L'amore e le sue follie o per meglio dire le sue nevrosi.
Woody Allen rispetto a questo incipit "terrorifico" risponderebbe, saggiamente, L'importante è che funzioni.
Potrebbe essere questo il leitmotiv del libro crazy BEAR love (amorso) di Carlo Kik Wisaky Ditto edito da You Can Print.
Ce lo si chiede, infatti, sin da subito rispetto alla storia di Matteo (voce narrante) e Rodrigo, i due protagonisti bear di questa storia agrodolce.
Loro sono due bear, dicevamo, una parola che nel gergo del mondo omosessuale indica una tipologia fisica nerboruta, villosa e amante delle camice a quadri.
Forti fuori, dunque, ma come si scopre sin dalle prime battute, in cui Matteo è alle prese con una crisi di panico, fragili dentro.
Tant'è vero che si sono conosciuti ad una seduta psicanalitica per ansiosi, depressi.
Un'altalena tra ansia e depressione che loro combattono a colpi di glitter e psicofarmaci, con il prozac in testa, arrivando persino a farci un brindisi.
A fare da contraltare a questi uomini apparentemente forti , ma fragili, le donne che con loro si relazionano, che invece sono apparentemente eteree e delicate, ma in realtà coriacee emotivamente. Dei veri e propri fiori d'acciaio.
Ha questo tipo di carattere spigoloso e pungente persino il terzo incomodo di questa coppia, la bambola Lacy, che apparentemente dovrebbe essere una dollina perbene, ma che in realtà resiste fieramente ad una treccia sfatta, a capelli bruciacchiati, ad una ferita sulla coscia e parla come uno scaricatore di porto: in modo sboccacciato, sconcio, volgare, prendendo in giro, senza riguardo, le paure e le fobie di Matteo.
Ma passiamo la parola al suo autore, Carlo, affinché ci guidi, dall'interno, nella genesi di questo libro.
D. Questo è il tuo secondo libro. Quale percorso di evoluzione hai compiuto?
R. La pecora rosa è stato terapeutico. In quel libro, in una forma abbastanza grezza, a mo' di diario, racconto l'esperienza del coming out e del bullismo, vissuti sulla mia pelle. Le emozioni che provavo sono state espresse di getto e fermate attraverso la pagina scritta. Mi sono messo a nudo. In crazy BEAR love, invece, l'intento era di divertirmi e di dar vita a una vera e propria prova narrativa. In questo libro, non a caso, ci sono pochissimi elementi biografici tratti dalla mia ultima relazione. Il tono del racconto è volutamente iperbolico e sopra le righe, a tratti surreale.
D. Che tipo di pubblico legge crazy BEAR Love e, se c'è, per quale pubblico l'hai immaginato tu?
R. Il pubblico è essenzialmente legato alla comunità LGBT. Ma di questo libro penso si possa fare una lettura "a strati". I sentimenti, in qualche modo sono universali e, anche se alcune dinamiche relazionali che racconto a mio parere sono tipiche, o maggiormente presenti, nelle coppie omosessuali, altre sono trasversali alle differenze di genere e ognuno può riconoscervisi. Non a caso, ogni lettore trova la parte della storia che per lui è maggiormente significativa in segmenti differenti e il libro appare suscettibile di svariate interpretazioni, tante quanti sono i lettori stessi.
D. Una possibile lettura a strati cui fa da contraltare una scrittura a strati. Qual è il tema sotteso al racconto?
R. Io direi che, al di là dell'artificio narrativo, è la ricerca della stabilità emotiva. Una stabilità che credo sia fittizio cercare fuori o in altre persone, ma che si può trovare solo dentro se stessi. La felicità troppo spesso si rivela una chimera o si nutre, al più, di attimi. Proprio perché si cerca questa stabilità, in mezzo ai marosi dell'instabilità, troppo spesso si finisce per legarsi a qualcuno per i motivi sbagliati. A causa dell'innescarsi di processi di fuga dalla solitudine e di idealizzazione. Ma cosa succede quando si cominciano ad intravedere le crepe di quell'immagine ideale? Si riesce veramente a trovare un equilibrio con la persona reale? Questo ci conduce all'altro tema affrontato: quello relativo alla dipendenza emotiva. E' il processo che si scatena in Matteo, che non è una persona realizzata, e che appena "intravede" la possibilità di avere accanto un compagno più forte vi si lega. E' l'ennesima ricerca di una componente esterna che possa renderci stabili e felici. Ma un tipo di ricerca del genere non può che rivelarsi fallimentare.
D. Nevrosi, dipendenza emotiva e ricerca della felicità attraverso la stabilità emotiva. Temi delicati. Eppure il linguaggio è lieve, a tratti paradossale. Perché questa scelta?
R. Il mio intento non era scrivere né un saggio di sociologia né un trattato medico, né d'altronde ne avrei avuto le competenze. Io volevo scrivere un romanzo. Di conseguenza ho scelto uno stile di scrittura leggero, con l'intento di sdrammatizzare.
D. Quella che racconti è una storia d'amore?
R. Durante la fase di stesura del romanzo credevo vi fosse amore, ma mi illudevo... Forse. Alla fine, probabilmente, è prevalsa la volontà dei protagonisti che, in qualche modo, vivono di vita propria e percorrono la propria strada muovendosi all'interno delle reciproche esistenze. Credo che, rileggendo quello che avevo scritto, io abbia assunto coscienza che non era e non poteva essere amore. Non so... forse avendo fallito io in alcune relazioni volevo, inconsciamente, che fallissero anche loro.
D. E' un romanzo autobiografico allora?
R. Ribadisco... no (sorride). Ma pur non essendo autobiografico, la mia vita, i miei umori, i miei stati d'animo, le mie credenze, vi si sono inevitabilmente riversate.
Un blog nato per farvi appuntare l'attenzione su alcuni aspetti della realtà sociale economica e perchè no? dell'anima...attraverso le mie parole. E per assaporare gioie e dolori, confortandoci e confrontandoci, sempre e comunque. Perchè il confronto è la chiave di un reale sviluppo...
giovedì 26 aprile 2018
L'amore e i suoi danni: E' crazy BEAR love
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L'esercito di terracotta ed il Primo imperatore della Cina: un viaggio lungo millenni
Napoli - Le suggestioni cominciano sin da subito facendo il proprio ingresso alla mostra L'esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina. Sarà per quei guerrieri imponenti che trovi a darti il benvenuto. Sarà per l'illuminazione sapiente che trae riflessi rossastri dalla terra brunita di cui sono fatti quei giganti che hanno sfidato i millenni. Un colore che contrasta ed insieme si sposa con il nero delle passerelle. Sarà per la bellezza di una chiesa che possiede un piccolo gioiello architettonico e pittorico, ma anche dal grande valore socio-antropologico: la cappella barocca (che contiene l'affresco della Vergine del Soccorso, il reliquiario, tale da renderla idonea a concedere l'indulgenza plenaria e tre pietre nere, utilizzate per il martirio dei primi seguaci cattolici, i cui corpi venivano smembrati proprio attraverso l'apposizione di questi pesi al collo ed ai piedi).
