Se quella che canta Gianluca Grignani è "La sua storia storia tra le dita", quella raccontata da Enrico Pentonieri è Una storia confusa (Europa Edizioni).
Quello che l'autore ricostruisce è un microcosmo di amici, Andrea, Michele, Marina, Lara, Gemma. I tempi e gli episodi delle loro esistenze si intrecciano, a volte si sfiorano solo, altre volte si scontrano, deragliano, per poi riannodare i fili. Quegli stessi fili che troppo spesso, per le vite di ognuno, finiscono per essere tranciati.
Abbiamo fatto una chiacchierata con l'autore per farci raccontare da lui il "suo" senso ed i frammenti di vita che rifluiscono in questo libro.
D. Perchè la tua è Una storia confusa?
,
R. Perchè gioco volutamente sull'ambiguità temporale delle vicende narrate. D'altronde anche i tempi della scrittura di questo libro sono stati atipici, caratterizzati da brusche accelerazioni, interruzioni e veri e propri salti temporali. Ho scritto i primi quattro capitoli tutti d'un fiato. Poi vi è stato uno stop di circa un anno e mezzo e, altrettanto all'improvviso mi sono detto "Quasi quasi lo finisco!"... nonostante avessi perso il filo conduttore. Anche la pubblicazione è arrivata quasi per caso. Mio padre, che si era appassionato all'idea, ha inviato la bozza a diverse case editrici ed un bel giorno è arrivata una risposta positiva.
D. Il protagonista Andrea è molto legato ai suoi amici: sono in qualche modo il suo alterego, gli sono complementari e necessari. Ciononostante li delude, a volte li tradisce e li abbandona. E non farà mai un vero sforzo per recuperare il rapporto che avevano, per cercare un riavvicinamento autentico. Perchè?
R. Andrea distrugge i ponti ed i legami dietro di sé per non tornare indietro, perché è consapevole che la vita va vissuta in avanti. In tal senso, nella sua apparente confusività, la temporalità del romanzo è logica. A prima vista, quello che ruota intorno al protagonista non sembrerebbe essere importante. Andrea è protagonista, e vittima al contempo, del proprio egocentrismo. Costruisce ed alimenta il mito di se stesso. A volte si ritrae da alcune esperienze pur di mantenere intatto quell'immagine mitizzata, affinché il suo interlocutore non entri davvero in contatto e si confronti con le sue fragilità. Ma alle sue capacità e potenzialità, a quel mito, in fondo non crede fino in fondo neanche lui.
D. Qual è l'obiettivo di questo libro?
R. Far emergere una consapevolezza: che alla fine è il contorno di persone che aveva accanto ad aver permesso al protagonista di fare ciò che fa. Da soli, infatti, non si va da nessuna parte. Si è trattato di una scrittura terapeutica, a metà tra il dialogo interiore e lo 'sfogo' tra amici. D'altronde, per me la scrittura è sempre stata importante: scrivo, per me stesso, da quando avevo tredici anni. Questo romanzo mi è servito per riannodare i fili. Spesso si ricordano in ordine sparso le cose che hanno modificato le scelte della propria vita. Attraverso la scrittura si può riuscire a ricostruire un senso.
D. Dove e quando è ambientata la storia?
R. Non vi sono connotazioni temporali e geografiche. Il vero protagonista, infatti, è lo stato d'animo. Credo che non sia indispensabile identificare il luogo, anche se alcune atmosfere sono inequivocabilmente partenopee. L'identificazione, invece, potrebbe essere di tipo generazionale.
D. E lo stile?
R. Il linguaggio è volutamente "inurbano" e pieno di errori sintattici. Vi è un'attenta scelta di parole slang.
Un blog nato per farvi appuntare l'attenzione su alcuni aspetti della realtà sociale economica e perchè no? dell'anima...attraverso le mie parole. E per assaporare gioie e dolori, confortandoci e confrontandoci, sempre e comunque. Perchè il confronto è la chiave di un reale sviluppo...
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giovedì 31 maggio 2018
martedì 8 maggio 2018
Senza confine: immagini per superare i propri limiti nell'incontro con l'altro da sè
Sarà visitabile fino a sabato 12 la personale di Viviana Rasulo Senza confine, a cura di Chiara Reale, ospitata da Castel dell'Ovo - Sala delle Terrazze.
Una mostra che, attraverso le immagini che colgono frammenti di vita e di usi e costumi, intende esplorare se stessi in rapporto all'altro da sé, fisico, geografico e sociale.
Il confine, in questa mostra, si annulla, diventando percorso, ponte, sentiero, come direbbe il pedagogista Andrea Canevaro, e non già cesura, muro, barriera.
Una mostra che gettando l'occhio da sé verso l'altro vuole proporre, quindi, il superamento di quelle convinzioni su di sé e sul proprio potenziale interlocutore che sembrerebbero ostacolare il processo di reciproco rispecchiamento e riconoscimento, impedendo di instaurare uno scambio di visioni, emozioni e suggestioni davvero autentico.
