sabato 21 settembre 2019

Napoli Horror Festival: incubi e deliri tutti partenopei


Buona la prima per il Napoli Horror Festival.

Il periodo non è casuale, se si pensa che settembre segna il passaggio tra l’estate e l’autunno, con le sue atmosfere melanconiche, tra due fasi, un po’ come accade per la notte di Ognissanti, in cui, per una manciata di ore, la dimensione dei vivi e quella dei morti si avvicinano, fino a sovrapporsi.

E settembre, proprio in virtù di questo passaggio stagionale, è anche il mese, e Napoli per chi ha memoria storica lo sa bene, delle grandi piogge, che sanno trasformarsi all’improvviso in terribili e devastanti nubifragi, simili a quell’alluvione che trascinò i cadaveri fuori dal cimitero delle Fontanelle, quasi fossero zombie che avessero ripreso vita, costringendo per giorni gli abitanti del Rione Sanità a non uscire di casa, per paura di incrociare lo sguardo, vuoto e sbarrato, di uno dei loro cari, il cui corpo giaceva appena fuori dell’uscio.



Il Festival, al suo anno d’esordio, ha infatti ricevuto grandi riconoscimenti e apprezzamenti da parte degli esperti e appassionati del settore, come Sergio Stivaletti e il professor Brancato. Per l’organizzazione, è stata una grande soddisfazione avere tra il pubblico grandi e piccini e volti noti del mondo dello spettacolo, come Rosaria De Cicco e Francesco Paolantoni che domenica si sono presentati a sorpresa con un travestimento originale. Anche la Presidente della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia, Maria Patrizia Stasi, che ha ospitato il festival, si è congratulata con l’organizzazione per la cura dei dettagli.

Unico in Italia per la ricchezza del programma: mostre,  performance, proiezione di film, un’escape room, dibattiti tematici ed un incredibile jumpscare tunnel. Attori, effetti speciali e atmosfere horror hanno regalato un percorso emotivo e sensoriale degno delle altre attrazioni di genere presenti nelle maggiori capitali europee, come ribadiscono gli stessi visitatori.


Dopo un primo appuntamento, dedicato alle favole, Birdland, capitanato dallo scrittore e regista Massimo Piccolo, è approdato proprio nella sala incontri del Napoli Horror Festival, per chiudere in bellezza questa prima edizione, domenica scorsa, 15 settembre.

Un appuntamento, ad alto tasso di adrenalina, congegnato per parlare di demoni e terrore ( il format è stato preceduto da una discussione filosofico-sociologica sulla paura, le sue strumentalizzazioni ed i meccanismi per esorcizzarla).

Un contrasto netto e stridente, quello che separa il mondo fatato del primo appuntamento, popolato da esseri capaci di far sognare, e l’universo del secondo dove trovano spazio, richiamando Stephen King, solo incubi e deliri, in un’atmosfera di claustrofobico terrore.

“Si tratta di un format letterario, che vuole tradurre la parola in viatico di spettacolo – spiega Massimo Piccolo -. E’ pensato per gli amanti della lettura e della scrittura che desiderano capire come nasce un racconto, accogliendo un approccio non ingenuo”.



Con Massimo Piccolo sul palco, a dare sembianze, parole e musica alla Llorona, demone sudamericano, alle atmosfere blasfeme e popolate da zombie di Lansdale e quelle terrorifiche di Stephen King, che dà voce e spazio alle paure ed alle fobie quotidiane, amplificandole affinché possano invadere e tormentare incessantemente la mente:  Adriana Cardinale, Franco Piccino e Sara Piccolo.

La figura della Llorona, in base alle sue parole, ha sempre affascinato Piccolo: una donna, abbandonata dall’uomo amato che, per la disperazione, uccide i figli e poi si suicida, condannandosi ad essere un demone, che uccide i bambini e seduce e sfinisce gli uomini.



