi dei protagonisiti su cosa ci sia nell'aldilà, frammisti ai sentimenti di tenerezza per chi non c'è più, dai nonni al piccolo animale domestico,  con i quali si vorrebbe instaurare un "colloquio di amorosi sensi".

"Nel aldilà - continua la regista -  si troverà la verità. La verità vince sempre ed è l'unica speranza. Ma mentre siamo da quest'altro lato la verità può essere solo cercata ed intuita . Solo dall'altra parte tutti i dubbi verranno definitivamente sciolti".

Il teatro diviene non solo specchio della vita, ma anche magistra vitae, palestra in cui allenarsi alla tenacia, alla disciplina, ed all'autenticità del sentire.

"Ai miei allievi - evidenzia Giuliana - dico sempre che possono e devono sbagliare. Siamo in un'epoca di perfezionismo esasperato, in cui tutto dev'essere perfettamente padroneggiato, ma durante le prove è necessario sbagliare. Non a caso si chiamano così".

I diktat tirannici dell'epoca contemporanea non abitano il palco del teatro e non sono neanche ospiti graditi. Su quelle tavole, invece, sbagliare, procedere per tentativi ed errori, diventa utile e necessario per migliorarsi ed approcciarsi al personaggio quasi come se si fosse senza pelle. Un percorso lento e faticoso, per apprendere competenze e tecniche nevralgiche.

Dalla bocca del re padre, poi, arriva una frase ,declamata in lingua napoletana, che suona come un monito " Della vita, così come del porco, non si butta niente".

Il dolore, le gioie, gli errori.... tutto può essere fonte di arricchimento se guardato e vissuto nella giusta prospettiva. Tutto è utile per vivere pienamente e fino in fondo il tempo che ci è concesso.

Ne La sentinella di Elsinore, il rapporto con i morti sembrerebbe essere diretto, senza bisogno di intermediari. Un rapporto in cui pare riecheggiare il nostrano culto delle capuzzelle, in cui un vivo ed un morto dialogano "alla pari", si aiutano e si scambiano favori.

"Non si tratta di un riferimento intenzionale - dice Giuliana - ma io sono partenopea e forse un'eco della spiritualità e della ritualità tipicamente nostrane è trapelata comunque".


Il viaggio della rassegna teatrale Allegati continua:


In calendario     
L’ora blu
22-23-24 marzo – Quartieri Airots
Human Animal
26-27 aprile – Teatro dei 63
Rosa Balestrieri
10-11-12 maggio – Quartieri Airots

martedì 7 agosto 2018

Hortus Conclusus: la cultura racchiusa in un giardino

Hortus conclusus, ossia cinema, arte, danza, teatro e dibattiti a Novi Ligure, arriva alla quarta edizione che ne consacra crescita, continuità e successo. 

L'ideazione e la programmazione è a cura di Andrea Lanza.

Metti, insomma, una rassegna capace di rinfrescare l'estate con iniziative "pensanti" e divertenti, mai noiose.

Il suggestivo scenario è rappresentato dai giardini interni ad abitazioni e locali, espressione tipica dell'architettura locale.

Ben 31 appuntamenti che si snoderanno fino al 9 settembre, prevedendo, solitamente, due appuntamenti, uno dedicato alla discussione ed al confronto su temi sociali "spinosi" (il talk) ed un dialogo su altrettanti argomenti interessanti, che costituiscono un viaggio tra le culture, gli usi, le tradizioni ed i costumi.

Si va dalle proiezioni cinematografiche d'essai ai workshop, passando per le esibizioni di danza butoh, per arrivare ai consigli su come parlare in pubblico, senza dimenticare le dissertazioni sulla filosofia del logos (ecologia della parola), la declamazione cantata di sonetti shakspeariani, il viaggio nei miti del rock, un'intrigante spiegazione inerente i tarocchi, un viaggio in città e nella tradizione sufi e le pratiche teatrali per lo sviluppo di un senso di comunità ed umanità diffuso.