IL PERCORSO ESISTENZIALE ED ARTISTICO
Una passione, quella per la fotografia, che affonda le radici lontano, radicandosi poi, progressivamente, all'interno dell'esistenza dell'artista.
"Il mio papà - racconta Viviana - era un appassionato di fotografia. Mio nonno, invece, lavorava per l'Aviazione ed aveva acquistato un banco da ottico portatile. Sin da piccola, quindi, ho 'masticato' l'arte della fotografia. Dopo che mia figlia è cresciuta ho deciso di riprendere a studiare ed a sperimentarmi in maniera professionale"
Tra i maestri e le guide che le camminano al fianco in questo percorso di scoperta, riscoperta e crescita: Marco Monteriso, Luca Bracali, Robert Herman, Silvya Plachy, Richard Tushman.
"Il mio scopo - continua l'artista - era trovare un nuovo modo di vedere, il mio. Le mie fotografie, in tal senso, costituiscono una sorta di analisi del reale. Ne sono protagonisti, ad esempio, i nomadi e le etnie in estinzione.".
Dopo la significativa esperienza con National Geographic, Viviana Rasulo decide di girare l'occhio della macchina fotografica verso se stessa.
Ne nascono una serie di autoritratti, in cui Viviana non nasconde, anzi mostra con orgoglio, le proprie imperfezioni fisiche, proprio quelle che parlano di lei e del suo percorso, con l'intento di "indagare su se stessa".
In questo modo le foto diventano "soggettive", sposano, in maniera mobile e multiforme, un punto di vista, diventano un modo per parlare della propria vita e non solo per osservare quella altrui.
Un progetto per immagini, autoprodotto, la cui linfa viene tratta proprio dal tessuto vitale di Viviana Rasulo, presentato presso la New York School of Visual Arts.
In questo modo la macchina fotografica apre ed esplora quello che si cela dietro porte "identitarie" chiuse. Come una lama di luce si insinua dietro le palpebre serrate e dona nuovi sguardi. Scandaglia gli anfratti dell'anima ed i riverberi sul corpo.
LA MOSTRA
La mostra è il risultato di una silloge di scatti, raccolti in viaggi effettuati dal 2014 in poi.
"Lo scopo di questa mostra - non è quello di mostrare le foto migliori tecnicamente, bensì dialogare per immagini sul tema del limite, della marginalità, dell'estinzione, nello sforzo di andare oltre l'apparenza e l'etichetta. Un modo per aprire la mente".
Il racconto per immagini ha molti punti di contatto anche con un'analisi socio-antropologica che indaga i volti, gli usi e i costumi di tante culture.
Trait d'union il tentativo di cercare qualcosa in comune e che accomuni, secondo quanto ribadisce l'artista, al di là delle differenze evidenti e apparenti e della superficie, della forma che cambia e sembrerebbe rendere distanti ed inconciliabili.
Perché, ognuno, rispecchiandosi in quegli occhi, in quei visi ed in quei gesti potrebbe "individuare il proprio legittimo modo di vivere, di essere 'umani', arricchendo, il proprio sguardo".
"Sono stata in Africa spesso per lavoro, essendo una pediatra - racconta l'artista - e mi ha colpito molto il loro modo di vivere basato sulla condivisione, pur in contesti estremamente poveri. Condividere è un modo per sopravvivere.
La vita, che lotta e vince nonostante tutto. Ecco il senso di alcune macchie di colore che emergono con forza da sfondi scuri, come nel lavoro sulle migrazioni.
Dominano, in numerose foto, i colori della terra, come l'ocra e l'arancio, che si ritrovano, intessuti e frammisti alla luce, nei fili intrecciati delle vesti dei Teranga del Senegal, noti per la loro ospitalità.
Colori vivaci e lussureggianti che caratterizzano anche il paesaggio.
Le fotografie, dunque, per Viviana divengono un modo per esporsi, per donare e donarsi, per scambiare.
Le immagini divengono flussi, fiumi in piena di emozioni e parole, che si liberano e danno spazio ai sentimenti.
Immagini che permettono alle emozioni di sconfinare, ed andare verso l'altro in maniera circolare.
Un modo per essere "sconfinanti", senza invadere l'altro, ma rispettandone l'irriducibile diversità ed alterità, la legittima distanza, l'insondabile mistero.
Protagonista, dunque la differenza, ed insieme la complementarietà, culturale.
"Le foto - evidenzia Viviana - rappresentano un insieme di etnie che appartengono a luoghi diversi. Insieme costituiscono qualcosa di magico e meraviglioso. E' questo un modo per darsi il permesso per 'sconfinare', all'insegna del rispetto e dell'accoglienza".
Una mostra che, attraverso le immagini che colgono frammenti di vita e di usi e costumi, intende esplorare se stessi in rapporto all'altro da sé, fisico, geografico e sociale.
Il confine, in questa mostra, si annulla, diventando percorso, ponte, sentiero, come direbbe il pedagogista Andrea Canevaro, e non già cesura, muro, barriera.