“Mi piaceva l’idea – continua il regista di Assolo – di come da una storia descritta in poche righe potessero nascere una molteplicità di universi narrativi, in base ai punti di vista. C’è per esempio quello del conquistatore. Molti pensano ai conquistadores solo come a uomini fatti, ma spesso si trattava di poco più che ragazzi. Immagino lo sgomento di chi, forse, è partito con l’idea di recare la parola di Dio e si è trovato a mietere vite, disseminando morte. Mi piace pensare che in quella donna quel ragazzo avesse trovato un momento ed un angolo di pace e che i due fossero legati da un amore autentico. A condurre ad un gesto tanto estremo quanto disperato un dolore senza fine, sfociato nella disperazione”.

La Llorona come Medea, quindi, che non regge al dolore dell’abbandono da parte dell’uomo amato. Un dolore capace di portarla alla pazzia.



Poi c’è l’universo popolato dagli zombie texani, partorito dalla mente di Joe R. Lansdale.
Un autore politicamente scorretto, senza rimpianti che, come sottolinea Piccolo, non si fa scrupoli, anzi si compiace, di non avere alcun riguardo per il lettore, di dileggiare, in maniera sacrilega, i suoi valori, siano essi rappresentati dal modo di approcciarsi al sesso, dal pudore, dalla religione o dai i sogni, per imporgli il suo universo narratologico.

Insomma, Lansdale arriva alle spalle del lettore di soppiatto, per dargli una bella spinta e farlo cadere o gli mette, a tradimento, lo sgambetto.

“Nell’universo di Lansdale non c’è redenzione – continua Piccolo - . Anche Wayne, quello che con molta fatica possiamo definire come un antieroe, è perfettamente integrato nel contesto. Persino il suo sogno è misero e miserabile: rilevare uno sfasciacarrozze, avere i soldi necessari per andare a prostitute e, talvolta, uccidere qualche animale”.



Un universo, quello del racconto Nel deserto delle cadillac, con i morti, caratterizzato dalla melma e dalla completa assenza valoriale, se non  per qualche stilla sparuta di pietà che assume, però, le vesti di un “omicidio” a sangue freddo, di cui forse i corpi in putrefazione degli zombie, con il loro puzzo dovuto alla marcescenza, rappresentano, anche metaforicamente, l’unico odore possibile.

“Questi zombie sono molto diversi da quelli di Romero – evidenzia il regista - . In quel caso la lettura è eminentemente politica. Il panorama descritto diviene paradigma sociale, quello della società dei consumi, e gli zombie, privi di intelligenza, incarnazione del consumatore acritico. Gli zombie di Lansdale sono invece frutto della cattiveria umana”.



Il terzo universo narrativo è quello di Stephen King, descritto attraverso il racconto La ballata della pallottola flessibile.

“King – sottolinea lo scrittore e regista – ci descrive come sia sin troppo facile fare la propria discesa nella follia, perdendo la testa. Ci mostra, in questo racconto, come la follia ed il caso si sovrappongano e di quanto essa possa essere contagiosa”.

King, secondo le parole di Piccolo, ha invece grande rispetto per il suo lettore. Non a caso “gli costruisce un palazzo bellissimo, lo invita ad entrarci, gli offre persino il caffè. Poi lo conduce alla finestra per fargli ammirare dall’alto il sontuoso giardino a corredo. A quel punto lo butta giù”, facendolo precipitare negli abissi di un terrore senza ritorno.


** Le foto a corredo sono di Radio Siani e Gabriella Diliberto

domenica 21 luglio 2019

L'universo drammaturgico di Giovanni Meola e le sue Tre Sorelle Prozorov alle Stufe di Nerone


Conto alla rovescia per la messa in scena di Tre. Le sorelle Prozorov, per l’adattamento e la regia di Giovanni Meola

L’appuntamento, infatti, è per stasera, domenica 21 luglio, alle 21.30, nella suggestiva location delle Terme Stufe di Nerone a Bacoli, nell’ambito dell’ottava edizione di Teatro alla Deriva ( la rassegna è ideata da Ernesto Colutta e Giovanni Meola), il teatro che ha trovato casa, ed un’inedita ed innovativa dimensione scenica che si rinnova, su una zattera.

