mercoledì 27 marzo 2019

A un metro da te: quando l’amore si misura in respiri (negati)



A un metro da te, il film interpretato da Haley Lu Richardson e Cole Sprouse (rispettivamente Stella Grant e Will Newman) è uscito nelle sale da una manciata di giorni ed è già schizzato al primo posto nelle classifiche.



Il regista Justin Baldoni  ha avuto modo di conoscere più da vicino la fibrosi cistica nel corso di una serie di documentari, My last days, che racconta la vita di malati terminali, una puntata delle quali era dedicata proprio a questa patologia, ed ha ispirato il personaggio femminile alla figura di Claire, purtroppo scomparsa di recente, lo scorso 2 settembre, a causa di alcune complicazioni sorte dopo il trapianto di polmoni.

La ragazza, con cui il regista aveva stretto amicizia, era diventata un’importante youtuber ed influencer, grazie alla battaglia condotta attraverso il web per far conoscere la fibrosi cistica, umanizzando la malattia. Tra le sue riflessioni un posto nevralgico aveva assunto anche la sfera affettivo-sessuale e le riflessioni sorte dalla difficoltà di rapportarsi ai propri coetanei in quest’ambito.
Forse Justin Baldoni ha anche voluto, attraverso questa pellicola, ipotizzare e rappresentare un destino diverso per Claire.

Il film è indubbiamente congegnato per carpire l'attenzione di un pubblico adolescenziale (che però si divide tra schermo cinematografico e schermo del cellulare e spesso quest’ultimo sembrerebbe avere la meglio) per toccare le corde delle emozioni, battendo su alcuni tasti ben troppo noti e già visti del teen drama, come Colpa delle stelle ed Il sole a mezzanotte, pur introducendo elementi di riflessione nuovi. 

Amare, infatti, vuol dire sfiorarsi corpo ed anima. Vuol dire abbracciarsi e, con quell'abbraccio, trasmettere accoglienza e presenza, conforto e vicinanza. In un abbraccio, in un tocco, è racchiuso il proprio mondo, fatto di gioie, paure, trasporto, trepidazione, che si decide di condividere con l'altro, senza distanze e cesure, attraverso il contatto pelle a pelle. 



Ma quando questo è precluso, per le più svariate ragioni, in questo caso a causa della fibrosi cistica, entra subito in gioco, per chi lo permette, il contatto dei pensieri, delle esperienze, la possibilità e necessità di guardare l'altro negli occhi per ritrovarsi vicini, ma lontani, simili e differenti. Perchè abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi davvero, senza paura, e ci riconosca al di là delle etichette, degli stereotipi, delle ferite e dei graffi, quelli che abbiamo sul corpo e sull’anima...
"Non siamo ragazzi normali - dice Poe - a noi alcune cose non capitano tutti i giorni". Ma le relazioni, le emozioni, lo spazio condiviso, ci restituiscono la possibilità di decidere per la nostra vita e di essere davvero nel mondo. 



La distanza emotiva e psicologica che da sempre scandisce il ritmo del progressivo allontanamento dal partner, trasformando l’attrazione in distanza, creando tensioni, incomprensioni, rotture, ed inasprendo le logiche dell’amore e persino quelle del desiderio, che di solito riesce a tacitare le obiezioni della ragione, qui viene resa tangibile. 

Non si può stare insieme, e non lo si deve fare, perché si è distanti non tanto nella visione delle cose e nell’approccio al mondo (e lo si è dato che Stella è metodica e con l’ansia del controllo, tant’è vero che lei stessa ammette di essere un tantino ossessivo-compulsiva, proprio per riequilibrare la mancanza di controllo sul presente e sul futuro impostale dalla malattia, mentre Will sembrerebbe essere allergico a tutte le regole ed ha l’unico scopo di diventare maggiorenne per poter finalmente decidere della propria vita, sospendere qualsivoglia cura e viaggiare per il mondo), quanto perché la distanza fisica è necessaria a garantire la salute residua e quindi la sopravvivenza.



Non è più un problema di differenze caratteriali,  di scontri di visioni, di sensibilità e di aspettative, bensì il nodo critico è marchiato, impresso indelebilmente, nel corpo e passa attraverso il respiro che, se da una parte permette all’essere umano di rimanere in vita, ed è quindi necessario salvaguardarlo strenuamente, nel caso di due ragazzi, malati di fibrosi cistica, che rischiano di “passarsi i batteri”, ed uno, il B- cepacea, appare particolarmente resistente tanto da impiantarsi stabilmente nel corpo-ospite, cronicizzando, diviene vincolo, confine invalicabile, privandoli del contatto vitale con il corpo dell’altro. 

Il paradosso che la pellicola propone, dunque, è quello di una distanza necessaria a preservare la vita che finisce, però, per privare l’individuo del proprio legittimo slancio vitale, di quella linfa che sgorga dal contatto con l’altrui corpo.



Probabilmente, però, sembrerebbe esserci anche un altro motivo per cui un film che per troppi versi preme l’acceleratore su toni emotivi scontati, onde favorire la lacrimuccia, piace. L’idea che in un’epoca di intercambiabilità e relazioni usa e getta, come denunciano alcuni sociologi contemporanei, con in testa Zygmunt Bauman, caratterizzata da un’estrema sessualizzazione delle relazioni e dalla ricerca quasi ossessiva di interazioni semplici, che non diano pensieri, due anime e due corpi possano riconoscersi simili e complementari a tal punto da sfidare le logiche avverse, persino quelle inscritte nella loro malattia.

Questo potrebbe essere definito come un film “a rilascio lento”. Infatti, mentre lo si guarda, soprattutto se l’occhio non è quello di un adolescente, spiccano subito tutti i difetti: la trama che in certi punti cede rovinosamente, alcune comode banalizzazioni, il voler creare l’effetto dramma, spesso in maniera davvero eclatante, lo spingere con forza su alcuni tasti emozionali , fino ad arrivare ad alcune incongruenze, crepe e salti temporali. 



Il lavorio emotivo, però, erompe nei giorni successivi, quelli in cui le emozioni sembrano ritornare sul cosiddetto luogo del delitto e non si riesce a non ripensare a quei due ragazzi, rappresentanti di tanti altri possibili teenager: così ci si ritrova a cercare informazioni sulla fibrosi cistica in rete, ad informarsi su quel batterio tanto resistente, sperando che non sia poi tanto pericoloso e cattivo, che gliela si possa fare, ed a sperare che tanti adolescenti come quelli interpretati dai due attori, senza dimenticare l’amico del cuore, Poe, interpretato da Moisés Arias, possano davvero vivere appieno la propria occasione di esistere ed amare “a pieni polmoni”.

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