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domenica 27 febbraio 2022

Nozze di sangue di Lorca: un'amara condanna della dittatura, capace di spargere solo sangue e dolore

E' finito il conto alla rovescia per l'ultima replica di Nozze di Sangue di Federico Garcia Lorca, in scena stasera, domenica 27 febbraio alle 18, al Tram di Port'Alba.


 


Lorca, che avrebbe trovato la morte durante il regime franchista, trae spunto da un episodio di cronaca avvenuto nell'Andalusia rurale del 1928. Un fatto di sangue e di coltello che richiama il codice d'onore tipico della comunità della tribù.

Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies spiega che mentre le società sono rette dall'interdipendenza reciproca sul piano della divisione del lavoro, le comunità si basano sulla condivisione di usi, costumi e tradizioni che fondano un legame che ha il sapore dell'appartenenza.
 
Un'appartenenza basata, dunque, su un rigido sistema di regole che priva le persone della possibilità di poter scegliere per la propria vita e dà loro senso e significato solo in virtù del ruolo che rivestono all'interno del sistema familiare e sociale.
 

 
 
Così sulla scena non troviamo persone appellate con il loro nome proprio bensì la Madre, il figlio e futuro sposo, la sposa, la moglie e le voci di popolo.
 
"Il vero demiugo - spiega il regista Gianmarco Cesario - è la Madre, che decide delle vite di tutti. Ella incarna il dittatore per eccellenza e per questo ho scelto di farla interpregtare da un uomo". 
 
I personaggi sono tutti vestiti di nero, a indicare la forza omologante esercitata dalla comunità, ma anche la morte della libertà e del loro io.
 
Sullo sfondo del palco si intravede una sagoma  scura. E' il contenitore degli scarni costumi di scena, essenziali eppure di grande resa, capaci di diventare un pugno nello stomaco, uno shock per le coscienze, un monito.
 
Quella sagoma, per certi versi informe e totalizzante nella sua essenza, può divenire anche una tomba: per la libertà di azione e di pensiero, per i sogni e le speranze, per la tenerezza.
 

 
 
In essa trovano riposo il marito e il primogenito della Madre, uccisi da un oggetto tanto piccolo quanto mortale e infido come un coltello, strumento di vendetta durante la faida con i Felix.
 
Trovano sepoltura le speranze della sposa, che vorrebbe vivere come un uomo e amare alla luce del sole Leonardo, ma che, per sfuggire al suo destino di sepolta viva in una casa divenuta tomba, cerca di abbeverarsi alla flebile fonte d'acqua e di vita dello sposo.
 
Non a caso il suo viso scavato, il suo pallore e le sue labbra bluastre ricordano quelli di un cadavere e la sua corona di fiori d'arancio assomiglia più a un orpello mortuario fatto di petali avvizziti.
 
Trova la fine, in quella tomba che tutto e tutti fagocita, la dedizione e la tenerezza dello sposo, tradito nel giorno stesso delle sue nozze dalla fuga della sua amata con Leonardo.
 
Trovano la fine le mire di accumulazione capitalistica del di lei padre, che in quel matrimonio vede un accordo vantaggioso e a buon mercato, attraverso il quale poter ampliare e rafforzare il suo possesso, il denaro accantonato e consolidare - nonchè migliorare -  la sua posizione nella gerarchia economica, ma anche uno strumento per avere a disposizione braccia forti per dissodare una terra arida e ingrata, che pure bisogna trovare il modo di sfruttare.

Trovano la morte anche lo sposo e Leonardo, elemento disturbante dell'intera comunità, tormentato dai suoi demoni e inseguito dalle colpe che lo stritolano e si susseguono, mordendosi a vicenda. 
 
Lui che, quasi inconsapevolemente, scompagina questa struttura ferrea, dove ognuno ha la sua funzione, facendo sì che il figlio non sia più figlio nè sposo, nè sia tale la madre, nè la sposa, nè la moglie, come ribadisce il regista.

Trovano fine anche le chiacchiere del coro, delle malenlingue, che non hanno più nulla di cui sparlare o semplicemente da commentare o invidiare.
 
E, infine, trovano riposo anche le preoccupazioni della madre, ora che non ha più nessuno su cui vegliare. Tutti, infatti, ormai riposano sotto il grano dorato, annaffiato dalla pioggia.
 
Un'atmosfera claustrofobica e ostile, soffocante, dove persino la luce della luna, anzichè portare ristoro, diventa strumento di morte, perchè disvela il nascondiglio dei due amanti.
 
Al centro di tutto c'è il sangue : che unisce, che divide, che ribolle, che offusca le coscienze e i sensi, rombando  nelle orecchie, sorde al buonsenso e alla razionalità in nome di regole primordiali e crudeli.
 
Alla fine, quando tutto è ormai perduto, la sposa tenta di ripristinare l'ordine e di tornare nei ranghi, in nome della sua virginale purezza preservata.
 
Chiede la morte o il perdono che le permetta di piangere accanto alla Madre, riabilitata nella gerarchia costituita e agli occhi del mondo.
 