Meola, che è anche direttore artistico dell’intera rassegna, cura questo raffinato lavoro di “taglia, cuci e rielaborazione” sul testo di Cechov, che promette di fornire al pubblico numerosi elementi di riflessione sulle dinamiche relazionali e su quell’incapacità di tirarsi fuori da alcune insidiose sabbie mobili dell’esistenza.



LA PECULIARE MESSA IN SCENA

Tre. Le sorelle Prozorov (il trailer qui), messo in scena dalla Compagnia indipendente Virus Teatrali (il sito qui),  è frutto di un certosino lavoro di “smontaggio e rimontaggio” del testo originale, tradizionalmente articolato in 3 atti con 14 personaggi, di cui quasi tutti, se non quattro minori, come ricorda il regista, sono co-protagonisti.

In questo caso tutti i personaggi sono interpretati dalle tre attrici in scena, Roberta Astuti, Sara Missaglia e Chiara Vitiello,  e la scenografia risulta volutamente assente.



“Le attrici – racconta Meola- conoscono a menadito il testo originale. Proprio per questo  è stato possibile smontarlo e rimontarlo creando un’opera che pur essendo legata a doppio filo a quella originaria è sicuramente ‘originale’. Si è proceduto con una serie di improvvisazioni guidate e, nella scelta di cosa insierire nell’adattamento, alcuni panel scenici ed alcune dinamiche relazionali si sono letteralmente imposti all’attenzione rispetto agli altri, si sono amplificati e sono esplosi, spesso confliggendo”.


Come sottolinea il regista a muoversi fisicamente sulla scena sono le tre sorelle ma dentro, fuori ed intorno a queste ultime si muovono anche tutti gli altri co-protagonisti che si relazione con loro e tra di loro.

A livello temporale la narrazione si dipana a un anno dalla morte del padre, generale di un avamposto molto lontano dalla Russia (sembra di ritrovare qui l’espediente narrativo tipico del teatro greco, che ambienta le narrazioni, soprattutto quelle che ruotano attorno a temi delicati e spinosi, lontane dalla madrepatria). Una sorta di fantasma, che pur non lì fisicamente è una presenza-assenza fortissima, continuamente richiamata dalle figlie.

Anche i vestiti delle donne, dal profondo valore simbolico (nero ad indicare il lutto, bianco a richiamare lo sforzo estremo di chi tenta di liberarsi da questo lutto e blu per ricollegarsi alla rigidità ed al rigore tipici di un collegio femminile), ricordano delle divise militari, così come gli anfibi che le sorelle calzano.


“Alcune dinamiche relazionali – evidenzia il regista – si sono in qualche modo autoimposte all’attenzione. A me, poi, è toccato tirare le somme, creare i collegamenti tra le stesse, anche se il tutto è stato testato durante le prove. La mia attenzione si è volutamente incentrata su alcuni rapporti:  anche per questo gli elementi scenografici sono del tutto assenti. Inoltre, attualmente, la scenografia è assolutamente demandabile alla fantasia degli spettatori. Vengono presentate e messe in scena, solo lievemente modificate, e questo rappresenta un ulteriore elemento di innovazione, anche le didascalie di Cechov, che descrivono situazioni e scenografia, in realtà assente visivamente”.

Gli abiti delle tre sorelle, in base alla spiegazione di Meola, rappresentano una sorta di divisa proprio ad indicare la forte appartenenza ad una famiglia dell’aristocrazia militare e ad un mondo che, nella percezione cechoviana, poi confermata dal tempo, stava cominciando a scomparire.