Un'imponente mostra, che Napoli ha il privilegio di ospitare fino al 1 luglio, per la prima volta in Italia, che ripropone le riproduzioni fedelissime di alcuni degli 8000 guerrieri di terracotta, sepolti assieme all'imperatore, nella necropoli che doveva riprodurre il suo microcosmo. Quindi, il palazzo ed il suo entourage, con l'esercito a guardia, pronto a difenderlo dall'attacco dei nemici, la famiglia, le concubine, gli alti dignitari, il corpo amministrativo, la servitù e tutto l'insieme di comodità che avevano contraddistinto la vita di questo "imperatore" cosmico, che si era autoproclamato tale ed era riuscito ad unificare ed a governare un regno immenso, per la prima volta, ponendo fine ad annose e sanguinarie guerre intestine tra piccoli Stati, di cui però solo sette costituivano i più influenti.
La mostra, attraverso quello che è stato recuperato dalla necropoli a partire dal 1974 (le prime statue furono rinvenute da un contadino che stava scavando un pozzo per irrigare gli alberi della sua piantagione di loto, durante un periodo di siccità), è un importantissimo strumento di ricostruzione storica e di analisi socio-antropologica della vita dell'epoca, della condizione politica, dei processi espansivi e degli intrighi di corte, oltre, naturalmente agli strumenti e alle tecniche di combattimento.
LA STORIA
La dinastia Qin emerge dal fallimento della longeva dinastia Zhou. Il giovane successore, che salirà al trono all'età di soli 13 anni (anche se affiancato e rappresentato dal suo consigliere fino a 21 anni, data la giovanissima età), vede da subito adombrata la sua vita dagli intrighi di corte, dato che è figlio di una ex concubina, Lady Zhao, che prima è amante del consigliere in carica e poi viene sposata dal re. In seguito alcuni, dunque, metteranno in dubbio la paternità del giovane re e quindi il suo legittimo diritto di successione.
Il progetto di espansione di Qin Shi Huangdi (questo è il nome con cui il regnante si autoproclama imperatore di tutta la Cina) prevede alleanze con gli Stati più remoti, con cui non ci siano confini comuni, e guerre intraprese nei confronti degli Stati più vicini con interessi territoriali conflittuali.
Inoltre, l'imperatore avvia, con successo, una serie di riforme amministrative: un unico registro demografico, un unico sistema di pesi, un unico tipo e stile di scrittura, un sistema di accesso alle cariche basate su merito e competenza e dà molta importanza alla tutela e alla promozione della legalità.
L'ESERCITO DI TERRACOTTA
Dei circa 8000 guerrieri che si ritiene affollassero la necropoli del primo imperatore della Cina ne sono stati rinvenuti finora circa 1600. L'orientamento archeologico attuale è quello di non continuare a disotterrare reperti archeologici di inestimabile valore, laddove e fin quando non si sia sicuri di poterli tutelare e valorizzare pienamente. Altrimenti che si lasci che la terra generosa li continui a proteggere lì dove lì ha protetti e salvaguardati per millenni.
La costruzione della necropoli fu iniziata quando l'imperatore salì al trono a 13 anni. Egli volle che fosse costruita lontano dalle tombe degli antenati, perchè Qin Shi voleva segnare, anche metaforicamente, attraverso una serie di tratti distintivi, una frattura con il passato e l'inizio di una nuova epoca , contraddistinta dalla sua magnificenza indiscussa. Tant'è vero che aveva deciso che le sue dinastie successive si sarebbero chiamate seconda, terza, quarta, fino all'infinito. Purtroppo non andò così. A succedergli, infatti, fu solo il figlio, prima che il regno si disgregasse e piombasse nel caos.
Ci vollero 36 anni per completare la necropoli, attraverso l'impiego di migliaia di operai.
La necropoli, però, non fu completata secondo lo schema originario (già oggetto, nel corso degli anni, di numerose espansioni), perché nel 210 a. C. l'imperatore morì improvvisamente durante un viaggio militare, forse avvelenato da quella stessa mistura che assumeva per vedersi assicurata la vita eterna, e che si è poi scoperto contenere un elemento chimico in massicce quantità altamente tossico, in grado di portare alla morte se assunto quotidianamente.
L'esercito è disposto per file, al pari di quello reale.
Nella prima vi sono i fanti leggeri, ricoperti solo da vesti lunghe, tali da assicurare loro mobilità e velocità dei movimenti, ma anche perché le armi e le armature, con la protezione che ne conseguiva, si guadagnavano solo con il tempo, i rischi assunti e le vittorie riportate.
Poi ci sono i fanti dall'armatura "pesante", gli arcieri, con i loro archi, capaci per forma e caratteristiche, di attraversare i secoli, gli ufficiali di rango basso, medio e alto, con le loro armature fatte di lacci di cuoio indurito dalla lacca e tenuti insieme da nastri colorati (alcuni con una doppia copertura sul petto e sulla schiena e sotto, vari strati di vestiario), il copricapo a farfalla o adornato di piume di fagiano e l'acconciatura bassa, ed i generali (ve ne sono solo due nell'ultima sala della mostra, che ripropone la magnificenza di parte dell'esercito, carri compresi) con le scarpe quadrate, dalla punta rialzata, e l'armatura fatta di frammenti dai colori sgargianti o neri.
Molto importante anche il ruolo dei cavalli, utilizzati in ogni settore della vita cinese, per arare, per tirare i carri ed in battaglia.
Inizialmente viene utilizzata una razza, tipica della steppa, molto tozza e poco agile, della stessa altezza del guerriero (come testimonia una statua), ma tenace e resistente agli sforzi.
Con il cambiare dei metodi di battaglia verranno utilizzati i cosiddetti Celeste, una razza molto più alta, veloce ed agile. Anche l'utilizzo dei carri cambia. Verranno, infatti, utilizzati soprattutto per trasportare persone, equipaggiamenti e vettovaglie, ma non in battaglia, perché le ruote si bloccavano nei terreni paludosi e fangosi. Anche le ruote progressivamente vengono modificate, divenendo più piccole e con un numero superiore di raggi.
Queste modifiche funzionali sono testimoniate anche dalla riproduzione in scala di due tipi di carro: uno dotato di un ombrello alto oltre un metro e l'altro, chiamato carro dalla temperatura regolabile o dello spirito, dotato di un doppio ambiente, uno destinato al cocchiere, che guidava il carro in ginocchio, e l'altro al trasporto degli alti dignitari di corte, che vi potevano anche dormire, con l'ingresso ricavato nell'area posteriore del veicolo.
