venerdì 22 marzo 2019

La sentinella di Elsinore: in scena il complesso rapporto con l'aldilà

Un percorso laboratoriale di un anno, in cui i ragazzi imparano le tecniche nevralgiche che deve padroneggiare un attore. Impegno e dedizione, che, sia ben chiaro, non si esaurisce qui, ma che durerà almeno 10 anni, in un percorso progressivo, per chi voglia intraprendere la carriera attoriale. Lezioni di training fisico e vocale, per perfezionare non solo la dizione, ma per vibrare al ritmo del respiro del personaggio da interpretare e per sentire nel profondo ed autenticamente emozioni e sentimenti.

A condurre i ragazzi in questo viaggio Giuliana Pisano e Salvatore d'Onofrio dei Quartieri Airots.

Quattro le fasi laboratoriali: la prima dedicata allo studio del personaggio scelto, con il testo nella sua versione originaria  (l'anno scorso l'Antigone e, da martedì 19 marzo, l'Elettra), la seconda dedicata alle varie versioni del testo, rielaborato nel corso del tempo da numerosi autori, mentre negli ultimi tre mesi si sceglie la specifica versione da reinterpretare e riadattare e poi, come fase finale, arriva la messa in scena ed il confronto "in vivo" con il pubblico.

Nello spettacolo La sentinella di Elsinore, rappresentato nel Teatro dei 63, ospitato negli ambienti della Chiesa del Carminiello a Toledo, ci si è confrontati con Shakespeare ed il suo Amleto, trasposto in atmosfere contemporanee.

In scena Nicola Conforto, Ivan Iuliucci e Mariano Savarese. Il testo e la regia sono di Giuliana Pisano. L'aiuto regia di Lorenza Colace. L'allestimento scenico di Salvatore D’Onofrio. Le musiche di Alessandro Cuozzo, mentre la consulenza costumi è di Alessandra Gaudioso.

La sentinella di Elsinore conta le stelle per fugare inquietudini e malinconie, per scacciare pensieri tormentosi e per evitare di impazzire. Suo fido amico Amleto, il suo "Lord", inizialmente incredulo sulla reale esistenza dello spettro del padre, ma poi sempre più consapevole della sua missione di riscatto del nome e della dignità paterne.



Ad alternarsi sulla scena vari spettri: quello del re morto prima di portare a termine il suo mandato. Quello di una sposa che non conoscerà mai le gioie del matrimonio, in vista del quale intrecciava ghirlande profumate. Quello di una bimba che cerca ancora i dolciumi, quale premio del suo essere stata brava.

Grande assente Tecla, lo spirito della donna e sposa amata da Bernardo che, seppur invocata varie volte, non si presenterà mai, dato che non prova i medesimi sentimenti per il marito, cui la legavano solo il senso del dovere ed il rispetto delle convenzioni sociali.

"Ad essere centrali tanto nella versione originaria di Amleto quanto in questa rivisitazione - spiega l'autrice e regista Giuliana Pisano - sono il desiderio e la manipolazione, ed attualmente esistono tanti manipolatori e fanno danni, nonchè lo spettro, la cui esistenza viene assunta come un dato di fatto".

Una rivisitazione in cui trovano spazio gli stessi dubbi dell'autrice, ma anche incursioni e riflessioni sull'attuale situazione politica.

Con l'avanzare dell'interazione sulla scena, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia sempre più, fino a generare nello spettatore una confusione pervasiva su chi sia ancora in vita e chi no.



Nel frattempo, si dipanano i dubbi dei protagonisiti su cosa ci sia nell'aldilà, frammisti ai sentimenti di tenerezza per chi non c'è più, dai nonni al piccolo animale domestico,  con i quali si vorrebbe instaurare un "colloquio di amorosi sensi".

"Nel aldilà - continua la regista -  si troverà la verità. La verità vince sempre ed è l'unica speranza. Ma mentre siamo da quest'altro lato la verità può essere solo cercata ed intuita . Solo dall'altra parte tutti i dubbi verranno definitivamente sciolti".

Il teatro diviene non solo specchio della vita, ma anche magistra vitae, palestra in cui allenarsi alla tenacia, alla disciplina, ed all'autenticità del sentire.

"Ai miei allievi - evidenzia Giuliana - dico sempre che possono e devono sbagliare. Siamo in un'epoca di perfezionismo esasperato, in cui tutto dev'essere perfettamente padroneggiato, ma durante le prove è necessario sbagliare. Non a caso si chiamano così".

I diktat tirannici dell'epoca contemporanea non abitano il palco del teatro e non sono neanche ospiti graditi. Su quelle tavole, invece, sbagliare, procedere per tentativi ed errori, diventa utile e necessario per migliorarsi ed approcciarsi al personaggio quasi come se si fosse senza pelle. Un percorso lento e faticoso, per apprendere competenze e tecniche nevralgiche.

Dalla bocca del re padre, poi, arriva una frase ,declamata in lingua napoletana, che suona come un monito " Della vita, così come del porco, non si butta niente".

Il dolore, le gioie, gli errori.... tutto può essere fonte di arricchimento se guardato e vissuto nella giusta prospettiva. Tutto è utile per vivere pienamente e fino in fondo il tempo che ci è concesso.

Ne La sentinella di Elsinore, il rapporto con i morti sembrerebbe essere diretto, senza bisogno di intermediari. Un rapporto in cui pare riecheggiare il nostrano culto delle capuzzelle, in cui un vivo ed un morto dialogano "alla pari", si aiutano e si scambiano favori.

"Non si tratta di un riferimento intenzionale - dice Giuliana - ma io sono partenopea e forse un'eco della spiritualità e della ritualità tipicamente nostrane è trapelata comunque".