“Le tre sorelle – sottolinea il regista – sono prigioniere di vite ineffettuali, non reali e prive di concretezza. Il loop in cui loro stesse sembrano gingillarsi, servono a raccontare il loro immobilismo, l’impossibilità, o forse l’incapacità, di agire, di sfuggire a se stesse per sopravvivere. Un’incapacità che si traduce nell’impossibilità di vivere davvero, lasciandole intrappolate in situazioni conflittuali che si ripetono all’infinito”.  


GLI ALTRI PROGETTI

Cresce l’attesa, dopo il successo riportato al teatro Tram di Port’Alba, per rivedere in scena Il Bambino con la bicicletta rossa, ispirato al caso Lavorini, un rapimento ed un omicidio che fecero scalpore circa 50 anni fa, ma poi finirono vittime del silenzio.

“Ho lavorato sulle poche fonti disponibili – spiega Meola - ed ho scritto un testo quasi tutto in versi. Anche in questo caso c’è un unico attore in scena, che interpreta vari personaggi, ma questo espediente è funzionale al progetto, perché è lo stesso bambino ucciso a richiamare alla memoria coloro che a lui erano legati in vario modo”.

Dopo il debutto del 2004 ed il ridebutto del 2007 bisognerà aspettare il 30 settembre 2019 per il nuovo allestimento di Frat’ ‘e sanghe. Siamo nella Napoli del 31 dicembre 1999, afflitta dai suoi problemi atavici, ed in scena troviamo questi giovani uniti coattivamente da una fratellanza di sangue, ma che in realtà si odiano profondamente… Anche in questo caso  le vere protagoniste sono alcune  dinamiche conflittuali molto forti.
Se per Tre. Le sorelle Prozorov ci sono voluti ben 7 mesi di gestazione, si sale ad 8 per Amleto, che avrà come location il teatro Tram.

Promette di aumentare vertiginosamente il numero di repliche il progetto teatrale Io so e ho le prove, in scena ormai da 3 anni, con l’esordio nel 2016, che ha toccato quasi quota 40.

“Il lavoro teatrale – evidenzia Meola – è tratto dal libro, divenuto un caso letterario nel 2015, di Vincenzo Imperatore, un vero e proprio memoriale. Infatti, Vincenzo Imperatore è la prima gola profonda del sistema bancario e ne denuncia le nefandezze dopo esserne stato, per sua stessa ammissione, colpevolmente connivente. Con questo lavoro, dopo un periodo di voluta assenza, sono tornato nuovamente a calcare le scene. Quindi sono attore, regista ed interprete”.

Tanti gli appuntamenti previsti in sei-sette regioni. Attesa la tappa campana al teatro Moliere di Pozzuoli.

Vincenzo Imperatore è protagonista anche del film-documentario Conversione, dove la sua vita è raccontata in parallelo a quella di Giuseppe De Vincentis.

“Io li definisco – rincara la dose Meola – come due ex ladroni, la cui vita viene letteralmente rivoluzionata grazie all’incontro con il teatro. Le riprese termineranno il I agosto e poi ci sarà tutta la fase di post-produzione”.

Personaggio eclettico Giovanni Meola è impegnato anche nel progetto di un corto animato The Flying Hands, che vede coinvolto un team internazionale, dall’Italia a Teheran, passando per Londra, e progetta per il 2021 il debutto di un lavoro dedicato all’affascinate Purgatorio di Dante, che lo vedrà nuovamente impegnato anche come attore.

Nel frattempo continua l’esperienza , ideata e diretta da lui, del Teatro Deconfiscato. Infatti, dopo le prime due edizioni presso l'ex-tenuta Magliulo, la terza si è svolta presso il Castello Mediceo di Ottaviano, l'ex-castello di Raffaele Cutolo. Nevralgico Teatro & Legalità, un progetto nato nove anni fa sull'onda di alcuni laboratori teatrali scolastici svolti sul territorio campano.

