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lunedì 4 maggio 2020

Fibromialgia: la malattia che ci racconta la storia delle emozioni negate


Riflettori accesi sulla fibromialgia. 

Un’attenzione in crescita verso una malattia misconosciuta fino a poco tempo fa, ma che oggi vede un susseguirsi di iniziative per farla conoscere e riconoscere, con la possibilità, attualmente allo studio, di inserirla nei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza.

Come spesso accade, l’attenzione si è accesa quando è emerso che a soffrirne sono anche alcune star dello show business, con Lady Gaga in testa, che pare, qualche tempo fa, abbia addirittura dovuto annullare una serie di concerti, a causa dei dolori cronici e dei veri e propri blocchi muscolari.
In generale, perché, almeno per alcuni (perché anche qui gli esperti si dividono, facendosi portatori di opinioni e motivazioni contrastanti) è così importante, per chi ne è affetto, che venga inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)?

Come si legge sul portale de La legge per tutti, la sindrome fibromialgica, le cui cause sono in parte sconosciute e che è una malattia sistemica, perché colpisce numerosi organi ed apparati, è sulla strada giusta per essere riconosciuta come patologia invalidante, con relativa esenzione sanitaria di tutte le prestazioni correlate.

Si tratta di una patologia subdola, tanto da far tacciare chi ne soffre di ipocondria, come se si avesse a che fare con una sorta di malato immaginario. Una malattia che presenta oltre cento sintomi, che non è possibile rilevare, come sottolineano gli addetti al settore, attraverso esami diagnostici e di laboratorio, ma solo attraverso i segnali riferiti dai pazienti stessi ed attraverso una digitopressione effettuata dallo specialista sui cosiddetti tender points, cioè punti nevralgici del corpo che rispondono ad una pressione lieve con un dolore acuto, la mialgia appunto. 



Gli effetti sono davvero invalidanti e condizionano pesantemente la quotidianità, personale, lavorativa, amicale, di chi ne è affetto, a causa della rigidità muscolare, che può addirittura arrivare a bloccare una persona, del dolore cronico  e di altri sintomi, come la debolezza generalizzata, i mal di testa frequenti, i dolori addominali e muscolo-scheletrici, il colon irritabile, le difficoltà di concentrazione, la cosiddetta fog, una nebbia che avvolge i pensieri, impedendo di studiare ed applicarsi in attività di concetto.

Senza dimenticare, tra le altre spie di un malessere sotterraneo e costante, uno stimolo continuativo ad urinare: si tratta della cistite interstiziale, che non è legata ad un’infezione batterica, bensì ad un’anomalia nella contrattura dei muscoli pelvici.

Persino attività apparentemente banali come leggere o utilizzare il computer, camminare anche per brevi tratti, stare in piedi o seduti a lungo, trasportare piccoli pesi, di entità moderata, diventano una fatica immane ed un’impresa titanica.

A presentare la proposta di legge, tale da riconoscerne la natura altamente invalidante, i senatori Boldrini e Parrini.

Inoltre, è in programma la creazione di un registro nazionale: monitoraggio e statistiche, corsi di formazione ad hoc per il personale sanitario, studio e ricerca sulla malattia e l’istituzione di ambulatori e centri specialistici, per restituire al malato l’autonomia progressivamente persa, e con essa l’indipendenza decisionale, e riconsegnargli, letteralmente, la gestione della propria vita, andata alla deriva a causa della patologia.

Come già detto, le cause di questo malessere sistemico sono ancora ignote, ma si suppone un complesso intreccio di fattori, anche di natura psicosomatica, tanto è vero che la fibromialgia è stata anche definita come la malattia delle emozioni negate e represse.

Ecco perché abbiamo deciso di parlare con la psicologa e psicoterapeuta Emanuela Grazzini, che ha condiviso con noi alcuni importanti risultati, frutto di sue ricerche tematiche e del lavoro sul campo, dipanatosi nel corso degli anni.

