Leonardo e la colomba, andato in scena lunedì scorso, 1 luglio, al teatro Trianon-Viviani, il cosiddetto Teatro del Popolo, nell'ambito del Napoli Teatro Festival, strizza l'occhio alla capacità inventiva e visionaria di Leonardo Da Vinci, con le sue macchine, ma il vero protagonista è il suo omonimo Leonardo da Mirano (però!) ed il suo entourage, costituito dalla mamma chioccia, orgogliosa del figlio, dall'amica Colomba che, come si ha modo di vedere, ha già imparato a volare e dallo zio Orazio, abile tuttofare, dedito a risolvere i problemi dell'allegra combriccola.
Il consiglio iniziale, prima che le quinte si aprano, è quello di "rilassarsi, perchè si tratta di un viaggio ad alto contenuto onirico".
La stessa raccomandazione di quando si sale in aereo e ci si allaccia le cinture, pronti a guardare le cose da un'altra prospettiva, da sopra le nuvole, pieni di incanto e di meraviglia.
Ed anche per questo lavoro le tre parole chiave potrebbero essere: magia, poesia e tocchi sapienti di comicità.
I dialoghi sono ridotti al minimo, visto che, come sottolinea il regista olandese Ted Keijser, già autore di “CIRK il Teatro del circo”
replicato per quasi dieci anni e approdato con successo sul palcoscenico
del Piccolo Teatro Studio di Milano, "perchè parlare quando si può vedere?".
Si tratta infatti di uno spettacolo dove teatro e circo si incontrano ad un crocevia e dove le parole sostengono, accompagnano e fanno da cornice alla levità delle acrobazie e dei giochi aerei degli artisti circensi.
La voce che descrive quanto accade è quella di Emanuele Pasqualini, che cura anche la direzione artistica e organizzativa, definito scherzosamente dal regista come l'Alberto Angela della situazione, per la sua capacità di guidare gli spettatori alla scoperta dei misteri dello spettacolo.
"Non è solo difficile far dialogare linguaggi diversi - sottolinea Ted - ma anche e soprattutto le persone che vengono da percorsi artistici molto dissimili. La maggior parte di loro non aveva mai lavorato insieme ed io stesso non li conoscevo. Per gli artisti circensi, ad esempio, è stato difficile calarsi in un ambito teatrale-attoriale".
Ad incontrarsi sono stati la compagnia veneta Pantakin Circoteatro e la partenopea Baracca dei Buffoni, attiva nell’ambito del teatro di strada e popolare.
A creare una forte alchimia ed un clima empatico sei settimane vissute gomito a gomito, in simbiosi, condividendo davvero tutto.
Come sottolinea il regista, lo spettacolo è partito da una microidea iniziale e poi ognuno l'ha arricchito di un tassello, come quello del marchingegno.
"Io chiedo tanto - evidenzia Keijser - ma propongo anche tanto e se percepisco che un'idea non è fruttuosa e non viene vissuta bene, se non funziona, sono pronto a cambiare gioco. Quello che voglio è suscitare emozioni viscerali, di quelle che toccano lo stomaco. Mi piace il lavoro fisico: per pensare ci sarà tempo, eventualmente, dopo".
Perchè, come ribadisce Ted, non si tratta di recitare bensì di improvvisare, per trasportare il pubblico in un mondo diverso, per arrivare al non conosciuto, abbandonando il noto.
In tal senso, anche quello che inizialmente potrebbe apparire un intoppo, può rivelarsi nevralgico, perchè, alla fine, gestalticamente, potrebbe emergere qualcos'altro di impensato.
Assieme agli artisti si construisce un'atmosfera rarefatta e magica, che avvolge letteralmente il pubblico, facendo sì che lo spettatore vada oltre lo specchio di Alice e acceda, attraverso un armadio immaginario, ad una dimensione parallela, come accade nella pellicola Le cronache di Narnia.
"Nessuno deve recitare - spiega il regista - bensì deve giocare sia individualmente sia in gruppo".
In questo modo sul palco, sospeso tra cielo e terra, emergono i caratteri dei vari artisti: c'è chi ha bisogno di controllare tutto; chi è rigido e disciplinato e chi, ancora, abbisogna della spinta degli altri per lasciarsi guidare nel gioco.
Diversi tipi psicologici che, nello spettacolo, si amalgono dando vita ad una "qualità emergente", in grado di trasfigurare gli oggetti di uso comune, quelli che alcuni definirebbero "robaccia", facendoli diventare altro: biciclette, sgabelli, ruote, scale, secchi sgangherati, vecchie cornici.
Tutto si rivela in grado di creare l'incanto e la meraviglia.
Un'arte a tutto tondo che non ha intenti educativi ma che, per il suo intrinseco modo di essere, incarna una grande lezione applicativa del pensiero creativo nell'affrontare i problemi che quotidianamente la vita pone, conducendo ad insperate scoperte, ma anche di apprendimento cooperativo, dove il gruppo svela la sua autentica forza.
"Il pubblico - continua Ted - a volte va un po' forzato ad immergersi in nuove esperienze che, per la scarsa familiarità, inizialmente potrebbero apparirgli noiose, ma poi, facendo esperienza in vivo... Eccolo lì l'incanto".
Un incanto che, come sottolinea il regista, racchiude la poesia delle piccole cose, che si dischiude nuovamente a chi, bombardato da troppi stimoli, ha perso la capacità di guardare e vivere con intensità.
Un insight, una rivelazione fulminante di bellezza...
Probabilmente, la prossima tappa del viaggio artistico di Ted Keijser sarà in Belgio dove parteciperà ad un progetto che fonde i sorrisi dei clown ed il contrasto al burn-out, la sindrome da demotivazione.
Insomma... Le emozioni belle si impastano con l'arte capace di prendersi cura dell'anima.
Un'arte che ha il sapore lieve ma intenso dell'umiltà, capace di andare a braccetto da una parte con il genio e dall'altra con una profonda umanità.
