venerdì 28 giugno 2019

Vladimiro mira il mare: l'essere umano si confronta con i paradossi dell'esistenza

 L'uomo disperso di fronte alla contradditorietà del reale, l'essere umano sperduto in un dedalo di domande e di contraddizioni, in un labirinto di dubbi spesso destinati a rimanere, inesorabilmente e dolorosamente, senza risposta.



L'essere umano che si puntella a fatica su una serie di terreni scivolosi, che si ritrova a percorrere, per poi ripassare sempre dal via in un "fare per nulla" senza  fine, e a ben vedere, senza neanche un inizio ben definito.

E' preso in questo circuito il protagonista di Vladimiro Mira Il mare, opera tratta dal progetto Solit'Aria - gestazioni sull'incontenibile andirivieni dell'essere pensante e inquieto. A dargli voce pensiero e fattezze Paola Tortora. Con lei, in scena, la capra Dea (Amaltea) e Stefano Profeta (suggestioni sonore per contrabbasso).

Location d'eccezione il partenopeo Palazzo Reale, con il suo Cortile delle Carrozze (dove l'opera è andata in scena lo scorso giovedì 20 giugno), nell'ambito del Napoli Teatro Festival.

Vladimiro è un esausto, nato dalla penna e dal genio di Samuel Beckett, ma invece di continuare ad aspettare Godot, decide di mettersi alla ricerca della felicità, di esercitare il suo legittimo diritto di resistenza. Questo non vuol dire che questo personaggio dilaniato avrà per la sua esistenza un esito risolutorio e felice, che la felicità, la cui ricerca egli ha spostato da fuori a dentro di sè, gli sia destinata. Anzi: il suo peregrinare nei meandri del suo sè è forse destinato a durare all'infinto, in un loop che si reitera. Quello di cui lui però si riapproria è la possibilità di scegliere, con la relativa presa di consapevolezza e responsabilità, di dire ed agire. Una responsabilutà consapevole che ha il sapore agrodolce della libertà.



E' la libertà parrebbe avere in sè il principio germinativo del sogno, dell'aspirazione persino all'impossibile, che però potrebbe avere il potere di cambiare una vita.

Vladimiro/Paola sulla scena interagisce con una capra, laciandola libera di essere quel che è. Non è un caso che proprio la capra, come ribadisce la protagonista, incarni l'anima di Vladimiro ed insieme il bisogno di accettazione ed aggregazione, la testardagine, la forza di volontà, la libertà, lo slancio vitale insito nella sessualità, il punto d'incontro tra l'umano, essere terrestre per eccellenza, e il divino.

Spesso con la nostra anima, infatti, siamo in conflitto: non ne assecondiamo le istanze, presi dalle altrui aspettative, dai ritmi imposti da altri, da quello che il pensiero razionale e la società vuole che siamo ed appariamo.  Più raramente, in uno stato di ineffabile grazia, quando ci mettiamo in autentico ascolto di noi stessi, ritroviamo una vera complicità con la nostra essenza.

Vladimiro vorrebbe avere la purezza ed il coraggio della capra: vivere pienamente nel qui ed ora, assoporandone l'immanenza, ed insieme trascendere questa dimensione, distaccandosi dai limiti e dagli interrogativi che la quotidianità porta inesorabilmente con sè.



Ora lasciamo la parola a Paola Tortora, che ci guida nel percorso dentro l'opera ed il suo personaggio.

D. Vladimiro cerca di sottrarsi all'immobilismo della sua esistenza attraverso una serie di citazioni, che indicano la sua ricerca attiva di senso. Inoltre cerca un luogo diverso, interrompendo un'attesa vuota i cui tempi sono decisi da altri. Qual è l'esito?