Ma tra le due donne non vi può essere comprensione nè umana compassione.
 
La Madre, infatti, ha annullato completamente il suo essere donna, in nome di un concetto distorto e patriarcale di onestà, e ora ha quasi una natura ermafrodita, in cui ha inglobato, sostituendolo, l'elemento maschile del padre ormai assente. 
 
Lei non è in grado di sentire, di provare empatia e nemmeno di comprendere l'altro da sè. 

Da lei può arrivare solo una dura  condanna per la sposa, che ha ceduto alle lusinghe della passione e delle emozioni e non ha saputo preservare la sua onestà in nome delle leggi della morale.
 
Le due donne, dunque, rimangono vicine ma separate da una trincea tanto invisibile quanto invalicabile, simili a due pietà dolenti contrapposte, ognuna chiusa nel proprio universo, dove il perdono non ha diritto d'accesso.

NOZZE DI SANGUE

di Federico Garcia Lorca

adattamento e regia Gianmarco Cesario

con Pietro Juliano, Leonardo Di Costanzo, Guido Di Geronimo, Germana Di Marino

e con le danzatrici Adriana Napolitano (17/18/24/25/26/27 febbraio) e Ilaria Leone (19/20 febbraio)

coreografia Mario Guadagno

costumi ed ambientazione scenica Melissa Di Vincenzo

musiche Pasquale Ruocco

disegno luci Tommaso Vitiello

assistenti alla regia Tina Ferrante | Carmen Pennacchio


 

venerdì 5 luglio 2019

Leonardo e la colomba: poesia ed incanto al teatro Trianon

Leonardo e la colomba, andato in scena lunedì scorso, 1 luglio, al teatro Trianon-Viviani, il cosiddetto Teatro del Popolo, nell'ambito del Napoli Teatro Festival, strizza l'occhio alla capacità inventiva e visionaria di Leonardo Da Vinci, con le sue macchine, ma il vero protagonista è il suo omonimo Leonardo da Mirano (però!) ed il suo entourage, costituito dalla mamma chioccia, orgogliosa del figlio, dall'amica Colomba che, come si ha modo di vedere, ha già imparato a volare e dallo zio Orazio, abile tuttofare, dedito a risolvere i problemi dell'allegra combriccola.



 
Il consiglio iniziale, prima che le quinte si aprano, è quello di "rilassarsi, perchè si tratta di un viaggio ad alto contenuto onirico".

La stessa raccomandazione di quando si sale in aereo e ci si allaccia le cinture, pronti a guardare le cose da un'altra prospettiva, da sopra le nuvole, pieni di incanto e di meraviglia.

Ed anche per questo lavoro le tre parole chiave potrebbero essere: magia, poesia e tocchi sapienti di comicità.



I dialoghi sono ridotti al minimo, visto che, come sottolinea il regista olandese Ted Keijser, già autore di “CIRK il Teatro del circo” replicato per quasi dieci anni e approdato con successo sul palcoscenico del Piccolo Teatro Studio di Milano, "perchè parlare quando si può vedere?".

Si tratta infatti di uno spettacolo dove teatro e circo si incontrano ad un crocevia e dove le parole sostengono, accompagnano e fanno da cornice alla levità delle acrobazie e dei giochi aerei degli artisti circensi. 



La voce che descrive quanto accade è quella di Emanuele Pasqualini, che cura anche la direzione artistica e organizzativa, definito scherzosamente dal regista come l'Alberto Angela della situazione, per la sua capacità di guidare gli spettatori alla scoperta dei misteri dello spettacolo. 

"Non è solo difficile far dialogare linguaggi diversi - sottolinea Ted - ma anche e soprattutto le persone che vengono da percorsi artistici molto dissimili. La maggior parte di loro non aveva mai lavorato insieme ed io stesso non li conoscevo. Per gli artisti circensi, ad esempio, è stato difficile calarsi in un ambito teatrale-attoriale".

Ad incontrarsi sono stati la compagnia veneta Pantakin Circoteatro e la partenopea Baracca dei Buffoni, attiva nell’ambito del teatro di strada e popolare.
 
A creare una forte alchimia ed un clima empatico sei settimane vissute gomito a gomito, in simbiosi, condividendo davvero tutto.

Come sottolinea il regista, lo spettacolo è partito da una microidea iniziale e poi ognuno l'ha arricchito di un tassello, come quello del marchingegno.



"Io chiedo tanto - evidenzia Keijser - ma propongo anche tanto e se percepisco che un'idea non è fruttuosa e non viene vissuta bene, se non funziona, sono pronto a cambiare gioco. Quello che voglio è suscitare emozioni viscerali, di quelle che toccano lo stomaco. Mi piace il lavoro fisico: per pensare ci sarà tempo, eventualmente, dopo".

Perchè, come ribadisce Ted, non si tratta di recitare bensì di improvvisare, per trasportare il pubblico in un mondo diverso, per arrivare al non conosciuto, abbandonando il noto.

In tal senso, anche quello che inizialmente potrebbe apparire un intoppo, può rivelarsi nevralgico, perchè, alla fine, gestalticamente, potrebbe emergere qualcos'altro di impensato.