Il viaggio della rassegna teatrale Allegati continua:


In calendario     
L’ora blu
22-23-24 marzo – Quartieri Airots
Human Animal
26-27 aprile – Teatro dei 63
Rosa Balestrieri
10-11-12 maggio – Quartieri Airots

mercoledì 20 marzo 2019

In due libri il corpo della città e quello violato delle donne e di un credo religioso. In dialogo Valentina Staffetta ed Agnese Palumbo

Nelle atmosfere suggestive di palazzo Zevallos, tra arredi lignei, l'imponente orologio che tutto domina, scadendo il tempo, e la consapevolezza che in quel luogo siano custoditi quadri di pregio, testimoni dell'avvicendarsi delle epoche e degli stili, sono stati presentati due libri:  I love Napoli di Agnese Palumo, edito da Newton Compton, e Il corpo del peccato di Valentina Staffetta, edito da Guida Editori, nell’ambito degli Eventi Off di Napoli Città Libro, seconda edizione del Salone del libro e dell’editoria.



Trait d'union l'idea del corpo. Il corpo della città, nata dalle spoglie di una Sirena, una città ricoperta di luoghi comuni,al pari di squame dure che ricoprono una pelle morbida,  ma che, al di là delle apparenze sa rivelare, a chi a occhi per vedere e riconoscere bellezza ed incanto, un sè tutt'altro che comune e banale; ed un corpo che viene associato al peccato: è questo il corpo violato delle donne, ma anche il decadimento, frutto di un dileggio feroce, di un ideale religioso.

Il corpo del peccato è il secondo nato dalla penna di Valentina Staffetta, profondamente diverso dal primo, che era un romanzo "in rosa". Qui, infatti, le tinte divengono gialle ed addirittura nere, per un thriller psicologico che attraversa tre ambientazioni ed altrettanti luoghi della mente e dell'anima.

Valentina, infatti, ambienta il suo romanzo nella realtà di un piccolo e tranquillo paese della Locride tra gli anni '50 e '60.  Il romanzo appare come spaccato in due segmenti temporali ben distinti: quello dell'adolescenza delle due sorelle, caratterizzata da paesaggi campestri quieti ed ariosi, in grado di recare riposo e ristoro allo spirito; e quelli angusti, cupi, claustrofobici dell'età adulta, che corrispondono ad uno stato psicologico di sofferenza, deprivazione e, infine, di rassegnazione, simile all'atmosfera che regna in un convento di clausura ed in un secondo convento in cui la vita è solo apparentemente più libera ed autodeterminata, ma ugualmente frutto di scelte imposte da altri, che si finisce per accettare, quasi ci si riepigasse su se stesse e contemporaneamente ci si lasciasse andare all'oblio in quei luoghi.



Tra l'adolescenza e l'età adulta si snodano 10 anni vissuti come in apnea, senza ricordi, in un blackout emotivo e della memoria.

"Si tratta di un romanzo intenso dai contorni del giallo, ma c'è molto di più - evidenzia Antonello Perillo, che ha moderato l'incontro -. Nel modo di pregare, ad esempio, possiamo ritrovare la ricerca di un genuino senso di solidarietà tra gli esseri umani e di valori socialmente condivisi ed applicati".

Un romanzo in cui, attraverso il filtro delle emozioni e del ricordo, trovano spazio tanti luoghi della Calabria, ma anche lo spirito di un popolo e le radici di una cultura, fiera, energica, impetuosa, sanguigna.

Piano piano, poi, parrebbero farsi spazio, tra le trame del racconto, tanti altri tasselli nevralgici: i dubbi della fede, fugati grazie al ritrovamento di una rinnovata forza spirituale, il dolore e la profonda dignità dei malati, tra i quali la stessa madre della protagonista, e la consapevolezza che l'età della vecchiaia non corrisponda ad un tempo dell'esistenza connotato dalla "perdita, bensì a quello del raccolto, frutto della piena maturazione dell'esperienza".

"Valentina Staffetta - sottolinea Antonio Parlati, che ha co-moderato la presentazione assieme ad Antonello Perillo, in un gioco di squadra - ci racconta di esperienze apparentemente lontane dalla sua vita e dalle sue esperienze quotidiane. Luoghi conosciuti ed amati, ma distanti temporalmente dal tempo della sua vita, resi vicini ed attuali attraverso un processo di scavo nelle sue emozioni e nei suoi sentimenti".



Agnese Palumbo, invece, con il suo I love Napoli mette al centro il corpo della città, con i suoi vari organi, costituiti da luoghi, usi, tradizioni, personaggi-simbolo, miti e leggende.

Luoghi e racconti apparentemente noti, ma che Agnese riesce a mostrare in una luce nuova e in una chiave di lettura inedita, mettendov in atto un processo che va dal noto al meno noto, fino ad arrivare all'ignoto, facendoci volgere nuovamente lo sguardo su quei luoghi con un moto di viva sorpresa, come se li vedessimo realmente per la prima volta.

In questo modo si riesce a passare, con una fluidità soprendente, dal parlare di calcio, ambito e momento in cui il famoso Cogito ergo sum cartesiano, per i Napoletani, è legittimato ad essere sospeso, così come è consentito abdicare ai toni contenuti del bon ton in favore di espressioni più boccaccesche,  all'analizzare lo splendido affresco esposto nella stanza della Flora danzante e del presunto ritratto di Saffo, del Mann, testimonianza del primo Daspo dato ai tifosi.

"Questo libro - spiega Agnese Palumbo - in qualche modo è un percorso che si snoda attraverso le mie ossessioni. Esso ha lo stesso impianto di una passeggiata per Napoli, durante la quale sei letteralmente travolto da varie suggestioni. Così, mentre sei rapito dai fasti del Barocco, ti trovi a fare i conti con il profumo invitante di una pizza fritta. Non si potrebbe davvero conoscere Napoli se non si assecondasse questo salto temporale ed esperienziale".

Come ricorda l'autrice, Napoli da sempre perpetra un inganno: tutto sembra leggero, fruibile, a portata di mano, ed invece, andando un po' al di sotto della superficie, si ci inoltra in meandri bui, complessi, ostici, difficili da percorrere perchè pieni di misteri.