Tante le anime di Meola, diviso tra teatro, sperimentazione, docenze e scrittura. Infatti è anche autore del libro Teatro, una raccolta di sette delle sue drammaturgie (ne ha scritte oltre 30), di cui 4 in Italiano e 3 in lingua napoletana, con la prestigiosa prefazione di Elena Bucci.


venerdì 5 luglio 2019

Leonardo e la colomba: poesia ed incanto al teatro Trianon

Leonardo e la colomba, andato in scena lunedì scorso, 1 luglio, al teatro Trianon-Viviani, il cosiddetto Teatro del Popolo, nell'ambito del Napoli Teatro Festival, strizza l'occhio alla capacità inventiva e visionaria di Leonardo Da Vinci, con le sue macchine, ma il vero protagonista è il suo omonimo Leonardo da Mirano (però!) ed il suo entourage, costituito dalla mamma chioccia, orgogliosa del figlio, dall'amica Colomba che, come si ha modo di vedere, ha già imparato a volare e dallo zio Orazio, abile tuttofare, dedito a risolvere i problemi dell'allegra combriccola.



 
Il consiglio iniziale, prima che le quinte si aprano, è quello di "rilassarsi, perchè si tratta di un viaggio ad alto contenuto onirico".

La stessa raccomandazione di quando si sale in aereo e ci si allaccia le cinture, pronti a guardare le cose da un'altra prospettiva, da sopra le nuvole, pieni di incanto e di meraviglia.

Ed anche per questo lavoro le tre parole chiave potrebbero essere: magia, poesia e tocchi sapienti di comicità.



I dialoghi sono ridotti al minimo, visto che, come sottolinea il regista olandese Ted Keijser, già autore di “CIRK il Teatro del circo” replicato per quasi dieci anni e approdato con successo sul palcoscenico del Piccolo Teatro Studio di Milano, "perchè parlare quando si può vedere?".

Si tratta infatti di uno spettacolo dove teatro e circo si incontrano ad un crocevia e dove le parole sostengono, accompagnano e fanno da cornice alla levità delle acrobazie e dei giochi aerei degli artisti circensi. 



La voce che descrive quanto accade è quella di Emanuele Pasqualini, che cura anche la direzione artistica e organizzativa, definito scherzosamente dal regista come l'Alberto Angela della situazione, per la sua capacità di guidare gli spettatori alla scoperta dei misteri dello spettacolo. 

"Non è solo difficile far dialogare linguaggi diversi - sottolinea Ted - ma anche e soprattutto le persone che vengono da percorsi artistici molto dissimili. La maggior parte di loro non aveva mai lavorato insieme ed io stesso non li conoscevo. Per gli artisti circensi, ad esempio, è stato difficile calarsi in un ambito teatrale-attoriale".

Ad incontrarsi sono stati la compagnia veneta Pantakin Circoteatro e la partenopea Baracca dei Buffoni, attiva nell’ambito del teatro di strada e popolare.
 
A creare una forte alchimia ed un clima empatico sei settimane vissute gomito a gomito, in simbiosi, condividendo davvero tutto.

Come sottolinea il regista, lo spettacolo è partito da una microidea iniziale e poi ognuno l'ha arricchito di un tassello, come quello del marchingegno.



"Io chiedo tanto - evidenzia Keijser - ma propongo anche tanto e se percepisco che un'idea non è fruttuosa e non viene vissuta bene, se non funziona, sono pronto a cambiare gioco. Quello che voglio è suscitare emozioni viscerali, di quelle che toccano lo stomaco. Mi piace il lavoro fisico: per pensare ci sarà tempo, eventualmente, dopo".

Perchè, come ribadisce Ted, non si tratta di recitare bensì di improvvisare, per trasportare il pubblico in un mondo diverso, per arrivare al non conosciuto, abbandonando il noto.