Assieme agli artisti si construisce un'atmosfera rarefatta e magica, che avvolge letteralmente il pubblico, facendo sì che lo spettatore  vada oltre lo specchio di Alice e acceda, attraverso un armadio immaginario, ad una dimensione parallela, come accade nella pellicola Le cronache di Narnia.

"Nessuno deve recitare - spiega il regista - bensì deve giocare sia individualmente sia in gruppo".

In questo modo sul palco, sospeso tra cielo e terra,  emergono i caratteri dei vari artisti: c'è chi ha bisogno di controllare tutto; chi è rigido e disciplinato e chi, ancora, abbisogna della spinta degli altri per lasciarsi guidare nel gioco.

Diversi tipi psicologici che, nello spettacolo, si amalgono dando vita ad una "qualità emergente", in grado di trasfigurare gli oggetti di uso comune, quelli che alcuni definirebbero "robaccia", facendoli diventare altro: biciclette, sgabelli, ruote, scale, secchi sgangherati, vecchie cornici.



Tutto si rivela in grado di creare l'incanto e la meraviglia.

Un'arte a tutto tondo che non ha intenti educativi ma che, per il suo intrinseco modo di essere, incarna  una grande lezione applicativa del pensiero creativo nell'affrontare i problemi che quotidianamente la vita pone, conducendo ad insperate scoperte, ma anche di apprendimento cooperativo, dove il gruppo svela la sua autentica forza.

"Il pubblico - continua Ted - a volte va un po' forzato ad immergersi in nuove esperienze che, per la scarsa familiarità, inizialmente potrebbero apparirgli noiose, ma poi, facendo esperienza in vivo... Eccolo lì l'incanto".

Un incanto che, come sottolinea il regista, racchiude la poesia delle piccole cose, che si dischiude nuovamente a chi, bombardato da troppi stimoli, ha perso la capacità di guardare e vivere con intensità. 




Un insight, una rivelazione fulminante di bellezza...

Probabilmente, la prossima tappa del viaggio artistico di Ted Keijser sarà in Belgio dove parteciperà ad un progetto che fonde i sorrisi dei clown ed il contrasto al burn-out, la sindrome da demotivazione.

Insomma... Le emozioni belle si impastano con l'arte capace di prendersi cura dell'anima.

Un'arte che ha il sapore lieve ma intenso dell'umiltà, capace di andare a braccetto da una parte con il genio e dall'altra con una profonda umanità.

IL TEAM

IDEAZIONE E REGIA DI TED KEIJSER
 
CON LAURA BERNOCCHI, ORAZIO DE ROSA, BENOIT ROLAND, SIMONE ROMANÒ, EMANUELE PASQUALINI

 
IDEAZIONE COSTUMI PINA SORRENTINO

 
ASSISTENTE ALLA PRODUZIONE IRENE SILVESTRI

 
DIREZIONE ARTISTICA E ORGANIZZATIVA EMANUELE PASQUALINI

 
RESPONSABILE ORGANIZZATIVO E TECNICO PER LA CAMPANIA ORAZIO DE ROSA

 
RESPONSABILE AMMINISTRATIVO FLAVIO COSTA

 
UFFICIO STAMPA GABRIELLA GALBIATI

 
COPRODUZIONE PANTAKIN CIRCOTEATRO, LA BARACCA DEI BUFFONI, OPERAESTATE FESTIVAL DI BASSANO

 
CON IL SOSTEGNO DI FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA.

domenica 13 maggio 2018

La legge Basaglia: una riflessione 40 anni dopo

Compie quarant'anni la legge Basaglia, troppo riduttivamente ricordata come quella che ha segnato la chiusura dei manicomi.

Spesso ingiustamente accusata di essere "colpevole" di aver rimesso in libertà dei "pazzi" che poi hanno arrecato danno alla collettività con gesti sconsiderati e violenti.

Tacciata di errori e mancanze, di colpe, dovute alle falle di una struttura sociale dove troppo spesso la "produttività", intesa come surplus economico che l'individuo riesce a produrre ed a garantire nell'immediato, è l'unica misura del valore dell'individuo e dove si vale solo se si rappresenta e si offre qualcosa che è quantificabile ed ha un prezzo.

Invece, la Legge Basaglia è e fu artefice di un nuovo approccio all'individuo con sofferenza mentale e psichica. Un'approccio desanitariazzato, una prospettiva sociale dove si tentava di ridare legittimo diritto di cittadinanza e dignità alla persona in quanto tale.

"In base all'approccio in animo alla legge Basaglia - sottolinea il direttore del dipartimento di salute mentale della Asl Napoli 1 Centro Fedele Maurano - dove non c'è libertà non c'è cura. Quindi non si può fare salute mentale in carcere". E di conseguenza, in nessuna istituzione totale, secondo il termine coniato dal sociologo Erving Goffman.



Secondo la spiegazione di Maurano, fino al 1978 vigeva una legge, risalente al 1914, che aveva subito una lieve modifica nel 1965, in base alla quale ai cosiddetti "pazzi" non era riconosciuto alcun tipo di dignità e tutela.