Napoli con i suoi patroni ufficiali, tra i quali spiccano San Gennaro e Santa Patrizia, ma che a ben vedere, ne possiede di più antichi, tra i quali Virgilio, che consegna alla città, affinchè ne venga protetta, potenti amuleti come Castel dell'Ovo.

Un importante tassello del flusso di pensiero di Agnese Palumbo è dedicato a Pompei, che consegna ai posteri non solo un ricco patrimonio archeologico, ma anche uno scrigno di grande ricchezza antropologica ed umana.

"L'operazione compiuta da Fiorelli - continua l'autrice - fu davvero avanguardistica. Egli, infatti, riuscì a vedere pieni dove gli altri vedevano solo vuoti, rivelando dei corpi custoditi in quegli spazi. In questo modo Pompei diviene non solo un luogo archeologico, ma anche un luogo abitato da corpi".

Corpi che in quel luogo hanno lasciato la loro impronta, così come la si lascia su un letto o nella sabbia, e frammenti della loro storia, che oggi trova posto in questo libro dove Napoli si mostra in tutta la sia complessità, che conferma che si tratta di una città "non comune". Un libro che si snoda attraverso flussi di pensiero e di coscienza, che incrociano i flussi quotidiani dello scorrere della vita, in un continuo rimando tra interno ed esterno.



sabato 2 marzo 2019

Soulbook di e con Fabiana Fazio: è vera gloria? La risposta ai leoni da tastiera

Oggi ho visto un video, il cui autore riflette su come come i social abbiamo modificato il nostro modo di relazionarci (guarda il video qui), disabituandoci a riconoscere le emozioni,  nostre ed altrui.

Chi sta messo peggio, sembrerebbe, sono i cosiddetti "nativi digitali", nati quando i social media già esistevano e cresciuti, quindi, a merendine e colpi di like e click.

Infatti, sono proprio loro i più esposti ad un rischio di mancato riconoscimento o peggio ancora misconoscimento delle emozioni.

Gli stessi adolescenti ammettono di essere abituati a rapporti superficiali e di superficie, di non avere reale fiducia nelle relazioni e di essere consapevoli che i loro amici , qualora avessero qualcosa di più bello e divertente da fare, li lascerebbero soli senza alcun problema o remora.

Parte proprio da questi presupposti la piece teatrale Soulbook, scritta e diretta da una Fabiana Fazio al vetriolo.

Con lei Annalisa Direttore, Valeria Frallicciardi e la stessa Fazio.

I contributi video sono a cura di Giulia Musciacco, l’aiuto regia di Angela Carrano, in collaborazione con Asci cinema.



Un sottotitolo calzante, dal sapore vagamente hitchcockiano, potrebbe essere: signori la pervasività è servita.

Già... perchè Soulbook è il vero colonizzatore contemporaneo, in cerca di sempre nuovi territori da trasformare in strade intricate della rete sulle quali "non incontrarsi" e di anime da dannare a colpi di click, like e dislike, tra una profusione di emoticon, emoji e cuoricini pulsanti.

Ognuno, su Soulbook, cerca di guadagnarsi il suo posto in evidenza, in una sorta di captatio benevolentie o, al contrario, in un'acida battaglia a suon di commenti in ostinata controtendenza, come capita al Genio (Vi odio tutti... Siete delle capre.... Siete Bestie!!).



Con lei, in un dialogo a tratti paradossale, una fashion blogger di tendenza ed una remissiva laureata in sociologia, che cerca a tutti i costi di farsi notare ed accettare dal popolo delle piattaforme social.

Se il prezzo da pagare è una reale perdita di identità e di autenticità, il falso guadagno sembrerebbe essere una potenziale orda di followers al seguito.

Con un vantaggio: su Soulbook c'è posto davvero per tutto e per tutti. Ormai non si consultano più i tomi enciclopedici, ma si interpella la nuova autorità, l'oracolo dei tuttologi da tastiera, pronti a disquisire su affari di politica, di economia mondiale e globale, di crisi e controcrisi, ma anche a piangere per persone morte, di cui il giorno prima si ignorava del tutto l'esistenza ed a dettare le nuove tendenze di stile e moda.



Mentre il proprio profilo viene inondato di pollici su e di cuoricini (love, love, love...), che sostituiscono gli abbracci de visu, il cervello parrebbe diventare vittima di un meccanismo pervers,o a causa della dopamina liberata, sviluppando una dipendenza, ma anche esponendosi ai rischi subdoli di una maggiore depressione.

A latere un gustoso e sapido sberleffo dell'uso ed abuso improprio dei tutorial, che sollevano una domanda tanto inquietante quanto inevitabile: servono davvero e ci insegnano le mosse giuste per nuove attività o ci inebetiscono, facendoci disapprendere azioni ovvie?




Ai posteri... forse... l'ardua sentenza! Quello che è certo è che questo spettacolo pensante ha riportato un doppio meritatissimo successo, prima al Caos Teatro di Villaricca e poi nello spazio partenopeo dello ZTN.

Ed ora facciamo quattro chiacchiere con Fabiana Fazio, tra sorrisi (veri) e qualche inquietante dubbio, altrettanto autentico, che proprio non si riesce a scacciare:



Com'è il ritratto dei social che emerge da Soulbook?
Suppongo sia grottesco e ridicolo. Tutto è portato all'estremo e all'eccesso... ma neanche più di di tanto. Di fatto quello facciamo è davvero rispondere con dei "pollicioni" a delle foto o affermazioni e stare attenti attenti a quante persone ci "visualizzano". C'è qualcosa di più triste e grottesco di questa nuova realtà? 



