Il teatro Nostos chiude la rassegna Approdi all'insegna della più elevata qualità, trait d'union che caratterizza tutta la sua produzione e gli spettacoli messi in scena.
Un blog nato per farvi appuntare l'attenzione su alcuni aspetti della realtà sociale economica e perchè no? dell'anima...attraverso le mie parole. E per assaporare gioie e dolori, confortandoci e confrontandoci, sempre e comunque. Perchè il confronto è la chiave di un reale sviluppo...
domenica 11 giugno 2023
Aemorragia: il Nostos Teatro chiude la rassegna Approdi con un'opera intensa e inquietante
giovedì 16 marzo 2023
Artemisia: al Teatro Tram un secondo fine settimana dedicato alla grande pittrice
Lo spettacolo Artemisia andrà in scena al teatro Tram anche questo fine settimana lungo, a partire da stasera, giovedì 16 marzo e fino a domenica 19 marzo. Sulla scena Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino con la regia di Mirko Di Martino.
Titti Nuzzolese e Antonio D'Avino danno vita a personaggi intensi, sofferti, vividi, fragili, tormentati e carismatici, che costituiscono il canto e il controcanto l'uno dell'altra.
Per Artemisia non c'ė tenerezza né riscatto possibile da parte dell'altro da sé. Lei può trovare la forza solo in sé stessa e nella sua sofferta indipendenza.
Infatti, la rappresentazione teatrale propone una riflessione sulla vita di una grande pittrice che non riuscì mai a essere riconosciuta fino in fondo, secondo le parole del regista, anche come un' artista a tutto tondo. Scontò il fio di vivere in una società dominata dagli uomini e le sue opere ebbero sempre come principali committenti e destinatari gli stessi uomini. Esponenti di una società maschilista e patriarcale che la giudicò e la manipolò per tutta la vita. Una manipolazione cominciata con il padre Orazio che la considerò sempre alla stregua di una merce di scambio di sua proprietà e ne sminuì il valore, benché il suo talento fosse indiscutibile.
" Artemisia - sottolinea il regista Di Martino - non riuscì a instaurare una nuova temperie artistica al femminile, a cambiare il corso delle cose. Rimase un'eccezione e in quanto tale eccezionale, un fenomeno".
Lei seppe, nonostante i demoni interiori che la tormentavano, trovare una strada di possibile dialogo con questa società, manipolarla a sua volta e affermare il proprio concetto di pittura, la propria interpretazione di alcune storie chiave delle scritture bibliche.
"Quindi erose lentamente - continua il regista - questa società dall'interno, non riuscendo ovviamente a scardinarne i principi fondatori".
I personaggi maschili che la affiancano nello spettacolo, secondo quanto chiarisce il regista, sono frutto della sua stessa proiezione interiore.
La pièce nasce da un lungo lavoro di analisi degli atti del processo, dalla ricerca di articoli e di scritti correlati, che non è stato facile rintracciare.
Capacità analitica, concretizzatasi in un certosino processo di ricerca documentale, e intensità interpretativa, frutto di un lacerante percorso di scavo interiore, si fondono a creare un risultato che indigna, intenerisce, commuove... che non lascia indifferenti e tocca varie corde dell'anima.
" Su alcuni lunghi anni della vita di Artemisia - evidenzia De Martino - è praticamente caduto il silenzio: non si sa nemmeno la data della sua morte, ma solo che avvenne a Napoli".
Sul palco troviamo la pittrice ormai anziana, dilaniata dai suoi incubi, che si alimentano dei ricordi del processo.
Alla fine, lei capisce che è lei e solo lei a poter valutare la sua arte e a decidere della sua stessa vita e di chi vuole essere.
Ma questa consapevolezza profonda, questa piena affermazione di sé, arriva troppo tardi, sul finire della sua vita.
Infatti la sua ultima opera, la tela bianca cui accenna, non verrà mai dipinta e probabilmente sarebbe stata la sua opera più grandiosa, frutto della sua piena maturità umana e artistica.
Il regista evidenzia come abbia voluto affiancare alla lettura tradizionale delle storie bibliche - che sono dominate dall'elemento maschile, da un Dio che usa la donna come un suo strumento, come un oggetto - l'interpretazione elaborata da Artemisia che invece vede la donna come una protagonista consapevole di una scelta e di una missione.
