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martedì 13 novembre 2018

Klimt Experience: quando il reale ed il virtuale si incontrano per creare una magia immersiva

 Napoli crea il connubio perfetto tra il sacro ed il profano, tra un afflato religioso e mistico ed una spiritualità squisitamente laica.


Lo fa facendo incontrare la mostra Klimt Experience (l'esposizione è stata inagurata il 20 ottobre scorso e sarà visitabile fino al 3 febbraio 2019) e gli ambienti suggestivi della Basilica dello Spirito Santo nella centralissima via Toledo,  ottobre scorso e sarà visitabile fino l meta di cittadini e turisti.


Lo fa con un'esposizione suggestiva, all'insegna di una realtà immersiva ed aumentata, che unisce musica, immagini digitali, oggetti fisici e realtà virtuale.


Lo fa rendendo accessibile e godibile per tutti l'arte e la bellezza, ad incarnare quel concetto di democraticizzazione del bello che ispirò Klimt ed i suoi coevi.


IL PERCORSO ESPOSITIVO


Il percorso espositivo immette subito lo spettatore nelle atmosfere che caratterizzano la pittura klimtiana e l'atmosfera del suo tempo.

Lo fa attraverso un'area buia rischiata da giochi di luce e musica che si espandono in sincrono, ad incantare lo spettatore, totalmente immerso, attraverso i vari sensi, nell'arte del pittore viennese. 



Sul soffitto, sulle pareti, sul pavimento, vengono proiettati i volti, i corpi, le forme tipiche e simboliche che caratterizzano tale pittura, mentre lo spettatore, adagiato su poltrone e divanetti, può rilassarsi e lasciarsi andare a quest'esperienza sensoriale interattiva ed immersiva.


In una girandola di forme, luci e suoni, si viene catapultati ne “Il Bacio,L’Albero della vita”, “Giuditta I”, “Danae”, ed in  molte altre opere, meno conosciute, ma pur sempre straordinariamente cariche dell’inimitabile fascino sensuale klimtiano.



Sin dall'area introduttiva didattica ci si rende conto delle due ossessioni che hanno attraversato l'esistenza di Gustav Klimt e che egli ha riverberato nelle sue opere come in mille specchi, casse di risonanza del suo sentire.


Quella per le donne,  ritratte discinte, nella voluttà del piacere o nella serena consapevolezza del proprio potere muliebre, arse nella carne dalla passione o quietamente appagate.


 "Gustav Klimt - sottolinea Federico Zeri in un suo testo - è affascinato dalla seduzione femminile, che esalta con il preziosismo delle vesti e degli ambienti in un inno alla bellezza. Quale interprete del fasto viennese è un artista stimato e vede riconosciuto il valore della sua pittura”.

La mostra è dunque un inno alle donne, con la loro pelle candida, i visi appuntiti, i capelli ed i peli pubici rossi e provocanti, il piacere dipinto sul viso in maniera ossessiva e devastante.

Le donne, chiave di volta per accedere al mistero del mondo e della natura. Per penetrare nei meandri dell'eros e della passione. 





Le donne vere custodi del senso del reale, trait d'union tra varie dimensioni, sacre vestali di eros, sensualità e sessualità.


E' dunque la donna la regina indiscussa della pittura klimtiana, padrona dell'anima del pittore, mentre l'uomo resta sullo sfondo, tutt'al più di spalle.


Ad indicare, sfocato, l'altro polo della relazione, colui con il quale trovare un punto d'incontro ed intraprendere un dialogo è forse possibile, portando a composizione gli opposti.


E' l'uomo, infatti, che, tanto nell'abbraccio quanto nel bacio, cinge a sè, con fare protettivo, la donna.


Sempre, ed anche in questo caso, le ricche vesti assumono un significato simbolico: quella dell'uomo infatti è adornata con simboli a punta ed aguzzi, quella della donna con elementi geometrici circolari, ad indicare le differenze di genere.


Altra ossessione di Klimt è quella per la natura. Una natura che poco ha a che vedere con le esplorazioni cromatiche, con le dissolvenze ed i giochi di luce, con il dinamismo e la ricerca di movimento tipico dell'impressionismo.


Nella natura, dipinta en plein air, su una barca o in un bosco, per poi completare il dipinto nel suo atelier, Klimt parrebbe cercare, invece, la stasi, l'armonia. Componenti in grado, sembrerebbe, attraverso il silenzio, di decodificare il mistero insito nella natura stessa. 
  
"Entusiasmare e meravigliare il pubblico di ogni età, invitandolo ad approfondire la conoscenza dell’uomo e dell’artista, la comprensione e la lettura stilistica delle sue opere attraverso l’esaltazione dei dettagli e della tecnica pittorica: sono questi gli obiettivi dichiarati di Crossmedia Group - società che ha ideato e prodotto il format con la consulenza dello storico dell’arte Sergio Risaliti e l’apporto creativo del regista Stefano Fomasi di Fake Factory - e di Time4Fun, partner organizzativo dell’appuntamento napoletano. L’evento, in collaborazione con le associazioni Medea e Mediterranea, è patrocinato dal Comune di Napoli.


Nella Sala degli specchi poi, è possibile vedersi dispersi e moltiplicati in tanti frammenti, che si incontrano, incrociano ed amalgamano con la materia di cui sono fatti i dipinti klimtiani: i simboli, i corpi, le allegorie, gli sprazzi di natura, la luce riflessa sull'acqua, le verticali degli alberi, il fuoco dei fiori che si accende all'improvviso...