R. Vladimiro di Aspettando Godot è uno degli “esausti” per eccellenza dell’opera beckettiana, questa versione, del tutto originale, trae spunto da quella condizione estrema, che genera tutt’altro che immobilismo bensì un “fare per nulla” tipico dell’esausto, anche se in questa creazione si tratta più che di un fare, di un “dire per nulla” . Dunque Vladimiro non cerca di sottrarsi a niente, Vladimiro cerca e basta, costantemente immerso nel mare degli eventi ne affronta il costante naufragio, le citazioni che rievoca sono come scogli ai quali aggrapparsi di tanto in tanto per riprendere fiato e da cui inabissarsi nuovamente nel profondo. Nessun immobilismo, assolutamente. Né ricerca di un senso anzi, desidera piuttosto imparare ad assumersi la responsabilità del non-senso. Lo dice chiaramente all’inizio del “racconto” “Passo ora a dai vita ad un pensiero parlante [..] totalmente inconcludente”..[…]…“onde concedermi.. [..] all’’esercizio del concetto inutile!” La pièce è un sogno in cui Vladimiro smette di aspettare Godot per andarlo a cercare, ovvero smette di attendere un’ipotetica felicità proveniente dall’esterno per trovarla in se stesso; il continuo cambiamento di luogo è metafora del costante peregrinare nei sentieri del Sé, dunque l’ineluttabile attesa che sempre sottende la nostra vita, più che interrompersi, si impregna di un “agire che decide” che dona all’”errante” la responsabilità e quindi libertà del proprio fare/dire nel mondo. Va da sé che non si tratta di ricavare alcun esito da tutto ciò ma solo di prendere consapevolezza del proprio peregrinare all’infinito.


D. Cosa indica tale esito?

R. Non c’è fine e non c’è inizio, Vladimiro E’ immagine, non rappresenta nulla, Vladimiro è ricerca del nulla, Vladimiro è libertà del senso e del non-senso. Vladimiro è l’esausto che riesce finalmente a morire a Sé stesso. Osa prevaricare l’Impossibile, certo vi riesce solo perché sognante, ma “ il sogno è significativo oltre tutto”, esso è mappa, sentiero, faro per la nostra vita, tutt’altro che superfluo, un sogno può cambiare una vita.

D. Vladimiro dialoga con una capra, lasciata libera di muoversi sulla scena e di agire i suoi abituali comportamenti. A volte la asseconda, altre volte di pone in opposizione e la prende per le corna: simbolo di un conflitto con se stessi apparentemente insanabile e di desideri inesaudibili. Se ne può uscire?

R. La Capra è l’Anima di Vladimiro che, sempre in sogno, si incarna in questa forma non certo a caso. La capra è capra! Null’altro che sé stessa, Maestra di Vita e di scena, Anima-le per eccellenza, di estrema sensibilità, intelligenza, istintività, simbolo del divino e della terra. Spiritualità, Cosmo, Fertilità, Sessualità, Libertà, Testardaggine, Dolcezza, la capra patisce la solitudine, ama il gruppo e vive di natura, si arrampica ovunque e si nutre di erba fresca, il suo è il latte della volontà, chiamarla Amaltea è un evidente riferimento alla capra che allattò Zeus. Vladimiro dialoga con sé stesso attraverso “Lei”. Sì: questo dialogo genera conflitti come momenti di grande complicità. Uscire da questo reciproco interrogarsi? In vita no di sicuro, in morte non possiamo saperlo, fa parte dei misteri della nostra esistenza.



D. Spesso le citazioni di Vladimiro, come quella, ad esempio, sul sentimento di mancanza si traducono in un'evidente assenza di senso, un non-senso. Quale potrebbe essere il senso più profondo da ricercare al di là del sentimento del paradossale?

R. Vladimiro dice : “La mancanza, opaco alibi dell’assenza” , questa non è una citazione è una sorta di sua riflessione sul tema dell’apparente Vuoto che ci separa fin dalla nascita dal tutto che ci genera. Un paradosso: gettati ed immersi nella “rete dei fatti” eppur separati e ignari della realtà che ci circonda. Non credo sia possibile individuare un unico senso profondo, ognuno può individuare il proprio, secondo la propria sensibilità e percezione del tutto, per Vladimiro il senso profondo è da ricercare in quell’Assenza-Presenza che contraddistingue l’animale. Cosa fa la capra quando guarda l’albero? Guarda l’albero, punto. Vladimiro cerca di fare come la capra, cerca di guardare l’Albero, quando guarda l’Albero. Ovvero cerca di imparare ad essere immanente e trascendente nello stesso istante.

D. Vladimiro parrebbe compendiare in sè una parte maschile ed una parte femminile, che si nota dall'alternanza di toni. Queste due parti riescono a dialogare davvero? 