IL TEAM
IDEAZIONE E REGIA DI TED KEIJSER
CON LAURA BERNOCCHI, ORAZIO DE ROSA, BENOIT ROLAND, SIMONE ROMANÒ, EMANUELE PASQUALINI
IDEAZIONE COSTUMI PINA SORRENTINO
ASSISTENTE ALLA PRODUZIONE IRENE SILVESTRI
DIREZIONE ARTISTICA E ORGANIZZATIVA EMANUELE PASQUALINI
RESPONSABILE ORGANIZZATIVO E TECNICO PER LA CAMPANIA ORAZIO DE ROSA
RESPONSABILE AMMINISTRATIVO FLAVIO COSTA
UFFICIO STAMPA GABRIELLA GALBIATI
COPRODUZIONE PANTAKIN CIRCOTEATRO, LA BARACCA DEI BUFFONI, OPERAESTATE FESTIVAL DI BASSANO
CON IL SOSTEGNO DI FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA.
Un blog nato per farvi appuntare l'attenzione su alcuni aspetti della realtà sociale economica e perchè no? dell'anima...attraverso le mie parole. E per assaporare gioie e dolori, confortandoci e confrontandoci, sempre e comunque. Perchè il confronto è la chiave di un reale sviluppo...
venerdì 5 luglio 2019
martedì 2 luglio 2019
Cenando sotto un cielo diverso: dieci candeline tra gusto d'autore e solidarietà
Prima dell'esordio ufficiale delle Universiadi, c'è stata una vera e propria "Olimpiade", con un intento profondamento educativo. Una staffetta del gusto, dei sapori e della solidarietà. Un passaggio di mano tra conoscenze, competenze ed abilità, ai fornelli ma non solo.
Si tratta dell'evento enogastronomico benefico Cenando sotto un cielo diverso, ideato dalla psicologa e sommelier Alfonsina Longobardi, che quest'anno ha spento le sue dieci candeline.
A duettare i sapori, la bellezza e l'originalità delle composizioni e degli impiattamenti, che fanno assomigliare le pietanze ed opere d'arte. Il diktat è quello relativo alla valorizzazione territoriale, in un sapiente e gustoso melting pot di sensazioni ed emozioni, in un viaggio sensoriale che ha saputo dare risalto a realtà locali diversificate, che, all'insegna di sacrificio ed artigianalità, ogni giorno esistono e resistono, gemellati con il territorio d'appartenenza.
Tante le special guest intervenute all’evento, tra le quali: Luigi Libra, cantautore napoletano il cui primo disco “Terra Viva” è un inno alla “Campania Felix”; Luca Volpe, l’unico mentalista italiano ad essere riconosciuto a livello internazionale nonché volto televisivo di molti programmi in onda sulle reti Rai; Michele Selillo, promessa della musica napoletana reduce dalle partecipazioni come protagonista a spettacoli teatrali e musicali diretti e organizzati da Gianfranco Gallo (come ” Quartieri Spagnoli”) e a spettacoli e varietà dove si è esibito con nomi quali Caterina De Santis, Lucia Cassini, Saverio Mattei, Rosario Ferro e tanti altri; Nicola Coletta, modello e attore attualmente impegnato in un progetto radiofonico di Radio Studio Emme.
“Quest’anno “Cenando Sotto un Cielo Diverso” spegne 10 candeline – afferma Alfonsina Longobardi, ideatrice ed organizzatrice dell’evento -, in virtù di questa maturità anche l’obiettivo della manifestazione è diventato più importante: a partire da quest’edizione raccoglieremo i fondi necessari all’avvio di un laboratorio ludico – didattico per malati schizofrenici che sarà molto probabilmente allocato a Sant’Antonio Abate”.
Ed ancora gli spaghetti di riso alla Nerano (con fonduta di provolone del Monaco, cipolla rossa di Tropea caramellata e tartare di tonno, una ricetta dello chef Marco Nitride); il salmone marinato allo zenzero con yogurt di bufala, aneto e lime, scarola riccia, ravanello e lampone, una ricetta dello chef Nunzio Spagnuolo al timone delle cucine del Rada di Positano.
Si tratta dell'evento enogastronomico benefico Cenando sotto un cielo diverso, ideato dalla psicologa e sommelier Alfonsina Longobardi, che quest'anno ha spento le sue dieci candeline.
A duettare i sapori, la bellezza e l'originalità delle composizioni e degli impiattamenti, che fanno assomigliare le pietanze ed opere d'arte. Il diktat è quello relativo alla valorizzazione territoriale, in un sapiente e gustoso melting pot di sensazioni ed emozioni, in un viaggio sensoriale che ha saputo dare risalto a realtà locali diversificate, che, all'insegna di sacrificio ed artigianalità, ogni giorno esistono e resistono, gemellati con il territorio d'appartenenza.
Obiettivo comune: gettare le basi per un laboratorio ludico per pazienti schizofrenici.
Non a caso “Il rispetto della diversità passa attraverso
il buon gusto” è stato il claim di questa decima edizione che si è svolta domenica 30
giugno presso il Castello di Lettere, che ancora una volta si è confermato suggestiva location.
Centotrenta professionisti dell’enogastronomia
(chef, pizzaioli, pasticcieri, maestri panificatori, produttori) hanno
allestito altrettante postazioni trasformando la roccaforte medievale in un borgo
del gusto.
Tra le proposte culinarie c’erano: piatti classici della tradizione
napoletana come il “ciurillo imbuttunat e fritto” cucinato da “I dottori
del fritto” (fiore di zucca fritto in olio extra vergine di oliva, imbottito
con ricotta, basilico, provola di Agerola e ciccioli di maialino nero casertano);
piatti tradizionali della regione Campania leggermente rivisti come gli
spaghetti di riso alla Nerano (con fonduta di provolone del Monaco, cipolla
rossa di Tropea caramellata e tartare di tonno, una ricetta dello chef Marco
Nitride); la pizza nella sua versione più golosa, ovvero la montanara, che
Aniello e Nicola Falanga hanno farcito con ricotta arricchita con gelsi e
lavorata con menta, pepe e zeste di limoni del Vesuvio e spolverata con briciole
di tarallo napoletano; pietanze dal profumo e dal sapore di mare come il
salmone marinato allo zenzero con yogurt di bufala, aneto e lime, scarola
riccia, ravanello e lampone, una ricetta dello chef Nunzio Spagnuolo al timone
delle cucine del Rada di Positano; prodotti antichi come il “Panis Pompeii” di
Carmelo Esposito, un pane dolce che veniva preparato dagli antichi romani per
le occasioni importanti oppure mangiato a colazione; il cioccolato sottoforma
di sofisticata pralina con ganache al nocino e ganache al cioccolato bianco
racchiuse in un guscio fatto di cioccolato fondente e al caramello (la “Noce
delle Streghe”, una creazione di Gianna Micco che si è classificata terza al
concorso “Miglior pralina 2019”); la golosa torta del pasticciere Raffaele
Caldarelli, una dolce miniatura del Castello di Lettere.