Le protagoniste rappresentano una giovane donna sempre indecisa perché non riesce a trovare il suo posto nel mondo. Una donna apparentemente cinica e ostinatamente controcorrente, ed una donna tutta dedita a seguire (ed indirizzare) le mode ed a curare la propria bellezza. Perché proprio questi tre tipi?
Semplicemente sono i primi che mi sono venuti alla mente per esperienza personale forse.Tutte sono vittime dalla prima all'ultima.

Di fronte ad un Soulbook, moderno colonizzatore che crea alter ego, che appaiono necessari, quali sono i modi in cui si può (re)stare in questo mondo parallelo?
Se avessi una risposta sarei salva dal.meccanismo social. E invece, a modo mio, ne sono vittima come tutti. Ogni tanto staccare la spina nel vero senso del termine sarebbe l'unica soluzione. 




All'interno di molti tuoi spettacoli trova spazio e diventa protagonista la nevrosi, associata a paure ed aspettative ipertrofiche. Perché?
Non siamo forse oggi di fronte ad una grande nevrosi collettiva? Un delirio di massa che colpisce a vari livelli e nei vari aspetti della vita.Questo è quello che osservo... e mi limito a raccontarlo, forzando un poco la mano forse... oppure con estrema lucidità.

**le foto di scena degli allievi di Andrea Scala coordinati da Andrea Falasconi.

martedì 19 febbraio 2019

MisStake di e con Fabiana Fazio: una tragedia tesa tra amori impossibili

Tutta la verità sull'amore... O quasi

Fabiana Fazio riflette, in maniera gustosa, e mai banale, tale, pirandellianamente, da provocare il riso e il pianto insieme, sulle dinamiche amorose, con il suo MisStake, che potremmo riassumere in un "ti prendo, per metterti al centro della mia esistenza, ti penso e ti perdo".

 MisStake è scritto, diretto e interpretato da Fabiana Fazio, con gli assistenti alla regia Giulia Musciacco ed Angela Carrano e la collaborazione ai movimenti di scena di Maura Tarantino.

La location , dal 15 al 17 febbraio, è stato il piccolo e accogliente teatro Serra, in via Diocleziano, 316.

Perchè finisce un amore o sfocia in tragedia? A causa di errori evitabili, ma anche no.



Perchè ognuno impersona quello che è e, a ben vedere, non potrebbe e non saprebbe essere diversamente o, forse, semplicemente è la storia che non potrebbe andare diversamente, altrimenti non si configurerebbe come una tragedia (annunciata).

Fabiana Fazio dipana le sue riflessioni, partendo dalla tragedia amorosa per eccellenza, quella di Giulietta e Romeo, scritta dalla penna magistrale di Shakespeare, per poi ricostruire frammenti di tante tragedie, non meno dolorose, che hanno il sapore delle paure quotidiane e degli altrettanto quotidiani rimpianti.

Un sapore agrodolce e talvolta amaro, perchè, spesso, gli amori possibili finiscono per non essere vissuti per davvero, mentre quelli impossibili sono inseguiti, per il gusto della sfida o, chissà, solo perchè sono posti al di fuori di un orizzonte reale e quindi sappiamo che non si incarneranno mai, che non li vivremo mai e, quindi, non dovremmo mai fare i conti con le nostre paure più feroci e con lo spauracchio della fine, della solitudine e dell'abbandono.

Quello che emerge da questa coraggiosa messa in scena, da questo monologo, un soliloquio, che a tratti sa farsi dialogo, per quanto si muova tra presenze che hanno la consistenza di un'ombra, è che spesso si preferisce non vivere una possibilità d'amore che l'esistenza offre, per quanto ogni cosa reale sia necessariamente imperfetta, per l'accavallarsi di orde di paure, che assumono il volto di aspettative, di sogni irrealistici o di rimpianti per amori passati, il cui ricordo è, però, così vago che ormai, se li si incontrasse nell'oggi, non li si riconoscerebbe neanche più.



Forse è proprio questo che fa la differenza tra la Tragedia shakesperiana per antonomasia e le tragedie di tanti Giulietta e Romeo anonimi, le cui storie sfioriscono per poco coraggio prima ancora di cominciare.

Perchè Giulietta e Romeo si incontrano, si riconoscono e si amano nonostante tutto. Sono pronti ad affidarsi nelle mani e nelle braccia l'una dell'altro, a mettere in discussione il proprio destino e persino a morire per rimanere insieme. E lo fanno senza porsi troppe domande. Forse è il  coraggio a far meritare l'eternità al loro sentimento.

Invece gli amori di cui parlano le altre tragedie, che si ripetono in un loop di pensieri ed azioni ossessive, di schemi già visti e sentiti, sono pronti a fuggire a gambe levate quando la frontiera del reale incontra l'orizzonte dell'ideale e dell'amore sognato, per paura di mettersi concretamente in gioco.




Di  universi paralleli in cui ormai ci si rifugia, per rifuggire dalla realtà, parla, poi, Soulbook, riflessione sincopata sull'universo dei social, in scena al teatro Caos di Villarica sabato 23 e domenica 24 febbraio.

Un universo virtuale in cui si preferisce vendere l'anima ad uno schermo, lasciandosi ghermire dalle lusinghe della rete, invece di rischiare di mostrarsi per quello che si è in carne, pensieri ed ossa. 




E adesso facciamo quattro chiacchiere con Fabiana Fazio.