Nella parte conclusiva dell’itinerario, con la “Klimt VR Experience” Il pubblico, grazie ad un’app sviluppata appositamente da Orwell (Milano) per i visori di realtà virtuale Oculus VR, può vivere l'esperienza di unl’immersività che diviene 3D e consente letteralmente di “entrare” dentro a quattro dei quadri più caratterizzanti il grande pittore austriaco.

Spazio, poi, agli abiti di foggia klimtiana, ricchi di colori, simboli, forme e messaggi, realizzati utilizzando le textures disegnate dal pittore stesso per l’atelier della sua compagna, Emilie Flöge.

Il reale ed il virtuale appaiono gemellati in questa mostra. Il loro è un rapporto di continuo scambio ed equilibrio dinamico. Due dimensioni che contribuiscono, senz'ombra di dubbio, a conferire all'arte quella dimensione di eternità che, come suggeriva lo stesso Klimt, le è propria.


Breve Bibliografia:
Barbara (2018), L'universo femminile di Gustav Klimt, in: https://www.barbarainwonderlart.com/2013/01/06/luniverso-femminile-di-gustav-klimt/

Corchia Lara (2014), Gustav Klimt e il mondo femminile, in: https://restaurars.altervista.org/gustav-klimt-mondo-femminile/.

Florio Federica (2017),  Klimt e le donne dietro i suoi quadri: l’esaltazione della figura femminile, in: http://www.tuttacolpadelleparole.it/curiosita-libri-e-film/gustav-klimt-le-donne-dietro-suoi-quadri/.

Note esplicative alla mostra Klimt Experience

Flied Gottfried, Klimt (Big Art), 2006, Taschen 



 

martedì 8 maggio 2018

Senza confine: immagini per superare i propri limiti nell'incontro con l'altro da sè

Sarà visitabile fino a sabato 12 la personale di Viviana Rasulo Senza confine, a cura di Chiara Reale, ospitata da Castel dell'Ovo - Sala delle Terrazze.

 Una mostra che, attraverso le immagini che colgono frammenti di vita e di usi e costumi, intende esplorare se stessi in rapporto all'altro da sé, fisico, geografico e sociale.

Il confine, in questa mostra, si annulla, diventando percorso, ponte, sentiero, come direbbe il pedagogista Andrea Canevaro, e non già cesura, muro, barriera.



Una mostra che gettando l'occhio da sé verso l'altro vuole proporre, quindi, il superamento di quelle convinzioni su di sé e sul proprio potenziale interlocutore che sembrerebbero ostacolare il processo di  reciproco rispecchiamento e riconoscimento, impedendo di instaurare uno scambio di visioni, emozioni e suggestioni davvero autentico.

IL PERCORSO ESISTENZIALE ED ARTISTICO

Una passione, quella per la fotografia, che affonda le radici lontano, radicandosi poi, progressivamente, all'interno dell'esistenza dell'artista.



"Il mio papà - racconta  Viviana - era un appassionato di fotografia. Mio nonno, invece, lavorava per l'Aviazione ed aveva acquistato un banco da ottico portatile. Sin da piccola, quindi, ho 'masticato' l'arte della fotografia. Dopo che mia figlia è cresciuta ho deciso di riprendere a studiare ed a sperimentarmi in maniera professionale"

 Tra i maestri e le guide che le camminano al fianco in questo percorso di scoperta, riscoperta e crescita: Marco Monteriso, Luca Bracali, Robert Herman, Silvya Plachy, Richard Tushman.

"Il mio scopo - continua l'artista - era trovare un nuovo modo di vedere, il mio. Le mie fotografie, in tal senso, costituiscono una sorta di analisi del reale. Ne sono  protagonisti, ad esempio, i nomadi e le etnie in estinzione.".



Dopo  la significativa esperienza con National Geographic, Viviana Rasulo decide di girare l'occhio della macchina fotografica verso se stessa.

Ne nascono una serie di autoritratti, in cui Viviana non nasconde, anzi mostra con orgoglio, le proprie imperfezioni fisiche, proprio quelle che parlano di lei e del suo percorso, con l'intento di "indagare su se stessa".

In questo modo le foto diventano "soggettive", sposano, in maniera mobile e multiforme, un punto di vista, diventano un modo per parlare della propria vita e non solo per osservare quella altrui.

Un progetto per immagini, autoprodotto, la cui linfa viene tratta proprio dal  tessuto vitale di Viviana Rasulo, presentato presso la New York School of Visual Arts.



In questo modo la macchina fotografica apre ed esplora quello che si cela dietro porte "identitarie" chiuse. Come una lama di luce si insinua dietro le palpebre serrate e dona nuovi sguardi. Scandaglia gli anfratti dell'anima ed i riverberi sul corpo.

LA MOSTRA

La mostra è  il  risultato  di una silloge di scatti, raccolti in viaggi effettuati dal 2014 in poi.

"Lo scopo di questa mostra - non è quello di mostrare le foto migliori tecnicamente, bensì dialogare per immagini sul tema del limite, della marginalità, dell'estinzione, nello sforzo di andare oltre l'apparenza e l'etichetta. Un modo per aprire la mente".



Il racconto per immagini ha molti punti di contatto anche con un'analisi socio-antropologica che indaga i volti, gli usi e i costumi di tante culture.

Trait d'union il tentativo di cercare qualcosa in comune e che accomuni, secondo quanto ribadisce l'artista, al di là delle differenze evidenti e apparenti e della superficie, della forma che cambia e sembrerebbe rendere distanti ed inconciliabili.