Anch'io ho avuto l'onore di esserne un po' protagonista, essendo stata invitata a parlare della mia ricerca su Disabilità fisica e sessualità tra tutela della salute, bisogni ed autodeterminazione.




Molte le persone intervenute nonostante il caldo equatoriale e l'argomento spigoloso, contribuendo a creare una discussione viva ed interessante che si è mossa sulla natura dei bisogni che caratterizzano una sfera dell'esistenza complessa e multiproblematica; sull'importanza della tutela della salute, della dignità umana e della reale possibilità ed indipendenza delle scelte, tali da poter orientare la rotta verso chi si vuole diventare, selezionando gli obiettivi prioritari.

Location d'eccezione il Dorian Gray Bistrot, un posto che sembrava essere uscito direttamente da un romanzo gotico o da un libro di avventure di Salgari, diviso tra angoli pittoreschi e tè aromatici che parlano di un giro attraverso il mondo e le culture più disparate.




Il giorno prima, giovedì 2 agosto, ad affascinare, a via Paola da Novi, 23, Luigi Nazzareno Todarello, con il suo affascinante viaggio nei costumi e nell'abbigliamento tipico di un'epoca denominato "Eros e distinzione". I costumi tipici di un'epoca con le loro connotazioni e differenze ci parlano del conflitto intergenerazionale e con la loro levità, invece, ci comunicano la disponibilità sessuale femminile al di là delle scelte e della volontà individuale.




Venerdì 4 agosto, dopo il mio intervento, a via Monte di Pietà 2, nello splendido giardino di Oscar, è stata la volta dell'architetto madrileno Mariangeles Exposito Peinado che ci ha narrato dell'incontro tra Occidente ed Oriente, attraverso il concetto del Paradiso, incarnato dal duplice volto, a seconda dei periodi, dei giardini giapponesi.



La prima versione, infatti, strizza l'occhio alla sovrabbondante cultura cinese: ricco di colori, sfumature e dettagli. Un profluvio di acqua e verde lussureggiante.

La versione del buddismo zen, invece, è essenziale, poichè la cultura giapponese ragiona per "sottrazione" e semplificazione. Rocce e sabbia, che rinviano simbolicamente al mare ed alla sua valenza.

E poi le mistioni tra i due stili e le suggestioni reciproche attraverso i secoli.




Appuntamenti tutti da gustare e che fanno riflettere,nutrendo la mente e l'anima. Pausa prevista solo la domenica ed il lunedì di ogni settimana, per meglio assaporare e rielaborare le riflessioni e le emozioni.sarà la volta di 

Mercoledì 8 agosto, alle 21 precise, in via Antonio Gramsci, 43, sarà la volta del Piccolo cinema InHortus: spezzoni di film, aneddoti, citazioni e racconti, in cui Andrea De Rose evocherà le vicende e i protagonisti di un'epoca cinematografica lontana e innovativa, che fu attraversata da giovani stelle quanto da vecchie glorie. Un momento storico indimenticabile, che fu animato da grandi amori, odi, tradimenti, gesti incredibilmente generosi, spesso in contraddizione tra loro, che si dipanarono sulla vita quanto sulla scena. Iter affascinante per cinefili e non!

Per rimanere aggiornati tenete d'occhio la pagina Fb della rassegna disponibile qui

Stay tuned!


giovedì 31 maggio 2018

Una storia confusa: andare avanti per capire il passato

 Se quella che canta Gianluca Grignani  è "La sua storia storia tra le dita", quella raccontata da Enrico Pentonieri è Una storia confusa (Europa Edizioni).

Quello che l'autore ricostruisce è un microcosmo di amici, Andrea, Michele, Marina, Lara, Gemma.  I tempi e gli episodi delle loro esistenze si intrecciano, a volte si sfiorano solo, altre volte si scontrano, deragliano, per poi riannodare i fili. Quegli stessi fili che troppo spesso, per le vite di ognuno, finiscono per essere tranciati.