R.  Vladimiro, uomo/donna fa lo stesso, dialoga con la propria anima. Vladimiro è paradigma dell’umano, quindi sia dell’uomo che della donna. Il dialogo non è fra uomo e donna, ma fra uomo/donna e natura, cosmo. L’alternanza delle voci non è voce uomo, voce donna è voce lacerata, ferita dell’essere che dialoga con voce integra, sana dell’essere, non uomo donna, bensì dialogo fra oscurità e luce. Sì: queste due parti riescono a dialogare davvero, ed è solo grazie a questo dialogo che si giunge alla consapevolezza profonda che la libertà interiore dipende anche dall’aprirsi , in modo autentico, a questo continuo confronto , reciproco ascolto, percepire l’“essere E non essere, come paradossi dell’immenso, uno nell’altro uguali!”

Ph. Franco Truono

sabato 25 maggio 2019

Lisa Zanardo: l'amore per me ha il colore lilla della serenità

L'amore ha il sapore e il profumo di una tisana alla lavanda. I suoi fiori lilla, infatti, hanno un effetto benefico sulla salute: favoriscono sonni e sogni tranquilli; combattono i fastidi allo stomaco, di quelli che "attorcigliano le budella", ed aiutano a mandar giù ed a digerire i bocconi amari della nostra vita; riportano il sorriso, scacciando le emicranie, quei mal di testa provocati dall'insidioso accumulo di pensieri pesanti e di ricordi dolorosi e deleteri.

Lo sa bene Lisa Zanardo, che sta presentando a Padova, dalle ore 18.00, alla libreria Mondadori Bookstore, in piazza  Insurrezione 1, il suo romanzo Visioni d'amore color Lilla, edito da Onda d'Urto (il libro è acquistabile, tra gli altri canali, qui).



In questo romanzo, nelle sue atmosfere, nelle amicizie che lo abitano, nella semplicità ed incisività dei dialoghi,  Lisa trasfonde il suo sentire ed alcune esperienze, anche estremamente dolorose, trovano il cantuccio giusto per raccontare di sè, a partire dalla sua malattia, la sclerosi multipla, di cui l'autrice sonda le possibili radici.

"In questo romanzo - racconta - mi sono finalmente sentita pienamente affidabile psicologicamente: qualcuno su cui poter contare e questo grazie all'incontro con alcune belle persone. Ho compreso quanto la mia vita fosse fondata su insicurezza e paura e sono diventata il mio punto fermo, nonostante la mia malattia abbia un decorso imprevedibile. Uno strumento, quello del romanzo, che mi ha permesso da una parte di prendere le giuste distanze da me stessa, e dall'altra di riscoprirmi come persona e come donna, per raggiungere i miei obiettivi".

Il romanzo è frutto, dunque, di un processo attraverso il quale l'autrice si è "scartavetrata l'anima", come sottolinea lei stessa, riuscendo a tradurre in inchiostro e parole la sua necessità di elaborare esperienze ed emozioni.



"Alla fine - continua Lisa - mi sono ritrovata tra le mani una storia. Io parto da un'immagine che rimanda ad una situazione e la racconto, entrando in empatia con i personaggi. Non invento nulla. La scrittura è stata per me un vero toccasana: mi ha salvato, facendomi riemergere dal buco nero, dal fondo buio, nel quale ero finita, Sono riuscita a rialzarmi grazie al mio rinnovato relazionarmi con gli altri".

E' così che Lisa non si è più sentita isolata ed ha trovato nella scrittura un punto di riferimento solido cui aggrapparsi, riuscendo a dimostrare a se stessa e agli altri di potercela fare. E la sua intensa "voglia di vivere è saltata fuori".

Il romanzo fa registrare una decisa maturazione nello stile, rispetto al primo lavoro autopubblicato nel 2013, Ogni giorno un nuovo inizio (ripubblicato con Bertoni Editore nel 2018 con alcune significative modifiche ed integrazioni, tra le quali il capitolo Confessioni dal futuro. Il libro costituisce una guida galattica per orientarsi all'interno del mondo della sclerosi multipla. Una bussola per uscire fuori da un dedalo, un punto di rottura, che le ha consentito di buttare fuori quello che albergava dentro di lei e che stava cominciando a diventare nocivo. Il libro è acquistabile qui).