Perché, ognuno, rispecchiandosi in quegli occhi, in quei visi ed in quei gesti potrebbe "individuare il proprio legittimo modo di vivere, di essere 'umani', arricchendo, il proprio sguardo".

"Sono stata in Africa spesso per lavoro, essendo una pediatra - racconta l'artista  - e mi ha colpito molto il loro modo di vivere basato sulla condivisione, pur in contesti estremamente poveri. Condividere è un modo per sopravvivere.

La vita, che lotta e vince nonostante tutto. Ecco il senso di alcune macchie di colore che emergono con forza da sfondi scuri, come nel lavoro sulle migrazioni.



Dominano, in numerose foto, i colori della terra, come l'ocra e l'arancio, che si ritrovano, intessuti e frammisti alla luce, nei fili intrecciati delle vesti dei Teranga del Senegal, noti per la loro ospitalità.

Colori vivaci e lussureggianti che caratterizzano anche il paesaggio.

Le fotografie, dunque, per Viviana divengono un modo per esporsi, per donare e donarsi, per scambiare.

Le immagini divengono flussi, fiumi in piena di emozioni e parole, che si liberano e danno spazio ai sentimenti.

Immagini che permettono alle emozioni di sconfinare, ed andare verso l'altro in maniera circolare.

Un modo per essere "sconfinanti", senza invadere l'altro, ma rispettandone l'irriducibile diversità ed alterità, la legittima distanza, l'insondabile mistero.

 Protagonista, dunque la differenza, ed insieme la complementarietà, culturale.

"Le foto - evidenzia Viviana - rappresentano un  insieme di etnie che appartengono a luoghi diversi. Insieme costituiscono qualcosa di magico e meraviglioso. E' questo un modo per darsi il permesso per 'sconfinare', all'insegna del rispetto e dell'accoglienza".







mercoledì 14 febbraio 2018

Storie di Francesca Di Martino: nella sua personale dimensione pubblica e privata di persone illustri


Da venerdì 23 febbraio all’11 marzo l’appuntamento sarà all’AMStudio Art Gallery in via Massimo Stanzione, 10 (Napoli) con la mostra Storie, personale di Francesca Di Martino.
 Quali storie racconta Francesca Di Martino, attraverso i tratti tracciati sapientemente sulla tela?
Quelle dell’esistenza di personaggi noti, addirittura illustri, che hanno popolato e popolano l’immaginario delle persone comuni. Ma lo fa lasciando intravedere, oltre lo spazio del volto “pubblico”, mostrato sul palcoscenico, anche la dimensione più privata, celata dietro le quinte. Un trait-d’union, che sembrerebbe riuscire a creare un legame saldo tra le storie degli uomini illustri e quelle degli uomini non illustri di pontiggiana memoria,In questo modo la tela diviene spazio fisico dove si condensa il racconto, attraverso il ritratto. Lo spazio che ospiterà l’esposizione è diretto da Antonio Minervini, mentre la mostra è a cura di Francesca Panico.


“Quando scelgo di rappresentare – spiega l’artista -  attraverso la mediazione della pittura, il volto di un personaggio pubblico, devo necessariamente confrontarmi con quello che è il bagaglio delle relative immagini esistenti accessibili e per propria natura “pubbliche”. Il privato, in quanto tale e per fortuna, resta nella sfera del supposto, del pesunto tale, dell’idefinito che serba in se il suo fascino , il suo eterno mistero”.Un anelito a comprendere, a disvelare i moti più lievi dell’anima, a “sentire” le emozioni di chi, troppo spesso, per il suo ruolo pubblico, deve recitare un compione.Ma l’anelito rimane una supposizione, mai un’aletheia, un velo sollevato del tutto. La luce gettata su tali moti dell’anima è soffusa. La porta rimane socchiusa ed il tentativo di “sbirciare” rimane tale.Lo sguardo è discreto, quasi affettuoso, nel rispetto di ciò che appartiene all’intimità di ogni individuo e che lui stesso, e solo lui, può scegliere con chi condividere, in piena consapevolezza.Sono dieci le opere in esposizione, oli su tela, tra ritratti iconici e autoritratti realizzati nel corso di un decennio. In quei volti raffigurati vi è un palpabile scambio emotivo, capace di catapultare lo spettatore nella dimensione psicologica del personaggio dipinto.
“L’umanizzazione di una icona – continua Francesca - decostruita e riproposta in veste privata, è un ambizioso divertissement, ma non è il fine in sé quella riproposizione; non anela uno squarcio di verità. Quello che ricerco nell’irripetibilità di un volto è una aspirazione a quella verità. La carica emozionale primordiale, quella istintuale che si avverte quando ci presentano una persona per la prima volta… Quella specie di scossa elettrica che sentiamo nella mano e che ci percuote le braccia fin su la colonna vertebrale.. E’ quello che cerco di riportare in pittura”.


Una pittura fortemente espressionista, i cui segni vengono fuori da una pennellata grintosa e impulsiva, affiancata da corposi impasti di materia distesi a colpi di spatola. Il ritratto è una costante nella produzione di Francesca, è la sua ispirazione e il suo banco di prova. Nel ritrarre personaggi famosi come Diego Armando Maradona, Marilyn, Sofia Loren, Obama, la pittrice ci restituisce un’immagine che sigilla l’unione tra il mito e l’uomo in una veste privata.Così facendo, inoltre, Francesca Di Martino getta un ponte tra due universi, i cui attori, principali e comprimari, possono diventare entrambi protagonisti del ritratto ed in questa possibilità sembrerebbero poter riscoprire sentimenti, emozioni e, alla fine, una natura umana profondamente condivisa, al di là delle condizioni socio-economiche ed esistenziali apparentemente e fattualmente diverse.“Quando ritraggo persone a me accessibili – evidenzia ancora l’artista -  è piu semplice poichè posso studiarle, fotografarle, affidarmi a differenti informazioni, uditive, financhè tattili ed epidermiche. Con persone difficilmente raggiungibili posso soltanto scandagliare, nell’oceano iconografico, un sorriso, una smorfia, una ruga, il più possibilmente aderente all’idea che ho di lei/lui”.