LE TECNICHE DI COSTRUZIONE
Queste statue, le cui dimensioni sono leggermente più grandi del reale, tra 1,66 e 2,02 metri, furono costruite dai sapienti artigiani dell'epoca secondo una tecnica via via standardizzata ed in qualche modo seriale.
Furono creati 8 stampi per le teste e apposti stampi anche per piedi, braccia e mani.
I vari pezzi poi venivano cotti ed assemblati dal basso verso l'alto, cioè dal basamento, dai piedi e dalle gambe, fino alle mani ed alla testa, infilata in una scanalatura (mentre le mani venivano infilate nella tunica con l'aiuto di un attrezzo di legno).
L'argilla doveva essere abbastanza corposa e indurita da reggere il peso della parte superiore ma abbastanza morbida e flessibile da continuare ad essere modellabile.
Come si spiega la varietà di espressioni facciali, data il ricorso ad un tipo di produzione in qualche modo standardizzata?
Questo aspetto nevralgico si deve alla bravura degli artigiani, che prima della cottura (il forno doveva essere di notevoli dimensioni data l'imponenza delle statue e non lontano dalla necropoli, perché il peso non permetteva di trasportarle per lunghi tratti, ma non è stato ancora rinvenuto allo stato attuale), modellavano le espressioni facciali nella terracotta ancora fresca e modificavano la postura di gambe, braccia e mani, a seconda che si trattasse di un fanciullo, un fante, un arciere o un auriga.
Un'altra modifica veniva fatta ad orecchie, occhi, sopracciglia e baffi dopo la cottura e il tutto veniva completato con la pittura delle statue, momento in cui venivano inseriti ulteriori elementi mimici di differenziazione.
IL CONTROLLO QUALITA'
Qin Shi era molto attento alla qualità di tutti i materiali utilizzati, affinché fossero di primissima scelta e aveva fatto in modo da rendere ricostruibile l'intera filiera.
Il laboratorio artigiano, infatti, doveva rendere individuabile la propria ubicazione ed apporla sulla statua e il capomastro doveva essere rintracciabile, in caso di un difetto di fabbricazione, apponendo il proprio sigillo e vergando il proprio nome in un angolo dell'opera.
CURA ESPOSITIVA
La mostra presenta una cura eccezionale nella redazione dei pannelli espositivi, che ricostruiscono la vita dell'epoca, la periodizzazione, i processi di espansione, le lotte intestine e gli intrighi di corte, le figure chiave, le tecniche di guerra, nonché le caratteristiche minuziose delle statue esposte.
Di pregio anche il materiale audiovisuale a corredo.
Una notazione va alle panche poste strategicamente, affinché lo spettatore possa riposarsi ma anche leggere ed ammirare alcune sezioni della mostra stessa.
I GEMELLAGGI
Una mostra che propone un ulteriorie arricchimento di visioni e prospettive grazie al dialogo con altre forme di cultura ed arte e la collaborazione con realtà virtuose del territorio.
Dalle degustazioni di tè, come quella a cura di Qualcosa di tè, il primo tea shop partenopeo, che ripropongono, magistralmente, la solennità dell'antica cerimonia che a questa bevanda è dedicata; agli approfondimenti dedicati all'arte funeraria, realizzati in collaborazione con il MANN, il Museo Archeologico Nazionale partenopeo, diretto da Paolo Giulierini. Fino ad arrivare alla realizzazione delle visite dei medici cinesi, ospiti del'Istituto dei Tumori e fondazione G. Pascale ed al concerto, suggestivo ed intenso, Nessun Dorma.
**Le foto sono opera di Francesco Minopoli.
Un'imponente mostra, che Napoli ha il privilegio di ospitare fino al 1 luglio, per la prima volta in Italia, che ripropone le riproduzioni fedelissime di alcuni degli 8000 guerrieri di terracotta, sepolti assieme all'imperatore, nella necropoli che doveva riprodurre il suo microcosmo. Quindi, il palazzo ed il suo entourage, con l'esercito a guardia, pronto a difenderlo dall'attacco dei nemici, la famiglia, le concubine, gli alti dignitari, il corpo amministrativo, la servitù e tutto l'insieme di comodità che avevano contraddistinto la vita di questo "imperatore" cosmico, che si era autoproclamato tale ed era riuscito ad unificare ed a governare un regno immenso, per la prima volta, ponendo fine ad annose e sanguinarie guerre intestine tra piccoli Stati, di cui però solo sette costituivano i più influenti.
La mostra, attraverso quello che è stato recuperato dalla necropoli a partire dal 1974 (le prime statue furono rinvenute da un contadino che stava scavando un pozzo per irrigare gli alberi della sua piantagione di loto, durante un periodo di siccità), è un importantissimo strumento di ricostruzione storica e di analisi socio-antropologica della vita dell'epoca, della condizione politica, dei processi espansivi e degli intrighi di corte, oltre, naturalmente agli strumenti e alle tecniche di combattimento.
LA STORIA
La dinastia Qin emerge dal fallimento della longeva dinastia Zhou. Il giovane successore, che salirà al trono all'età di soli 13 anni (anche se affiancato e rappresentato dal suo consigliere fino a 21 anni, data la giovanissima età), vede da subito adombrata la sua vita dagli intrighi di corte, dato che è figlio di una ex concubina, Lady Zhao, che prima è amante del consigliere in carica e poi viene sposata dal re. In seguito alcuni, dunque, metteranno in dubbio la paternità del giovane re e quindi il suo legittimo diritto di successione.
Il progetto di espansione di Qin Shi Huangdi (questo è il nome con cui il regnante si autoproclama imperatore di tutta la Cina) prevede alleanze con gli Stati più remoti, con cui non ci siano confini comuni, e guerre intraprese nei confronti degli Stati più vicini con interessi territoriali conflittuali.
Inoltre, l'imperatore avvia, con successo, una serie di riforme amministrative: un unico registro demografico, un unico sistema di pesi, un unico tipo e stile di scrittura, un sistema di accesso alle cariche basate su merito e competenza e dà molta importanza alla tutela e alla promozione della legalità.
L'ESERCITO DI TERRACOTTA
Dei circa 8000 guerrieri che si ritiene affollassero la necropoli del primo imperatore della Cina ne sono stati rinvenuti finora circa 1600. L'orientamento archeologico attuale è quello di non continuare a disotterrare reperti archeologici di inestimabile valore, laddove e fin quando non si sia sicuri di poterli tutelare e valorizzare pienamente. Altrimenti che si lasci che la terra generosa li continui a proteggere lì dove lì ha protetti e salvaguardati per millenni.
