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sabato 21 settembre 2019

Napoli Horror Festival: incubi e deliri tutti partenopei


Buona la prima per il Napoli Horror Festival.

Il periodo non è casuale, se si pensa che settembre segna il passaggio tra l’estate e l’autunno, con le sue atmosfere melanconiche, tra due fasi, un po’ come accade per la notte di Ognissanti, in cui, per una manciata di ore, la dimensione dei vivi e quella dei morti si avvicinano, fino a sovrapporsi.

E settembre, proprio in virtù di questo passaggio stagionale, è anche il mese, e Napoli per chi ha memoria storica lo sa bene, delle grandi piogge, che sanno trasformarsi all’improvviso in terribili e devastanti nubifragi, simili a quell’alluvione che trascinò i cadaveri fuori dal cimitero delle Fontanelle, quasi fossero zombie che avessero ripreso vita, costringendo per giorni gli abitanti del Rione Sanità a non uscire di casa, per paura di incrociare lo sguardo, vuoto e sbarrato, di uno dei loro cari, il cui corpo giaceva appena fuori dell’uscio.



Il Festival, al suo anno d’esordio, ha infatti ricevuto grandi riconoscimenti e apprezzamenti da parte degli esperti e appassionati del settore, come Sergio Stivaletti e il professor Brancato. Per l’organizzazione, è stata una grande soddisfazione avere tra il pubblico grandi e piccini e volti noti del mondo dello spettacolo, come Rosaria De Cicco e Francesco Paolantoni che domenica si sono presentati a sorpresa con un travestimento originale. Anche la Presidente della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia, Maria Patrizia Stasi, che ha ospitato il festival, si è congratulata con l’organizzazione per la cura dei dettagli.

Unico in Italia per la ricchezza del programma: mostre,  performance, proiezione di film, un’escape room, dibattiti tematici ed un incredibile jumpscare tunnel. Attori, effetti speciali e atmosfere horror hanno regalato un percorso emotivo e sensoriale degno delle altre attrazioni di genere presenti nelle maggiori capitali europee, come ribadiscono gli stessi visitatori.


Dopo un primo appuntamento, dedicato alle favole, Birdland, capitanato dallo scrittore e regista Massimo Piccolo, è approdato proprio nella sala incontri del Napoli Horror Festival, per chiudere in bellezza questa prima edizione, domenica scorsa, 15 settembre.

Un appuntamento, ad alto tasso di adrenalina, congegnato per parlare di demoni e terrore ( il format è stato preceduto da una discussione filosofico-sociologica sulla paura, le sue strumentalizzazioni ed i meccanismi per esorcizzarla).

Un contrasto netto e stridente, quello che separa il mondo fatato del primo appuntamento, popolato da esseri capaci di far sognare, e l’universo del secondo dove trovano spazio, richiamando Stephen King, solo incubi e deliri, in un’atmosfera di claustrofobico terrore.

“Si tratta di un format letterario, che vuole tradurre la parola in viatico di spettacolo – spiega Massimo Piccolo -. E’ pensato per gli amanti della lettura e della scrittura che desiderano capire come nasce un racconto, accogliendo un approccio non ingenuo”.



Con Massimo Piccolo sul palco, a dare sembianze, parole e musica alla Llorona, demone sudamericano, alle atmosfere blasfeme e popolate da zombie di Lansdale e quelle terrorifiche di Stephen King, che dà voce e spazio alle paure ed alle fobie quotidiane, amplificandole affinché possano invadere e tormentare incessantemente la mente:  Adriana Cardinale, Franco Piccino e Sara Piccolo.

La figura della Llorona, in base alle sue parole, ha sempre affascinato Piccolo: una donna, abbandonata dall’uomo amato che, per la disperazione, uccide i figli e poi si suicida, condannandosi ad essere un demone, che uccide i bambini e seduce e sfinisce gli uomini.



“Mi piaceva l’idea – continua il regista di Assolo – di come da una storia descritta in poche righe potessero nascere una molteplicità di universi narrativi, in base ai punti di vista. C’è per esempio quello del conquistatore. Molti pensano ai conquistadores solo come a uomini fatti, ma spesso si trattava di poco più che ragazzi. Immagino lo sgomento di chi, forse, è partito con l’idea di recare la parola di Dio e si è trovato a mietere vite, disseminando morte. Mi piace pensare che in quella donna quel ragazzo avesse trovato un momento ed un angolo di pace e che i due fossero legati da un amore autentico. A condurre ad un gesto tanto estremo quanto disperato un dolore senza fine, sfociato nella disperazione”.