In tal senso, anche quello che inizialmente potrebbe apparire un intoppo, può rivelarsi nevralgico, perchè, alla fine, gestalticamente, potrebbe emergere qualcos'altro di impensato.

Assieme agli artisti si construisce un'atmosfera rarefatta e magica, che avvolge letteralmente il pubblico, facendo sì che lo spettatore  vada oltre lo specchio di Alice e acceda, attraverso un armadio immaginario, ad una dimensione parallela, come accade nella pellicola Le cronache di Narnia.

"Nessuno deve recitare - spiega il regista - bensì deve giocare sia individualmente sia in gruppo".

In questo modo sul palco, sospeso tra cielo e terra,  emergono i caratteri dei vari artisti: c'è chi ha bisogno di controllare tutto; chi è rigido e disciplinato e chi, ancora, abbisogna della spinta degli altri per lasciarsi guidare nel gioco.

Diversi tipi psicologici che, nello spettacolo, si amalgono dando vita ad una "qualità emergente", in grado di trasfigurare gli oggetti di uso comune, quelli che alcuni definirebbero "robaccia", facendoli diventare altro: biciclette, sgabelli, ruote, scale, secchi sgangherati, vecchie cornici.



Tutto si rivela in grado di creare l'incanto e la meraviglia.

Un'arte a tutto tondo che non ha intenti educativi ma che, per il suo intrinseco modo di essere, incarna  una grande lezione applicativa del pensiero creativo nell'affrontare i problemi che quotidianamente la vita pone, conducendo ad insperate scoperte, ma anche di apprendimento cooperativo, dove il gruppo svela la sua autentica forza.

"Il pubblico - continua Ted - a volte va un po' forzato ad immergersi in nuove esperienze che, per la scarsa familiarità, inizialmente potrebbero apparirgli noiose, ma poi, facendo esperienza in vivo... Eccolo lì l'incanto".

Un incanto che, come sottolinea il regista, racchiude la poesia delle piccole cose, che si dischiude nuovamente a chi, bombardato da troppi stimoli, ha perso la capacità di guardare e vivere con intensità. 




Un insight, una rivelazione fulminante di bellezza...

Probabilmente, la prossima tappa del viaggio artistico di Ted Keijser sarà in Belgio dove parteciperà ad un progetto che fonde i sorrisi dei clown ed il contrasto al burn-out, la sindrome da demotivazione.

Insomma... Le emozioni belle si impastano con l'arte capace di prendersi cura dell'anima.

Un'arte che ha il sapore lieve ma intenso dell'umiltà, capace di andare a braccetto da una parte con il genio e dall'altra con una profonda umanità.

IL TEAM

IDEAZIONE E REGIA DI TED KEIJSER
 
CON LAURA BERNOCCHI, ORAZIO DE ROSA, BENOIT ROLAND, SIMONE ROMANÒ, EMANUELE PASQUALINI

 
IDEAZIONE COSTUMI PINA SORRENTINO

 
ASSISTENTE ALLA PRODUZIONE IRENE SILVESTRI

 
DIREZIONE ARTISTICA E ORGANIZZATIVA EMANUELE PASQUALINI

 
RESPONSABILE ORGANIZZATIVO E TECNICO PER LA CAMPANIA ORAZIO DE ROSA

 
RESPONSABILE AMMINISTRATIVO FLAVIO COSTA

 
UFFICIO STAMPA GABRIELLA GALBIATI

 
COPRODUZIONE PANTAKIN CIRCOTEATRO, LA BARACCA DEI BUFFONI, OPERAESTATE FESTIVAL DI BASSANO

 
CON IL SOSTEGNO DI FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA.

martedì 2 luglio 2019

Cenando sotto un cielo diverso: dieci candeline tra gusto d'autore e solidarietà

Prima dell'esordio ufficiale delle Universiadi, c'è stata una vera e propria "Olimpiade", con un intento profondamento educativo. Una staffetta del gusto, dei sapori e della solidarietà. Un passaggio di mano tra conoscenze, competenze ed abilità, ai fornelli ma non solo.