"Adesso sento - racconta l'autrice - di riuscire a far vedere anche al lettore quello che vedo o quel frammento narrativo che voglio che egli condivida con me. Per lungo tempo, non sono riuscita a conciliare la mia malattia con le vite degli altri che erano intorno a me. Oggi la scrittura mi ha fatto trovare il modo di vivere la mia esistenza, forse non come riescono a fare loro, ma facendo comunque parte del loro universo".

mercoledì 8 maggio 2019

Dimora dell'Artista: cura dei dettagli nel cuore antico di Lecce


Di esempi del fatto che crederci è potere, in un’epoca dove spesso la speranza rischia di cedere il passo alla disperazione ed al vuoto progettuale, laddove la crisi economico-finanziaria morde, ce ne sono tanti e molti provengono da un Sud dove le bellezze paesaggistiche, culturali, storiche ed archeologiche e  la propositività si impastano con criticità ataviche, con (e contro) le quali solo l’impegno, la competenza e la capacità di ripensare il proprio percorso esistenziale permettono di confrontarsi.



Ne è dimostrazione un B&B situato nel cuore antico di Lecce, città maestosa e magica definita come la Firenze del Sud, costruita con una pietra talmente bianca e brillante da rivaleggiare con la luce solare, di cui assorbe e riflette i raggi fulgidi. Una piazza così centrale, quella dedicata a Sant’Oronzo, che si suole dire che tutte le strade portino a lei, così come, per altri versi ed in altri luoghi, tutte le vie portano nell’urbe eterna: Roma.



Nel cuore della piazza troneggiano i resti dell’Anfiteatro Romano, che richiama alla memoria millenni di storia ed all’interno del quale si percepisce il respiro profondo di un tempo antico.
In città, poi, da una parte occhieggia il Castello di Carlo V, da poco restituito a nuova vita e reso fruibile al pubblico. Dall’altra, la maestosità della chiesa dedicata a San Matteo, vero e proprio trionfo del Barocco leccese. 



Ed ancora, la Basilica di Santa Croce, con la sua facciata, attualmente in fase di ristrutturazione, che sembra impreziosita da un elaborato, ma delicato, ricamo all’uncinetto.

Un B&B dal sapore raffinato, allestito per garantire un comfort high level, associato ad uno stile ricercato, quello post-industriale che richiama gli anni ‘60.



Il suo nome ne suggerisce l’unicità e l’atmosfera bohemien: si tratta, infatti, della Dimora dell’Artista, di cui è titolare Gaetano Corlianò assieme a Massimo Meo.

Un’avventura, quella all’interno dell’ambito della ricettività turistica, iniziata circa due anni fa, quando Gaetano, assieme al suo amico Massimo, si imbatte in uno stabile ottocentesco, di gran pregio, situato in via Federico D’Aragona.

Gaetano e Massimo per 30 anni si sono dedicati, anima, corpo e cuore, ai supermercati della grande distribuzione (GDO) e quell’esperienza nevralgica e pluriennale, di lunghissimo corso, decidono di portarla con sé ed utilizzarla in questa nuova impresa, avviata all’insegna della valorizzazione del territorio, delle sue bellezze e delle potenzialità insite proprio nel segmento della ricettività turistica.



“L’esperienza della grande distribuzione – spiega Gaetano – è stata importantissima, perché mi ha permesso di acquisire e di padroneggiare l’utilizzo delle tecniche di marketing, che ci hanno permesso di fare il nostro ingresso sul mercato, nonché di assumere consapevolezza e dimestichezza nella gestione del rapporto con i clienti, un pubblico eterogeneo che abita anche l’ambiente  turistico. 

Per grande distribuzione, infatti, si intende un ambiente di circa 1000 metri dove il contatto umano appare basilare, tale da sviluppare l’atmosfera tipica di una casa e di una famiglia. Mentre nell’ipermercato, date le dimensioni, il cliente è ridotto ad un oggetto, nel supermercato si ha modo di parlarci, di conoscerlo bene e di potergli dispensare consigli mirati”.



L’immobile ottocentesco, situato nel cuore del centro storico, sembra avere davvero le carte in regola e così i due amici, divenuti soci in affari, danno il via alla ristrutturazione e innovano soprattutto nell’arredamento, lasciando intatto il fascino discreto ed elegante dell’edificio.