D. Come definiresti l'operazione di libera (liberissima) interpretazione che si innesta a partire dal testo originale?



R. Credo sia un tentativo di alto tradimento. Nel senso... Del Romeo e Giulietta restano solo una frase “Oh Romeo Romeo perché sei tu Romeo?”, che poi è l'incipit da cui parte tutta la mia riflessione sull'amore, due ipotetici innamorati (Un Romeo, Una Giulietta) e la “tragedia”. La Giulietta, l'innamorata, è innamorata dell'idea dell'amore nella sua impossibilità, unico motivo per cui vuole Romeo (“Sei quello che non posso e ti voglio per questo”) oppure ama un'idea d'amore che non ha niente a che vedere col Romeo che si ritrova davanti e che nemmeno guarda (“Sei Tu Romeo? Davvero? Non mi pare...”) finendo per perdere quello che forse era amore. In altri casi la Giulietta in questione ama un amor perduto, nel tempo e nello spazio che ormai non riconosce più. E così via. In tutti i casi finirà. Come è giusto che accada per essere la tragedia che deve essere. La “tragedia”. E di tanto in tanto nella mente di queste Giulietta riaffiorano frasi di Shakespeare, di altre opere, che utilizzerà come citazioni talvolta inappropriate o come estemporanee riflessioni a seconda della propria necessità di fuggire dalle situazioni o di trovarne una giustificazione. Il Romeo e Giulietta è l'essenza stessa dell'amore. Beh, dall'Essenza all'Assenza dell'amore il passo può essere davvero breve... e viceversa. Se nel Romeo e Giulietta si rappresenta l'assolutezza dell'amore. Il coraggio. Qui provo a parlare, ci provo almeno, della paura, semmai, di Amare o della paura di non Amare. E sempre d'amore parliamo, alla fine. L'Amore. A- more.



D. In questo monologo, che sa farsi dialogo, che peso e che ruolo hanno gli elementi scenici?



R. Un ruolo fondamentale credo. Gli elementi di scena sono in alcuni casi proiezioni esterne di un mondo interiore di Giulietta. Sono i suoi giochi, o sono i suoi fantasmi... sono il mondo immaginario/immaginato a cui dà una forma, spesso anche goffa e inadatta.



D. In che modo riescono a dialogare gli amori impossibili che, fermati nell'unico attimo dell'incontro e della fusione, sono eternati, ed i tanti amori forse possibili che perdono la loro possibilità senza viverla davvero, schiacciati dal peso delle aspettative, delle paure e degli amori solo sognati?



R. Dialogano sull'unico piano che condividono. Quello del sentire, del sentimento. L'unica cosa che li rende simili: l'atto più o meno duraturo del sentire



D. C'è secondo te un modo per non far morire la propria rosa, per comunicare davvero e per uscire dall'eterno loop del ti amo, ti prendo, ti perdo?


R. Forse è un bene continuare a domandarselo. È giusto continuare a farsi domande, senza credere di aver trovato la risposta... e di aver capito tutto.



D. Quali sono i prossimi appuntamenti?



R. Nell'immediato sarò in scena, il 23 e 24 Febbraio al Caos Teatro di Villaricca, con “Soulbook”, spettacolo di tutt'altro genere, sui social network. Con me in scena Annalisa Direttore e Valeria Frallicciardi, in video Giulia Musciacco e come aiuto regia Angela Carrano. Progetto nato la scorsa stagione in collaborazione con ASCI cinema. Mentre a Marzo torno in scena, a Sala Assoli, questa volta solo come attrice, con “Tomcat”, di J. Rushbrooke, per la regia di Rosario Sparno, Progetto Bottega Bombardini Coproduzione Teatro Stabile Mercadante e Casa del contemporaneo (con Francesca de Nicolais, Luca Iervolino, Fabiana Fazio, Mirella Mazzeranghi, Rosario Sparno e l’aiuto regia è Paola Zecca)




D. Quali i tuoi prossimi progetti?



R. Parlando dei progetti miei, sto iniziando la scrittura degli ultimi capitoli di un altro progetto che portiamo avanti da un paio di anni sulla nevrosi e frullano per la testa un poco di idee che per ora sono solo tali. Quindi vedremo. Poi nella prossima stagione ripartirà “Audizioni”, regia di Carlo Cerciello, che ha debuttato a Gennaio e poi chissà.

** Le foto dello spettacolo MisStake sono di Loredana Carannante



sabato 16 febbraio 2019

Al teatro Tram di Port'Alba This is not what it is, amara riflessione sul vuoto contemporaneo

This is not what it is”, di e con Marco Sanna e Francesca Ventriglia è un progetto prodotto da Meridiano Zero, collettivo di artisti nato nel 1995 in Sardegna, che rappresenta uno dei tre capitoli di “B-tragedies - trilogia shakespeariana trash”.

Dopo Macbeth e Amleto, questa volta la coppia artistica, che cura ogni aspetto dell'opera, dalla scrittura alla regia, per finire alla recitazione,  si confronta con Otello, in un'operazione teatrale e comunicativa coraggiosa, portata sul palco del Teatro Tram di Port'Alba da ieri, venerdì 15 febbraio, a domenica 17 febbraio.


Una rappresentazione che parla del senso di sradicamento di una generazione, della voglia di distinguersi, ma anche del bisogno, che diventa un diktat, di confondersi nella massa, per appartenere a qualcosa ed a qualcuno, per avere una possibilità di esistere e di integrarsi, per confondere e mischiare le proprie ferite e le proprie ambizioni con quelle degli altri, ma anche per sentirsi finalmente guardati e visti.

 Ma anche e soprattutto per avere una reale possibilità da giocarsi fino in fondo e non sentirsi ingabbiati in un destino "inevitabile", perchè già scritto e deciso dalle logiche del sistema.

I due protagonisti, non a caso, sono bloccati sull'isola di Cipro, perchè è l'unica scelta possibile, nel tentativo di trovare l'idea giusta per rispondere ai requisiti richiesti dall'ennesimo bando ed avere così la loro occasione di visibilità e riscatto professionale ed esistenziale.

In un carosello paradossale, tra velleità artistiche, in primis quella di voler creare una nuova drammaturgia, e l'acuta consapevolezza del loro scarso talento e del fatto che il pubblico premi ed "osanni" la superficialità, la comunicazione vuota e l'assenza di momenti pensanti, lo spettacolo procede alternando un linguaggio alto, che prende le mosse da Shakespeare,ed espressioni più triviali proprie dei reality show e della cronaca scandalistica.