La costruzione della necropoli fu iniziata quando l'imperatore salì al trono a 13 anni. Egli volle che fosse costruita lontano dalle tombe degli antenati, perchè Qin Shi voleva segnare, anche metaforicamente, attraverso una serie di tratti distintivi, una frattura con il passato e l'inizio di una nuova epoca , contraddistinta dalla sua magnificenza indiscussa. Tant'è vero che aveva deciso che le sue dinastie successive si sarebbero chiamate seconda, terza, quarta, fino all'infinito. Purtroppo non andò così. A succedergli, infatti, fu solo il figlio, prima che il regno si disgregasse e piombasse nel caos.
Ci vollero 36 anni per completare la necropoli, attraverso l'impiego di migliaia di operai.
La necropoli, però, non fu completata secondo lo schema originario (già oggetto, nel corso degli anni, di numerose espansioni), perché nel 210 a. C. l'imperatore morì improvvisamente durante un viaggio militare, forse avvelenato da quella stessa mistura che assumeva per vedersi assicurata la vita eterna, e che si è poi scoperto contenere un elemento chimico in massicce quantità altamente tossico, in grado di portare alla morte se assunto quotidianamente.
L'esercito è disposto per file, al pari di quello reale.
Nella prima vi sono i fanti leggeri, ricoperti solo da vesti lunghe, tali da assicurare loro mobilità e velocità dei movimenti, ma anche perché le armi e le armature, con la protezione che ne conseguiva, si guadagnavano solo con il tempo, i rischi assunti e le vittorie riportate.
Poi ci sono i fanti dall'armatura "pesante", gli arcieri, con i loro archi, capaci per forma e caratteristiche, di attraversare i secoli, gli ufficiali di rango basso, medio e alto, con le loro armature fatte di lacci di cuoio indurito dalla lacca e tenuti insieme da nastri colorati (alcuni con una doppia copertura sul petto e sulla schiena e sotto, vari strati di vestiario), il copricapo a farfalla o adornato di piume di fagiano e l'acconciatura bassa, ed i generali (ve ne sono solo due nell'ultima sala della mostra, che ripropone la magnificenza di parte dell'esercito, carri compresi) con le scarpe quadrate, dalla punta rialzata, e l'armatura fatta di frammenti dai colori sgargianti o neri.
Molto importante anche il ruolo dei cavalli, utilizzati in ogni settore della vita cinese, per arare, per tirare i carri ed in battaglia.
Inizialmente viene utilizzata una razza, tipica della steppa, molto tozza e poco agile, della stessa altezza del guerriero (come testimonia una statua), ma tenace e resistente agli sforzi.
Con il cambiare dei metodi di battaglia verranno utilizzati i cosiddetti Celeste, una razza molto più alta, veloce ed agile. Anche l'utilizzo dei carri cambia. Verranno, infatti, utilizzati soprattutto per trasportare persone, equipaggiamenti e vettovaglie, ma non in battaglia, perché le ruote si bloccavano nei terreni paludosi e fangosi. Anche le ruote progressivamente vengono modificate, divenendo più piccole e con un numero superiore di raggi.
Queste modifiche funzionali sono testimoniate anche dalla riproduzione in scala di due tipi di carro: uno dotato di un ombrello alto oltre un metro e l'altro, chiamato carro dalla temperatura regolabile o dello spirito, dotato di un doppio ambiente, uno destinato al cocchiere, che guidava il carro in ginocchio, e l'altro al trasporto degli alti dignitari di corte, che vi potevano anche dormire, con l'ingresso ricavato nell'area posteriore del veicolo.
LE TECNICHE DI COSTRUZIONE
Queste statue, le cui dimensioni sono leggermente più grandi del reale, tra 1,66 e 2,02 metri, furono costruite dai sapienti artigiani dell'epoca secondo una tecnica via via standardizzata ed in qualche modo seriale.
Furono creati 8 stampi per le teste e apposti stampi anche per piedi, braccia e mani.
I vari pezzi poi venivano cotti ed assemblati dal basso verso l'alto, cioè dal basamento, dai piedi e dalle gambe, fino alle mani ed alla testa, infilata in una scanalatura (mentre le mani venivano infilate nella tunica con l'aiuto di un attrezzo di legno).
L'argilla doveva essere abbastanza corposa e indurita da reggere il peso della parte superiore ma abbastanza morbida e flessibile da continuare ad essere modellabile.
Come si spiega la varietà di espressioni facciali, data il ricorso ad un tipo di produzione in qualche modo standardizzata?
Questo aspetto nevralgico si deve alla bravura degli artigiani, che prima della cottura (il forno doveva essere di notevoli dimensioni data l'imponenza delle statue e non lontano dalla necropoli, perché il peso non permetteva di trasportarle per lunghi tratti, ma non è stato ancora rinvenuto allo stato attuale), modellavano le espressioni facciali nella terracotta ancora fresca e modificavano la postura di gambe, braccia e mani, a seconda che si trattasse di un fanciullo, un fante, un arciere o un auriga.
Un'altra modifica veniva fatta ad orecchie, occhi, sopracciglia e baffi dopo la cottura e il tutto veniva completato con la pittura delle statue, momento in cui venivano inseriti ulteriori elementi mimici di differenziazione.
IL CONTROLLO QUALITA'
Qin Shi era molto attento alla qualità di tutti i materiali utilizzati, affinché fossero di primissima scelta e aveva fatto in modo da rendere ricostruibile l'intera filiera.
Il laboratorio artigiano, infatti, doveva rendere individuabile la propria ubicazione ed apporla sulla statua e il capomastro doveva essere rintracciabile, in caso di un difetto di fabbricazione, apponendo il proprio sigillo e vergando il proprio nome in un angolo dell'opera.
CURA ESPOSITIVA
La mostra presenta una cura eccezionale nella redazione dei pannelli espositivi, che ricostruiscono la vita dell'epoca, la periodizzazione, i processi di espansione, le lotte intestine e gli intrighi di corte, le figure chiave, le tecniche di guerra, nonché le caratteristiche minuziose delle statue esposte.
Di pregio anche il materiale audiovisuale a corredo.
Una notazione va alle panche poste strategicamente, affinché lo spettatore possa riposarsi ma anche leggere ed ammirare alcune sezioni della mostra stessa.
I GEMELLAGGI
Una mostra che propone un ulteriorie arricchimento di visioni e prospettive grazie al dialogo con altre forme di cultura ed arte e la collaborazione con realtà virtuose del territorio.
Dalle degustazioni di tè, come quella a cura di Qualcosa di tè, il primo tea shop partenopeo, che ripropongono, magistralmente, la solennità dell'antica cerimonia che a questa bevanda è dedicata; agli approfondimenti dedicati all'arte funeraria, realizzati in collaborazione con il MANN, il Museo Archeologico Nazionale partenopeo, diretto da Paolo Giulierini. Fino ad arrivare alla realizzazione delle visite dei medici cinesi, ospiti del'Istituto dei Tumori e fondazione G. Pascale ed al concerto, suggestivo ed intenso, Nessun Dorma.