Tanti i temi toccati: dagli scompensi psichici derivanti dai ritardi diagnostici e dalle peregrinazioni tra diversi medici agli stati depressivi indotti dal dolore cronico, fino ad arrivare alla progressiva perdita di autonomia. Una condizione spesso inasprita dalla difficoltà nello spiegare perché si sta così male, che riesce a tenere la vita quotidiana letteralmente in ostaggio, bloccata in uno stato di sospensione, costringendo chi ne soffre a fare i conti anche con gli ostacoli frapposti all’essere creduti e compresi dagli interlocutori.



Insieme a Emanuela Grazzini, però, percorriamo anche la strada di una possibile rinascita, che passa attraverso la progressiva riconquista di un contatto autentico con se stessi, mediante il ricorso a strumenti psicoterapici e psico-educativi che consentano un’elaborazione profonda del messaggio che la malattia porta con sé, la condivisione delle esperienze e l’emersione da una condizione di isolamento sociale.

Buone notizie in arrivo:  in programma alcuni gruppi terapeutici per malati di fibromialgia presso il Centro Iperbarico di Ravenna.


D.    Quali sono i rischi psicologici cui espone la diagnosi ritardata, con la peregrinazione da un medico all'altro e l'essere tacciati di essere malati immaginario o di psicosomatizzare a causa dello stress?

R. La peregrinazione da un medico all’altro espone la persona alla ricerca estenuante di una “identificazione” che tarda a venire. Questo comporta da un lato, un carico emotivo dettato da frustrazione, rabbia, paura, sconforto, dall’altra l’innesco di un circolo vizioso per cui si rischia una destabilizzazione rispetto la propria identità, per cui, più sono costretto a ricercare nell’altro un “riconoscimento” diagnostico oggettivo (non interpretativo) più rischio di sprofondare nell’oblio dell’incertezza esistenziale, coinvolgendo il senso e il valore di me, prima di tutto come persona, anziché come malato. Questo può inscenare degli scompensi psichici per cui si comincia addirittura a dubitare di sé e del proprio vissuto interno “e se questo dolore fosse davvero frutto della mia fantasia?” con il rischio di provocare dei fenomeni dissociativi come prodotto di eventi traumatici.

       D. Il dolore cronico facilita l'instaurarsi di stati depressivi e l'alterazione del carattere di base?

R. Il dolore cronico, essendo causato da un sistema neurofisiologico di errata lettura delle componenti legate alla percezione del dolore, in termini di allodinia e iperalgesia, può facilitare nelle persone predisposte uno stato depressivo. Questo poiché alla base del buon funzionamento di lettura del dolore appare esserci una riduzione del neurotrasmettitore serotoninergico, tale per cui a livello neuronale, esso rimane incapsulato nella cellula anziché renderlo usufruibile. La serotonina è il neurotrasmettitore deputato alla stabilizzazione del tono dell’umore nei vissuti depressivi. Per quanto riguarda una “alterazione del carattere di base”, non vi sono prove certe, tuttavia ciò che può cambiare è il mondo emozionale, fortemente disregolato, implicando delle manifestazioni che possono generare destabilizzazione.

D.    La scarsa resistenza a stress, pressioni emotive (con riduzione della capacità di problem solving) e fatica fisica possono indurre stati depressivi, calo dell'autostima, sentimenti di inadeguatezza, legati al progressivo isolamento sociale vissuto ed all'impossibilità di fare tutte le cose socialmente richieste? 

R. Uno degli elementi che ricorrono più frequentemente nel vissuto della persona con FM è il valore psico-emotivo affidato al senso di auto-efficacia, in altre parole al “fare”. Il dolore frena, rallenta o addirittura immobilizza la persona fino ad arrivare a una dispercezione della propria efficacia nel mondo. Nel “fare” si racchiude la “testimonianza” pratica del Sé, attraverso cui si può dare prova della propria esistenza. Non potendo “agire” come si vorrebbe, non riuscendo a percepire il senso della propria efficacia-nel-mondo, si rischia di mettere in discussione il valore di sé: “ormai non servo più a niente”. In questo caso si presenta un corto circuito psichico per cui “il mio valore esiste, se lo posso dimostrare dando prova di me”. Se si è impossibilitati nel farlo il rischio di percepirsi come “fallimentari”, può condurre, nelle situazioni peggiori, ad annullare sé stessi, per cui “niente ha più senso”; “io non mi riconosco più, facevo miliardi di cose prima”. Compare il bisogno di rendere consapevole il proprio valore a prescindere da ciò che richiede la spinta verso il “fare per essere”; un valore per cui “sono perché semplicemente esisto” che è racchiuso nel Sé integrato e non più frammentato dalle conseguenze causate dalla malattia.