Tante le special guest intervenute all’evento, tra le quali: Luigi Libra, cantautore napoletano il cui primo disco “Terra Viva” è un inno alla “Campania Felix”; Luca Volpe, l’unico mentalista italiano ad essere riconosciuto a livello internazionale nonché volto televisivo di molti programmi in onda sulle reti Rai; Michele Selillo, promessa della musica napoletana reduce dalle partecipazioni come protagonista a spettacoli teatrali e musicali diretti e organizzati da Gianfranco Gallo (come ” Quartieri Spagnoli”) e a spettacoli e varietà dove si è esibito con nomi quali Caterina De Santis, Lucia Cassini, Saverio Mattei, Rosario Ferro e tanti altri; Nicola Coletta, modello e attore attualmente impegnato in un progetto radiofonico di Radio Studio Emme.
“Quest’anno “Cenando Sotto un Cielo Diverso” spegne 10 candeline – afferma Alfonsina Longobardi, ideatrice ed organizzatrice dell’evento -, in virtù di questa maturità anche l’obiettivo della manifestazione è diventato più importante: a partire da quest’edizione raccoglieremo i fondi necessari all’avvio di un laboratorio ludico – didattico per malati schizofrenici che sarà molto probabilmente allocato a Sant’Antonio Abate”.
Hanno collaborato alla realizzazione dell’iniziativa: la show girl
Ida Piccolo, che ha animato la serata intervistando ospiti e chef; il
giornalista Antonio D’Addio in veste di direttore artistico; la delegazione
campana della Fondazione Italiana Sommelier. Oltre all’associazione “Tra
Cielo e Mare”, fondata da Alfonsina Longobardi, le altre associazioni
coinvolte nel progetto sono: Disabili di Gragnano,
L’Aliante, Abili alla Vita.
Il mio percorso enogastronomico
Così come in molti parchi tematici è previsto un braccialetto per accedere al Paese dei balocchi, qui un braccialetto color lilla, calice al collo, ci ha trasportato in un tour del gusto e delle meraviglie con il rotolo di calamaro cotto al forno, frullato e steso, ripieno di baccalà e spinaci. Una cucina resa fusion dall'aggiunta degli azuki verdi, dai micro ortaggi e dalla tapioca. Parola degli chef Salvatore Spuzzo, Alessandro Carella e Pietro Rota di Villa Alma Plena di Casagiove.
Dallo chef Stefano Cavaliere della Trattoria Alici come prima (Cetara) un misto di fagioli con pesto di alici su un letto di crostini fritti.
Un panino alla curcuma, ed il suo gemello alla rapa rossa, farciti con un filetto di tonno dalla copertura croccante ai semi di sesamo (tataki di tonno), nati dalle mani degli chef Rosario Consalvo e Gianluca Centomani della posillipina Villa imperiale.
Ed ancora gli spaghetti di riso alla Nerano (con fonduta di provolone del Monaco, cipolla rossa di Tropea caramellata e tartare di tonno, una ricetta dello chef Marco Nitride); il salmone marinato allo zenzero con yogurt di bufala, aneto e lime, scarola riccia, ravanello e lampone, una ricetta dello chef Nunzio Spagnuolo al timone delle cucine del Rada di Positano.
Si torna poi ai panini con il panino Bao farcito con carne di maiale, e lupini (di terra) che ne aumentano la croccantezza del partenopeo ristorante Tre Piani con lo chef Carlo Spina.
Il Black Cod glassato alla scapece con riflessi di burrata, tarallo alle mandorle e chips di zucchine del ristorante Marea.
Il baccalà con alghe e albicocche del Ristorante San Cristoforo.
Dai paesi vesuviani, ed in particolare da San Giuseppe, arriva la pasta mista con spuma di impepata di cozze, peperoncini verdi di fiume e granella di mandorle del Ristorante Mamma Elena.
Dai paesi vesuviani, ed in particolare da San Giuseppe, arriva la pasta mista con spuma di impepata di cozze, peperoncini verdi di fiume e granella di mandorle del Ristorante Mamma Elena.
Il babà al vino e pesche gustose di Tommaso di Palma dell'Impasta Bistrot di San Giorgio a Cremano.
Ed ancora il tonno crudo con copertura di mozzarella e pomodoro. Il pane all'acqua di mare. La pizza pasquale ricoperta, tra le altre, di borragine e scarola. Il tonno, poi, ridiventa protagonista e si adagia su un letto di verdurine. La sfoglia di riso con un prosciutto nostrano ed una spruzzata di aglio e cipolla o ricoperta da una rivisitazione del risotto zucchine e gamberetti.
Sul versante dei vini ce n'è davvero per tutti i gusti ed i palati, ma mi ha conquistata lo spumante rosè dei Tre Mori.
Per chiudere in bellezza un amaro, leggero e gustoso, prodotto con erbe e radici, targato Amaro del rosso ed un freschissimo liquore alla mela annurca.
Ph. Gianni Cesariello
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venerdì 28 giugno 2019
Vladimiro mira il mare: l'essere umano si confronta con i paradossi dell'esistenza
L'uomo disperso di fronte alla contradditorietà del reale, l'essere umano sperduto in un dedalo di domande e di contraddizioni, in un labirinto di dubbi spesso destinati a rimanere, inesorabilmente e dolorosamente, senza risposta.
L'essere umano che si puntella a fatica su una serie di terreni scivolosi, che si ritrova a percorrere, per poi ripassare sempre dal via in un "fare per nulla" senza fine, e a ben vedere, senza neanche un inizio ben definito.
E' preso in questo circuito il protagonista di Vladimiro Mira Il mare, opera tratta dal progetto Solit'Aria - gestazioni sull'incontenibile andirivieni dell'essere pensante e inquieto. A dargli voce pensiero e fattezze Paola Tortora. Con lei, in scena, la capra Dea (Amaltea) e Stefano Profeta (suggestioni sonore per contrabbasso).
Location d'eccezione il partenopeo Palazzo Reale, con il suo Cortile delle Carrozze (dove l'opera è andata in scena lo scorso giovedì 20 giugno), nell'ambito del Napoli Teatro Festival.