Abbiamo fatto una chiacchierata con l'autore per farci raccontare da lui il "suo" senso ed i frammenti di vita che rifluiscono in questo libro.

D. Perchè la tua è Una storia confusa?
, R. Perchè gioco volutamente sull'ambiguità temporale delle vicende narrate. D'altronde anche i tempi della scrittura di questo libro sono stati atipici, caratterizzati da brusche accelerazioni, interruzioni e veri e propri salti temporali. Ho scritto i primi quattro capitoli tutti d'un fiato. Poi vi è stato uno stop di circa un  anno e mezzo e, altrettanto all'improvviso mi sono detto "Quasi quasi lo finisco!"... nonostante avessi perso il filo conduttore. Anche la pubblicazione è arrivata quasi per caso. Mio padre, che si era appassionato all'idea, ha inviato la bozza a diverse case editrici ed  un bel giorno è arrivata una risposta positiva.

D. Il protagonista Andrea è molto legato ai suoi amici: sono in qualche modo il suo alterego, gli sono complementari e necessari. Ciononostante li delude, a volte li tradisce e li abbandona. E non farà mai un vero sforzo per recuperare il rapporto che avevano, per cercare un riavvicinamento autentico. Perchè?

R. Andrea distrugge i ponti ed i legami dietro di sé per non tornare indietro, perché è consapevole che la vita va vissuta in avanti. In tal senso, nella sua apparente confusività, la temporalità del romanzo è logica. A prima vista, quello che ruota intorno al protagonista non sembrerebbe essere importante. Andrea è protagonista, e vittima al contempo, del proprio egocentrismo. Costruisce ed alimenta il mito di se stesso. A volte si ritrae da alcune esperienze pur di mantenere intatto quell'immagine mitizzata, affinché il suo interlocutore non entri davvero in contatto e si confronti con le sue fragilità. Ma alle sue capacità e potenzialità, a quel mito, in fondo non crede fino in fondo neanche lui.



D. Qual è l'obiettivo di questo libro?

R. Far emergere una consapevolezza: che alla fine è il contorno di persone che aveva accanto ad aver permesso al protagonista di fare ciò che fa. Da soli, infatti, non si va da nessuna parte. Si è trattato di una scrittura terapeutica, a metà tra il dialogo interiore e lo 'sfogo' tra amici. D'altronde, per me la scrittura è sempre stata importante: scrivo, per me stesso, da quando avevo tredici anni. Questo romanzo mi è servito per riannodare i fili. Spesso si ricordano in ordine sparso le cose che hanno modificato le scelte della propria vita. Attraverso la scrittura si può riuscire a ricostruire un senso.

D. Dove e quando è ambientata la storia?

R. Non vi sono connotazioni temporali e geografiche. Il vero protagonista, infatti, è lo stato d'animo. Credo che non sia indispensabile identificare il luogo, anche se alcune atmosfere sono inequivocabilmente partenopee. L'identificazione, invece, potrebbe essere di tipo generazionale.



D. E lo stile?

R. Il linguaggio è volutamente "inurbano" e pieno di errori sintattici. Vi è un'attenta scelta di parole slang.


domenica 13 maggio 2018

La legge Basaglia: una riflessione 40 anni dopo

Compie quarant'anni la legge Basaglia, troppo riduttivamente ricordata come quella che ha segnato la chiusura dei manicomi.

Spesso ingiustamente accusata di essere "colpevole" di aver rimesso in libertà dei "pazzi" che poi hanno arrecato danno alla collettività con gesti sconsiderati e violenti.

Tacciata di errori e mancanze, di colpe, dovute alle falle di una struttura sociale dove troppo spesso la "produttività", intesa come surplus economico che l'individuo riesce a produrre ed a garantire nell'immediato, è l'unica misura del valore dell'individuo e dove si vale solo se si rappresenta e si offre qualcosa che è quantificabile ed ha un prezzo.