La Galleria

Dopo l’esperienza positiva maturata in seno all’Art Point BP Med, la galleria della Banca popolare del Mediterraneo, i collettivi con l’associazione culturale La Fenice e la direzione artistica del progetto ODCEC - Cultura Energia Economia, Antonio Minervini, artista e gallerista, decide di aprire un suo spazio espositivo per dare visibilità alle risorse del territorio, in un quartiere, Il Vomero, che nel secolo scorso fu teatro di una grande rinascita culturale a Napoli. AM Studio si propone come luogo di confronto tra le arti. Dunque, non solo visual art ma anche letteratura, performance, dibattiti e uno studio di comunicazione per la promozione di eventi e realtà creative.



L’artista

Francesca Di Martino, classe 1977, si laurea in Scenografia all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha al suo attivo la partecipazione a differenti esposizioni collettive, concorsi e performance. Diverse anche le mostre personali: “Uccidi il tuo maestro” (2011), nello spazio letterario Caffè dell’Epoca di Napoli; “Dentro e fuori di me” (2015), all’interno della rassegna “Facciamo i conti con l’arte”, nella sede della Banca Popolare del Mediterraneo; “Manga p’a capa” (2015) per la rassegna “Human portraits”, alla Fonoteca di Napoli; Dècade al museo civico di Agerola (2017). È presente alla “Biennale del Fumetto nell’Arte” alla Passpartout Gallery di Milano. Partecipa al NAF Napoli Arte Fiera, alla mostra D’Oltremare. E ancora, al collettivo “Un Eco per tutti”, a cura di Linda Irace e Tony Stefanucci, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; alla 19h Generative Art Conference GA2016 “Empathize with my Gaze” di Firenze. Le sue opere sono presenti nel Museo a cielo aperto di Diamante e in differenti collezioni d’arte private.
AMStudio Art Gallery

Via Massimo Stanzione 10 - NapoliDal 23 febbraio al 11 marzoOrari e giorni: dal lunedì al venerdì, ore 16-20; il sabato ore 10-13Info e contatti: Antonio Minervini minervini@studioaml.it - 392 0860931Alessandro Minervinia.minervini.work@gmail.com – 393 4714198
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sabato 3 febbraio 2018

Genesi: un viaggio per immagini alle origini del mondo

Ad alcuni giorni dalla chiusura della mostra Genesi di Sebastiao Salgado (svoltasi fino al 28 gennaio al PAN di Napoli) , dopo aver fatto decantare le emozioni, è il momento per me di condividerle appieno.

Dedicata all'arte ed ai viaggi in terre selvagge e ai confini del mondo di un fotografo che riassume in sè, per molti versi, anche i tratti dell'etnologo e dell'antropologo, Genesi mescola più anime, più luoghi, più vite, a volte antitetiche.

Prede e predatori, popolazioni del Polo, dell'Antartide e dell'Africa, osservatori ed osservati.




Vita e morte sembrano camminare a braccetto in queste terre, dove cedere al freddo, al caldo estremo, agli animali in agguato ed alle condizioni avverse parrebbe molto più semplice che trovare modi ingegnosi per adattarsi e per sopravvivere.

Ed invece questi modi li hanno trovati popolazioni che vivono in zone opposte del globo: da quelle che sopravvivono allevando renne, a quelle che allevano bufali e ricoprono sia se stessi sia gli animali con cenere ricavata dallo sterco bruciato, per tenere lontani da entrambi gli insetti ed i parassiti.

Spesso la strategia di sopravvivenza sembrerebbe risiedere in uno stile di vita cooperativo, nello stringersi, più forte, nell'abbracciarsi, nel valorizzare le relazioni, tanto tra gli esseri umani quanto tra gli animali.

La galleria di immagini, in un suggestivo bianco e nero, che Salgado regala allo spettatore, assomigliano ad un libro su usi e costumi di persone e animali.

Spesso hanno il sapore e le sfumature sapienti di un ritratto, della china che scivola su un foglio. Di una matita a carboncino che disegna affascinanti alchimie.

Che si tratti di tribù che incidono sulla loro pelle vari simboli, che si inseriscono dischi di ceramica nei lobi e in bocca o si trafiggano il mento con un leggero cono di legno, per poi detergersi il corpo con accuratezza in acque limpide, tutto parla di stili di comportamento e di aggregazione.

Salgado studia anche i comportamenti degli animali: dei pinguini, adulti e pulcini, dei gabbiani, degli albatri, delle foche, dalla bocca spalancata e dagli enormi occhi liquidi, dei leoni marini.

Affascina la maestosità della balena franca australe, con la sua coda possente e il doppio sfiatatoio che fa fuoriuscire piccole gocce d'acqua vaporizzate che vanno a formare una V. 

O la corsa dell'elefante africano, che, spaventato dai continui attacchi a tradimento dei bracconieri, carica la jeep del fotografo, per poi andarsi a nascondere nel folto degli alberi.