La reclusione, di tipo non curativo e riabilitativo, bensì reclusivo, veniva ordinata anche per una lieve alterazione dello stato di coscienza, o ancora per motivi ereditari, per mettere a tacere chi faceva indagini e domande scomode o rispetto a chi veniva percepito come "diverso"  nello  stile e  nelle scelte di  vita.

"L'impegno a favore del miglioramento della qualità di  vita dei pazienti, attraverso un'implementazione dei  servizi -  continua Maurano - non fa notizia. Esistono ancora stereotipi striscianti  che associano la sofferenza mentale ad una vergogna da nascondere. Quello  che dovrebbe fare notizia,m in negativo, non è il sofferente psichico che, preso da delirio, accoltella la madre, bensì tutto il background di degrado, mancanza o insufficienza di servizi, scarsità di risorse e mancata valorizzazione delle competenze più adeguate, che ha permesso che una tragedia del genere potesse consumarsi. Attualmente l'approccio è sempre più sanitarizzato ed affidato quasi escludsivamente a medici ed infermieri. Sono insufficienti psicologi, antropologi,. assistenti sociali: in tutto poco meno di 30mila operatori".



A conti fatti, vi sono 20mila persone "in accompagnamento" e cura  a carico del Dipartimento di Salute mentale, tra servizi territoriali ed ospedalieri della ASL Napoli 1.

La sofferenza psichica, secondo l'approccio proposto da Basaglia, non è solo un "problema" della persona, di carattere sanitario, bensì dell'intera collettività e necessita di un intervento trasversale, di tipo sociale.

Attualmente, dunque, sembrerebbe che si sia fatto un deciso, e doloroso, passo indietro. Proprio per questo è importante denunciare, anche attraverso gli organi di stampa. Perchè, come ribadiscono gli organizzatori dell'incontro, dedicato ai 40 anni, anche recuperare la capacità di "dire", il coraggio delle cose dette, per quanto pesanti, dure e scomode, può avere un effetto dirompente al pari dell'impegno a costruire servizi davvero funzionali, cui venga destinata un'adeguata percentuale di risorse.

Per uscire dalle sabbie mobili di un approccio alla salute mentale basato sulla psicopatologizzazione occorre ascoltare, scambiarsi visioni, curare le relazioni, curare la sfera emotiva, come hanno ricordato gli addetti ai lavori. occorre rifuggire dai mezzi di contenzione e dall'applicazione coattiva della violenza.

STORIE CHE SI INTRECCIANO ALL'OSPEDALE LEONARDO BIANCHI

Dopo vent'anni dalla chiusura dei manicomi, , La Regione Campania ha autorizzato la vendita del Bianchi, affinchè la struttura possa essere "messa a reddito" ed i soldi ricavati possano essere destinati ai servizi ospedalieri e territoriali dedicati alla salute mentale.



La parte anteriore monumentale è previsto rimanga, invece, proprietà della ASL Napoli 1.

"Per molti - racconta il giornalista Francesco Romanetti che per 'Il Mattino' ha curato uno speciale dagli archivi dell’ex manicomio Leonardo Bianchi - entrare in questo ospedale psichiatrico equivaleva a morire anzitempo. Non a caso molte delle 60mila cartelle dei pazienti parlano di decessi".

In quei padiglioni, dove i pazienti erano divisi in "Tranquilli", "Sudici", "Agitati", "Furiosi" (e poi venivano gli ambienti dedicati alla chiesa ed all'obitorio), si poteva finire per molti motivi, alcuni futili, altri legati a mera discriminazione sociale, altri ancora per volontà dolosa di parenti ed antagonisti.

Bastava, ad esempio, come racconta chi quelle storie le ha vissute indirettamente o raccontate e denunciate, che alcuni parenti si mettessero d'accordo per far internare un loro congiunto ed impadronirsi così dell'eredità o del patrimonio. O ancora essere impotenti, ninfomani o omosessuali, dal "contegno" ritenuto puerile, inidoneo, o "femminile".

In manicomio finivano anche i cosiddetti "scemi di guerra": persone che, segnate dalla ferocia dei conflitti e dalla violenza, finivano per perdere il senno. O, al contrario, coloro che fingevano turbe psichiche per non fare il soldato ed essere arruolati.

Tante le storie di tristezza e malinconia.
Come la vicenda della "donna scimmia". Finita all'Annunziata a soli tre mesi, questa bimba non camminava nè parlava. A credere in lei, nelle sue potenzialità e nel suo riscatto umano possibile, un'operatrice che le insegnò a parlare e camminare, ma che, purtroppo, poi venne trasferita.



A quindici anni, la giovane si svegliò, di notte, in un letto trasformato in un lago di sangue a causa del primo mestruo.

Digiuna di spiegazioni, di figure di riferimento e presa dalla paura per l'accaduto, la poverina si mise ad urlare spaventata e fu ricoverata in manicomio, perchè reputata pazza. Manicomio dove trascorse quasi tutta la vita, fino a 62 anni, abbrutendosi, in uno stato di degrado ed abbandono. Spesso non si lavava nè vestiva e viveva accasciata a terra. il corpo, a causa dei tanti medicinali assunti affinché fosse sedata, si ricoprì di peluria. 