Invece, la Legge Basaglia è e fu artefice di un nuovo approccio all'individuo con sofferenza mentale e psichica. Un'approccio desanitariazzato, una prospettiva sociale dove si tentava di ridare legittimo diritto di cittadinanza e dignità alla persona in quanto tale.

"In base all'approccio in animo alla legge Basaglia - sottolinea il direttore del dipartimento di salute mentale della Asl Napoli 1 Centro Fedele Maurano - dove non c'è libertà non c'è cura. Quindi non si può fare salute mentale in carcere". E di conseguenza, in nessuna istituzione totale, secondo il termine coniato dal sociologo Erving Goffman.



Secondo la spiegazione di Maurano, fino al 1978 vigeva una legge, risalente al 1914, che aveva subito una lieve modifica nel 1965, in base alla quale ai cosiddetti "pazzi" non era riconosciuto alcun tipo di dignità e tutela.

La reclusione, di tipo non curativo e riabilitativo, bensì reclusivo, veniva ordinata anche per una lieve alterazione dello stato di coscienza, o ancora per motivi ereditari, per mettere a tacere chi faceva indagini e domande scomode o rispetto a chi veniva percepito come "diverso"  nello  stile e  nelle scelte di  vita.

"L'impegno a favore del miglioramento della qualità di  vita dei pazienti, attraverso un'implementazione dei  servizi -  continua Maurano - non fa notizia. Esistono ancora stereotipi striscianti  che associano la sofferenza mentale ad una vergogna da nascondere. Quello  che dovrebbe fare notizia,m in negativo, non è il sofferente psichico che, preso da delirio, accoltella la madre, bensì tutto il background di degrado, mancanza o insufficienza di servizi, scarsità di risorse e mancata valorizzazione delle competenze più adeguate, che ha permesso che una tragedia del genere potesse consumarsi. Attualmente l'approccio è sempre più sanitarizzato ed affidato quasi escludsivamente a medici ed infermieri. Sono insufficienti psicologi, antropologi,. assistenti sociali: in tutto poco meno di 30mila operatori".



A conti fatti, vi sono 20mila persone "in accompagnamento" e cura  a carico del Dipartimento di Salute mentale, tra servizi territoriali ed ospedalieri della ASL Napoli 1.

La sofferenza psichica, secondo l'approccio proposto da Basaglia, non è solo un "problema" della persona, di carattere sanitario, bensì dell'intera collettività e necessita di un intervento trasversale, di tipo sociale.

Attualmente, dunque, sembrerebbe che si sia fatto un deciso, e doloroso, passo indietro. Proprio per questo è importante denunciare, anche attraverso gli organi di stampa. Perchè, come ribadiscono gli organizzatori dell'incontro, dedicato ai 40 anni, anche recuperare la capacità di "dire", il coraggio delle cose dette, per quanto pesanti, dure e scomode, può avere un effetto dirompente al pari dell'impegno a costruire servizi davvero funzionali, cui venga destinata un'adeguata percentuale di risorse.

Per uscire dalle sabbie mobili di un approccio alla salute mentale basato sulla psicopatologizzazione occorre ascoltare, scambiarsi visioni, curare le relazioni, curare la sfera emotiva, come hanno ricordato gli addetti ai lavori. occorre rifuggire dai mezzi di contenzione e dall'applicazione coattiva della violenza.

STORIE CHE SI INTRECCIANO ALL'OSPEDALE LEONARDO BIANCHI

Dopo vent'anni dalla chiusura dei manicomi, , La Regione Campania ha autorizzato la vendita del Bianchi, affinchè la struttura possa essere "messa a reddito" ed i soldi ricavati possano essere destinati ai servizi ospedalieri e territoriali dedicati alla salute mentale.



La parte anteriore monumentale è previsto rimanga, invece, proprietà della ASL Napoli 1.

"Per molti - racconta il giornalista Francesco Romanetti che per 'Il Mattino' ha curato uno speciale dagli archivi dell’ex manicomio Leonardo Bianchi - entrare in questo ospedale psichiatrico equivaleva a morire anzitempo. Non a caso molte delle 60mila cartelle dei pazienti parlano di decessi".