A colpire è non solo la professionalità e la perizia con cui le foto sono state scattate, e che è impossibile non riconoscere anche per un profano, ma anche la passione, la forza espressiva, che sgorga dallo sguardo attento di un uomo cresciuto in una fattoria, che spesso si rifugiava in un luogo isolato e scrutava la vetta delle montagne in lontananza, sognando un giorno di andare a scoprire cosa ci fosse oltre.

E così ha fatto, con testardaggine ed in barba alla sua non più giovane età. Lo ha fatto con ogni mezzo: treni, carovane locali e persino mongolfiere. 

Un'osservazione partecipante in tutto e per tutto la sua.

Ma che molte di quelle popolazioni, alcune conosciute per il loro cannibalismo attuato nei confronti di nemici e di "stregoni" di tribù antagoniste, hanno accolto e lasciato osservare, perchè hanno percepito la sua richiesta genuina di un' alleanza comunicativa, in cui chi ritrae chiede a chi è ritratto di raccontare, con autenticità, qualcosa di sè.

Le emozioni a volte non hanno voce ma si riversano in parole ed immagini. 




Gli scrittori ed i fotografi sono legati da un sottile e tenace fil rouge: scrivono storie, raccontano quello che le loro orecchie hanno udito ed i loro occhi visto e quelle emozioni che hanno sfiorato e si sono insinuate sotto la pelle. 

I primi lo fanno con le parole, i secondi, parafrasando le parole di Salgado, disegnano storie tessendo fili di luce, intrecciando i chiari e gli scuri. 




Nelle opere di un maestro come Salgado c'è tutto un mondo fatto di parole, suoni, colori, odori, sapori. Le popolazioni indigene, secondo il suo racconto, gli parlavano come se lui stesse registrando. Perchè, come sottolinea il regista Wim Wenders nel docufilm Il sale della terra, sono le persone la linfa che nutre i luoghi. 

E quelle persone sentivano, percepivano nettamente, l'anima di quel fotografo esploratore, che sapeva raccontarne, attraverso le immagini, gli usi e le tradizioni. Con rispetto ed empatia. A lui, ripete spesso Wim Wenders, interessava davvero delle persone. E, nelle sue foto, c'è sempre l'incontro, ribadisce lo stesso Salgado, di due anime. Quella del fotografo e quella di chi alla fotografia si dona e si affida. L'Antartide e le gole del Gran Canyon; le riserve Navajo e gli sprazzi della vita degli animali e delle tribù indigene. La magnificenza delle piante più grandi ed il microcosmo di quelle più piccole, che hanno scelto di vivere, di adattarsi e resistere (così come gli uomini) in ambienti inospitali. 




Le finestre aperte su una vita caratterizzata dalla continua necessità di trovare strategie di adattamento che permettano di avere la meglio nella partita a scacchi con un clima e delle condizioni ambientali estreme. Fino ad arrivare alle calde terre d'Africa, non meno ricche di fascino, ma altresì di insidie. Salgado è molto più di un fotografo. E' cantore, attraverso le sue trame di luce, di frammenti di storia e memoria. 

Di quelle distese che si spera non scompaiano, aggredite dagli effetti distruttivi della cupidigia umana e di quegli animali e di quelle popolazioni che, a volte sostenendosi a vicenda, si muovono tra miti e riti (incisi sulla pelle e che solcano il loro corpo). Sembra di sentire sulla pelle la dolcezza dello zefiro o la calura appiccicosa della foresta pluviale, i morsi del gelo e l'ardimento che riempie il petto, qualora si lanci lo sguardo verso i filamenti di nubi, che si specchiamo e si confondono con la foschia e gli spruzzi che si sollevano dai fiumi. Così intrecciati che, spesso, pare difficile distinguerli. E resta nel cuore la maestosità di quel corso d'acqua dai riflessi neri laddove i suoi rivoli si incontrano e fanno l'amore con un lembo di terra scura e riarsa.



lunedì 4 dicembre 2017

Bambola di stracci: la forza ed il coraggio di essere se stessi

Quanto le relazioni possono salvarci o al contrario distruggerci?
Quanto l’amore, la voglia ed il bisogno di accettazione possono essere strumenti di riscatto o al contrario di “ricatto” emotivo ed esistenziale?

Quanto la forza nasconde ed incorpora la fragilità e, in maniera complementare, la più grande fragilità può rivelare un’anima d’acciaio insospettata che dimostra a se stessa di saper reagire alla sofferenza e “ricostruirsi”?

Quanto si ha davvero la possibilità e la libertà, all’interno dei vincoli imposti dall’agone sociale, di scegliere chi si vuole essere per diventare davvero se stessi?

Ad interrogarsi su queste dinamiche di valorizzazione o, in maniera diametralmete opposta, di svilimento di sé, è Pasquale Ferro nel suo Bambola di stracci edito dalla società cooperativa ilmondodisuk, e-magazine e casa editrice attiva in città dal 2008, anno della crisi emergenziale dei rifiuti.
Il progetto di crowdfunding SOS Partenope fa tappa alla Fondazione Banco di Napoli (palazzo Ricca, via Tribunali 213), mercoledì 6 dicembre 2017, alle 17.00, nella sala Marrama, per presentare l’ultima fatica letteraria di Pasquale Ferro.