D.  Come si può reagire per ritrovare se stessi ed un adeguato regime di attività?

R. Prima di tutto va detto che per migliorare la propria condizione di fibromialgico si può fare molto. Come dico spesso, creando anche stupore negli occhi dei pazienti, la FM porta con sé un “messaggio” esistenziale che va riconosciuto ed elaborato. Per farlo è necessario lavorare sulla propria storia, le proprie abitudini, al proprio modo di “pensare” per rielaborare il proprio “sentire” attraverso un auto-apprendimento funzionale. Chiaramente per ritrovare sé stessi e ritornare a fare le cose “normali” della vita di tutti i giorni, è necessario lavorare in termini psicoterapeutici e psico-educativi per rielaborare i frammenti del Sé profondo e ricondurli attraverso il processo di integrazione ad una nuova consapevolizza e conoscenza di sé.

D. Esiste un modo per innalzare lo stato vitale, senza ricorrere agli psicofarmaci?

R. Certo che sì. Attraverso una propria disponibilità a lavorare su di sé, poiché la FM potrebbe anche essere vissuta (chiaramente quando si ha raggiunto uno stadio più maturo di consapevolezza) come una opportunità per rivedere, riparare, ristabilire, ciò che attraverso la malattia si manifesta in termini disfunzionali, offrendosi una opportunità di “ri-nascita”.

D.  Quanto è importante aver modo di condividere le esperienze e confrontarsi da un lato con esperti e dall'altro con altre persone che vivono la medesima condizione?

R. Confrontarsi con gli esperti è molto importante. Tuttavia, non tutti sono “esperti” e questo porta inevitabilmente a prestare attenzione a chi ci si rivolge. Ciò che conta è riconoscere uno specialista con cui si può costruire un rapporto di fiducia e di collaborazione, in modo da sentirsi tutelati e protetti, riconosciuti e seguiti attraverso tutti le oscillazioni che la malattia comporta. Proprio per questo la cosa migliore sarebbe quella di affidarsi ad un’equipe multidisciplinare, in cui al centro c’è la persona. Condividere la propria esperienza con altre persone che soffrono di questa stessa malattia, è fondamentale, soprattutto quando i propri vissuti vengono raccontati in termini di “presa di coscienza” non solo in termini di dolore e assunzione di farmaci.  Questo facilita il crearsi di un ambiente positivo in cui l’approccio alla malattia ha un respiro più ampio e costruttivo rispetto ai momenti più critici, senza tralasciare o minimizzare i momenti più leggeri. In questo modo si impara a enfatizzare e amplificare gli aspetti di auto-determinazione e di centralità di sé sulla malattia. 




D. Qual è il legame tra fibromialgia e emozioni taciute, represse e negate?

R. Dai recenti studi sembra che uno dei fattori scatenanti la FM sia una ipersensibilizzazione del Sistema Nervoso Centrale, tant’è che viene ormai definita come Sindrome da Sensibilizzazione Centrale. La domanda che ci si è posti è: “cosa ha contribuito alla manifestazione della malattia?” Ebbene, dal punto di vista funzionale del Sistema Nervoso Centrale si è potuto dimostrare che eventi traumatici di tipo emotivo (legati per lo più al periodo dell’attaccamento) e/o fisico (legati ad incidenti, eventi catastrofici) possono aver facilitato la sua insorgenza. Questo è tanto più vero quanto più precoce è stata l’età in cui il trauma è accaduto. L’impatto traumatico, con le sue conseguenze a livello di equilibrio interno, porta con sé dei contenuti che non sempre possono emergere “in tranquillità” poiché il dolore, rispetto l’evento, sarebbe troppo violento. Il nostro cervello possiede diversi livelli di auto-protezione, per cui non tutto viene fatto risalire “dal basso verso l’alto”, cioè dal mondo profondo verso la coscienza o mondo razionale. Ciò non significa però che quei contenuti rimangano a lungo silenti. Uno o più eventi traumatici amplificano le difficoltà nell’affrontare le avversità della vita, sentendosi “impotenti” o inefficaci; a lungo andare si crea una sorta di logorio del Sistema Nervoso che impara a rispondere in modo abnorme di fronte a qualsiasi evento, innescando un meccanismo di continua iperattivazione e stato di allerta, in cui il mondo emotivo si dis-regola. Il dolore cronico della FM è un urlo mai espresso, è una ferita profonda mai riparata di cui non sempre si è consapevoli.