**Le foto sono opera di Francesco Minopoli.
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domenica 25 marzo 2018
Pharmaelle, parola d’ordine: perseverare nell’eccellenza
Adrenoleucodistrofia,
fibrosi cistica, obesità grave e gravissima.
Per alcuni sono parole, spesso astruse e di
difficile comprensione, ma per centinaia di persone sono condizioni con cui
convivere ogni giorno e che impongono tante rinunce: alle possibilità concrete
di scelta, di mobilità, di opportunità relazionali.
Per questo c’è chi cerca di accompagnare queste
persone in un processo progressivo, ma costante, anche se non privo di
difficoltà, di miglioramento possibile della qualità di vita.
Pharmaelle. E’ questo, infatti, il nome di un’azienda
farmaceutica, la cui nuova sede è a Villarbasse
(To), che sin dai suoi albori, nel 2013, si è proiettata con forza e
coraggio nel panorama nazionale, con idee all’insegna dell’innovazione, coniugando due tipi di competenze: quella
chimico-farmaceutica e di gestione manageriale e quella legale.
Il primo passo è quello di creare una squadra di lavoro appassionata e
determinata. Questo vuol dire che, come in un puzzle in cui è necessario, affinché
il disegno sia suggestivo, che tutte le linee e le sfumature di colore
combacino, anche in questa squadra appare fondamentale selezionare le “tessere”
giuste, affinché ogni talento sia
valorizzato e posizionato nel posto più opportuno.
“Questo lavoro di selezione – spiega il Ceo Roberto
Vico – non dev’essere limitato solo alla fase di start up, ma deve seguire
tutte le fasi di sviluppo e di espansione di un’azienda, perché è necessario
continuare ad attrarre talenti. E’ un circuito virtuoso: l’azienda, infatti,
deve credere nelle proprie risorse e le risorse, progressivamente inserite,
devono credere nell’azienda, sposandone operato ed obiettivi di crescita e
sviluppo”.
Parlano, a loro volta, il linguaggio dell’eccellenza
i fornitori scelti e le partnership strette, di calibro sovranazionale. Quella
con la Alpiflor e quella con Vitux, produttrice della matrice
lipidica che, con un’esclusiva internazionale, è protagonista del complesso
vitaminico Effeci Vitadek, nella cosiddetta formulazione jelly, indicato per i pazienti con fibrosi cistica, per
supplementare la loro alimentazione con vitamine liposolubili ad elevata
biodisponibilità. Ed ancora il sostegno all’Associazione
Italiana Adrenoleucodistrofia ed all’universo dei pazienti, attraverso la
fornitura di Aldixyl e di OILife, ma anche il supporto alla
squadra dei Lions Rugby di Bologna
che, attraverso uno sport sano ed affrancato da stringenti logiche di mercato, educano le giovani generazioni, all’importanza
di un corretto stile di vita,
comprese, ad esempio quelle dei bambini e degli adolescenti affetti da fibrosi
cistica, per i quali lo sport è fondamentale, al fine di migliorare le
prestazioni polmonari e cardio-respiratorie, ma anche per favorire l’espulsione
degli accumuli bronchiali.
L’azienda cerca di ottenere il miglior risultato possibile, coniugando l’esigenza del medico di
mantenere un risultato costante nel tempo e quelle dei pazienti di avere il
miglior prodotto possibile in termini di efficacia, nel rispetto dei loro
bisogni e ritmi di vita, con un costo contenuto, sostenibile anche dal Sistema
Sanitario Nazionale.
Arriva così la somministrazione
sublinguale della vitamina B12, destinata a tutti coloro che non riescono
ad assimilarla o hanno scelto di non mangiare più determinati cibi che la contengono.
Una platea ampia, che va dai pazienti bariatrici, sottoposti ad un’operazione
di riduzione dello stomaco, a coloro che hanno optato per un’alimentazione
vegana.
“La somministrazione sublinguale – spiega Diego
Cavrenghi, direttore scientifico Pharmaelle – rispetto a quella iniettiva
intramuscolare, peraltro dolorosa, permette al paziente di rispettare i suoi
ritmi di vita. E’ facile, non invasiva e veloce. In questo modo coloro che non
sono più in grado di assimilare la B12, o coloro che non vogliono assumerla attraverso
alcuni cibi, possono salvaguardare il proprio benessere neurologico”.
Infatti, la mancata assunzione di vitamina B12, a
lungo termine crea scompensi metabolici
e danni neurologici.
Per questo, la formulazione sublinguale, unica sul
mercato, contiene entrambi i metaboliti
attivi: la metilcobalamina e la cianocobalamina, per un effetto completo,
che agisca su tutte le vie metaboliche.
La metilcobalamina, infatti, svolge
un ruolo essenziale nel mantenere livelli adeguati di funzionamento nel sistema
nervoso, immunitario e circolatorio. La adenosilcobalamina, l’altro metabolita
attivo contenuto, invece, nella cianocobalamina, agisce nella sintesi della
mielina e nel metabolismo di lipidi, proteine e grassi.
“La metilcobalamina – ribadisce il direttore
scientifico – contribuisce significativamente alla formazione dei globuli rossi
ed agisce alla radice contro le anemie legate alle carenze di ferro,
permettendo di ripristinarne livelli adeguati in maniera stabile”.
Dato che, parafrasando Shakespeare, è nelle tempeste
che si riconosce il nocchiero e di tempeste, nelle sue varie fasi di espansione, se ne potrebbero incontrare
molte, i vertici traghettano l’azienda attraverso numerose “perturbazioni”,
facendo lavorare insieme variegati talenti e dirigendo il lavoro di squadra
verso gli obiettivi di tutela della salute programmati, in delicato ma
fondamentale equilibrio tra le relazioni interne, che è necessario tutelare, e
quelle esterne, che è necessario coltivare e sviluppare.
Il filosofo d’Holbach
sottolinea come le passioni non vadano soppresse, anzi: è una passione utile
allo sviluppo collettivo della società a metterne in fuga un’altra,
potenzialmente nociva. E’ quello che mira a fare la Pharmaelle, mettendo il
profitto, che permette di avere un bacino di risorse da poter utilizzare in
maniera continua e strutturata, al servizio della qualità di vita dei pazienti.
“Il nostro obiettivo – continua Vico – è la soddisfazione
delle esigenze dell’utente-paziente. Questo è il miglior modo per valorizzare
l’immagine dell’azienda e la sua responsabilità d’impresa. Infatti, un utente-paziente
‘accolto’ e preso in carico si farà portavoce di un passaparola legittimamente
positivo”.