"In questa trilogia - spiegano Marco Sanna e Francesca Ventriglia - non ci sono grandi elementi di continuità, se non, forse, che si tratta di alcune tra le tragedie shakespiane più conosciute dal grande pubblico e per la possibilità, in qualche modo legata ad una scelta inconcia,  di poter lavorare sull'elemento della coppia".



Così, secondo quanto ribadiscono i protagonisti, in Addà passà a nuttata, che si ricollega al Macbeth, la coppia costituita da Macbeth e Lady Macbeth presenta delle similitudini, addirittura paraddosali e ridicole nella loro tragicità, con quella costituita da Rosa e Olinda, protagonisti della tragica vicenda della strage di Erba.

Una coppia unita fino all'inverosimile, legata da un rapporto morboso, come testimoniano gli atti del processo, detenuta in un luogo che assume le caratteristiche alienanti ed impersonali di un "non luogo".

Menti contorte per le quali le vicende sanguinose accadute sono reinterpretate alla luce di un'ottica deviata, del tutto soggettiva e priva di qualunque obiettività, tale da scadere nel più bieco ed ottuso psicologismo.

"In questo modo - continuano i due attori - anche il riferimento alle tragedie shakesperiane diventa un puro pretesto. Nel caso della vicenda di Olindo e Rosa, ed in parallelo nella coppia del Macbeth, i due finiscono per comandarsi a vicenda, incapaci di ricordare bene il proprio passato".

Secondo le parole dei protagonisti, il loro Amleto in versione trash, ribattezzato Search and Destroy , è più un'operazione rock & roll, di cui è protagonista un Amleto che è ormai stanco di ripetere sempre lo stesso copione ed è convinto di essere giunto alla fine del numero di repliche possibili a lui assegnate.

Rimasto solo ed isolato sulla scena, abbandonato dagli altri personaggi, che si rifiutano di recitare e restano ai margini e dietro le quinte, Amleto si sente invadere da un senso di inevitabile fine.

Anche i personaggi di This is not what it is (Non è quello che è) sono tesi tra la loro solitudine ed il desiderio di integrarsi, di essere riconosciuti, di entrare nel gruppo di coloro che contano, ma finiscono per rimanere sempre ai margini, sul ciglio dell'occasione giusta, che non arriva mai, ma che a loro sembra spesso di lambire.



Rifacendosi alle parole di Marco e Francesca, i due sono combattuti, ma sanno che se non si è integrati nel sistema si è meno di un'ombra, e ciononostante sono troppo folli ed alienati per volere davvero qualcosa.

"La nostra  - evidenziano Marco e Francesca - è una generazione letteralmente colta di sorpresa, una generazione schiacciata ed appiatita, che oggi si vede sorpassare da quelli che sono arrivati dopo".

L'antidoto quale potrebbe essere, secondo i due attori?

"Crearsi delle nicchie e continuare ad innamorarsi del proprio mestiere. Tra il cosiddetto grande teatro e quello delle cantine, non esiste più uno spazio intermedio, quello del teatro di sperimentazione, dell'underground, un spazio prezioso che in passato ha salvato il teatro italiano. Il mondo dell'alternativo va scomparendo".

Quello che rimane, forse, è un un sentimento di alienazione e scissione, un senso di inadeguatezza frammisto al bisogno di trovare un legittimo spazio espressivo.

Una condizione capace di creare una continua tensione verso una meta, un obiettivo, che continua inesorabilmente a sfuggire non appena gli si avvicina, arrivando quasi a sfiorarlo con la punta delle dita, prigionieri dell'illusione di avercela finalmente fatta... anche a costo di rinunciare a se stessi.

** Foto di Roberta Causin

venerdì 15 febbraio 2019

La mia vita senza parole: quando una malattia si umanizza

Tra poco meno di un'ora, alle ore 12 di venerdì 15 febbraio 2019, verrà inaugurata la sede partenopea del Centro NeMO, centro di ricerca sulle malattie neuromuscolari, ubicato nell'ospedale Monaldi.

Non a caso oggi scelgo di parlare di un libro che ha, tra i suoi meriti, quello di travalicare l'immaginario confine, la barriera fittizia ed illusoria, ma forse rassicurante, nella dalettica noi-loro


La mia vita senza parole scritto da Antonio Tessitore in collaborazione con il giornalista Mario Pepe, la cui scrittura conferisce al libro uno stile asciutto ma coinvolgente (Pironti Editore), è la seconda opera  del presidente AISLA (Associazione italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) di Caserta ed arriva dopo il racconto dei frammenti di vita e di lotta quotidiana, coagulati in un grumo duro di dolore e speranza, raccolti da Antonio nel testo Ogni volta che chiudo gli occhi. Sogni e incubi di un leone nella gabbia della SLA, realizzato in collaborazione con il giornalista Pietro Cuccaro.



"Il mio secondo libro - spiega Tessitore -  nasce dal mio desiderio di capire me stesso attraverso il racconto degli altri che mi hanno conosciuto e che hanno avuto a che fare con me. Nel mio primo libro mi ero raccontato, passando dalla mia vita prima della malattia a quella che mi sono trovato a dover affrontare e affronto ancora. Essere qui a poter raccontare ancora una volta le mie emozioni e il mio vissuto attraverso gli occhi degli altri è per me sprone per proseguire nella mia lotta contro la sla per me e per gli altri e per incentivare la ricerca".
Le atmosfere iniziali, quelle di quando Antonio incontra per la prima volta la Sla, mi hanno ricordato quelle dei dialoghi e delle interazioni tra il protagonista e la strega suadente dai capelli verdi della pellicola  Benvenuti a Marwen,  che ho visto rdi recente.

La Sla, infatti, viene descritta come una donna seduttiva, maliarda ed apparentemente dolce all'inizio, che in maniera subdola si insinua nella vita di Antonio, quasi senza che lui se ne renda conto, dando solo pochi segnali, per poi rivelarsi dura ed impositiva, riducendolo al silenzio ed immobilizzandolo sotto il suo peso. Una fidanzata non desiderata ed arrogante.