“L’architetto – continua Corlianò -  si è molto divertito nell’immaginare e realizzare il design degli interni. Abbiamo, infatti, deciso di ispirare lo stile all’industria degli anni ’60, facendo dialogare antico e moderno industriale. Questo per diversificare il nostro B&B dagli altri: così abbiamo lasciato intatti i muri del palazzo storico, modificando perlopiù gli arredi e l’immensa scala d’ingresso, che attualmente non è più costituita da pietra leccese, bensì è realizzata in ferro”.



L’INCOMING


Il flusso di turisti che si recano nel Salento e scelgono di farsi coccolare dalle atmosfere de La Dimora dell’Artista sono per il 40% Italiani e per il 60% stranieri, provenienti da tutto il mondo, in particolare da Francia, Inghilterra, Polonia e Romania (sono proprio questi ultimi a chiedere spesso i servizi extra-lusso e top), senza dimenticare gli Americani.




Tanti i pacchetti proposti: dai tour a zonzo attraverso il Salento, ai pranzi in agriturismo, passando per le degustazioni di vini dal flavour intenso e le gite a Matera con i suoi sassi e le sue mille suggestioni e sfumature.  Con l’approssimarsi della stagione estiva, inoltre, è allo studio la possibilità, fattasi sempre più concreta, di offrire un servizio-navetta per recarsi a mare sia sul versante adriatico sia su quello ionico e la stipula di convenzioni con alcuni lidi balnari.




“Lo scopo – evidenzia Corlianò – è favorire la conoscenza del territorio. Gli stranieri, in generale, si affidano in maniera totale, sin da subito, alle nostre proposte, mentre gli Italiani, inizialmente, sono più diffidenti e propensi al ‘fai da te’, ma poi finiscono per incuriosirsi e per lasciarsi conquistare dai nostri suggerimenti e non rimangono mai delusi da ciò che offriamo”.

UNA NUOVA AVVENTURA 

A marzo del 2019, poi, Gaetano, assieme a Massimo e a sua moglie Ornella, decide di lanciarsi in un ulteriore sfida ricettiva grazie alla scoperta di una nuova struttura “davvero bellissima”, questa volta situata in via Gorizia, a poca distanza da Porta Rudiae, la porta più antica tra i quattro ingressi alla città (ci sono anche Porta Napoli, Porta San Biagio e Porta San Martino). Nasce così la Dimora dell'Artista II.




“Si è trattato di un progetto la cui realizzazione si è rivelata più veloce e meno impegnativa, a livello strutturale. Ovviamente tutte le fasi di start up risultano molto laboriose ed implicano un momento, della durata di circa un anno, caratterizzato da quella che potremmo definire come sofferenza iniziale sistematica. Infatti, per farsi conoscere, è necessario offrire tutto ciò che offrono gli altri, ma spesso anche molto di più, a prezzi concorrenziali. Nella fase iniziale, particolarmente importante risulta il patrimonio di buone recensioni che si riesce a capitalizzare, corrispondente ai feedback lasciati da altrettanti clienti soddisfatti, la cui eco viene amplificata attraverso le condivisioni e l’utilizzo dei social network”.




Attenzione, però, ammonisce il titolare: quello compiuto sulle piattaforme create per far conoscere ai clienti le strutture ricettive esistenti, le loro peculiarità ed i servizi offerti,  è un lavoro costante, certosino e multitasking, cioè compiuto contemporaneamente su più realtà multimediali, su cui è indispensabile operare: da Booking ad Expedia, passando per Airbnb, visto che ogni strumento presente sulle intricate vie del web ha le sue specificità, indispensabili per intercettare una certo tipo di clientela, in giro per il mondo.


lunedì 8 aprile 2019

Attesa per l’incontro in programma, lunedì 15 aprile, a Montecitorio, sulla sessualità delle persone con disabilità. In cantiere un master universitario di I livello dedicato a questi temi


Lunedì 15 aprile, alle 17.30, verrà presentato a Montecitorio, nella Sala Aldo Moro, il volume Loveability, edito da Erickson, un momento per riflettere, confrontandosi, sul tema del diritto alla sessualità delle persone con disabilità. 

A partecipare Maximiliano Ulivieri, curatore del volume e presidente del Comitato LoveGiver, Fabrizio Quattrini, psicoterapeuta sessuologo e docente presso l’Università degli Studi dell’Aquila, Carmelo Comisi, presidente dell’associazione Disability Pride, Marica Pugliese, tra i referenti del centro d’ascolto Duchenne dell’associazione Parent Project, Viola Tofani dell’associazione Luca Coscioni e Anna Pierobon, operatrice all’emotività, all’affettività ed alla sessualità per persone con disabilità LoveGiver. Sul fronte politico: il presidente della Camera, Roberto Fico ed i deputati del Movimento 5 Stelle Francesca Troiano e Lorenzo Aldo Penna. A moderare l’incontro il giornalista Onofrio Dispenza.