Si tratta dell'evento enogastronomico benefico Cenando sotto un cielo diverso, ideato dalla psicologa e sommelier Alfonsina Longobardi, che quest'anno ha spento le sue dieci candeline.


A duettare i sapori, la bellezza e  l'originalità delle composizioni e degli impiattamenti, che fanno assomigliare le pietanze ed opere d'arte. Il diktat è quello relativo alla valorizzazione territoriale, in un sapiente e gustoso melting pot di sensazioni ed emozioni, in un viaggio sensoriale che ha saputo dare risalto a realtà locali diversificate, che, all'insegna di sacrificio ed artigianalità, ogni giorno esistono e resistono, gemellati con il territorio d'appartenenza.


Obiettivo comune: gettare le basi per un laboratorio ludico per pazienti schizofrenici.
 
Non a caso “Il rispetto della diversità passa attraverso il buon gusto” è stato il claim di questa decima edizione che si è svolta domenica 30 giugno presso il Castello di Lettere, che ancora una volta si è confermato suggestiva location. 

Centotrenta professionisti dell’enogastronomia (chef, pizzaioli, pasticcieri, maestri panificatori, produttori) hanno allestito altrettante postazioni trasformando la roccaforte medievale in un borgo del gusto. 
Tra le proposte culinarie c’erano: piatti classici della tradizione napoletana come il “ciurillo imbuttunat e fritto” cucinato da “I dottori del fritto” (fiore di zucca fritto in olio extra vergine di oliva, imbottito con ricotta, basilico, provola di Agerola e ciccioli di maialino nero casertano); piatti tradizionali della regione Campania leggermente rivisti come gli spaghetti di riso alla Nerano (con fonduta di provolone del Monaco, cipolla rossa di Tropea caramellata e tartare di tonno, una ricetta dello chef Marco Nitride); la pizza nella sua versione più golosa, ovvero la montanara, che Aniello e Nicola Falanga hanno farcito con ricotta arricchita con gelsi e lavorata con menta, pepe e zeste di limoni del Vesuvio e spolverata con briciole di tarallo napoletano; pietanze dal profumo e dal sapore di mare come il salmone marinato allo zenzero con yogurt di bufala, aneto e lime, scarola riccia, ravanello e lampone, una ricetta dello chef Nunzio Spagnuolo al timone delle cucine del Rada di Positano; prodotti antichi come il “Panis Pompeii” di Carmelo Esposito, un pane dolce che veniva preparato dagli antichi romani per le occasioni importanti oppure mangiato a colazione; il cioccolato sottoforma di sofisticata pralina con ganache al nocino e ganache al cioccolato bianco racchiuse in un guscio fatto di cioccolato fondente e al caramello (la “Noce delle Streghe”, una creazione di Gianna Micco che si è classificata terza al concorso “Miglior pralina 2019”); la golosa torta del pasticciere Raffaele Caldarelli, una dolce miniatura del Castello di Lettere. 


Tante le special guest intervenute all’evento, tra le quali: Luigi Libra, cantautore napoletano il cui primo disco “Terra Viva” è un inno alla “Campania Felix”; Luca Volpe, l’unico mentalista italiano ad essere riconosciuto a livello internazionale nonché volto televisivo di molti programmi in onda sulle reti Rai; Michele Selillo, promessa della musica napoletana reduce dalle partecipazioni come protagonista a spettacoli teatrali e musicali diretti e organizzati da Gianfranco Gallo (come ” Quartieri Spagnoli”) e a spettacoli e varietà dove si è esibito con nomi quali Caterina De Santis, Lucia Cassini, Saverio Mattei, Rosario Ferro e tanti altri; Nicola Coletta, modello e attore attualmente impegnato in un progetto radiofonico di Radio Studio Emme. 