Vladimiro è un esausto, nato dalla penna e dal genio di Samuel Beckett, ma invece di continuare ad aspettare Godot, decide di mettersi alla ricerca della felicità, di esercitare il suo legittimo diritto di resistenza. Questo non vuol dire che questo personaggio dilaniato avrà per la sua esistenza un esito risolutorio e felice, che la felicità, la cui ricerca egli ha spostato da fuori a dentro di sè, gli sia destinata. Anzi: il suo peregrinare nei meandri del suo sè è forse destinato a durare all'infinto, in un loop che si reitera. Quello di cui lui però si riapproria è la possibilità di scegliere, con la relativa presa di consapevolezza e responsabilità, di dire ed agire. Una responsabilutà consapevole che ha il sapore agrodolce della libertà.
E' la libertà parrebbe avere in sè il principio germinativo del sogno, dell'aspirazione persino all'impossibile, che però potrebbe avere il potere di cambiare una vita.
Vladimiro/Paola sulla scena interagisce con una capra, laciandola libera di essere quel che è. Non è un caso che proprio la capra, come ribadisce la protagonista, incarni l'anima di Vladimiro ed insieme il bisogno di accettazione ed aggregazione, la testardagine, la forza di volontà, la libertà, lo slancio vitale insito nella sessualità, il punto d'incontro tra l'umano, essere terrestre per eccellenza, e il divino.
Spesso con la nostra anima, infatti, siamo in conflitto: non ne assecondiamo le istanze, presi dalle altrui aspettative, dai ritmi imposti da altri, da quello che il pensiero razionale e la società vuole che siamo ed appariamo. Più raramente, in uno stato di ineffabile grazia, quando ci mettiamo in autentico ascolto di noi stessi, ritroviamo una vera complicità con la nostra essenza.
Vladimiro vorrebbe avere la purezza ed il coraggio della capra: vivere pienamente nel qui ed ora, assoporandone l'immanenza, ed insieme trascendere questa dimensione, distaccandosi dai limiti e dagli interrogativi che la quotidianità porta inesorabilmente con sè.
Ora lasciamo la parola a Paola Tortora, che ci guida nel percorso dentro l'opera ed il suo personaggio.
D. Vladimiro cerca di sottrarsi all'immobilismo della sua esistenza attraverso una serie di citazioni, che indicano la sua ricerca attiva di senso. Inoltre cerca un luogo diverso, interrompendo un'attesa vuota i cui tempi sono decisi da altri. Qual è l'esito?
R. Vladimiro di Aspettando Godot è uno degli “esausti” per eccellenza dell’opera beckettiana, questa versione, del tutto originale, trae spunto da quella condizione estrema, che genera tutt’altro che immobilismo bensì un “fare per nulla” tipico dell’esausto, anche se in questa creazione si tratta più che di un fare, di un “dire per nulla” . Dunque Vladimiro non cerca di sottrarsi a niente, Vladimiro cerca e basta, costantemente immerso nel mare degli eventi ne affronta il costante naufragio, le citazioni che rievoca sono come scogli ai quali aggrapparsi di tanto in tanto per riprendere fiato e da cui inabissarsi nuovamente nel profondo. Nessun immobilismo, assolutamente. Né ricerca di un senso anzi, desidera piuttosto imparare ad assumersi la responsabilità del non-senso. Lo dice chiaramente all’inizio del “racconto” “Passo ora a dai vita ad un pensiero parlante [..] totalmente inconcludente”..[…]…“onde concedermi.. [..] all’’esercizio del concetto inutile!” La pièce è un sogno in cui Vladimiro smette di aspettare Godot per andarlo a cercare, ovvero smette di attendere un’ipotetica felicità proveniente dall’esterno per trovarla in se stesso; il continuo cambiamento di luogo è metafora del costante peregrinare nei sentieri del Sé, dunque l’ineluttabile attesa che sempre sottende la nostra vita, più che interrompersi, si impregna di un “agire che decide” che dona all’”errante” la responsabilità e quindi libertà del proprio fare/dire nel mondo. Va da sé che non si tratta di ricavare alcun esito da tutto ciò ma solo di prendere consapevolezza del proprio peregrinare all’infinito.
D. Cosa indica tale esito?
R. Non c’è fine e non c’è inizio, Vladimiro E’ immagine, non rappresenta nulla, Vladimiro è ricerca del nulla, Vladimiro è libertà del senso e del non-senso. Vladimiro è l’esausto che riesce finalmente a morire a Sé stesso. Osa prevaricare l’Impossibile, certo vi riesce solo perché sognante, ma “ il sogno è significativo oltre tutto”, esso è mappa, sentiero, faro per la nostra vita, tutt’altro che superfluo, un sogno può cambiare una vita.
D. Vladimiro dialoga con una capra, lasciata libera di muoversi sulla scena e di agire i suoi abituali comportamenti. A volte la asseconda, altre volte di pone in opposizione e la prende per le corna: simbolo di un conflitto con se stessi apparentemente insanabile e di desideri inesaudibili. Se ne può uscire?
R. La Capra è l’Anima di Vladimiro che, sempre in sogno, si incarna in questa forma non certo a caso. La capra è capra! Null’altro che sé stessa, Maestra di Vita e di scena, Anima-le per eccellenza, di estrema sensibilità, intelligenza, istintività, simbolo del divino e della terra. Spiritualità, Cosmo, Fertilità, Sessualità, Libertà, Testardaggine, Dolcezza, la capra patisce la solitudine, ama il gruppo e vive di natura, si arrampica ovunque e si nutre di erba fresca, il suo è il latte della volontà, chiamarla Amaltea è un evidente riferimento alla capra che allattò Zeus. Vladimiro dialoga con sé stesso attraverso “Lei”. Sì: questo dialogo genera conflitti come momenti di grande complicità. Uscire da questo reciproco interrogarsi? In vita no di sicuro, in morte non possiamo saperlo, fa parte dei misteri della nostra esistenza.
D. Spesso le citazioni di Vladimiro, come quella, ad esempio, sul sentimento di mancanza si traducono in un'evidente assenza di senso, un non-senso. Quale potrebbe essere il senso più profondo da ricercare al di là del sentimento del paradossale?