Un’occasione preziosa per una possibile rivalutazione del progetto arrivato in Senato, in precedenza, grazie al sostegno del senatore Sergio Lo Giudice. Attualmente, però, a causa della mancata rielezione di Lo Giudice, il disegno di legge 1442, essendo stato solo calendarizzato ma non discusso in tempo, è decaduto. 

Sulla linea dell’orizzonte lo sviluppo di un percorso universitario, organizzato da Quattrini, sotto forma di un master di I livello, incentrato sui temi della disabilità, dell’affettività e della sessualità, rivolto, come potenziali interlocutori, a medici, infermieri, sociologi e assistenti sociali. Saranno loro, infatti, a formarsi per diventare supervisori dei futuri operatori all’emotività, all’affettività ed alla sessualità per persone con disabilità.

La data d’avvio della prima edizione è fissata per il 2020.
Nell’attesa di scoprire i risvolti di quest’incontro ormai vicino, ne abbiamo approfittato per fare il punto della situazione con Fabrizio Quattrini, ripercorrendo le tappe del progetto LoveGiver e del percorso di formazione degli O.E.A.S.

DOVE ERAVAMO

Tutto è nato nel 2013 quando Maximiliano Ulivieri, ideatore, fra gli altri, del sito www.diversamenteagibile.it, dedicato ad un turismo accessibile, che conosce il mondo della disabilità “dall’interno”, dato che è affetto da una neuropatia motorio-sensitiva ereditaria, fonda il Comitato LoveGiver e lancia la proposta di prevedere quella che allora viene definita assistenza sessuale

Infatti, i potenziali utenti di questo tipo di sostegno sarebbero proprio le persone con disabilità, in special modo grave e gravissima.

Nel 2014 comincia un ragionamento più articolato e strutturato sul progetto che viene trasformato in un disegno di legge che approda in Senato. Nel 2014 esce anche il libro Loveability, che può essere considerato, a tutti gli  effetti, un manifesto scritto a più mani, come sottolinea Quattrini. Già all’atto della presentazione del disegno di legge si segnala una svolta evolutiva nel progetto, poiché il termine assistenza sessuale viene sostituito con quello di operatore all’emotività, all’affettività ed alla sessualità per persone con disabilità.


“La locuzione assistenza sessuale  - racconta Quattrini – risultava troppo fuorviante e facilmente accostabile alla prostituzione. Di conseguenza, in raccordo anche con il senatore Lo Giudice, abbiamo deciso di sostituirla con  quella di operatore all’emotività, all’affettività ed alla sessualità, che sgancia definitivamente questo ambito da quello del sex working, andando, invece, ad individuare una persona formata per operare un intervento mirato”.

Negli altri Paesi il sex worker, come sottolinea il sessuologo, pratica anche l’assistenza sessuale alle persone con disabilità, ma il termine rischiava di risultare monco  e non sufficiente per spiegare il percorso proposto in Italia dal Comitato LoveGiver.

La definizione di operatore all’emotività all’affettività ed alla sessualità, secondo quanto ribadisce Quattrini, fa comprendere immediatamente che la questione non è riducibile solo al fare sesso ma che intercetta anche tutta una serie di bisogni emotivi, con lo scopo di condurre la persona al riconoscimento del piacere, ma anche e soprattutto per renderla autonoma e consapevole nel contatto con il proprio corpo.

“L’operatore – evidenzia Quattrini - arriva a praticare la masturbazione alla persona con disabilità come possibilità estrema e solo per quei soggetti che abbiano gravi compromissioni nell’attività masturbatoria e non abbiano mai lavorato sulla propria autonomia”.

Prima di arrivare all’eventuale, e non scontata, fase della masturbazione, in base alla spiegazione dei promotori, vi è tutto un percorso che permetta di comprendere la reale condizione vissuta dalla persona con disabilità, dopo un’attenta valutazione dell’educazione sessuale e corporea posseduta.