La Llorona come Medea, quindi, che non regge al dolore dell’abbandono da parte dell’uomo amato. Un dolore capace di portarla alla pazzia.



Poi c’è l’universo popolato dagli zombie texani, partorito dalla mente di Joe R. Lansdale.
Un autore politicamente scorretto, senza rimpianti che, come sottolinea Piccolo, non si fa scrupoli, anzi si compiace, di non avere alcun riguardo per il lettore, di dileggiare, in maniera sacrilega, i suoi valori, siano essi rappresentati dal modo di approcciarsi al sesso, dal pudore, dalla religione o dai i sogni, per imporgli il suo universo narratologico.

Insomma, Lansdale arriva alle spalle del lettore di soppiatto, per dargli una bella spinta e farlo cadere o gli mette, a tradimento, lo sgambetto.

“Nell’universo di Lansdale non c’è redenzione – continua Piccolo - . Anche Wayne, quello che con molta fatica possiamo definire come un antieroe, è perfettamente integrato nel contesto. Persino il suo sogno è misero e miserabile: rilevare uno sfasciacarrozze, avere i soldi necessari per andare a prostitute e, talvolta, uccidere qualche animale”.



Un universo, quello del racconto Nel deserto delle cadillac, con i morti, caratterizzato dalla melma e dalla completa assenza valoriale, se non  per qualche stilla sparuta di pietà che assume, però, le vesti di un “omicidio” a sangue freddo, di cui forse i corpi in putrefazione degli zombie, con il loro puzzo dovuto alla marcescenza, rappresentano, anche metaforicamente, l’unico odore possibile.

“Questi zombie sono molto diversi da quelli di Romero – evidenzia il regista - . In quel caso la lettura è eminentemente politica. Il panorama descritto diviene paradigma sociale, quello della società dei consumi, e gli zombie, privi di intelligenza, incarnazione del consumatore acritico. Gli zombie di Lansdale sono invece frutto della cattiveria umana”.



Il terzo universo narrativo è quello di Stephen King, descritto attraverso il racconto La ballata della pallottola flessibile.

“King – sottolinea lo scrittore e regista – ci descrive come sia sin troppo facile fare la propria discesa nella follia, perdendo la testa. Ci mostra, in questo racconto, come la follia ed il caso si sovrappongano e di quanto essa possa essere contagiosa”.

King, secondo le parole di Piccolo, ha invece grande rispetto per il suo lettore. Non a caso “gli costruisce un palazzo bellissimo, lo invita ad entrarci, gli offre persino il caffè. Poi lo conduce alla finestra per fargli ammirare dall’alto il sontuoso giardino a corredo. A quel punto lo butta giù”, facendolo precipitare negli abissi di un terrore senza ritorno.


** Le foto a corredo sono di Radio Siani e Gabriella Diliberto

venerdì 15 febbraio 2019

La mia vita senza parole: quando una malattia si umanizza

Tra poco meno di un'ora, alle ore 12 di venerdì 15 febbraio 2019, verrà inaugurata la sede partenopea del Centro NeMO, centro di ricerca sulle malattie neuromuscolari, ubicato nell'ospedale Monaldi.

Non a caso oggi scelgo di parlare di un libro che ha, tra i suoi meriti, quello di travalicare l'immaginario confine, la barriera fittizia ed illusoria, ma forse rassicurante, nella dalettica noi-loro


La mia vita senza parole scritto da Antonio Tessitore in collaborazione con il giornalista Mario Pepe, la cui scrittura conferisce al libro uno stile asciutto ma coinvolgente (Pironti Editore), è la seconda opera  del presidente AISLA (Associazione italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) di Caserta ed arriva dopo il racconto dei frammenti di vita e di lotta quotidiana, coagulati in un grumo duro di dolore e speranza, raccolti da Antonio nel testo Ogni volta che chiudo gli occhi. Sogni e incubi di un leone nella gabbia della SLA, realizzato in collaborazione con il giornalista Pietro Cuccaro.