Da qui il terribile appellativo. Sta di fatto che quando la donna lascìo l'ospedale, benchè ormai in là con gli anni, appariva carina.

Come canta Caetano Veloso "visto da vicino nessuno è normale". Molto pericolosa, poi, è quella finta vicinanza che allontana, alimentando la diffidenza.

Alla dialettica tra normalità e pazzia è dedicato il corto, realizzato da Alessandra del Giudice e Giovanna Amore di Napoli città solidale "Io (non) ci metto la faccia",https://www.youtube.com/watch?v=lnmLM1P_ie4, che racconta storie di disagio ma anche di riscatto esistenziale e di come sia facile "scivolare" nella follia ed essere etichettati come "matti", perdendo la fiducia, la considerazione ed il rispetto da parte dei propri interlocutori.

Al confronto Com'è cambiata l'informazione a 40 anni dalla legge Basaglia, su lessico, temi legati alla salute mentale e deontologia anche Ottavio Lucarelli, presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Campania, il consigliere Vincenzo Esposito, il direttore dell’Emeroteca Tucci Salvatore Maffei (a lungo giornalista di giudiziaria per importanti quotidiani e riviste nazionali), il presidente di Gesco Sergio D’Angelo che ha partecipato al processo di dismissione dagli ospedali psichiatrici e al reinserimento degli ex internat,; e il sociologo visuale Marco Rossano, organizzatore del Premio Cinematografico Fausto Rossano dedicato alla salute mentale.

La chiave di volta, forse, sta nel passaggio dall'emarginazione, intesa come una ferita, una frattura, una cesura, un'espulsione (dal gruppo di riferimento e dalla collettività), ad una rimarginazione possibile, basata sulla tutela della dignità e sul rispetto del diritto di cittadinanza, su un processo di inclusione a 360 gradi.



venerdì 4 maggio 2018

Stiamo calmi: Saverio Raimondo illustra il suo vademecum per fare amicizia con l'ansia

Mentre ci si dibatte tra destra, sinistra e un centro ondivago, alla ricerca di  un equilibrio "dinamico", forse instabile, ma qualcuno spera possibile, o  ci si appella alla necessità di nuove elezioni improrogabili, al grido  di "Si voti chi può", c'è chi la soluzione sembrerebbe averla già trovata.

Si tratta di Saverio Raimondo, stand up comedian,  che individua  una nuova alleanza  partitica  possibile, in grado di sfondare il tetto del sospirato 40%, , tra depressi e  ansiosi. Uniti dal fil rouge del catastrofismo, le loro paure sono complementari.


Gli ansiosi infatti, non vogliono intraprendere nessuna azione, come ricorda il comico, per  paura che tutto possa finire. I depressi, invece, ritengono che  nessuna azione possa essere ormai  utile e salvifica perchè tutto è ormai inesorabilmente avviato alla fine.

Ne viene fuori,  secondo l'autore di Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l'ansia, edito da Feltrinelli, un mondo  non più spaventoso, bensì spaventato, dove l'ansia, forse, permetterà  di rendere tutto più sicuro, tenendolo sotto ferreo controllo.

Ed ecco, dunque emergere la vera natura, l'autentica cifra stilistica, dell'ansia che, lungi dall'essere un freno alla vita ed alla vitalità umana, è invece il vero motore del progresso, il centro propulsore dello sviluppo umano.

Lo sa bene lo stesso Raimondo, in qualità non solo di depresso di lungo corso. ma anche di erede di una folta genia di ansiosi.


Un lignaggio che lui espone con orgoglio, dato che ha , come lui spiega in questo sagace testo, illustri e geniali rappresentanti storici.

Da Cristoforo Colombo,  che stressa e mette l'ansia a tutti per trovare i modi ed i mezzi idonei a partire alla scoperta di quelle che lui crede essere Le Indie, per poi stressare nuovamente chiunque gli capiti a tiro, onde riuscire a ritornare "in tempo" (ma in realtà si tratta di  un  uno pseudo.ansioso, perchè un vero ansioso probabilmente non sarebbe mai partito);  a Leonardo Da Vinci, che avrebbe inventato la maggior parte  degli strumenti, che  hanno poi rivoluzionato la storia dell'umanità, spinto solo dall'ansia.

A  chi accusa gli ansiosi di essere la causa dell'ascesa al potere di Trump, in terra nordamericana, prontamente Saverio  Raimondi, argutamente ed  acutamente, ribatte che, come memento storico,  è bene rimarcare la  differenza tra un ansioso ed un nazista: "Il nazista -  sottolinea - è  quello che apre il gas. L'ansioso  è  quello che  lo chiude!  Non solo: si sveglia e va a controllare numerose volte durante la notte, per sincerarsi che il nazista, a sua insaputa, non l'abbia riaperto!"

Come ribadisce l'autore ciò che distingue la  paura  dall'ansia  è una sottile  ma tenace linea rossa, che gioca a dadi con il  senso di  realtà.