R. Vladimiro dice : “La mancanza, opaco alibi dell’assenza” , questa non è una citazione è una sorta di sua riflessione sul tema dell’apparente Vuoto che ci separa fin dalla nascita dal tutto che ci genera. Un paradosso: gettati ed immersi nella “rete dei fatti” eppur separati e ignari della realtà che ci circonda. Non credo sia possibile individuare un unico senso profondo, ognuno può individuare il proprio, secondo la propria sensibilità e percezione del tutto, per Vladimiro il senso profondo è da ricercare in quell’Assenza-Presenza che contraddistingue l’animale. Cosa fa la capra quando guarda l’albero? Guarda l’albero, punto. Vladimiro cerca di fare come la capra, cerca di guardare l’Albero, quando guarda l’Albero. Ovvero cerca di imparare ad essere immanente e trascendente nello stesso istante.
D. Vladimiro parrebbe compendiare in sè una parte maschile ed una parte femminile, che si nota dall'alternanza di toni. Queste due parti riescono a dialogare davvero?
R. Vladimiro, uomo/donna fa lo stesso, dialoga con la propria anima. Vladimiro è paradigma dell’umano, quindi sia dell’uomo che della donna. Il dialogo non è fra uomo e donna, ma fra uomo/donna e natura, cosmo. L’alternanza delle voci non è voce uomo, voce donna è voce lacerata, ferita dell’essere che dialoga con voce integra, sana dell’essere, non uomo donna, bensì dialogo fra oscurità e luce. Sì: queste due parti riescono a dialogare davvero, ed è solo grazie a questo dialogo che si giunge alla consapevolezza profonda che la libertà interiore dipende anche dall’aprirsi , in modo autentico, a questo continuo confronto , reciproco ascolto, percepire l’“essere E non essere, come paradossi dell’immenso, uno nell’altro uguali!”
Ph. Franco Truono
L'essere umano che si puntella a fatica su una serie di terreni scivolosi, che si ritrova a percorrere, per poi ripassare sempre dal via in un "fare per nulla" senza fine, e a ben vedere, senza neanche un inizio ben definito.
E' preso in questo circuito il protagonista di Vladimiro Mira Il mare, opera tratta dal progetto Solit'Aria - gestazioni sull'incontenibile andirivieni dell'essere pensante e inquieto. A dargli voce pensiero e fattezze Paola Tortora. Con lei, in scena, la capra Dea (Amaltea) e Stefano Profeta (suggestioni sonore per contrabbasso).
Location d'eccezione il partenopeo Palazzo Reale, con il suo Cortile delle Carrozze (dove l'opera è andata in scena lo scorso giovedì 20 giugno), nell'ambito del Napoli Teatro Festival.
Vladimiro è un esausto, nato dalla penna e dal genio di Samuel Beckett, ma invece di continuare ad aspettare Godot, decide di mettersi alla ricerca della felicità, di esercitare il suo legittimo diritto di resistenza. Questo non vuol dire che questo personaggio dilaniato avrà per la sua esistenza un esito risolutorio e felice, che la felicità, la cui ricerca egli ha spostato da fuori a dentro di sè, gli sia destinata. Anzi: il suo peregrinare nei meandri del suo sè è forse destinato a durare all'infinto, in un loop che si reitera. Quello di cui lui però si riapproria è la possibilità di scegliere, con la relativa presa di consapevolezza e responsabilità, di dire ed agire. Una responsabilutà consapevole che ha il sapore agrodolce della libertà.
E' la libertà parrebbe avere in sè il principio germinativo del sogno, dell'aspirazione persino all'impossibile, che però potrebbe avere il potere di cambiare una vita.
Vladimiro/Paola sulla scena interagisce con una capra, laciandola libera di essere quel che è. Non è un caso che proprio la capra, come ribadisce la protagonista, incarni l'anima di Vladimiro ed insieme il bisogno di accettazione ed aggregazione, la testardagine, la forza di volontà, la libertà, lo slancio vitale insito nella sessualità, il punto d'incontro tra l'umano, essere terrestre per eccellenza, e il divino.
Spesso con la nostra anima, infatti, siamo in conflitto: non ne assecondiamo le istanze, presi dalle altrui aspettative, dai ritmi imposti da altri, da quello che il pensiero razionale e la società vuole che siamo ed appariamo. Più raramente, in uno stato di ineffabile grazia, quando ci mettiamo in autentico ascolto di noi stessi, ritroviamo una vera complicità con la nostra essenza.
Vladimiro vorrebbe avere la purezza ed il coraggio della capra: vivere pienamente nel qui ed ora, assoporandone l'immanenza, ed insieme trascendere questa dimensione, distaccandosi dai limiti e dagli interrogativi che la quotidianità porta inesorabilmente con sè.
Ora lasciamo la parola a Paola Tortora, che ci guida nel percorso dentro l'opera ed il suo personaggio.
D. Vladimiro cerca di sottrarsi all'immobilismo della sua esistenza attraverso una serie di citazioni, che indicano la sua ricerca attiva di senso. Inoltre cerca un luogo diverso, interrompendo un'attesa vuota i cui tempi sono decisi da altri. Qual è l'esito?
R. Vladimiro di Aspettando Godot è uno degli “esausti” per eccellenza dell’opera beckettiana, questa versione, del tutto originale, trae spunto da quella condizione estrema, che genera tutt’altro che immobilismo bensì un “fare per nulla” tipico dell’esausto, anche se in questa creazione si tratta più che di un fare, di un “dire per nulla” . Dunque Vladimiro non cerca di sottrarsi a niente, Vladimiro cerca e basta, costantemente immerso nel mare degli eventi ne affronta il costante naufragio, le citazioni che rievoca sono come scogli ai quali aggrapparsi di tanto in tanto per riprendere fiato e da cui inabissarsi nuovamente nel profondo. Nessun immobilismo, assolutamente. Né ricerca di un senso anzi, desidera piuttosto imparare ad assumersi la responsabilità del non-senso. Lo dice chiaramente all’inizio del “racconto” “Passo ora a dai vita ad un pensiero parlante [..] totalmente inconcludente”..[…]…“onde concedermi.. [..] all’’esercizio del concetto inutile!” La pièce è un sogno in cui Vladimiro smette di aspettare Godot per andarlo a cercare, ovvero smette di attendere un’ipotetica felicità proveniente dall’esterno per trovarla in se stesso; il continuo cambiamento di luogo è metafora del costante peregrinare nei sentieri del Sé, dunque l’ineluttabile attesa che sempre sottende la nostra vita, più che interrompersi, si impregna di un “agire che decide” che dona all’”errante” la responsabilità e quindi libertà del proprio fare/dire nel mondo. Va da sé che non si tratta di ricavare alcun esito da tutto ciò ma solo di prendere consapevolezza del proprio peregrinare all’infinito.