Una donna che cerca consapevolmente la solidarietà e l'aiuto delle altre donne, come nel caso della sua versione di Giuditta e Oloferne, in cui l'eroina viene aiutata dalla serva che, invece, nella versione classica rimane al di fuori della tenda.
Una solidarietà femminile che probabilmente la pittrice non sperimentò mai nella sua realtà e nella sua quotidianità. Anzi fu giudicata e condannata dalle stesse donne, a partire dalla sua balia Tuzia che fu una delle sue maggiori accusatrici e detrattrici nell'ambito del processo.
La Nuzzolese instaura un'ideale continuità con altri personaggi, come per esempio Frida Kahlo, attraverso lo spazio e il tempo.
"Si tratta di donne - evidenzia il regista - il cui spessore artistico è stato offuscato dalla loro vicenda umana".
Un'identità femminile che indica per i loro interlocutori maschili, una diminutio di valore, dove la figura muliebre viene declassata a donnicciola e la sua arte a una "cosa da donne".
domenica 26 febbraio 2023
Io sono Fedra: al teatro Tram una tragedia di amore e tentativi di riscatto
In Io sono Fedra di Marina Salvetti, in scena al teatro Tram fino a oggi, domenica 26 febbraio con la regia di Gianmarco Cesario, assistiamo ai conflitti che albergano in ognuno di noi.
Infatti, in tutti i personaggi, come ci racconta il regista, alberga luce e ombra. Nessuno è esente da zone oscure e, proprio per questo, il regista, nella resa scenica, ha fatto grande uso dei chiaroscuri, a indicare un'oscurità che dall'interno esonda e si palesa all'esterno.
La stessa conflittualità intride anche i dialoghi che spesso vengono origliati nell'ombra. Come evidenzia l'attrice Titti Nuzzolese, che dà le fattezze a Fedra, su ogni cosa spira un'aura di sacralità simile a quella che permea i testi originari: l'Ippolito di Euripide e la Fedra di Seneca, oggetto di un'operazione di attualizzazione. Mentre nell'originale avevamo una consacrazione alla dea Diana, ora abbiamo una consacrazione a Dio Padre che in entrambi i casi viene in qualche modo tradito.
Ippolito, infatti, si trincera dietro una fede dogmatica e si fa scudo con regole rigide che generano facili giudizi.
Fedra, nonostante la cerchi disperatamente, non arriva mai a sviluppare una reale e sentita fede, ma si rifugia nel seminario per convenienza, per sfuggire al suo passato e affrancarsi da legami pesanti è scomodi.
Ciononostante per entrambi il seminario rappresenta un luogo di ritrovata pace e di salvezza possibile.
Il personaggio di Fedra è protagonista di un conflitto lacerante, erosivo e feroce. Cerca di salvarsi, ma non riesce mai ad affrancarsi veramente dalle sue origini e dal marchio della sua famiglia, abitata da sopruso e violenza.
Il giudizio più pesante proviene proprio da sé stessa che non si ritiene meritevole, in fondo, di ciò che ha legittimamente conquistato e di un amore puro e disinteressato. E' vittima di bullismo, perché Ippolito Costantini attiva la macchina del fango, andando a sminuire la radice stessa della sua identità, con lo scopo di dare origine a un passaparola di maldicenze, come sottolinea il regista Gianmarco Cesario.
Gli attori in scena (Titti Nuzzolese, Antonio Buonanno, Errico Liguori, Antonello Cossia) danno anima e sangue a personaggi, che si dibattono tra conflitti e umanissime fragilità, in cui i desideri e gli istinti negati si insinuano sotto la pelle e rischiano di deflagrare con violenza.
Ora lasciamo la parola a Titti Nuzzolese, affinché dia voce alla sua Fedra, ai suoi conflitti multipli, ma anche al suo bisogno di riscatto, che rifugge da un'interpretazione della fede estremista, alla ricerca di quella pietas e di quell'empatia che ci può salvare dall'inferno peggiore: quello dei pregiudizi e degli stereotipi, che non ci consentono di vedere il vero volto delle persone che abbiamo di fronte e di percepirne l'essenza.