La paura, infatti, è quel sentimento realistico di allarme ed angoscia che ci prende quando un'auto sta per investirci. L'ansia, invece, sembrerebbe essere quel malessere sottile, che si insinua in noi e cresce esponenzialmente, facendoci sudare freddo, quando veniamo presi dal timore che, pur attraversando sulle strisce pedonali, un'auto accidentalmente, o per negligenza, possa arrivare all'improvviso ed investirci. Il bello è che non siamo in  procinto  di  attraversare nessuna strada!




Ma c'è di più. Raimondi, infatti, propone un glossario di parole, rivisitate in  base al gergo tipico dell'ansia. Ne  nasce  un mix  di  definizioni  esilaranti,  che  hanno come magico  effetto  apotropaico,  quello di sciogliere  i nodi allo  stomaco e "smitizzare" quella sorta di totem che è appunto l'ansia.

La presentazione del libro, che ha visto come location partenopea proprio la Feltrinelli di Santa Caterina a Chiaia (la prossima è in programma a Firenze il 18 maggio alle ore 21.00  nella sala del Caffè letterario Le Murate in piazza delle Murate), diviene così una sorta di spettacolo godibilissimo, in cui l'autore è il moderatore (nell'appuntamento partenopeo è toccato a Stefano Pisani autore televisivo e giornalista scientifico) esplorano i  vari volti  di questo malessere "umano troppo  umano".




Capita così che, in una sera  primaverile,  mentre  si  è appena finito di fare l'amore  e un venticello fresco entra dalla finestra, accarezzando le schiene nude dei due amanti, lei, dolcemente, sussurri al suo partner, che giace ebbro di emozioni tra le lenzuola, "Ti amo" e lui comprenda, per una sorta di legge del contrappasso, "Biopsia".

Ma niente paura... Come si potrebbe dire, parafrasando Truffaut "Non drammatizziamo... E' solo questione di ansia!"

giovedì 27 febbraio 2014

Per costruire la speranza: gesti concreti

In questo blog ho scelto di raccontare storie di speranza e coraggio, di forza e determinazione.

Grazie a quel qualcosa in più che caratterizza molti progetti e persone che li animano che operano  nonostante le difficoltà esistenziali e contestuali incontrate sul cammino.

Come molti di voi sapranno anche per gli uffici stampa che seguo ho scelto questo filtro.

Leonardo De Lorenzo, batterista partenopeo, rappresenta un esempio di questo coraggio e di come la musica possa essere veicolo di determinazione ed alleviare le pene dell'animo.

Proprio per questo ha scelto di suonare in luoghi simbolo di quest'ottica.

Non importa la capienza. Importa soprattutto lo spirito, l'atmosfera, la mission, il cuore che batte aL di sotto delle tavole del palco su cui si regge una struttura.

Ecco perchè Leonardo De Lorenzo ha scelto di suonare nella grande festa della musica che è stato il concerto sociale svoltosi venerdì scorso 21 febbraio presso il teatro Puccini di Firenze, promosso ed organizzato dai Mediterranea Group.

Un arcobaleno di note e generi, uniti dalla comune volontà di raccogliere fondi a favore della ricotruzione di Città della Scienza, affinchè possa risorgere ogni giorno di più al pari di un'araba fenice.

Le tesi su quel rogo si sono sprecate. Si è persino parlato di un incendio appiccato a bella posta per incassare i soldi dell'assicurazione.

O c'è chi ha detto che una struttura che sta in una città ormai allo sbando ed è mal gestita in fondo non poteva che fare una fine del genere, emblema del fatto che siamo alla frutta.

Poi si è fatto riferimento, anche in maniera a volte tendenziosa, ai debiti, agli insoluti, allo scontento dei lavoratori. Si è messo più d'una volta il dito nella piaga tra tanti se e ma.

Una cosa è certa però: quelli di Città della Scienza, science center partenopeo di levatura internazionale, non si sono arresi ed hanno cominciato a ricostruire quel luogo e la città di Napoli, e non solo, ha risposto con espressioni e gesti concreti di solidarietà

E questo è uno di quei gesti: limpidi, forti, diretti, allegri, come il cielo di una fredda ma pulita giornata di fine febbraio.




IL BILANCIO

Grande successo, con un teatro pieno ed un pubblico caloroso, per Leonardo De Lorenzo ed il suo Pictures Quintet il 21 febbraio scorso presso il teatro Puccini a Firenze, dove ha suonato, assieme ad altre band, nell'ambito di un concerto sociale promosso dai Mediterranea Group, per raccogliere fondi a favore della ricostruzione di Città della Scienza.

“Accoglienza cordiale, vera, onesta – racconta Leonardo De Lorenzo -  una disponibilità sempre pronta, e se è vero che a Firenze mi sono sentito sempre a casa, questa volta mi sono sentito in famiglia”

Tanti i musicisti che hanno aderito a quest’iniziativa, bravissimi nella loro specificità, dal talento elevato.



Elevati anche gli standard qualitativi assicurati dal gruppo organizzativo, che ha permesso la realizzazione dell’evento. Evento cui sono intervenuti anche molti rappresentanti istituzionali.