IL PERCORSO 

Nell’estate del 2014 comincia la selezione degli aspiranti operatori, mentre tra il 2015 ed il 2016 coloro che sono stati selezionati siedono tra i banchi per la fase di formazione in aula. Nel 2017 si comincia a strutturare l’alternanza tra le 200 ore di teoria e le 100 ore di tirocinio. Sulla tabella di marcia del 2019  sei persone risultano seguite sul campo nell’ambito di alcuni tirocini resi possibili grazie all’attivazione di convenzioni con enti ed associazioni afferenti all’Osservatorio Nazionale sull’Assistenza Sessuale italiana.

“Applichiamo un protocollo formativo ed operativo – spiega Quattrini -   strutturato secondo parametri e fasi ben precisi. Cerchiamo di rendere concretamente sostenibile il percorso formativo, prevedendo una quota di partecipazione poco dispendiosa a livello economico. Siamo consapevoli di dover completare la parte che riguarda l’approccio alle disabilità psichiche e cognitive, che attualmente costituisce una parziale lacuna nell’iter conoscitivo, ma nel frattempo abbiamo voluto far partire il lavoro sul campo”.



Rispetto ai potenziali beneficiari del futuro intervento, secondo quanto spiegano ancora i promotori, è prevista un’attenta valutazione del loro grado di consapevolezza sessuo-corporea, affinché possano assumere una progressiva confidenza con il proprio corpo, per poi permettere loro di comprendere come funzioni  il motore del desiderio e farglielo sperimentare.

Nel percorso che li condurrà ad un contatto autentico ed autonomo con il loro corpo, inteso come un corpo sessuato e  desiderante, si cerca innanzitutto di comprendere perché, nell’ambito del contesto familiare, la persona con disabilità non sia stata educata alla gestione della propria privacy e perché non gliene venga riconosciuta una sfera sua propria.

“Il contesto familiare e relazionale – continua Quattrini – rappresenta un ambito nevralgico all’interno del progetto”.

mercoledì 27 marzo 2019

A un metro da te: quando l’amore si misura in respiri (negati)



A un metro da te, il film interpretato da Haley Lu Richardson e Cole Sprouse (rispettivamente Stella Grant e Will Newman) è uscito nelle sale da una manciata di giorni ed è già schizzato al primo posto nelle classifiche.



Il regista Justin Baldoni  ha avuto modo di conoscere più da vicino la fibrosi cistica nel corso di una serie di documentari, My last days, che racconta la vita di malati terminali, una puntata delle quali era dedicata proprio a questa patologia, ed ha ispirato il personaggio femminile alla figura di Claire, purtroppo scomparsa di recente, lo scorso 2 settembre, a causa di alcune complicazioni sorte dopo il trapianto di polmoni.

La ragazza, con cui il regista aveva stretto amicizia, era diventata un’importante youtuber ed influencer, grazie alla battaglia condotta attraverso il web per far conoscere la fibrosi cistica, umanizzando la malattia. Tra le sue riflessioni un posto nevralgico aveva assunto anche la sfera affettivo-sessuale e le riflessioni sorte dalla difficoltà di rapportarsi ai propri coetanei in quest’ambito.
Forse Justin Baldoni ha anche voluto, attraverso questa pellicola, ipotizzare e rappresentare un destino diverso per Claire.

Il film è indubbiamente congegnato per carpire l'attenzione di un pubblico adolescenziale (che però si divide tra schermo cinematografico e schermo del cellulare e spesso quest’ultimo sembrerebbe avere la meglio) per toccare le corde delle emozioni, battendo su alcuni tasti ben troppo noti e già visti del teen drama, come Colpa delle stelle ed Il sole a mezzanotte, pur introducendo elementi di riflessione nuovi. 

Amare, infatti, vuol dire sfiorarsi corpo ed anima. Vuol dire abbracciarsi e, con quell'abbraccio, trasmettere accoglienza e presenza, conforto e vicinanza. In un abbraccio, in un tocco, è racchiuso il proprio mondo, fatto di gioie, paure, trasporto, trepidazione, che si decide di condividere con l'altro, senza distanze e cesure, attraverso il contatto pelle a pelle. 