D. Cosa indica tale esito?
R. Non c’è fine e non c’è inizio, Vladimiro E’ immagine, non rappresenta nulla, Vladimiro è ricerca del nulla, Vladimiro è libertà del senso e del non-senso. Vladimiro è l’esausto che riesce finalmente a morire a Sé stesso. Osa prevaricare l’Impossibile, certo vi riesce solo perché sognante, ma “ il sogno è significativo oltre tutto”, esso è mappa, sentiero, faro per la nostra vita, tutt’altro che superfluo, un sogno può cambiare una vita.
D. Vladimiro dialoga con una capra, lasciata libera di muoversi sulla scena e di agire i suoi abituali comportamenti. A volte la asseconda, altre volte di pone in opposizione e la prende per le corna: simbolo di un conflitto con se stessi apparentemente insanabile e di desideri inesaudibili. Se ne può uscire?
R. La Capra è l’Anima di Vladimiro che, sempre in sogno, si incarna in questa forma non certo a caso. La capra è capra! Null’altro che sé stessa, Maestra di Vita e di scena, Anima-le per eccellenza, di estrema sensibilità, intelligenza, istintività, simbolo del divino e della terra. Spiritualità, Cosmo, Fertilità, Sessualità, Libertà, Testardaggine, Dolcezza, la capra patisce la solitudine, ama il gruppo e vive di natura, si arrampica ovunque e si nutre di erba fresca, il suo è il latte della volontà, chiamarla Amaltea è un evidente riferimento alla capra che allattò Zeus. Vladimiro dialoga con sé stesso attraverso “Lei”. Sì: questo dialogo genera conflitti come momenti di grande complicità. Uscire da questo reciproco interrogarsi? In vita no di sicuro, in morte non possiamo saperlo, fa parte dei misteri della nostra esistenza.
D. Spesso le citazioni di Vladimiro, come quella, ad esempio, sul sentimento di mancanza si traducono in un'evidente assenza di senso, un non-senso. Quale potrebbe essere il senso più profondo da ricercare al di là del sentimento del paradossale?
R. Vladimiro dice : “La mancanza, opaco alibi dell’assenza” , questa non è una citazione è una sorta di sua riflessione sul tema dell’apparente Vuoto che ci separa fin dalla nascita dal tutto che ci genera. Un paradosso: gettati ed immersi nella “rete dei fatti” eppur separati e ignari della realtà che ci circonda. Non credo sia possibile individuare un unico senso profondo, ognuno può individuare il proprio, secondo la propria sensibilità e percezione del tutto, per Vladimiro il senso profondo è da ricercare in quell’Assenza-Presenza che contraddistingue l’animale. Cosa fa la capra quando guarda l’albero? Guarda l’albero, punto. Vladimiro cerca di fare come la capra, cerca di guardare l’Albero, quando guarda l’Albero. Ovvero cerca di imparare ad essere immanente e trascendente nello stesso istante.
D. Vladimiro parrebbe compendiare in sè una parte maschile ed una parte femminile, che si nota dall'alternanza di toni. Queste due parti riescono a dialogare davvero?
R. Vladimiro, uomo/donna fa lo stesso, dialoga con la propria anima. Vladimiro è paradigma dell’umano, quindi sia dell’uomo che della donna. Il dialogo non è fra uomo e donna, ma fra uomo/donna e natura, cosmo. L’alternanza delle voci non è voce uomo, voce donna è voce lacerata, ferita dell’essere che dialoga con voce integra, sana dell’essere, non uomo donna, bensì dialogo fra oscurità e luce. Sì: queste due parti riescono a dialogare davvero, ed è solo grazie a questo dialogo che si giunge alla consapevolezza profonda che la libertà interiore dipende anche dall’aprirsi , in modo autentico, a questo continuo confronto , reciproco ascolto, percepire l’“essere E non essere, come paradossi dell’immenso, uno nell’altro uguali!”
Ph. Franco Truono
sabato 25 maggio 2019
Lisa Zanardo: l'amore per me ha il colore lilla della serenità
L'amore ha il sapore e il profumo di una tisana alla lavanda. I suoi fiori lilla, infatti, hanno un effetto benefico sulla salute: favoriscono sonni e sogni tranquilli; combattono i fastidi allo stomaco, di quelli che "attorcigliano le budella", ed aiutano a mandar giù ed a digerire i bocconi amari della nostra vita; riportano il sorriso, scacciando le emicranie, quei mal di testa provocati dall'insidioso accumulo di pensieri pesanti e di ricordi dolorosi e deleteri.
Lo sa bene Lisa Zanardo, che sta presentando a Padova, dalle ore 18.00, alla libreria Mondadori Bookstore, in piazza Insurrezione 1, il suo romanzo Visioni d'amore color Lilla, edito da Onda d'Urto (il libro è acquistabile, tra gli altri canali, qui).
In questo romanzo, nelle sue atmosfere, nelle amicizie che lo abitano, nella semplicità ed incisività dei dialoghi, Lisa trasfonde il suo sentire ed alcune esperienze, anche estremamente dolorose, trovano il cantuccio giusto per raccontare di sè, a partire dalla sua malattia, la sclerosi multipla, di cui l'autrice sonda le possibili radici.
"In questo romanzo - racconta - mi sono finalmente sentita pienamente affidabile psicologicamente: qualcuno su cui poter contare e questo grazie all'incontro con alcune belle persone. Ho compreso quanto la mia vita fosse fondata su insicurezza e paura e sono diventata il mio punto fermo, nonostante la mia malattia abbia un decorso imprevedibile. Uno strumento, quello del romanzo, che mi ha permesso da una parte di prendere le giuste distanze da me stessa, e dall'altra di riscoprirmi come persona e come donna, per raggiungere i miei obiettivi".
Il romanzo è frutto, dunque, di un processo attraverso il quale l'autrice si è "scartavetrata l'anima", come sottolinea lei stessa, riuscendo a tradurre in inchiostro e parole la sua necessità di elaborare esperienze ed emozioni.