"Il mio secondo libro - spiega Tessitore -  nasce dal mio desiderio di capire me stesso attraverso il racconto degli altri che mi hanno conosciuto e che hanno avuto a che fare con me. Nel mio primo libro mi ero raccontato, passando dalla mia vita prima della malattia a quella che mi sono trovato a dover affrontare e affronto ancora. Essere qui a poter raccontare ancora una volta le mie emozioni e il mio vissuto attraverso gli occhi degli altri è per me sprone per proseguire nella mia lotta contro la sla per me e per gli altri e per incentivare la ricerca".
Le atmosfere iniziali, quelle di quando Antonio incontra per la prima volta la Sla, mi hanno ricordato quelle dei dialoghi e delle interazioni tra il protagonista e la strega suadente dai capelli verdi della pellicola  Benvenuti a Marwen,  che ho visto rdi recente.

La Sla, infatti, viene descritta come una donna seduttiva, maliarda ed apparentemente dolce all'inizio, che in maniera subdola si insinua nella vita di Antonio, quasi senza che lui se ne renda conto, dando solo pochi segnali, per poi rivelarsi dura ed impositiva, riducendolo al silenzio ed immobilizzandolo sotto il suo peso. Una fidanzata non desiderata ed arrogante.

Il libro nasce dall'impulso fornito da Antonio stesso a chi lo ha conosciuto, affinchè egli racconti le tracce di quell'incontro con lui e con la malattia stessa.

Ne nasce un dialogo a due voci, che testimonia di come la forza e la tenacia di Antonio abbiano cambiato la percezione che i suoi interlocutori hanno della malattia che, per i più, arrivava, in un indefinito prima, solo come un'eco lontana proveniente dai mass media.


Grazie ad Antonio ed alle sue battaglie a favore del miglioramento della qualità di vita dei pazienti, la malattia non è più una macchia sfocata sullo sfondo, o la silloge di informazioni frammentate e monotone provenienti da uno schermo, ma si incarna in un corpo e in uno sguardo, prende le forme di un individuo, si umanizza, accorcia le distanze tra il noi ed il loro.

Antonio Tessitore la racconta attraverso il suo rapporto con gli esperti, con il mondo della ricerca, con l'universo del sociale, con quello dei caregivers. Anche il suo compleanno diviene occasione di ulteriore scambio di idee e di progettualità possibili, in mezzo ai sorrisi ed ai respiri un po' più lunghi.

"Il mio - continua Antonio - È un testo anche divulgativo, visto che contiene interviste a medici esperti nel trattamento dei pazienti affetti da sla. Questo è un contributo di conoscenza utile sia a chi è ammalato sia per chi vuole saperne di più su questa malattia".
Attraverso le parole di Antonio e quelle di chi, per diverse ragioni e con innumerevoli obiettivi condivisi, lo ha conosciuto o anche solo incrociato, si delinea un universo di difficoltà, ma anche di possibilità. Di dolore ma anche di tenacia e speranza.

Il  libro di Antonio diviene anche una sorta di vademecum su come procedere nell'interazione con la malattia, dopo la diagnosi, cercando di anticipare le mosse di una progressione che schiaccia il senso del presente e del futuro, invece di farsi cogliere del tutto inermi e impreparati.

Diviene una sorta di antidoto al senso di smarrimento e di solitudine, di isolamento, quando, proprio malgrado, gli altri possono finire per allontanarsi e la persona stessa si sente scissa e troppo lontana da quello che era e dalla vita che avrebbe voluto per sè e per i suoi cari.
Grazie anche alle interviste con i medici, infatti, chi legge, che sia paziente, familiare, caregiver o semplice spettatore dell'esistenza altrui, sa che, anche se a piccoli passi, la ricerca sta procedendo e riesce ad avere le prime nevralgiche informazioni, venendo a conoscenza degli esperti cui potersi rivolgere e dell'esistenza di una realtà associativa. Una consapevolezza che può rivelarsi utile a nutrire la speranza.
Anche questo libro costituisce un piccolo tassello nella scalata, faticosa ma tenace, della ricerca.
Non mi resta che augurarvi buona lettura, una lettura intensa, dolorosa, a tratti paralizzante, ma che ha il merito di aprire finestre sulla vita degli altri, creare ponti e strade di contatto.