LA STORIA
Barbara è bella tanto da fare innamorare tutti. Persino la natura. E, paradossalmente, ama un uomo che non accetta il suo modo di essere "donna". Barbara affronta il mondo, vaga per le città e per i quartieri alla ricerca della sua libertà di esprimersi al femminile. Anche quando tocca il fondo e diventa una barbona, sotto i portici del Real Teatro di San Carlo, combatte per la propria sopravvivenza e per suoi sogni. Qual è il suo più vivo desiderio? L'amore, perché, come ciascuno di noi, ha bisogno di questa parola, prescindendo da tutto e da tutte le lingue che la maltrattano, la usano, se ne approfittano. Barbara lotterà contro la sua famiglia. Lo farà in nome della sua stessa sopravvivenza. Con le uniche armi che possiede: bellezza, scaltrezza, forza. Raccontando un universo che potrà sembrare inverosimile, attraverso personaggi conosciuti nei suoi percorsi. Bambola di stracci, troverà finalmente la pace o il grande amore? Ma chi è veramente Barbara? La risposta è nelle pagine di questo romanzo breve di Pasquale Ferro dove la realtà si mescola alla fantasia.
“Cerco sempre di filtrare la realtà attraverso la fantasia – spiega l’autore - . Barbara , bambola di stracci, l’ho conosciuta davvero, 40 anni fa al San Carlo, durante la prima di  Tosca con Placido Domingo. Adesso è divenuta la protagonista carnale nel romanzo appena pubblicato che è anche denuncia di un falso perbenismo. L’obiettivo è rendere visibili le donne transessuali”.
Leggendo la storia di questa moderna bambola di stracci, figlia dell’attuale  “società liquida” e di un’identità sessuale liquida e cangiante non ho potuto non pensare alla storia di o’ Barone, barbone partenopeo chi le Fede’n’Marlen, Federica Ottombrino e Marilena Vitale, hanno dedicato la canzone O’ mele, quel miele che, in nome della condivisione  e del rispecchiamento reciproco, della comprensione delle reciproche fragilità e dei nervi scoperti, può curare le ferite dell’anima.
Perché, anche se ognuno deve trovare in sé la forza di rialzarsi e di riscoprire le radici della propria reale identità, a partire da quella di genere, a partire dalla quale costruire e ricostruire il senso della propria esistenza, nessuno si salva da solo.


LA PRESENTAZIONE ED IL CONNUBIO VIRTUOSO
Il saluto introduttivo è affidato a Paolo Di Lauro (Meridonare). Con l’autore interverranno: Paolo Valerio (Università di Napoli Federico II), Antonello Sannino (Arcigay Napoli) e Paola Silverii (Associazione VerginiSanità). Modera, Donatella Gallone. Letture a cura di Antonella Stefanucci.
Obiettivo di SOS Partenope: diffondere una nuova immagine di Napoli, smantellando i luoghi comuni, attraverso la traduzione e la stampa del “Dictionnaire amoureux de Naples” dello scrittore e editore
Jean-Noël Schifano. L’idea di collegare la presentazione del nuovo libro di Ferro al progetto di crowdfunding nasce da un’unica prospettiva: mostrare la vera e multiforme identità di Napoli, attraverso i suoi luoghi, la sua storia ma anche i suoi talenti.
E Pasquale Ferro è un talentuoso autore di teatro e di libri, impegnato in temi sociali di forte impatto, dall’usura all’omofobia, uno dei pochi autori napoletani tradotto in Russia. Già in corso la traduzione russa anche per “Bambola di stracci”, una storia ispirata da una vicenda vera, come tutti i testi scritti da Ferro, scrittore al di fuori di ogni regola.

L’AUTORE

Pasquale Ferro debutta nella scrittura con Gli odori dei miei ricordi (Atman edizioni 2000). Seguono, Genny Flowers (Suklibri 2002) Mercanti di anime e di usura (Ancora del Mediterraneo 2005), La luna esiste? (Luciano editore 2009), Una radura verde smeraldo (Istituto Italiano di cultura di Napoli 2010), Macedonia e Valentina, ‘O curaggio d’’e femmene (ilmondodisuk 2014). Tra i numerosi riconoscimenti, il premio Libero Bovio 2012 per I racconti di un cane camorrista, inedito in Italia e pubblicato in lingua russa nel 2013. Da alcuni titoli sono state tratte pièce di successo, messe in scena anche per le scuole.


LA MOSTRA

 “SOS Partenope. 100 artisti per il libro della città” è la mostra itinerante realizzata, in collaborazione con l’assessorato alla cultura del Comune di Napoli grazie alla donazione di circa 140 artisti italiani e stranieri per finanziare la traduzione e la pubblicazione del libro “Dictionnaire amoureux de Naples” di Jean-Noël Schifano lanciata dalla società cooperativa ilmondodisuk. Obiettivo: diffondere l’autentica immagine di Napoli in quasi 600 pagine. Terminata la prima parte della campagna di crowdfunding (con la raccolta di 10,540 euro sulla piattaforma Meridonare), che ha permesso di raggiungere il primo traguardo (acquisire i diritti di pubblicazione della casa editrice Plon e tradurlo), si dà vita ora alla seconda per impaginare, stampare e diffondere il volume che in italiano sarà “Dizionario appassionato di Napoli”.  Ora l’esposizione è proposta, in parte, nel suggestivo scenario dell’acquedotto augusteo del serino fino al febbraio 2018.
L’ASSOCIAZIONE VERGINISANITÀ
L’Associazione VerginiSanità nasce nel 2010 con l'intento di promuovere la realizzazione di progetti integrati finalizzati al recupero ed alla riqualificazione del contesto urbano dell'area del Borgo dei Vergini e della Sanità: tutela, valorizzazione e recupero del patrimonio ambientale ed architettonico quali strumenti per migliorare la vivibilità, la sicurezza e la crescita sociale. Nel 2014 ha preso in gestione i locali in via Arena Sanità, con l'obiettivo di promuovere e valorizzare il sito archeologico presente nei locali sottostanti, portato alla luce e all'attenzione della comunità scientifica.
Nell'ottobre 2015 è stata presentata alla stampa, in accordo con la competente soprintendenza archeologica, la scoperta e l'identificazione di un tratto dell’Acquedotto Augusteo del Serino, un'infrastruttura di epoca romana tra le più imponenti del mondo antico.
Due ponti-canale affiancati, riconducibili a quelli meglio conosciuti dei Ponti Rossi, sono stati rinvenuti nei locali sotterranei del Palazzo Peschici-Maresca, di proprietà dell'Arciconfraternita dei Pellegrini. Le prime ipotesi di studio hanno trovato le più ampie conferme, sia da fonti letterarie che da indagini dirette. La successione di pilastri e arcate in laterizi e tufo costituisce un’evidenza archeologica di eccezionale interesse per ubicazione, complessità e peculiarità costruttive, pur rappresentando quantitativamente meno di un millesimo del percorso totale dell'Acquedotto, che si sviluppa per circa 100 km, dalle sorgenti del Serino fino alla Piscina Mirabilis a Miseno.