In programma (anche se non è ancora nota, naturalmente, la data effettiva di avvio) alcuni gruppi terapeutici per malati di fibromialgia presso il Centro Iperbarico di Ravenna.










lunedì 10 febbraio 2020

Fibromialgia: l’importanza di uno stile di vita corretto, a partire dall’alimentazione


Un confronto con gli addetti ai lavori, per avere un orientamento fondamentale. E' questo lo scopo della giornata, incentrata sulla sindrome fibromialgica, in programma per sabato 15 febbraio 2020 a Napoli.


Ad organizzarla  il CFU, il Comitato Fibromialgici Uniti, nato nel 2016, presieduto, a livello nazionale da Barbara Suzzi,  con Rosaria De Vitiis come delegata regionale per la Campania.

 Ad ospitare questa giornata saranno gli spazi del Maschio Angioino. In mattinata saranno allestiti alcuni stand dove saranno presenti i maggiori referenti di questa insidiosa patologia, tra i quali reumatologi, neurologi, psicologi. Nel pomeriggio ci sarà una conferenza, cui parteciperanno presenze istituzionali e medici: verranno divulgate alcune informazioni importanti e studi di casi.


Nel frattempo passiamo la parola a Martina Toschi e Sara Giannini, biologhe nutrizioniste, iscritte all’Ordine Nazionale dei Biologi, perché, come spiegato finora, l’alimentazione, è un tassello importante per promuovere un corretto stile di vita, riducendo stress e tensione.
D.  La fibromialgia è una malattia sistemica, di origine sconosciuta ma multifattoriale, spesso silente perché non presenta evidenze fisiche né è rinvenibile con esami di laboratorio e diagnostici e per questo è sovente misconosciuta. In che modo l'alimentazione può peggiorare la situazione o, al contrario, migliorarla?
R. Oltre ai disturbi a carico di ossa, muscoli e articolazioni, la fibromialgia può “ripercuotersi” anche sull’apparato digerente. Il 70% dei pazienti che presentano diagnosi di colon irritabile sono poi classificabili come fibromialgici e viceversa. Una parziale conferma di quanto ricercatori e clinici ipotizzano da tempo: i legami tra le malattie reumatiche, i disturbi del tratto digerente e la disbiosi, cioè un numero ridotto di batteri intestinali o disequilibrio trai vari ceppi batterici in ragione di alcuni meccanismi infiammatori condivisi, sono ben più profondi di quanto si possa immaginare e sono in stretta relazione con la produzione dei neurotrasmettitori come la serotina. 
L’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino, ossia, il microbiota, sembrerebbe essere fortemente coinvolto nell’eziopatogenesi della fibromialgia. Diversi studi infatti hanno dimostrato come la popolazione microbica intestinale grazie alla stretta relazione sussistente tra sistema nervoso centrale e sistema nervoso enterico, sia in grado di influenzare la nostra salute a più livelli. In particolare, l’alterazione della qualità e quantità di questi microbi può causare delle gravi anomalie a carico dei meccanismi di regolazione dei processi infiammatori coinvolti nella genesi della fibromialgia. L’equilibrio e la salute del nostro microbiota intestinale sono fortemente influenzati dalla dieta e vari studi dimostrano come i sintomi della fibromialgia possano migliorare attraverso un intervento mirato all’alimentazione dei pazienti.