L'INTERVISTA
D. In cosa Chiara/Fedra rimane fedele al personaggio originario in cosa se ne discosta?
R. Resta sicuramente l’aspetto psicologico, seppure il dramma si svolga in altra epoca e contesto, resta vivo il tormento di una donna che sente di custodire il seme del male e di non riuscire a conviverci e a trovare un equilibrio.
D. L'attualizzazione/trasposizione sposta la proibizione dal tema dell'incesto a quella della consacrazione a Dio. Qual è il fil rouge?
R. Anche nel testo di Euripide è presente forte una sacralità che interviene sui personaggi, ovviamente prima di tutto su Ippolito. In questo caso ci muoviamo in un contesto fortemente cattolico che rappresenta per entrambi i personaggi una rinascita ed anche un modo di dare senso alla propria esistenza. Tuttavia questo Padre, inteso come Dio, viene da entrambi tradito, Fedra non si riconosce fino in fondo nella fede e Ippolito fa della fede uno scudo per le proprie fragilità. Lei si sente una minaccia per il percorso di Ippolito che sente “pulito” rispetto al suo passato.
D. Quant'è stato difficile calarsi nei panni di un personaggio che vive conflitti così forti con sé stessa, tra voglia di riscatto e vergogna?
R. Dare verità ad un dolore così distruttivo non è stato facile, ho sentito immediatamente il bisogno di allontanarmi dal ragionamento e lavorare di pancia, cercando sentimenti talvolta violenti affinché diventasse per me plausibile il gesto estremo nella nostra attualità. Devo dire che il contesto in cui si svolge tutta l’azione scenica mi ha aiutata tantissimo.
D. Alcuni passaggi si muovono tra il pedagogico e il didascalico. Si esplicita che occorre essere pieni di empatia e pietas e che le regole a volte vanno violate non per convenienza o vigliaccheria ma per coraggio e in cerca di salvezza. Secondo te è stata un'operazione necessaria dati i tempo che viviamo per rendere il messaggio chiaro, univoco, inequivocabile e incisivo?
R. Credo che oggi più che mai si ha necessità di tornare all’essenza. Soprattutto quando si parla di fede. Troppo spesso ci troviamo ad assistere ad un utilizzo improprio e fanatico della fede, per cui ho trovato molto interessante portare a teatro ragioni e pensieri che parlano di semplicità e ascolto e non di inutili e talvolta pericolosi stereotipi.
sabato 19 novembre 2022
Bathroom: un dialogo con le proprie paure più profonde al Tram di Port'Alba
domenica 6 novembre 2022
E' tutta colpa della luna: una malattia che consuma... un sentimento che può salvare
Dopo l'ultima intensa serata di rappresentazione dello spettacolo È tutta colpa della Luna, svoltasi stasera, domenica 6 novembre, al teatro Tram di Port'Alba, e un po' di tempo dedicato a digerire pensieri ed emozioni torno a parlarvene, condividendo con voi l'intervista integrale a Francesco Luogo, che lo ha scritto, diretto e interpretato.
Attraverso una narrazione che procede a strati e la mistione di testi, Francesco Luongo porta in scena un'intensa riflessione sulle conseguenze dell'amore malato e tossico che rivela di essere un non-amore.
Un sentimento oscuro, torbido, che nasce da una ferita e inevitabilmente produce una ferita con esiti orribili e funesti.
Con lui - che cura anche la regia dello spettacolo - sulla scena due intensissime attrici che lo aiutano a parlare di questi amori straziati e strazianti, come vengono definiti con un gioco di parole quanto mai calzante: Chiara Barassi e Sonia Totaro.
Protagoniste sono alcune
donne del mito e frutto della fantasia, quali Elena di Troia, Lady
Macbeth le protagonoste dei versi di Salvatore Di Giacomo o ancora
Assunta Spina. A loro si affiancano figure muliebri silenti e anonime.
Piccole donne al centro di microstorie ugualmente tragiche e importanti.
Donne che non hanno avuto il tempo di fuggire e di salvarsi, alla
ricerca di un riscatto possibile.