L’azienda farmaceutica Pharmaelle si pone al crocevia tra diversi interessi. Diktat:
non tradire mai il suo impegno etico che
mette al centro il miglioramento della qualità di vita di ogni essere umano,
cercando di trovare il punto d’incontro tra i medici, che sono i suoi primi
interlocutori e che poi dovranno con consapevolezza, sulla base di una più ampia
e profonda conoscenza delle diverse patologie, prescrivere i supporti
farmaceutici ed alimentari più adeguati, ai pazienti. Il trait d’union, dunque,
è un piano terapeutico individualizzato e personalizzato, che metta al centro
dell’attenzione la qualità dell’esistenza del paziente.
“I medici in tal senso – evidenzia Vico – hanno un
ruolo di intermediazione fondamentale perché, avendo un contatto ed un’esperienza
quotidiana con i pazienti ed i loro problemi, possono indicarci le esigenze
fondamentali di questi ultimi. Lo sviluppo chimico del farmaco chiude il
cerchio, ma questa fase di confronto appare d’importanza nevralgica,
nell’intero processo ideativo”.
Un
cammino delicato, com’è delicato lo sguardo rivolto ai pazienti, il ruolo di intermediazione con il
segmento clinico ed il momento in cui, inevitabilmente, bisogna fare i conti
con un contesto produttivo e socio-economico caratterizzato da non poche
difficoltà. Un percorso dove la stella polare è costituita dall'obiettivo di “perseverare nell’eccellenza”,
migliorando il proprio operato, un passo dopo l’altro.
Per maggiori informazioni: www.pharmaelle.com
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mercoledì 14 febbraio 2018
Storie di Francesca Di Martino: nella sua personale dimensione pubblica e privata di persone illustri
Da venerdì 23 febbraio all’11 marzo l’appuntamento sarà all’AMStudio Art Gallery in via Massimo Stanzione, 10 (Napoli) con la mostra Storie, personale di Francesca Di Martino.
Quelle dell’esistenza di personaggi noti, addirittura illustri, che hanno popolato e popolano l’immaginario delle persone comuni.
“Quando scelgo di rappresentare – spiega l’artista - attraverso la mediazione della pittura, il volto di un personaggio pubblico, devo necessariamente confrontarmi con quello che è il bagaglio delle relative immagini esistenti accessibili e per propria natura “pubbliche”. Il privato, in quanto tale e per fortuna, resta nella sfera del supposto, del pesunto tale, dell’idefinito che serba in se il suo fascino , il suo eterno mistero”.Un anelito a comprendere, a disvelare i moti più lievi dell’anima, a “sentire” le emozioni di chi, troppo spesso, per il suo ruolo pubblico, deve recitare un compione.Ma l’anelito rimane una supposizione, mai un’aletheia, un velo sollevato del tutto. La luce gettata su tali moti dell’anima è soffusa. La porta rimane socchiusa ed il tentativo di “sbirciare” rimane tale.Lo sguardo è discreto, quasi affettuoso, nel rispetto di ciò che appartiene all’intimità di ogni individuo e che lui stesso, e solo lui, può scegliere con chi condividere, in piena consapevolezza.Sono dieci le opere in esposizione, oli su tela, tra ritratti iconici e autoritratti realizzati nel corso di un decennio. In quei volti raffigurati vi è un palpabile scambio emotivo, capace di catapultare lo spettatore nella dimensione psicologica del personaggio dipinto.
“L’umanizzazione di una icona – continua Francesca - decostruita e riproposta in veste privata, è un ambizioso divertissement, ma non è il fine in sé quella riproposizione; non anela uno squarcio di verità. Quello che ricerco nell’irripetibilità di un volto è una aspirazione a quella verità. La carica emozionale primordiale, quella istintuale che si avverte quando ci presentano una persona per la prima volta… Quella specie di scossa elettrica che sentiamo nella mano e che ci percuote le braccia fin su la colonna vertebrale.. E’ quello che cerco di riportare in pittura”.
Una pittura fortemente espressionista, i cui segni vengono fuori da una pennellata grintosa e impulsiva, affiancata da corposi impasti di materia distesi a colpi di spatola. Il ritratto è una costante nella produzione di Francesca, è la sua ispirazione e il suo banco di prova. Nel ritrarre personaggi famosi come Diego Armando Maradona, Marilyn, Sofia Loren, Obama, la pittrice ci restituisce un’immagine che sigilla l’unione tra il mito e l’uomo in una veste privata.Così facendo, inoltre, Francesca Di Martino getta un ponte tra due universi, i cui attori, principali e comprimari, possono diventare entrambi protagonisti del ritratto ed in questa possibilità sembrerebbero poter riscoprire sentimenti, emozioni e, alla fine, una natura umana profondamente condivisa, al di là delle condizioni socio-economiche ed esistenziali apparentemente e fattualmente diverse.“Quando ritraggo persone a me accessibili – evidenzia ancora l’artista - è piu semplice poichè posso studiarle, fotografarle, affidarmi a differenti informazioni, uditive, financhè tattili ed epidermiche. Con persone difficilmente raggiungibili posso soltanto scandagliare, nell’oceano iconografico, un sorriso, una smorfia, una ruga, il più possibilmente aderente all’idea che ho di lei/lui”.
La Galleria
Dopo l’esperienza positiva maturata in seno all’Art Point BP Med, la galleria della Banca popolare del Mediterraneo, i collettivi con l’associazione culturale La Fenice e la direzione artistica del progetto ODCEC - Cultura Energia Economia, Antonio Minervini, artista e gallerista, decide di aprire un suo spazio espositivo per dare visibilità alle risorse del territorio, in un quartiere, Il Vomero, che nel secolo scorso fu teatro di una grande rinascita culturale a Napoli. AM Studio si propone come luogo di confronto tra le arti. Dunque, non solo visual art ma anche letteratura, performance, dibattiti e uno studio di comunicazione per la promozione di eventi e realtà creative.
L’artista
Francesca Di Martino, classe 1977, si laurea in Scenografia all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha al suo attivo la partecipazione a differenti esposizioni collettive, concorsi e performance. Diverse anche le mostre personali: “Uccidi il tuo maestro” (2011), nello spazio letterario Caffè dell’Epoca di Napoli; “Dentro e fuori di me” (2015), all’interno della rassegna “Facciamo i conti con l’arte”, nella sede della Banca Popolare del Mediterraneo; “Manga p’a capa” (2015) per la rassegna “Human portraits”, alla Fonoteca di Napoli; Dècade al museo civico di Agerola (2017). È presente alla “Biennale del Fumetto nell’Arte” alla Passpartout Gallery di Milano. Partecipa al NAF Napoli Arte Fiera, alla mostra D’Oltremare. E ancora, al collettivo “Un Eco per tutti”, a cura di Linda Irace e Tony Stefanucci, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; alla 19h Generative Art Conference GA2016 “Empathize with my Gaze” di Firenze. Le sue opere sono presenti nel Museo a cielo aperto di Diamante e in differenti collezioni d’arte private.