Quest’anno “Cenando Sotto un Cielo Diverso” spegne 10 candeline – afferma Alfonsina Longobardi, ideatrice ed organizzatrice dell’evento -, in virtù di questa maturità anche l’obiettivo della manifestazione è diventato più importante: a partire da quest’edizione raccoglieremo i fondi necessari all’avvio di un laboratorio ludico – didattico per malati schizofrenici che sarà molto probabilmente allocato a Sant’Antonio Abate”.

Hanno collaborato alla realizzazione dell’iniziativa: la show girl Ida Piccolo, che ha animato la serata intervistando ospiti e chef; il giornalista Antonio D’Addio in veste di direttore artistico; la delegazione campana della Fondazione Italiana Sommelier. Oltre all’associazione “Tra Cielo e Mare”, fondata da Alfonsina Longobardi, le altre associazioni coinvolte nel progetto sono: Disabili di Gragnano, L’Aliante, Abili alla Vita.



Il mio percorso enogastronomico 
Così come in molti parchi tematici è previsto un braccialetto per accedere al Paese dei balocchi, qui un braccialetto color lilla, calice al collo, ci ha trasportato in un tour del gusto e delle meraviglie con il rotolo di calamaro cotto al forno, frullato e steso, ripieno di baccalà e spinaci. Una cucina resa fusion dall'aggiunta degli azuki verdi, dai micro ortaggi e dalla tapioca. Parola degli chef Salvatore Spuzzo, Alessandro Carella e Pietro Rota di Villa Alma Plena di Casagiove.
Dallo chef Stefano Cavaliere della Trattoria Alici come prima (Cetara) un misto di fagioli con pesto di alici su un letto di crostini fritti.
Un panino alla curcuma, ed il suo gemello alla rapa rossa, farciti con un filetto di tonno dalla copertura croccante ai semi di sesamo (tataki di tonno), nati dalle mani degli chef Rosario Consalvo e Gianluca Centomani della posillipina Villa imperiale.

Ed ancora gli spaghetti di riso alla Nerano (con fonduta di provolone del Monaco, cipolla rossa di Tropea caramellata e tartare di tonno, una ricetta dello chef Marco Nitride); il salmone marinato allo zenzero con yogurt di bufala, aneto e lime, scarola riccia, ravanello e lampone, una ricetta dello chef Nunzio Spagnuolo al timone delle cucine del Rada di Positano.
Si torna poi ai panini con il panino Bao farcito con carne di maiale, e lupini (di terra) che ne aumentano la croccantezza del partenopeo ristorante Tre Piani con lo chef Carlo Spina.
Il Black Cod glassato alla scapece con riflessi di burrata, tarallo alle mandorle e chips di zucchine del ristorante Marea.
Il baccalà  con alghe e  albicocche del Ristorante San Cristoforo.

Dai paesi vesuviani, ed in particolare da San Giuseppe, arriva la pasta mista con spuma di impepata di cozze, peperoncini verdi di fiume e granella di mandorle del Ristorante Mamma Elena.
Il babà al vino e pesche gustose di Tommaso di Palma dell'Impasta  Bistrot di San Giorgio a Cremano. 
Ed ancora il tonno crudo con copertura di mozzarella e pomodoro. Il pane all'acqua di mare. La pizza pasquale ricoperta, tra le altre, di borragine e scarola. Il tonno, poi, ridiventa protagonista e si adagia su un letto di verdurine. La sfoglia di riso con un prosciutto nostrano ed una spruzzata di aglio e cipolla o ricoperta da una rivisitazione del risotto zucchine e gamberetti.
Sul versante dei vini ce n'è davvero per tutti i gusti ed i palati, ma mi ha conquistata lo spumante rosè dei Tre Mori.
Per chiudere in bellezza un amaro, leggero e gustoso, prodotto con erbe e radici, targato Amaro del rosso ed un freschissimo liquore alla mela annurca. 

 
Ph. Gianni Cesariello