https://www.meridonare.it/progetto/sos-partenope2




domenica 8 giugno 2014

L'ego in vetrina: è la produzione seriale di Andy Warhol

La mostra “Vetrine” dedicata ad Andy Warhol e curata dal critico d’arte Achille Bonito Oliva, inaugurata il 18 aprile e che sarà visitabile fino al 20 luglio, è un viaggio nel genio di Warhol e nella sua concezione della società, dipanato in ben 180 espressioni della sua produzione. Location il Pan, il Palazzo delle Arti partenopeo, in via dei Mille, 60.



Warhol, padre, della pop art (arte popolare), introduce con forza il concetto di arte seriale, un’arte che può moltiplicarsi all’infinito, identica a sé stessa o con poche varianti sostanziali.



“Il pennello è frutto di produzione industriale, così come la tela – scrive -. Di conseguenza anche il suo prodotto, ossia l’arte, è industriale”.

Con la sua ottica dissacrante Warhol sovverte il concetto di un’opera d’arte frutto del genio artistico unico ed irripetibile, di un’arte frutto di un talento di matrice artigianale e quindi inimitabile.

Figlio e rappresentante del consumismo americano e del trittico produzione –consumo-successo Warhol afferma che “agli Americani non piace vendere, preferiscono buttare, al contrario di Europei ed Orientali, che sono sempre intenti a mercanteggiare e contrattare, mentre gli Americani amano comprare: beni, gente e Paesi”.

Figura eclettica, Warhol naviga a vista in tutte le arti figurative (pittura, scultura, fotografia, cinema) e le contamina con altri linguaggi come la musica.



Nella sua Factory, nata da un’idea di “comunità” dove il talento sia messo in comune e le opere siano liberamente fruibili, alleva giovani artisti: da Basquiat, padre della street art, a Keith Haring.

Giovani talenti che collaborano alla stesura della sua rivista Interview.

Partito dal mondo della pubblicità, illustrando le copertine di dischi famosi come quelli dei Rolling Stones, dei Velvet Underground, di Paul Anka (The Painter) e di molti altri approda all’allestimento di vetrine dove comincia ad inserire sculture ed exhibit dalla funzione più propriamente artistica.


Solo in una fase posteriore approda all’esposizione artistica di opere prodotte per il loro valore artistico intrinseco (seppur seriale).

Ciononostante non disdegna di tornare a fare incursioni nel mondo della pubblicità e delle vetrine anche in fasi posteriori quando ormai si è affermato artisticamente.

Non a caso dice “Ho cominciato a fare soldi per la produzione industriale, voglio morire facendoli nel mondo del business” e ancora “Fare soldi nel mondo degli affari è la più grande forma di arte”.

Acutamente consapevole delle radici della morale, di matrice niezschiana, secondo cui “la morale non è nient’altro che un comportamento che le persone si auto impongono nel timore del giudizio degli altri e per soddisfarne le aspettative, Warhol traspone nella sua espressione artistica l’apoteosi del culto della personalità.



Ecco perché le persone si mettono “in vetrine” mostrando di sé solo quello che gli altri vogliono vedere, il lato più pubblico e “desiderabile” ed occultando la parte più fragile ed “oscura", ad arte.

Da una parte, campeggiano le sue foto trasformate in serigrafie (tecnica tipica dell’ambito tipografico seriale, dove tutto dev’essere perfettamente moltiplicato in esemplari identici), riprodotte con grandi e piccole variazioni di colore, uguali, eppure diverse nelle imperfezioni che vengono conservate. Appiattite in un’unica dimensione dove figura in primo piano e ombra “giacciono” sullo stesso livello.



 Dall’altra, con un ritorno all’ambito prettamente industriale, ci sono i suoi oggetti di uso quotidiano  fatti diventare opere d’arte, come i fustini del Brillo, le cassette in legno della Coca – cola con tanto di bottigliette, ed i barattoli ed i fusti della Campbells Soup.

Oggetti che a volte si limita a firmare altre volte riproduce serigrafandoli.

Nelle gigantografie dei visi da una parte egli prende delle persone (o per meglio dire personaggi) famosi nell’epoca e li rende icone eterne, protagonisti dell’immaginario collettivo: si pensi alle serigrafie policromatiche di Marylin Monroe.