AMStudio Art Gallery
Via Massimo Stanzione 10 - NapoliDal 23 febbraio al 11 marzoOrari e giorni: dal lunedì al venerdì, ore 16-20; il sabato ore 10-13Info e contatti: Antonio Minervini minervini@studioaml.it - 392 0860931Alessandro Minervini: a.minervini.work@gmail.com – 393 4714198
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sabato 3 febbraio 2018
Genesi: un viaggio per immagini alle origini del mondo
Ad alcuni giorni dalla chiusura della mostra Genesi di Sebastiao Salgado (svoltasi fino al 28 gennaio al PAN di Napoli) , dopo aver fatto decantare le emozioni, è il momento per me di condividerle appieno.
Dedicata all'arte ed ai viaggi in terre selvagge e ai confini del mondo di un fotografo che riassume in sè, per molti versi, anche i tratti dell'etnologo e dell'antropologo, Genesi mescola più anime, più luoghi, più vite, a volte antitetiche.
Prede e predatori, popolazioni del Polo, dell'Antartide e dell'Africa, osservatori ed osservati.
Vita e morte sembrano camminare a braccetto in queste terre, dove cedere al freddo, al caldo estremo, agli animali in agguato ed alle condizioni avverse parrebbe molto più semplice che trovare modi ingegnosi per adattarsi e per sopravvivere.
Ed invece questi modi li hanno trovati popolazioni che vivono in zone opposte del globo: da quelle che sopravvivono allevando renne, a quelle che allevano bufali e ricoprono sia se stessi sia gli animali con cenere ricavata dallo sterco bruciato, per tenere lontani da entrambi gli insetti ed i parassiti.
Spesso la strategia di sopravvivenza sembrerebbe risiedere in uno stile di vita cooperativo, nello stringersi, più forte, nell'abbracciarsi, nel valorizzare le relazioni, tanto tra gli esseri umani quanto tra gli animali.
La galleria di immagini, in un suggestivo bianco e nero, che Salgado regala allo spettatore, assomigliano ad un libro su usi e costumi di persone e animali.
Spesso hanno il sapore e le sfumature sapienti di un ritratto, della china che scivola su un foglio. Di una matita a carboncino che disegna affascinanti alchimie.
Che si tratti di tribù che incidono sulla loro pelle vari simboli, che si inseriscono dischi di ceramica nei lobi e in bocca o si trafiggano il mento con un leggero cono di legno, per poi detergersi il corpo con accuratezza in acque limpide, tutto parla di stili di comportamento e di aggregazione.
Salgado studia anche i comportamenti degli animali: dei pinguini, adulti e pulcini, dei gabbiani, degli albatri, delle foche, dalla bocca spalancata e dagli enormi occhi liquidi, dei leoni marini.
Affascina la maestosità della balena franca australe, con la sua coda possente e il doppio sfiatatoio che fa fuoriuscire piccole gocce d'acqua vaporizzate che vanno a formare una V.
O la corsa dell'elefante africano, che, spaventato dai continui attacchi a tradimento dei bracconieri, carica la jeep del fotografo, per poi andarsi a nascondere nel folto degli alberi.
A colpire è non solo la professionalità e la perizia con cui le foto sono state scattate, e che è impossibile non riconoscere anche per un profano, ma anche la passione, la forza espressiva, che sgorga dallo sguardo attento di un uomo cresciuto in una fattoria, che spesso si rifugiava in un luogo isolato e scrutava la vetta delle montagne in lontananza, sognando un giorno di andare a scoprire cosa ci fosse oltre.
E così ha fatto, con testardaggine ed in barba alla sua non più giovane età. Lo ha fatto con ogni mezzo: treni, carovane locali e persino mongolfiere.
Un'osservazione partecipante in tutto e per tutto la sua.
Ma che molte di quelle popolazioni, alcune conosciute per il loro cannibalismo attuato nei confronti di nemici e di "stregoni" di tribù antagoniste, hanno accolto e lasciato osservare, perchè hanno percepito la sua richiesta genuina di un' alleanza comunicativa, in cui chi ritrae chiede a chi è ritratto di raccontare, con autenticità, qualcosa di sè.
Le emozioni a volte non hanno voce ma si riversano in parole ed immagini.
Gli scrittori ed i fotografi sono legati da un sottile e tenace fil rouge: scrivono storie, raccontano quello che le loro orecchie hanno udito ed i loro occhi visto e quelle emozioni che hanno sfiorato e si sono insinuate sotto la pelle.
I primi lo fanno con le parole, i secondi, parafrasando le parole di Salgado, disegnano storie tessendo fili di luce, intrecciando i chiari e gli scuri.
Nelle opere di un maestro come Salgado c'è tutto un mondo fatto di parole, suoni, colori, odori, sapori. Le popolazioni indigene, secondo il suo racconto, gli parlavano come se lui stesse registrando. Perchè, come sottolinea il regista Wim Wenders nel docufilm Il sale della terra, sono le persone la linfa che nutre i luoghi.
E quelle persone sentivano, percepivano nettamente, l'anima di quel fotografo esploratore, che sapeva raccontarne, attraverso le immagini, gli usi e le tradizioni. Con rispetto ed empatia. A lui, ripete spesso Wim Wenders, interessava davvero delle persone. E, nelle sue foto, c'è sempre l'incontro, ribadisce lo stesso Salgado, di due anime. Quella del fotografo e quella di chi alla fotografia si dona e si affida. L'Antartide e le gole del Gran Canyon; le riserve Navajo e gli sprazzi della vita degli animali e delle tribù indigene. La magnificenza delle piante più grandi ed il microcosmo di quelle più piccole, che hanno scelto di vivere, di adattarsi e resistere (così come gli uomini) in ambienti inospitali.
Le finestre aperte su una vita caratterizzata dalla continua necessità di trovare strategie di adattamento che permettano di avere la meglio nella partita a scacchi con un clima e delle condizioni ambientali estreme. Fino ad arrivare alle calde terre d'Africa, non meno ricche di fascino, ma altresì di insidie. Salgado è molto più di un fotografo. E' cantore, attraverso le sue trame di luce, di frammenti di storia e memoria.