Il libro nasce dall'impulso fornito da Antonio stesso a chi lo ha conosciuto, affinchè egli racconti le tracce di quell'incontro con lui e con la malattia stessa.

Ne nasce un dialogo a due voci, che testimonia di come la forza e la tenacia di Antonio abbiano cambiato la percezione che i suoi interlocutori hanno della malattia che, per i più, arrivava, in un indefinito prima, solo come un'eco lontana proveniente dai mass media.


Grazie ad Antonio ed alle sue battaglie a favore del miglioramento della qualità di vita dei pazienti, la malattia non è più una macchia sfocata sullo sfondo, o la silloge di informazioni frammentate e monotone provenienti da uno schermo, ma si incarna in un corpo e in uno sguardo, prende le forme di un individuo, si umanizza, accorcia le distanze tra il noi ed il loro.

Antonio Tessitore la racconta attraverso il suo rapporto con gli esperti, con il mondo della ricerca, con l'universo del sociale, con quello dei caregivers. Anche il suo compleanno diviene occasione di ulteriore scambio di idee e di progettualità possibili, in mezzo ai sorrisi ed ai respiri un po' più lunghi.

"Il mio - continua Antonio - È un testo anche divulgativo, visto che contiene interviste a medici esperti nel trattamento dei pazienti affetti da sla. Questo è un contributo di conoscenza utile sia a chi è ammalato sia per chi vuole saperne di più su questa malattia".
Attraverso le parole di Antonio e quelle di chi, per diverse ragioni e con innumerevoli obiettivi condivisi, lo ha conosciuto o anche solo incrociato, si delinea un universo di difficoltà, ma anche di possibilità. Di dolore ma anche di tenacia e speranza.

Il  libro di Antonio diviene anche una sorta di vademecum su come procedere nell'interazione con la malattia, dopo la diagnosi, cercando di anticipare le mosse di una progressione che schiaccia il senso del presente e del futuro, invece di farsi cogliere del tutto inermi e impreparati.

Diviene una sorta di antidoto al senso di smarrimento e di solitudine, di isolamento, quando, proprio malgrado, gli altri possono finire per allontanarsi e la persona stessa si sente scissa e troppo lontana da quello che era e dalla vita che avrebbe voluto per sè e per i suoi cari.
Grazie anche alle interviste con i medici, infatti, chi legge, che sia paziente, familiare, caregiver o semplice spettatore dell'esistenza altrui, sa che, anche se a piccoli passi, la ricerca sta procedendo e riesce ad avere le prime nevralgiche informazioni, venendo a conoscenza degli esperti cui potersi rivolgere e dell'esistenza di una realtà associativa. Una consapevolezza che può rivelarsi utile a nutrire la speranza.
Anche questo libro costituisce un piccolo tassello nella scalata, faticosa ma tenace, della ricerca.
Non mi resta che augurarvi buona lettura, una lettura intensa, dolorosa, a tratti paralizzante, ma che ha il merito di aprire finestre sulla vita degli altri, creare ponti e strade di contatto.


martedì 29 gennaio 2019

Soave, innocente filastrocca di morte: un noir partenopeo con il ritmo incalzante di un film


Soave, innocente filastrocca di morte di Alferio Spagnuolo (Robin Edizioni), la cui presentazione si è tenuta lo scorso  24 gennaio nella partenopea libreria Raffaello, possiede tutti gli elementi dei grandi gialli, di ascendenza inglese ed americana, miscelati al giusto grado di suspense che sa tingersi di rosso sangue, ma rimane fedele ad un delitto classico, che trova la sua ragion d’essere nel movente, senza ridursi a mero esercizio di stile o perdersi nei vicoli dell’espediente letterario che fa da supporto al gusto, affermatosi attualmente, per i particolari sanguinolenti ed il genere splatter.

Il ritmo, come ricorda lo scrittore Domenico di Marzio, intervenuto alla presentazione  organizzata dalla scrittrice e giornalista  Monica Florio,  è equiparabile a quello di un film drammatico o di un thriller.

Trait d’union tra i personaggi, come hanno ricordato sia Di Marzio sia il critico letterario Annella Prisco, è la sofferenza generata da vari traumi mai del tutto superati, che tornano a chiedere il conto sotto forma di demoni che dilaniano la mente e  la coscienza. 

Quegli stessi demoni che si aggirano anche tra i vicoli dell’urbe , una città sospesa, come sottolinea Di Marzio, tra luce e ombra, vita e morte, bene e male, realtà e mistero, contrari che si attraggono e finiscono inevitabilmente per confondersi, sovrapponendosi, anche nell’animo dei protagonisti, di cui viene finemente e sapientemente tratteggiato il profilo psicologico. 



L’intreccio tra la città e i personaggi, come evidenziano gli addetti ai lavori, sembrerebbe essere presente sin dalla copertina di Soave innocente filastrocca di morte; una Napoli quasi da cartolina che guarda il mare. Una veduta aerea che, a ben vedere, già evidenzia l’intrico dei vicoli ed alcuni palazzoni addossati gli uni sugli altri dove potrebbero consumarsi, silentemente, svariate tragedie. Una città apparentemente quieta, ma che appare al centro di un mirino.



I ritmi del dialogo, come evidenzia Di Marzio, che, parimenti,  contribuiscono a rendere più veloce l’azione, sono quelli tipici di un film drammatico o di un thriller: brevi e stringati, vengono” recitati” a bassa voce o con tono sostenuto ed accompagnano interrogatori, verifiche di alibi, irruzioni nelle case dei sospettati… A delineare un rebus che rischia di non avere soluzione.