La dieta per la fibromialgia deve principalmente basarsi su un’alimentazione antinfiammatoria specifica, personalizzata e ottimizzata a seconda dei disturbi intestinali associati, con l’obiettivo principale di ripristinare la corretta funzionalità intestinale e riequilibrare il microbiota intestinale per poi indurre un miglioramento più generalizzato.
L’assunzione di cibi sbagliati può peggiorare la condizione intestinale preesistente e accentuare di conseguenza i sintomi fibromialgici, non solo a livello fisico ma anche e soprattutto a livello psico-emotivo. Bisogna infatti sottolineare come la comunicazione cervello-intestino sia bidirezionale: un microbiota in disbiosi può indurre stati di ansia e depressione creando un loop patologico che si autoalimenta
Al contrario, quando la dieta risulta corretta e bilanciata rispetto alla condizione gastrointestinale associata, il primo miglioramento che si riscontra e a livello intestinale e subito dopo a livello emotivo.

D. Qual è il tipo di alimentazione, e più in generale di stile di vita, consigliata?

R. La dieta per la fibromialgia deve basarsi principalmente su un’alimentazione antinfiammatoria personalizzata e ottimizzata a seconda dei disturbi intestinali associati, con l’obiettivo fondamentale di ripristinare la corretta funzionalità intestinale e riequilibrare il microbiota e deve possedere le caratteristiche di seguito elencate:
-       La prima indicazione riguarda il consumo di cibi a basso indice glicemico che andrebbero preferiti rispetto a quelli a ricchi in zuccheri e farine raffinate. È possibile consumare carboidrati sotto forma di cereali in chicco ogni giorno, a patto che siano limitati in quantità e non raffinati. Al contempo è preferibile scegliere cereali a minore contenuto di glutine (grani antichi, farro) o naturalmente privi di glutine (riso basmati o semintegrale, amaranto, grano saraceno, ecc…).
 La pasta ha il vantaggio di essere meno aggressiva per l’intestino rispetto al chicco.

-       Frutta e verdura vanno consumate quotidianamente, perché ricche di sostanze antiossidanti, ma scelte tra le varietà a ridotto contenuto di fibre FODMAP, solanina e in generale non irritanti per la mucosa intestinale: bieta, carote, cetrioli, finocchio crudo, indivia, radicchio rosso, ravanelli, rucola, sedano, valeriana, zucchine, olive, erbe aromatiche e spezie non piccanti, fragole, frutti di bosco, banane, melagrana, arance, mandarini, uva senza buccia e senza semi. Quando non sono presenti particolari problematiche di salute è fondamentale seguire la stagionalità di frutta e verdura, invece in presenza di sintomi gastrointestinali è bene selezionare solo le varietà di vegetali sopra elencate nonostante possano non essere di stagione. Studi recenti evidenziano però un effetto negativo del fruttosio, che a livello intestinale ridurrebbe notevolmente l’assorbimento del triptofano e di conseguenza la produzione di serotonina; per questa ragione può essere molto utile limitare il consumo di frutta e preferire quella a minor contenuto di fruttosio (per esempio, frutti di bosco).

-       Nelle prime fasi è importante consumare ogni giorno proteine ad alto valore biologico provenienti da carne bianca (pollo, tacchino, coniglio), pesce di piccola taglia pescato, uova da galline allevate a terra o comunque libere di razzolare. Nella fase di reintroduzione è importante scegliere carne rossa di qualità e preferibilmente grass-fed, cioè da animali allevati al pascolo, salumi DOP (prosciutto crudo di Parma o San Daniele, bresaola) e legumi decorticati.

-       Grassi: è importante evitare gli oli di semi (e tutti gli alimenti che li contengono) perché ricchi in acidi grassi omega 6, quindi estremamente infiammanti e preferire il classico olio extravergine di oliva italiano. È importante anche consumare burro in quanto l’acido butirrico nutre le cellule intestinali, riducendo infiammazione e permeabilità.