IL NUOVO APPUNTAMENTO

Altra realtà che ha incrociato più volte il cammino di Leonardo De Lorenzo è l'Auditorium Bianca D'Aponte ed adesso tocca a questo gemellaggio venerdì 28 febbraio, alle ore 21.30 (via Nobel 2, Aversa, Ce, www.biancadaponte.it).

Un luogo caro a Leonardo De Lorenzo, che sceglie di tornarvi con il suo Pictures Quintet per una serata speciale all’insegna della musica indipendente e della valorizzazione dei talenti.

Una musica libera ed al di fuori delle logiche “soffocanti” dello show business.





Venerdì 28 febbraio, però, Leonardo De Lorenzo, con la sua formazione in quintetto, esordirà con un progetto sonoro autonomo.

Fa tristezza pensare che a soli 23 anni una giovane vita venga spezzata. Fa tristezza anche se non si ha avuto modo di conoscerla personalmente, di condividere sorrisi di stringere mani.

Fa tristezza perchè è come se fosse stato messo un punto di fine periodo dove proprio non doveva andarci, perche non c'entrava nulla.

Fa tristezza per tutti i sogni, le speranze i progetti che potevano e DOVEVANO  essere trasformati in altrettanti obiettivi.

Fa tristezza per la gioia di vivere di una giovane, che nel caso di Bianca si esprimeva molto anche attraverso lo strumento della musica.

“Sono diversi anni che conosco Gaetano D’aponte e la sua storia – racconta
Leonardo - . È una persona per bene che fa tanto per veicolare la cultura e promuovere la musica in particolare. Ho suonato diverse volte all’auditorium Bianca D’Aponte ma sempre come gregario, mentre con un mio progetto è la prima volta. Sono semplicemente contento di poterlo fare, perché da Gaetano mi sento a casa e potrò incontrare dopo tanto tempo dei vecchi amici”.

Un luogo, dedicato alla memoria ed al talento di Bianca, figlia di Gaetano e musicista di rara sensibilità, e caratterizzato da un’atmosfera calda, familiare ed accogliente, ricavato da una grande sala seminterrata.

E' così che alla tristezza, al dolore, al senso di debito verso il mondo e verso Dio, al vuoto ed alla rabbia possono essere sostituiti sentimenti come la speranza, la tenacia, il coraggio, la caparbietà, la voglia di non arrendersi, la propositività.

Un punto di riferimento per tutti i talenti campani e non solo, dato che qui confluiscono artisti emergenti e non , provenienti da tutta Italia. Un esempio di come da un dolore immenso e dalle macerie del proprio cuore, con coraggio e tenacia, si possa far emergere qualcosa di buono ed apportatore di speranza e rinnovate possibilità, non solo per se stessi ma per tutta la collettività, aprendosi anziché chiudersi al mondo.


 La formazione che accompagnerà Leonardo De Lorenzo sarà il “Pictures Quintet”.

“Con questo quintetto – racconta ancora il batterista -  proponiamo la musica del mio secondo cd “Pictures” e tanta altra mia musica estrapolata da altri miei lavori, oltre a qualche cover di brani famosi”. Sul palco, per esprimere le sonorità proprie del progetto artistico di De Lorenzo, lo storico Ivano Leva al pianoforte, amico da tanti anni e collaboratore insostituibile. Una collaborazione le peculiarità artistiche di entrambi si fondono ed alternano in una perfetta alchimia sonora.

Poi c’è Luciano Bellico, alto sassofonista di grande tecnica e cultura, dal fraseggio elegante.

Ed ancora Federico Luongo, un collega ed amico sempre disponibile e puntuale che suona “spaventosamente bene”!.

Infine Sasà Brancaccio, che dona al gruppo un apporto fondamentale, con il suo sound e con la capacità di amalgamare insieme i vari elementi.

Associato alla location esiste anche un omonimo premio, di cui è direttore artistico Fausto Mesolella,  istituito per dare alle giovani cantautrici, in particolare, che compongono in italiano o in un dialetto italiano “un’opportunità per emergere nel mondo della musica”, mettendo tutte in condizioni di pari opportunità ed offrendo accoglienza gratuita.

Per creare un momento di incontro e di confronto, e fornire loro una vetrina indipendente.



Quindi l’appuntamento di venerdì 28 febbraio contiene in sé un doppio appuntamento.

Con un autore completo (e la sua band in una simbiosi perfetta), fautore di un ritmo avvolgente e raffinato, creato con un sapiente equilibrio nota dopo nota, curato e “sudato” e la storia di riscatto di Terra di Lavoro ma anche con  una storia di dolore trasformata dal’amore in un’occasione di crescita e sviluppo del proprio talento e delle proprie potenzialità.