Di quelle distese che si spera non scompaiano, aggredite dagli effetti distruttivi della cupidigia umana e di quegli animali e di quelle popolazioni che, a volte sostenendosi a vicenda, si muovono tra miti e riti (incisi sulla pelle e che solcano il loro corpo). Sembra di sentire sulla pelle la dolcezza dello zefiro o la calura appiccicosa della foresta pluviale, i morsi del gelo e l'ardimento che riempie il petto, qualora si lanci lo sguardo verso i filamenti di nubi, che si specchiamo e si confondono con la foschia e gli spruzzi che si sollevano dai fiumi. Così intrecciati che, spesso, pare difficile distinguerli. E resta nel cuore la maestosità di quel corso d'acqua dai riflessi neri laddove i suoi rivoli si incontrano e fanno l'amore con un lembo di terra scura e riarsa.
Dedicata all'arte ed ai viaggi in terre selvagge e ai confini del mondo di un fotografo che riassume in sè, per molti versi, anche i tratti dell'etnologo e dell'antropologo, Genesi mescola più anime, più luoghi, più vite, a volte antitetiche.
Prede e predatori, popolazioni del Polo, dell'Antartide e dell'Africa, osservatori ed osservati.
Vita e morte sembrano camminare a braccetto in queste terre, dove cedere al freddo, al caldo estremo, agli animali in agguato ed alle condizioni avverse parrebbe molto più semplice che trovare modi ingegnosi per adattarsi e per sopravvivere.
Ed invece questi modi li hanno trovati popolazioni che vivono in zone opposte del globo: da quelle che sopravvivono allevando renne, a quelle che allevano bufali e ricoprono sia se stessi sia gli animali con cenere ricavata dallo sterco bruciato, per tenere lontani da entrambi gli insetti ed i parassiti.
Spesso la strategia di sopravvivenza sembrerebbe risiedere in uno stile di vita cooperativo, nello stringersi, più forte, nell'abbracciarsi, nel valorizzare le relazioni, tanto tra gli esseri umani quanto tra gli animali.
La galleria di immagini, in un suggestivo bianco e nero, che Salgado regala allo spettatore, assomigliano ad un libro su usi e costumi di persone e animali.
Spesso hanno il sapore e le sfumature sapienti di un ritratto, della china che scivola su un foglio. Di una matita a carboncino che disegna affascinanti alchimie.
Che si tratti di tribù che incidono sulla loro pelle vari simboli, che si inseriscono dischi di ceramica nei lobi e in bocca o si trafiggano il mento con un leggero cono di legno, per poi detergersi il corpo con accuratezza in acque limpide, tutto parla di stili di comportamento e di aggregazione.
Salgado studia anche i comportamenti degli animali: dei pinguini, adulti e pulcini, dei gabbiani, degli albatri, delle foche, dalla bocca spalancata e dagli enormi occhi liquidi, dei leoni marini.
Affascina la maestosità della balena franca australe, con la sua coda possente e il doppio sfiatatoio che fa fuoriuscire piccole gocce d'acqua vaporizzate che vanno a formare una V.
O la corsa dell'elefante africano, che, spaventato dai continui attacchi a tradimento dei bracconieri, carica la jeep del fotografo, per poi andarsi a nascondere nel folto degli alberi.
A colpire è non solo la professionalità e la perizia con cui le foto sono state scattate, e che è impossibile non riconoscere anche per un profano, ma anche la passione, la forza espressiva, che sgorga dallo sguardo attento di un uomo cresciuto in una fattoria, che spesso si rifugiava in un luogo isolato e scrutava la vetta delle montagne in lontananza, sognando un giorno di andare a scoprire cosa ci fosse oltre.
E così ha fatto, con testardaggine ed in barba alla sua non più giovane età. Lo ha fatto con ogni mezzo: treni, carovane locali e persino mongolfiere.
Un'osservazione partecipante in tutto e per tutto la sua.
Ma che molte di quelle popolazioni, alcune conosciute per il loro cannibalismo attuato nei confronti di nemici e di "stregoni" di tribù antagoniste, hanno accolto e lasciato osservare, perchè hanno percepito la sua richiesta genuina di un' alleanza comunicativa, in cui chi ritrae chiede a chi è ritratto di raccontare, con autenticità, qualcosa di sè.
Le emozioni a volte non hanno voce ma si riversano in parole ed immagini.
Gli scrittori ed i fotografi sono legati da un sottile e tenace fil rouge: scrivono storie, raccontano quello che le loro orecchie hanno udito ed i loro occhi visto e quelle emozioni che hanno sfiorato e si sono insinuate sotto la pelle.
I primi lo fanno con le parole, i secondi, parafrasando le parole di Salgado, disegnano storie tessendo fili di luce, intrecciando i chiari e gli scuri.
Nelle opere di un maestro come Salgado c'è tutto un mondo fatto di parole, suoni, colori, odori, sapori. Le popolazioni indigene, secondo il suo racconto, gli parlavano come se lui stesse registrando. Perchè, come sottolinea il regista Wim Wenders nel docufilm Il sale della terra, sono le persone la linfa che nutre i luoghi.
E quelle persone sentivano, percepivano nettamente, l'anima di quel fotografo esploratore, che sapeva raccontarne, attraverso le immagini, gli usi e le tradizioni. Con rispetto ed empatia. A lui, ripete spesso Wim Wenders, interessava davvero delle persone. E, nelle sue foto, c'è sempre l'incontro, ribadisce lo stesso Salgado, di due anime. Quella del fotografo e quella di chi alla fotografia si dona e si affida. L'Antartide e le gole del Gran Canyon; le riserve Navajo e gli sprazzi della vita degli animali e delle tribù indigene. La magnificenza delle piante più grandi ed il microcosmo di quelle più piccole, che hanno scelto di vivere, di adattarsi e resistere (così come gli uomini) in ambienti inospitali.
Le finestre aperte su una vita caratterizzata dalla continua necessità di trovare strategie di adattamento che permettano di avere la meglio nella partita a scacchi con un clima e delle condizioni ambientali estreme. Fino ad arrivare alle calde terre d'Africa, non meno ricche di fascino, ma altresì di insidie. Salgado è molto più di un fotografo. E' cantore, attraverso le sue trame di luce, di frammenti di storia e memoria.
Di quelle distese che si spera non scompaiano, aggredite dagli effetti distruttivi della cupidigia umana e di quegli animali e di quelle popolazioni che, a volte sostenendosi a vicenda, si muovono tra miti e riti (incisi sulla pelle e che solcano il loro corpo). Sembra di sentire sulla pelle la dolcezza dello zefiro o la calura appiccicosa della foresta pluviale, i morsi del gelo e l'ardimento che riempie il petto, qualora si lanci lo sguardo verso i filamenti di nubi, che si specchiamo e si confondono con la foschia e gli spruzzi che si sollevano dai fiumi. Così intrecciati che, spesso, pare difficile distinguerli. E resta nel cuore la maestosità di quel corso d'acqua dai riflessi neri laddove i suoi rivoli si incontrano e fanno l'amore con un lembo di terra scura e riarsa.
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