Lo spettacolo si apre ricordando
che in tutto l'universo non ci sono due esseri uguali, ma che esiste uno
ed un solo essere umano che rappresenta l'anima gemella di un altro.
Proprio per questo, è molto difficile che questi due esseri complementari si incontrino...
Poi ci conduce sulle strade
sdrucciolevoli percorse da donne che si rivelano avviluppate nelle spire
della dipendenza affettiva: si abbeverano alla voce di un uomo e
cercano di riconquistarne il favore.
Tutto nasce, come ci ricorda
Luongo, dalla lettura estiva di un testo di Schopenhauer L'arte di trattar le donne. Francesco prende a prestito le parole di grandi autori
quali Shakespeare, Schopenhauer o Euripide.
La lingua utilizzata,
che sia italiano dotto, popolare, dialettale o aulico, è solo uno dei
tanti mezzi possibili - tra poesia e prosa - per raccontare l'amore,
seppur un sentimento non apportatore di vita, come dovrebbe essere, ma
di morte e di oscurità.
Una domanda affiora alle labbra: "Esiste la strada che conduce alla salvezza e al riscatto?
Ora lasciamo la parola a Francesco Luongo, affinché ci racconti il suo E' tutta colpa della luna.
venerdì 21 ottobre 2022
Nevrotika 7-8-9: accettarsi per rinascere
Com'è una persona nevrotica?
NEVROTIKA VOL.7-8-9
una produzione ETCetera Officine Culturali
scritto e diretto da Fabiana Fazio
con Fabiana Fazio, Valeria Frallicciardi, Giulia Musciacco
movimenti coreografici Cecilia Lupoli
assistente alla regia Marianna Pastore
disegno luci e allestimento Angela Grimaldi
aiuto scene Barbara Veloce
costumi Alessandra Gaudioso
Ph. Pino De Pascale
domenica 15 maggio 2022
La finta nonna: storia di crecita e emancipazione al femminile
A breve, oggi pomeriggio, domenica 15 maggio alle 19:00, per i bimbi e i loro genitori una prova aperta gratuita al Nostos Teatro.
La rassegna pensata per i più piccini è Into the Woods.
Il Nostos si riconferma spazio nevralgico di cultura e aggregazione per il territorio.
La storia è quella de “La Finta Nonna”, un antenato della più celebre “Cappuccetto Rosso” in cui la bambina è capace di salvarsi da sé, rivolgendosi alla comunità.
In questa versione, la bambina inizia il suo viaggio per chiedere il setaccio alla nonna che abita dall’altra parte del bosco. Solo che un’orca crudele ha preso il posto della nonna. In questo viaggio, la bambinaincontrerà alcuni strani personaggi che l’aiuteranno, grazie alla sua generosità, a salvarsi.
In questa versione antica di “Cappuccetto Rosso” la figura del cacciatore è assente: la bambina è perfettamente in grado di cavarsela da sola, è furba e intelligente e si crea degli alleati lungo la strada (il Fiume Giordano e la Porta Cancello) che la aiuteranno a salvarsi dall’orca.
È la storia, quindi, di una bambina che diventa donna, autodeterminandosi e, allo stesso tempo, liberandosi attraverso l’aiuto di una comunità.
Il linguaggio scelto è il teatro d’oggetti. La storia de “La Finta Nonna” è realizzata ricreando la scenografia in miniatura su un tavolo. Gli oggetti sono ripresi da molto vicino, per alterare la percezione della dimensione delle cose.
La manipolazione degli ambienti e della protagonista è tutta realizzata a vista, senza nascondere l’artificio teatrale. Il video sarà realizzato in diretta, per dare agli spettatori la possibilità di vedere contemporaneamente il processo – gli attori che muovono, parlano e filmano – e il suo risultato finale.
Domenica 15 maggio ore 19.00
𝙄𝙉𝙏𝙊 𝙏𝙃𝙀 𝙒𝙊𝙊𝘿𝙎
𝙇𝙖 𝙛𝙞𝙣𝙩𝙖 𝙣𝙤𝙣𝙣𝙖
di Isabel Albertini, Simona Di Maio E Lorenzo Montanini
progetto vincitore di Residenze Digitali 2021
progetto finalista di Specchi Sonori 2021