Dall’altro dimostra come e il giusto tocco di glamour, e del maquillage, quindi con il giusto travestimento (si pensi alle sue opere di camouflage), tutti possano diventare dei vip.

E’ il caso delle serigrafie su commissione come quelle per i coniugi Bennardo, che divennero per l’artista una delle maggiori forme di guadagno.

Invece nei barattoli e nei fustini troviamo il culto del marchio aziendale. Ad esempio, la Campbells lanciò una campagna promozionale per la quale all’acquisto di cinque confezioni di zuppa si aveva in regalo un vestito con il suo marchio. Warhol, nella sua idea di riproducibilità, prese quel vestito, vi aggiunse la sua forma e le sue serigrafie più conosciute e ne fece un gadget “appettibile” da vendere, una sorta di status symbol.





La vanità umana… una delle maggior tentazioni…sia per vip che per gente comune… e Warhol lo sapeva bene e sapeva come “corteggiare” l’egocentrismo.

Alchemico il suo rapporto con Napoli che egli ritiene una città “unica e fantastica”, di cui adora i travestiti, i rifiuti ed i palazzi, dall’equilibrio precario, tenuti insieme con una corda.

Non a caso, grazie a Lucio Amelio ed al suo atelier artistico in piazza dei Martiri, una serie di artisti, con al centro Warhol, troveranno nel capoluogo partenopeo un luogo dove potersi esprimere liberamente e confrontarsi.

La contemporaneità è abitata da contraddizioni: nel suo affermare la democraticità dell’arte come serialità Warhol riafferma anche l’unicità dell’individuo e lo sottrae alla massificazione ed al tutto indistinto del nichilismo.

E’ il caso della figura dei trans, "i femminielli" che tanto lo affascinavano, che egli rende protagonisti delle sue opere, tanto nella versione partenopea, che in quella newyorchese delle Drag Queen dei club americani, rimarcandone la precisa connotazione sociale, antropologica, esistenziale ed economica.

La stessa operazione la fa nell’opera “Fate Presto”, dove prende una pagina del Mattino che parla dei ritardi dei soccorsi dopo il terremoto del 1980 (dopo diversi giorni si sentiva ancora gente che gemeva sotto le macerie in attesa di un soccorso latitante) e lo sdoppia nelle tre fasi dello sviluppo fotografico: il negativo, l’immagine in controluce che sta affiorando sulla pellicola e la pagina di giornale vera e propria, riprodotta in una gigantografia.





Protagonista indiscusso della sua opera è anche l’enorme vulcano che lo atterriva per la sua unicità (a New York potrebbe essere paragonabile solo all’Empire State Building, diceva) ed insieme lo affascinava (per me la forza di un’eruzione è paragonabile a quella della deflagrazione della bomba atomica).
Eppure nella sua mostra Terrae Motus, pur riconoscendo la forza terribile ed unica di questo gigante, lo rende riproducibile ed imitabile in serie e dimensione con poche o tante varianti di colore.







Tra i fattori in grado di “irretire” Warhol c’è il, visto anche qui come carnalità consumata in fretta e mercificata, come un atto meccanico e ripetitivo al pari dei gesti che si compiono nelle riproduzioni serigrafate.



Nelle copertine dei dischi da lui curate, introduce con forza ed in maniera esplicita l’elemento sessuale: si pensi alla Banana della copertina dell’album Velvet Underground & Nico, o ancora ai boxer che diventano protagonisti (fronte/retro) della copertina di un altro disco dove è riprodotto un jeans con tanto di zip vera. O ancora al riferimento fortemente sessuale nel suo film Blood for Dracula (Dracula cercò sangue di vergine e… morì di sete!) e di quello in cui riprende, con la telecamera fissa per ben 35 minuti,  l’espressione di un uomo, ripreso a pochi centimetri dal viso, (lo stesso modo che aveva di fotografare) che riceve una fellatio.

Figlio del funzionalismo americano, incentrato sulla misurabilità di ogni fenomeno di stampo positivista, suole dire “Non vi soffermate sul senso delle parole che la gente dice di voi ma misuratele in centimetri”.

Warhol è tra gli artefici non solo del ponte gettato tra Napoli e New York, tra similitudini e differenze, ma anche di quello teso tra il capitalismo americano e il concettualismo di matrice europea, approdato in America negli anni ’60.



Non a caso, Warhol, condivide con il francese (naturalizzato Americano) Marcel Duchamp, l’idea della necessità di un processo di democratizzazione dell’arte, in cui quest’ultima non sia un bene d’elite, comprensibile e fruibile da pochi, bensì qualcosa che deve appartenere a tutti.

E’ per questo che il francese Duchamp decide di sovvertire l’idea dell’arte come di qualcosa che è suscettibile di un’unica interpretazione e frutto di un modo di  dipingere e scolpire univoco, ma arriva al traguardo in cui ogni cosa può essere arte, anche un orinatoio capovolto, che egli ribattezza “Fontana” (è infatti questione di interpretazione e di punti di vista).

Egli strappa la tela su cui è dipinta l’opera d’arte e mostra senza remore il processo di creazione della stessa, i concetti ed il mondo emotivo, ma anche la quotidianità, fatta di tante miserie umane, che c’è dietro.



Come al solito la contemporaneità è terra di profonde contraddizioni, di antitesi e di forze opposte che finiscono per annullarsi.



Perché se tutto può essere arte, nulla alla fine lo è per davvero.


*Consulenza ad opera dell’artista Luigi Auriemma http://www.luigiauriemma.altervista.org