"Alla fine - continua Lisa - mi sono ritrovata tra le mani una storia. Io parto da un'immagine che rimanda ad una situazione e la racconto, entrando in empatia con i personaggi. Non invento nulla. La scrittura è stata per me un vero toccasana: mi ha salvato, facendomi riemergere dal buco nero, dal fondo buio, nel quale ero finita, Sono riuscita a rialzarmi grazie al mio rinnovato relazionarmi con gli altri".
E' così che Lisa non si è più sentita isolata ed ha trovato nella scrittura un punto di riferimento solido cui aggrapparsi, riuscendo a dimostrare a se stessa e agli altri di potercela fare. E la sua intensa "voglia di vivere è saltata fuori".
Il romanzo fa registrare una decisa maturazione nello stile, rispetto al primo lavoro autopubblicato nel 2013, Ogni giorno un nuovo inizio (ripubblicato con Bertoni Editore nel 2018 con alcune significative modifiche ed integrazioni, tra le quali il capitolo Confessioni dal futuro. Il libro costituisce una guida galattica per orientarsi all'interno del mondo della sclerosi multipla. Una bussola per uscire fuori da un dedalo, un punto di rottura, che le ha consentito di buttare fuori quello che albergava dentro di lei e che stava cominciando a diventare nocivo. Il libro è acquistabile qui).
"Adesso sento - racconta l'autrice - di riuscire a far vedere anche al lettore quello che vedo o quel frammento narrativo che voglio che egli condivida con me. Per lungo tempo, non sono riuscita a conciliare la mia malattia con le vite degli altri che erano intorno a me. Oggi la scrittura mi ha fatto trovare il modo di vivere la mia esistenza, forse non come riescono a fare loro, ma facendo comunque parte del loro universo".
Lo sa bene Lisa Zanardo, che sta presentando a Padova, dalle ore 18.00, alla libreria Mondadori Bookstore, in piazza Insurrezione 1, il suo romanzo Visioni d'amore color Lilla, edito da Onda d'Urto (il libro è acquistabile, tra gli altri canali, qui).
In questo romanzo, nelle sue atmosfere, nelle amicizie che lo abitano, nella semplicità ed incisività dei dialoghi, Lisa trasfonde il suo sentire ed alcune esperienze, anche estremamente dolorose, trovano il cantuccio giusto per raccontare di sè, a partire dalla sua malattia, la sclerosi multipla, di cui l'autrice sonda le possibili radici.
"In questo romanzo - racconta - mi sono finalmente sentita pienamente affidabile psicologicamente: qualcuno su cui poter contare e questo grazie all'incontro con alcune belle persone. Ho compreso quanto la mia vita fosse fondata su insicurezza e paura e sono diventata il mio punto fermo, nonostante la mia malattia abbia un decorso imprevedibile. Uno strumento, quello del romanzo, che mi ha permesso da una parte di prendere le giuste distanze da me stessa, e dall'altra di riscoprirmi come persona e come donna, per raggiungere i miei obiettivi".
Il romanzo è frutto, dunque, di un processo attraverso il quale l'autrice si è "scartavetrata l'anima", come sottolinea lei stessa, riuscendo a tradurre in inchiostro e parole la sua necessità di elaborare esperienze ed emozioni.
"Alla fine - continua Lisa - mi sono ritrovata tra le mani una storia. Io parto da un'immagine che rimanda ad una situazione e la racconto, entrando in empatia con i personaggi. Non invento nulla. La scrittura è stata per me un vero toccasana: mi ha salvato, facendomi riemergere dal buco nero, dal fondo buio, nel quale ero finita, Sono riuscita a rialzarmi grazie al mio rinnovato relazionarmi con gli altri".
E' così che Lisa non si è più sentita isolata ed ha trovato nella scrittura un punto di riferimento solido cui aggrapparsi, riuscendo a dimostrare a se stessa e agli altri di potercela fare. E la sua intensa "voglia di vivere è saltata fuori".
Il romanzo fa registrare una decisa maturazione nello stile, rispetto al primo lavoro autopubblicato nel 2013, Ogni giorno un nuovo inizio (ripubblicato con Bertoni Editore nel 2018 con alcune significative modifiche ed integrazioni, tra le quali il capitolo Confessioni dal futuro. Il libro costituisce una guida galattica per orientarsi all'interno del mondo della sclerosi multipla. Una bussola per uscire fuori da un dedalo, un punto di rottura, che le ha consentito di buttare fuori quello che albergava dentro di lei e che stava cominciando a diventare nocivo. Il libro è acquistabile qui).
"Adesso sento - racconta l'autrice - di riuscire a far vedere anche al lettore quello che vedo o quel frammento narrativo che voglio che egli condivida con me. Per lungo tempo, non sono riuscita a conciliare la mia malattia con le vite degli altri che erano intorno a me. Oggi la scrittura mi ha fatto trovare il modo di vivere la mia esistenza, forse non come riescono a fare loro, ma facendo comunque parte del loro universo".
mercoledì 8 maggio 2019
Dimora dell'Artista: cura dei dettagli nel cuore antico di Lecce
Di esempi del fatto che crederci è potere, in un’epoca dove
spesso la speranza rischia di cedere il passo alla disperazione ed al vuoto
progettuale, laddove la crisi economico-finanziaria morde, ce ne sono tanti e
molti provengono da un Sud dove le bellezze paesaggistiche, culturali, storiche
ed archeologiche e la propositività si
impastano con criticità ataviche, con (e contro) le quali solo l’impegno, la competenza
e la capacità di ripensare il proprio percorso esistenziale permettono di
confrontarsi.
Ne è dimostrazione un B&B situato nel cuore antico di
Lecce, città maestosa e magica definita come la Firenze del Sud, costruita con
una pietra talmente bianca e brillante da rivaleggiare con la luce solare, di
cui assorbe e riflette i raggi fulgidi. Una piazza così centrale, quella
dedicata a Sant’Oronzo, che si suole dire che tutte le strade portino a lei,
così come, per altri versi ed in altri luoghi, tutte le vie portano nell’urbe
eterna: Roma.
Nel cuore della piazza troneggiano i resti dell’Anfiteatro
Romano, che richiama alla memoria millenni di storia ed all’interno del quale
si percepisce il respiro profondo di un tempo antico.