Una mostra che gettando l'occhio da sé verso l'altro vuole proporre, quindi, il superamento di quelle convinzioni su di sé e sul proprio potenziale interlocutore che sembrerebbero ostacolare il processo di reciproco rispecchiamento e riconoscimento, impedendo di instaurare uno scambio di visioni, emozioni e suggestioni davvero autentico.
IL PERCORSO ESISTENZIALE ED ARTISTICO
Una passione, quella per la fotografia, che affonda le radici lontano, radicandosi poi, progressivamente, all'interno dell'esistenza dell'artista.
"Il mio papà - racconta Viviana - era un appassionato di fotografia. Mio nonno, invece, lavorava per l'Aviazione ed aveva acquistato un banco da ottico portatile. Sin da piccola, quindi, ho 'masticato' l'arte della fotografia. Dopo che mia figlia è cresciuta ho deciso di riprendere a studiare ed a sperimentarmi in maniera professionale"
Tra i maestri e le guide che le camminano al fianco in questo percorso di scoperta, riscoperta e crescita: Marco Monteriso, Luca Bracali, Robert Herman, Silvya Plachy, Richard Tushman.
"Il mio scopo - continua l'artista - era trovare un nuovo modo di vedere, il mio. Le mie fotografie, in tal senso, costituiscono una sorta di analisi del reale. Ne sono protagonisti, ad esempio, i nomadi e le etnie in estinzione.".
Dopo la significativa esperienza con National Geographic, Viviana Rasulo decide di girare l'occhio della macchina fotografica verso se stessa.
Ne nascono una serie di autoritratti, in cui Viviana non nasconde, anzi mostra con orgoglio, le proprie imperfezioni fisiche, proprio quelle che parlano di lei e del suo percorso, con l'intento di "indagare su se stessa".
In questo modo le foto diventano "soggettive", sposano, in maniera mobile e multiforme, un punto di vista, diventano un modo per parlare della propria vita e non solo per osservare quella altrui.
Un progetto per immagini, autoprodotto, la cui linfa viene tratta proprio dal tessuto vitale di Viviana Rasulo, presentato presso la New York School of Visual Arts.
In questo modo la macchina fotografica apre ed esplora quello che si cela dietro porte "identitarie" chiuse. Come una lama di luce si insinua dietro le palpebre serrate e dona nuovi sguardi. Scandaglia gli anfratti dell'anima ed i riverberi sul corpo.
LA MOSTRA
La mostra è il risultato di una silloge di scatti, raccolti in viaggi effettuati dal 2014 in poi.
"Lo scopo di questa mostra - non è quello di mostrare le foto migliori tecnicamente, bensì dialogare per immagini sul tema del limite, della marginalità, dell'estinzione, nello sforzo di andare oltre l'apparenza e l'etichetta. Un modo per aprire la mente".
Il racconto per immagini ha molti punti di contatto anche con un'analisi socio-antropologica che indaga i volti, gli usi e i costumi di tante culture.
Trait d'union il tentativo di cercare qualcosa in comune e che accomuni, secondo quanto ribadisce l'artista, al di là delle differenze evidenti e apparenti e della superficie, della forma che cambia e sembrerebbe rendere distanti ed inconciliabili.
Perché, ognuno, rispecchiandosi in quegli occhi, in quei visi ed in quei gesti potrebbe "individuare il proprio legittimo modo di vivere, di essere 'umani', arricchendo, il proprio sguardo".
"Sono stata in Africa spesso per lavoro, essendo una pediatra - racconta l'artista - e mi ha colpito molto il loro modo di vivere basato sulla condivisione, pur in contesti estremamente poveri. Condividere è un modo per sopravvivere.
La vita, che lotta e vince nonostante tutto. Ecco il senso di alcune macchie di colore che emergono con forza da sfondi scuri, come nel lavoro sulle migrazioni.
Dominano, in numerose foto, i colori della terra, come l'ocra e l'arancio, che si ritrovano, intessuti e frammisti alla luce, nei fili intrecciati delle vesti dei Teranga del Senegal, noti per la loro ospitalità.
Colori vivaci e lussureggianti che caratterizzano anche il paesaggio.
Le fotografie, dunque, per Viviana divengono un modo per esporsi, per donare e donarsi, per scambiare.
Le immagini divengono flussi, fiumi in piena di emozioni e parole, che si liberano e danno spazio ai sentimenti.
Immagini che permettono alle emozioni di sconfinare, ed andare verso l'altro in maniera circolare.
Un modo per essere "sconfinanti", senza invadere l'altro, ma rispettandone l'irriducibile diversità ed alterità, la legittima distanza, l'insondabile mistero.
Protagonista, dunque la differenza, ed insieme la complementarietà, culturale.
"Le foto - evidenzia Viviana - rappresentano un insieme di etnie che appartengono a luoghi diversi. Insieme costituiscono qualcosa di magico e meraviglioso. E' questo un modo per darsi il permesso per 'sconfinare', all'insegna del rispetto e dell'accoglienza".
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