Contributo di partecipazione: 10 euro

Per maggiori informazioni e prenotazione obbligatoria: Auditorium Bianca D’Aponte
Via Nobel, 2 Aversa (Ce)
Contatti  telefonici:  336 694666 - 335 7665665 - 335 538393


Ed ora qualche assaggio di gustose alchimie in musica:

http://youtu.be/vzTRklbixL4

http://youtu.be/rndcEMaAZIo

http://youtu.be/ksmslQZQhsM


sabato 15 febbraio 2014

L'impegno di Leonardo De Lorenzo con la sua musica per girasoli

C’era una volta un’isola, dove crescevano girasoli dai petali delicati ma tenaci, in grado di seguire ostinatamente il sole e con esso i propri sogni.

L’Isola dei Girasoli è la neonata associazione fondata da Leonardo De Lorenzo batterista da sempre fortemente impegnato nel sociale. L’Isola dei Girasoli si propone di dare una possibilità ai giovani che inseguono il sogno di coltivare la propria arte ma anche ai bambini colpiti da una male terribile, il cancro, ed alle loro famiglie, portando loro un po’ di sollievo attraverso la musica, luce nelle tenebre del dolore.

Un male che si diffonde nei corpi ma anche nelle pieghe di una terra martoriata, da abusi di ogni tipo, con in primo piano l’emergenza ambientale e di salute, ma troppo spesso ridotta al silenzio e costretta, o consenziente, nel chinare la testa.

Testimonial di questa realtà nascente è suo figlio Francesco, colpito a soli 5 anni (oggi ne ha sedici) da un terribile medulloblastoma, un tumore particolarmente aggressivo che l’ha privato della possibilità di parlare e camminare ma non è riuscito a privarlo  del suo luminoso  sorriso.

Lo strumento scelto per sollevare il velo su diverse situazione e raccogliere fondi, che possano tradurre le aspirazioni in obiettivi, è sempre lei: la musica.

Sabato 15 febbraio alle ore 19.00 Leonardo De Lorenzo, accompagnato dal suo quintetto, i  Pictures Quintet, inaugurerà il 2014 con un concerto presso la Lili Music School, diretta da Genni Formati, in via Alfredo Rocco, 20, 80128, Napoli.

Il concerto si svolgerà nell’auditorium “Ventottoposti”, nell’ambito di una rassegna cominciata a novembre 2013 e volta a valorizzare i  talenti nostrani.

Il quintetto che accompagna il batterista partenopeo, condividendo l’ottica della missione  sociale della musica,  è  un gruppo affiatato e composto da musicisti dal gusto moderno. Ivano Leva  al pianoforte, Luciano Bellico al sax alto, Federico Luongo alla chitarra, Sasà Brancaccio al contrabbasso e Leonardo  de Lorenzo alla batteria.

La band propone un sound metropolitano ed energico senza però mai lasciare la strada della tradizione ed il gusto per le dinamiche soffuse ed eleganti.

Un mix di  elementi che delinea un flusso ritmico sempre fluido e mai scontato.

Un ritmo caldo ed avvolgente, frutto di quell’improvvisazione tipica del jazz made in New York. Le suggestioni provengono dal cuore dell’Europa impressionista con le sue esplosioni di luce e di colore e dall’influenza delle note di compositori classici come Maurice Ravel, Erik Satie e Giacomo Puccini, “impastati” con i ritmi afro-americani.

“Si  tratta di una serata atipica -  racconta Leonardo .-  per quello che siamo abituati a seguire a Napoli. L’orario infatti, ricorda un po’ i set dei club americani o londinesi. A me è piaciuto molto”

La serata  prevede brani tratti da Pictures, il suo lavoro discografico uscito nel 2011 e  dall’album precedente “Entropia” e introduce anche alcuni brani inediti che confluiranno nel prossimo lavoro.  

“Pictures è la mia musica in quintetto – continua Leonardo  - ma è anche il flusso di emozioni generato dalle mattonelle (le pictures appunto) dipinte da Francesco, durante la sua degenza all’Istituto Tumori di Milano, specchio della sua lotta contro il devastante medulloblastoma che l’ha colpito quando aveva appena 5 anni.

Quelle pictures, piene di colore e frutto di  uno slancio spontaneo, quello tipico dell’universo fanciullesco, sono poi diventate il simbolo raffigurato sulla copertina del cd stesso.

La Lili Music School è un posto dove la musica si impara a  suonarla ma che sceglie anche di essere teatro di eventi che lo spirito  della musica  onorano.

Ne nasce una serata per coloro che amano davvero la musica o che si accostano ad essa con grande rispetto e curiosità, non essendo la location un luogo pensato per i “grandi numeri” ed atto a seguire le direzioni oscillanti delle mode.

“Tutto questo – ribadisce Leonardo De Lorenzo -  si traduce in un pubblico selezionato che viene solamente per ascoltare un concerto, con un’acustica ottimale. Tutte condizioni che fanno stare bene i musicisti, con conseguente beneficio per tutti. Unendo i vari elementi è la possibilità di suonare musica di qualità”.

Il contributo di partecipazione alla serata è di 10 euro.

Per cominciare a conoscere il mondo musicale di Leonardo De Lorenzo ed i suoi virtuosismi in compagnia della sua amata batteria:


Per informazioni prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti: 081-2417477



Ufficio Stampa:

Dr.ssa Tania Sabatino
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