In città, poi, da una parte occhieggia il Castello di Carlo
V, da poco restituito a nuova vita e reso fruibile al pubblico. Dall’altra, la
maestosità della chiesa dedicata a San Matteo, vero e proprio trionfo del
Barocco leccese.
Ed ancora, la Basilica di Santa Croce, con la sua facciata,
attualmente in fase di ristrutturazione, che sembra impreziosita da un
elaborato, ma delicato, ricamo all’uncinetto.
Un B&B dal sapore raffinato, allestito per garantire un
comfort high level, associato ad uno
stile ricercato, quello post-industriale che richiama gli anni ‘60.
Il suo nome ne suggerisce l’unicità e l’atmosfera bohemien:
si tratta, infatti, della Dimora
dell’Artista, di cui è titolare Gaetano
Corlianò assieme a Massimo Meo.
Un’avventura, quella all’interno dell’ambito della
ricettività turistica, iniziata circa due anni fa, quando Gaetano, assieme al suo amico Massimo, si imbatte in uno stabile ottocentesco, di gran pregio, situato in
via Federico D’Aragona.
Gaetano e Massimo per 30 anni si sono dedicati, anima, corpo e cuore, ai
supermercati della grande distribuzione (GDO) e quell’esperienza nevralgica e
pluriennale, di lunghissimo corso, decidono di portarla con sé ed utilizzarla in
questa nuova impresa, avviata all’insegna della valorizzazione del territorio,
delle sue bellezze e delle potenzialità insite proprio nel segmento della
ricettività turistica.
“L’esperienza della grande distribuzione – spiega Gaetano – è stata
importantissima, perché mi ha permesso di acquisire e di padroneggiare l’utilizzo
delle tecniche di marketing, che ci hanno permesso di fare il nostro ingresso
sul mercato, nonché di assumere consapevolezza e dimestichezza nella gestione
del rapporto con i clienti, un pubblico eterogeneo che abita anche l’ambiente
turistico.
Per grande distribuzione, infatti, si intende un ambiente di
circa 1000 metri dove il contatto umano appare basilare, tale da sviluppare
l’atmosfera tipica di una casa e di una famiglia. Mentre nell’ipermercato, date
le dimensioni, il cliente è ridotto ad un oggetto, nel supermercato si ha modo
di parlarci, di conoscerlo bene e di potergli dispensare consigli mirati”.
L’immobile ottocentesco, situato nel cuore del centro
storico, sembra avere davvero le carte in regola e così i due amici, divenuti
soci in affari, danno il via alla ristrutturazione e innovano soprattutto
nell’arredamento, lasciando intatto il fascino discreto ed elegante
dell’edificio.
“L’architetto – continua Corlianò - si è molto divertito nell’immaginare e
realizzare il design degli interni. Abbiamo, infatti, deciso di ispirare lo
stile all’industria degli anni ’60, facendo dialogare antico e moderno
industriale. Questo per diversificare il nostro B&B dagli altri: così
abbiamo lasciato intatti i muri del palazzo storico, modificando perlopiù gli
arredi e l’immensa scala d’ingresso, che attualmente non è più costituita da
pietra leccese, bensì è realizzata in ferro”.
L’INCOMING
Il flusso di turisti che si recano nel Salento e scelgono di
farsi coccolare dalle atmosfere de La Dimora dell’Artista sono per il 40% Italiani
e per il 60% stranieri, provenienti da tutto il mondo, in particolare da
Francia, Inghilterra, Polonia e Romania (sono proprio questi ultimi a chiedere
spesso i servizi extra-lusso e top), senza dimenticare gli Americani.
Tanti i pacchetti proposti: dai tour a zonzo attraverso il
Salento, ai pranzi in agriturismo, passando per le degustazioni di vini dal
flavour intenso e le gite a Matera con i suoi sassi e le sue mille suggestioni
e sfumature. Con l’approssimarsi della
stagione estiva, inoltre, è allo studio la possibilità, fattasi sempre più
concreta, di offrire un servizio-navetta per recarsi a mare sia sul versante
adriatico sia su quello ionico e la stipula di convenzioni con alcuni lidi
balnari.
“Lo scopo – evidenzia Corlianò – è favorire la conoscenza del
territorio. Gli stranieri, in generale, si affidano in maniera totale, sin da
subito, alle nostre proposte, mentre gli Italiani, inizialmente, sono più
diffidenti e propensi al ‘fai da te’, ma poi finiscono per incuriosirsi e per
lasciarsi conquistare dai nostri suggerimenti e non rimangono mai delusi da ciò
che offriamo”.
UNA NUOVA
AVVENTURA
A marzo del 2019, poi, Gaetano, assieme a Massimo e a sua moglie Ornella,
decide di lanciarsi in un ulteriore sfida ricettiva grazie alla scoperta di
una nuova struttura “davvero bellissima”, questa volta situata in via Gorizia,
a poca distanza da Porta Rudiae, la porta più antica tra i quattro ingressi
alla città (ci sono anche Porta Napoli, Porta San Biagio e Porta San Martino). Nasce così la Dimora dell'Artista II.
“Si è trattato di un progetto la cui realizzazione si è
rivelata più veloce e meno impegnativa, a livello strutturale. Ovviamente tutte
le fasi di start up risultano molto
laboriose ed implicano un momento, della durata di circa un anno, caratterizzato
da quella che potremmo definire come sofferenza
iniziale sistematica. Infatti, per farsi conoscere, è necessario offrire
tutto ciò che offrono gli altri, ma spesso anche molto di più, a prezzi
concorrenziali. Nella fase iniziale, particolarmente importante risulta il
patrimonio di buone recensioni che si riesce a capitalizzare, corrispondente ai
feedback lasciati da altrettanti clienti soddisfatti, la cui eco viene
amplificata attraverso le condivisioni e l’utilizzo dei social network”.
Attenzione, però, ammonisce il titolare: quello compiuto
sulle piattaforme create per far conoscere ai clienti le strutture ricettive esistenti,
le loro peculiarità ed i servizi offerti, è un lavoro costante, certosino e multitasking, cioè compiuto
contemporaneamente su più realtà multimediali, su cui è indispensabile operare:
da Booking ad Expedia, passando per Airbnb, visto che ogni strumento presente
sulle intricate vie del web ha le sue specificità, indispensabili per
intercettare una certo tipo di clientela, in giro per il mondo.
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