Ma quando questo è precluso, per le più svariate ragioni, in questo caso a causa della fibrosi cistica, entra subito in gioco, per chi lo permette, il contatto dei pensieri, delle esperienze, la possibilità e necessità di guardare l'altro negli occhi per ritrovarsi vicini, ma lontani, simili e differenti. Perchè abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi davvero, senza paura, e ci riconosca al di là delle etichette, degli stereotipi, delle ferite e dei graffi, quelli che abbiamo sul corpo e sull’anima...
"Non siamo ragazzi normali - dice Poe - a noi alcune cose non capitano tutti i giorni". Ma le relazioni, le emozioni, lo spazio condiviso, ci restituiscono la possibilità di decidere per la nostra vita e di essere davvero nel mondo. 



La distanza emotiva e psicologica che da sempre scandisce il ritmo del progressivo allontanamento dal partner, trasformando l’attrazione in distanza, creando tensioni, incomprensioni, rotture, ed inasprendo le logiche dell’amore e persino quelle del desiderio, che di solito riesce a tacitare le obiezioni della ragione, qui viene resa tangibile. 

Non si può stare insieme, e non lo si deve fare, perché si è distanti non tanto nella visione delle cose e nell’approccio al mondo (e lo si è dato che Stella è metodica e con l’ansia del controllo, tant’è vero che lei stessa ammette di essere un tantino ossessivo-compulsiva, proprio per riequilibrare la mancanza di controllo sul presente e sul futuro impostale dalla malattia, mentre Will sembrerebbe essere allergico a tutte le regole ed ha l’unico scopo di diventare maggiorenne per poter finalmente decidere della propria vita, sospendere qualsivoglia cura e viaggiare per il mondo), quanto perché la distanza fisica è necessaria a garantire la salute residua e quindi la sopravvivenza.



Non è più un problema di differenze caratteriali,  di scontri di visioni, di sensibilità e di aspettative, bensì il nodo critico è marchiato, impresso indelebilmente, nel corpo e passa attraverso il respiro che, se da una parte permette all’essere umano di rimanere in vita, ed è quindi necessario salvaguardarlo strenuamente, nel caso di due ragazzi, malati di fibrosi cistica, che rischiano di “passarsi i batteri”, ed uno, il B- cepacea, appare particolarmente resistente tanto da impiantarsi stabilmente nel corpo-ospite, cronicizzando, diviene vincolo, confine invalicabile, privandoli del contatto vitale con il corpo dell’altro. 

Il paradosso che la pellicola propone, dunque, è quello di una distanza necessaria a preservare la vita che finisce, però, per privare l’individuo del proprio legittimo slancio vitale, di quella linfa che sgorga dal contatto con l’altrui corpo.



Probabilmente, però, sembrerebbe esserci anche un altro motivo per cui un film che per troppi versi preme l’acceleratore su toni emotivi scontati, onde favorire la lacrimuccia, piace. L’idea che in un’epoca di intercambiabilità e relazioni usa e getta, come denunciano alcuni sociologi contemporanei, con in testa Zygmunt Bauman, caratterizzata da un’estrema sessualizzazione delle relazioni e dalla ricerca quasi ossessiva di interazioni semplici, che non diano pensieri, due anime e due corpi possano riconoscersi simili e complementari a tal punto da sfidare le logiche avverse, persino quelle inscritte nella loro malattia.

Questo potrebbe essere definito come un film “a rilascio lento”. Infatti, mentre lo si guarda, soprattutto se l’occhio non è quello di un adolescente, spiccano subito tutti i difetti: la trama che in certi punti cede rovinosamente, alcune comode banalizzazioni, il voler creare l’effetto dramma, spesso in maniera davvero eclatante, lo spingere con forza su alcuni tasti emozionali , fino ad arrivare ad alcune incongruenze, crepe e salti temporali. 



Il lavorio emotivo, però, erompe nei giorni successivi, quelli in cui le emozioni sembrano ritornare sul cosiddetto luogo del delitto e non si riesce a non ripensare a quei due ragazzi, rappresentanti di tanti altri possibili teenager: così ci si ritrova a cercare informazioni sulla fibrosi cistica in rete, ad informarsi su quel batterio tanto resistente, sperando che non sia poi tanto pericoloso e cattivo, che gliela si possa fare, ed a sperare che tanti adolescenti come quelli interpretati dai due attori, senza dimenticare l’amico del cuore, Poe, interpretato da Moisés Arias, possano davvero vivere appieno la propria occasione di esistere ed amare “a pieni polmoni”.