In quei padiglioni, dove i pazienti erano divisi in "Tranquilli", "Sudici", "Agitati", "Furiosi" (e poi venivano gli ambienti dedicati alla chiesa ed all'obitorio), si poteva finire per molti motivi, alcuni futili, altri legati a mera discriminazione sociale, altri ancora per volontà dolosa di parenti ed antagonisti.

Bastava, ad esempio, come racconta chi quelle storie le ha vissute indirettamente o raccontate e denunciate, che alcuni parenti si mettessero d'accordo per far internare un loro congiunto ed impadronirsi così dell'eredità o del patrimonio. O ancora essere impotenti, ninfomani o omosessuali, dal "contegno" ritenuto puerile, inidoneo, o "femminile".

In manicomio finivano anche i cosiddetti "scemi di guerra": persone che, segnate dalla ferocia dei conflitti e dalla violenza, finivano per perdere il senno. O, al contrario, coloro che fingevano turbe psichiche per non fare il soldato ed essere arruolati.

Tante le storie di tristezza e malinconia.
Come la vicenda della "donna scimmia". Finita all'Annunziata a soli tre mesi, questa bimba non camminava nè parlava. A credere in lei, nelle sue potenzialità e nel suo riscatto umano possibile, un'operatrice che le insegnò a parlare e camminare, ma che, purtroppo, poi venne trasferita.



A quindici anni, la giovane si svegliò, di notte, in un letto trasformato in un lago di sangue a causa del primo mestruo.

Digiuna di spiegazioni, di figure di riferimento e presa dalla paura per l'accaduto, la poverina si mise ad urlare spaventata e fu ricoverata in manicomio, perchè reputata pazza. Manicomio dove trascorse quasi tutta la vita, fino a 62 anni, abbrutendosi, in uno stato di degrado ed abbandono. Spesso non si lavava nè vestiva e viveva accasciata a terra. il corpo, a causa dei tanti medicinali assunti affinché fosse sedata, si ricoprì di peluria. 

Da qui il terribile appellativo. Sta di fatto che quando la donna lascìo l'ospedale, benchè ormai in là con gli anni, appariva carina.

Come canta Caetano Veloso "visto da vicino nessuno è normale". Molto pericolosa, poi, è quella finta vicinanza che allontana, alimentando la diffidenza.

Alla dialettica tra normalità e pazzia è dedicato il corto, realizzato da Alessandra del Giudice e Giovanna Amore di Napoli città solidale "Io (non) ci metto la faccia",https://www.youtube.com/watch?v=lnmLM1P_ie4, che racconta storie di disagio ma anche di riscatto esistenziale e di come sia facile "scivolare" nella follia ed essere etichettati come "matti", perdendo la fiducia, la considerazione ed il rispetto da parte dei propri interlocutori.

Al confronto Com'è cambiata l'informazione a 40 anni dalla legge Basaglia, su lessico, temi legati alla salute mentale e deontologia anche Ottavio Lucarelli, presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Campania, il consigliere Vincenzo Esposito, il direttore dell’Emeroteca Tucci Salvatore Maffei (a lungo giornalista di giudiziaria per importanti quotidiani e riviste nazionali), il presidente di Gesco Sergio D’Angelo che ha partecipato al processo di dismissione dagli ospedali psichiatrici e al reinserimento degli ex internat,; e il sociologo visuale Marco Rossano, organizzatore del Premio Cinematografico Fausto Rossano dedicato alla salute mentale.

La chiave di volta, forse, sta nel passaggio dall'emarginazione, intesa come una ferita, una frattura, una cesura, un'espulsione (dal gruppo di riferimento e dalla collettività), ad una rimarginazione possibile, basata sulla tutela della dignità e sul rispetto del diritto di cittadinanza, su un processo di inclusione a 360 gradi.