D. Quali sono gli alimenti dirty, tra quelli tendenzialmente da non preferire e perché?

R. - Cibi ad alto indice glicemico (zuccheri semplici, farine raffinate) in quanto promuovono l’infiammazione.
- Basso quantitativo di glutine (20% totale apporto glucidico) per l’effetto sulla leaky gut e sull’infiammazione infiammazione intestinale.
- Cibi ricchi in FODMAPs, fibre con alti livelli di zuccheri fermentati a livello intestinale che peggiorano le disbiosi preesistenti
- Solanaceae: melanzane patate, pomodori, peperoni bacche di Goji, perché contengono la solanina, un alcaloide glicosilico responsabile dell’infiammazione della parete intestinale
- Eccesso di fruttosio, perché limita l’assorbimento intestinale di triptofano e di conseguenza la produzione endogena di serotonina
- Legumi non decorticati per la presenza dei fitati per gli antinutrienti contenuti che limitano l’assorbimento di sostanze nutritive.

Per chi voglia approfondire il tema del regime alimentare più adeguato per una vasta gamma di disturbi o malattie, può leggere il libro L'alimentazione corretta nelle diverse patologie. edito da Tecniche Nuove (2019). Un viaggio nell’alimentazione eubiotica che accompagna i lettori nell’interpretazione delle ultime evidenze scientifiche, attraverso una spiegazione teorica prima e pratica poi del perché sia opportuno, per tutelare il proprio organismo, mangiare in certo modo.
Tante le patologie contemplate <>.


mercoledì 5 febbraio 2020

Fibromialgia: riconoscerla è il primo passo


Fibromialgia: come indicano i lemmi che compongono questa parola si tratta di un dolore intenso e continuo che colpisce i tessuti fibrosi (muscoli e tendini), alternando fasi acute a fasi di remissione. 

Si tratta, secondo gli esperti, di una patologia di origine reumatica, di tipo muscolo-tensivo, con una forte componente psicosomatica. Ciò vuol dire che tutti i muscoli, compresi quelli del cuoio capelluto, sono sempre in tensione, non si spengono mai, provocando, tra gli altri sintomi, uno stato di costante dolorabilità, profonda stanchezza e sonno leggero, interrotto e non ristoratore (è come se anche durante il sonno si corresse a perdifiato ed i muscoli tesi non permettessero di riposare in modo adeguato). 

Ogni stimolo, anche minimo, diventa doloroso, si ravvisa ipertono muscolare e nervoso.
Inoltre per un’alterazione percettiva, ma non funzionale (è come se tutti i ricettori fossero “aperti” verso l’esterno) spesso si accusa uno stato di freddo costante (addirittura in alcuni casi le unghia delle mani diventano blu).

 Vi è un’alterazione dei neurotrasmettitori coinvolti nella modulazione del dolore e nella regolazione del sonno. Ed ancora, mal di testa oppure emicrania; disturbi gastrointestinali (colite spastica con meteorismo): disturbi urinari con un’ urgenza minzionale, in assenza di cistite; tachicardia; sindrome delle gambe senza riposo; ansia e depressione. 

Nell’effettuare la diagnosi di tiene conto della presenza di dolore muscoloscheletrico diffuso (su entrambi i lati del corpo, sia nella parte superiore che inferiore, che si irradia alla colonna vertebrale) presente da almeno 3 mesi ed associato a dolorabilità di almeno 11 dei 18 punti specifici individuati nella maggioranza dei casi, definiti tender points[1].

Secondo Stefano Stisi, responsabile SSD e Reparto autonomo di Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera di rilievo nazionale Gaetano Rummo, che ha partecipato al II congresso G.U.I.D.A., la Società Italiana per la gestione unificata ed interdisciplinare del dolore muscolo-scheletrico e dell’algodistrofia, questa patologia muscolo-tensiva comporta un dolore cronico diffuso (che perdura per oltre i tre mesi) e un peggioramento di quelle condizioni ottimali di vita che definiscono uno stato di benessere. 


Vi è uno sonno perturbato in maniera costante, soprattutto nella fase profonda,  che per questo non si configura come ristoratore, un dolore a riposo ed un risveglio doloroso che blocca letteralmente l’inizio della giornata, non permettendo di carburare in maniera produttiva.