Secondo quanto evidenzia Di Marzio, gli elementi tipici del thriller ci sono tutti, compresa la colonna sonora, costituita dai rumori delle strade brulicanti di vita, attraversate dallo stridore del traffico, dei motorini, caratterizzata dalle voci di giorno e dai silenzi e dalle attese di notte.

Spazio, poi, al tema della violenza di genere e dell’abuso lavorativo, che si intreccia con quello sentimentale, attraverso lo strumento del saggio, capace di arrivare, grazie ad una narrazione avvincente, ad un pubblico trasversale.

A ben vedere, infatti, in base ad un’analisi psico-sociologica, l’uomo ucciso, l’architetto Ferrara, per come viene tratteggiato nel noir, parrebbe possedere le caratteristiche di un narcisista patologico e maligno. 



Per sua stessa ammissione tracotante, infatti, egli abusa del potere concessogli in relazione al ruolo che ricopre, in virtù di un’asimmetria di posizione, e manipola le giovani donne che gli capitano a tiro. 

Nel romanzo troviamo esplicitata anche l’attuale incapacità di assumersi la responsabilità che ogni tipo di interazione dovrebbe, invece, comportare, denunciata dal sociologo Bauman, che genera anche una correlata incapacità di mettersi nei panni dell’altro, realmente in connessione con i suoi dolori ed le sue gioie o, per dirla con termini sociologici, un’incapacità di assunzione del ruolo dell’altro (role taking). 

E’ per questo, direbbe Bauman, che le persone risultano intercambiabili, ridotte a beni di servizio da consumare velocemente, ma lo dice anche Spagnuolo nel suo romanzo.

E adesso addentriamoci nella trama del noir e nei presupposti che hanno condotto alla sua stesura, assieme all’autore, Alferio Spagnuolo.



D. Una nuova, intricata indagine per il commissario Giulio Salvati. Un rompicapo, com’è un rompicapo la filastrocca che gli agenti sono chiamati a decifrare, nella quale risiede, forse, la soluzione del caso. C’è una continuità con le indagini precedenti?

R. Non esiste una continuità tra le indagini precedenti e quella attuale se non per i personaggi che si trovano  ad affrontare nuovi casi nel quartiere dive sono stati assegnati. L'unico collegamento forse può  intravedere nell'amicizia che poi sfocerà in un rapporto  nel libro successivo  tra il commissario e la collega della scientifica.

A quale genere o generi intersecati è ascrivibile il romanzo?

R. I riferimenti di genere sono sempre gli autori americani ma non quelli che si limitano a descrivere la violenza pura e semplice soltanto per il pretesto di scrivere . Io leggo gli autori che descrivono i caratteri dei personaggi il profondo del loro animo. Il migliore è Ross Macdonald che analizza la personalità dei personaggi scoprendo molto spesso nel loro passato sofferenze irrisolvibili.

D. Esiste un fil rouge di riferimento?

R. I miei esempi sono i gialli americani che da sempre  contengono moventi validi per un omicidio e non come spesso, ahimè, sta accadendo omicidi senza movente, cioè  dovuti alla sola pazzia e perversione del colpevole. Esiste un abuso oggi dei serial killer, mentre invece moltissimi omicidi vengono commessi per le ragioni più  diverse. Ecco io sfruttare i anche queste ragioni, tra le quali la gelosia o il rimorso che anche io ho utilizzato. Esiste una vasta letteratura di thriller ambientati nelle metropoli dell’Europa del nord che certamente non godono della mia simpatia. Il genere inglese ha abbandonato per strada le atmosfere e le valide idee che i loro epigoni avevano diligentemente creato.

D. Nel libro si parla anche di violenza  ed abuso contro le donne.  Attualmente, nonostante la legge 38/2009 sullo stalking e la legge 19/2013 di ratifica della Convenzione di Istanbul sui diritti delle donne, da una verifica del Consiglio D’Europa gli interventi per la tutela dei diritti di genere appaiono ancora pochi, non sistematici e a macchia di leopardo.  Risulta una carenza di circa 5mila posti letto nelle case protette. Le vittime di stalking sono per il 77% donne, mentre le vittime di violenza lo sono nel 92% dei casi. Il 25% degli omicidi è ascrivibile ad odio e violenza di genere. Cosa ne pensa?

R. Io, con il mio libro, sono partito da un argomento attuale e ricorrente. Il ricatto da parte dei potenti, nel mio caso di un  uomo, delle donne per poter emergere nel luogo di lavoro. Nel mio caso, il libro segue in generale la linea del rifiuto, altrimenti la trama sarebbe saltata .Però ho anche inserito alcuni casi dove la donna accetta, ma poi diventa essa stessa vittima di quel consenso, incredula addirittura che dopo poco quella promessa che le avevano fatto e per la quale lei si era sacrificata non venga mantenuta ,con l'indifferenza del potente artefice. Anzi la donna viene considerata meno di un rifiuto, qualcosa di superfluo, di inutile, ciò  perché  il potere ci permette di calpestare la dignità (nel mio caso di povere neolaureate)d elle  donne che a causa  delle allettanti promesse e della mancanza di sensibilità di animo diventano interscambiabili, ridotte a  giochi utilizzati per soddisfare il proprio ego ipertrofico(nel mio libro). Una sorta di vasetto della marmellata che si distingue da migliaia di altri solo per un semplice codice a barre. Ma nel mio libro, come ho detto, sono presenti donne che stanno al gioco della “vuota” promessa e ragazze che sanno discernere cosa è  giusto.

D. Quali progetti ha in cantiere per il futuro?

R. Ho in mente un episodio dove tutto parte dalla stancante consuetudine  del matrimonio e dalla donna, ormai adulta, sposata e con figli, che tradisce il marito, incredula del fatto che il suo corpo possa ancora essere desiderato e “rivalutato” da altri occhi, che possa ancora attirare gli uomini .Ma, attenzione: il suo amante è più  giovane di lei e non ha alcuna intenzione di “mettere fissa dimora” .