Secondo gli esperti, alla diagnosi si arriva per esclusione, non essendoci segni clinici evidenti, né alterazioni che si possano evincere da indagini di laboratorio ed esami di diagnostica per immagini.
Campanello d’allarme la dolorabilità, un dolore diffuso non associato alla presenza di alcuna patologia concomitante accertata.

In base ai criteri classificatori adottati a partire dal 2016, la diagnosi si effettua attraverso il coinvolgimento attivo del paziente e tenendo contro della sua storia personale.
Almeno 3 pazienti su 5, la quasi totalità, sono donne, con forte familiarità verso questa patologia, affette tendenzialmente da cefalea tensiva, colite, gastrite, tachicardia sinusale, dismenorrea (dolori mestruali) [2].

Si tratta di una patologia, che svela i confini incerti della diagnosi, con un elevato rischio di diagnosi errata, cartina di tornasole di molte incapacità terapeutiche. 

In base al tipo di formazione e orientamento, organicistico o meno,  del medico che effettua la diagnosi, reumatologo, fisiatra, ortopedico, cambia la definizione del malessere stesso, secondo quanto ribadisce Stisi. 

A livello emotivo, sul DSM 5, il manuale di riferimento della psichiatria, la fibromialgia è classificata come un disturbo doloroso somatoforme.

Secondo quanto spiega Stisi, data la condizione di muscolo-tensione e l’impossibilità di rilassarsi di notte , unite al fatto che la sedentarietà peggiora la situazione, fare attività fisica si dimostra molto interessante e terapeuticamente efficace.



L’educazione ed un corretto stile di vita della persona affetta da fibromialgia costituisce un elemento fondamentale della presa in carico e dell’efficacia del percorso terapeutico. Oltre all’intervento del medico di medicina generale e degli specialisti, appare importante anche il confronto ed il supporto tra pazienti onde promuovere  ed incentivare stili di vita salutari (es. alimentazione ed attività fisica).
Gli aspetti chiave dell’educazione del paziente, a livello individuale e di gruppo, sono:

-    la condivisione che dà la misura concreta che si tratti effettivamente di un problema reale e non immaginario;
-    L’assenza di indicatori clinici di infiammazione (che non vuol dire però che l’infiammazione sia assente);
-     la componente psicologica ed emotiva, legata al peso dello stress e ai cali d’umore
-     il ruolo debilitante del sonno interrotto,  non ristoratore, mai profondo, e dei relativi disturbi;
-     la prognosi;
-    la capacità di convivere, adattandosi,  a problemi cronici di salute e la mesa in atto di possibili strategie adattive per reagire ed abbassare, o imparare a tollerare, i livelli di stress e conflitto (coping)
-    Il ruolo dell’attività fisica.



Anche adottare un opportuno regime alimentare appare fondamentale: tra i vari tipo di dieta possibili, molto efficace sembrerebbe risultare quella gluten free.

Infatti, per i pazienti affetti da fibromialgia è nota una condizione di co-morbilità con altre condizioni, tra le quali la sindrome del colon irritabile, la celiachia o la gluten sensivity.

Eliminare il glutine dalla dieta, dunque, sembrerebbe migliorare lo stato infiammatorio correlato a tutte queste patologie[3].


[1] Gallone Diana, Linee guida di supporto nutrizionale in un caso di fibromialgia, VIS SANATRIX NATURAE, Centro di Ricerche e Studi di Medicina Naturale Applicata, 2009, pp. 2-3
[2] Stisi Stefano in Come riconoscere la fibromialgia, quali sono i sintomi della malattia? In: https://www.youtube.com/watch?v=EpVXaQn-v9A&fbclid=IwAR33STNKmjDbgckuM0rziy1HOEH9O36dQlkZc-17hEjhiqmykHodTJUT7Jo
[3] A.V.V., Diagnosi e trattamento della Fibromialgia – Linee di indirizzo , 2018, Regione Emilia Romagna, p. 29; pp. 39-40.