domenica 6 marzo 2022

Il coraggio di Ofelia raccontato da Viola Di Caprio al Tram di Port'Alba

 Ofelia, protagonista de La risposta di Ofelia di e con Viola di Caprio vive una situazione claustrofobica e sarà in scena al Tram di Port'Alba fino a stasera, domenica 6 marzo, alle 18:00.

Isolata in una stanza del castello di Amleto vorrebbe vivere, scoprire, capire, amare... ma tutto questo sembra inesorabilmente esserle precluso.


 

Da forze esterne, che complottano, tramano e decidono per lei, cercando di muoverla come una pedina. E da forze che si agitano dentro di lei, boicottandone il conato di indipendenza... per paura, senso di inadeguatezza o semplicemente perchè il suo essere delicata e pura cozza ed è poco funzionale al mondo circostante.

Così lei si muove con un casco da speleologo che la aiuta a sondare il buio e una corda, che diviene al contempo limite, che la supporta nell'orientarsi, ma non riesce a fare il passo decisivo, che la porti definitivamente fuori da lì. Ci prova e riprova, ma poi si ritrae spaventata e attonita.

“La risposta di Ofelia nasce per un workshop di fotografia di scena, si delinea attraverso le sole battute originali di Shakespeare rese insieme a dei movimenti, per creare qualche variazione utile ai fotografi – spiega Viola Di Caprio che con La risposta di Ofelia è al suo secondo testo originale -.  Inizio a pensare a uno spazio per il personaggio; intanto a Napoli trovo, per caso, il costume adatto (in quel negozio, a piazza Trieste e Trento, ce ne sono ancora tanti, di tanti colori!). Mentre Ofelia studia e gioca con le battute e la sua danza, arriva marzo 2020 e il workshop di fotografia viene annullato. Ofelia resta in casa con me in lockdown, ci facciamo compagnia, immaginando le sue stanze, la sua condizione, il suo percorso non detto, fino alla risoluzione finale, e cerchiamo un’altra voce, ad aggiungersi e a sporcare il meraviglioso sound shakespeareano, fatta di assurda immaginazione”.

Il personaggio di Ofelia ormai respira di vita propria, condivide l'isolamento con Viola e le cammina al fianco, in attesa di mostrarsi al pubblico.

L'occasione arriva quando lo spettacolo viene selezionato al Roma Fringe Festival 2021 e debutta nella Capitale, al Piccolo Eliseo, in un teatro ancora senza pubblico.


 

"Con l'artificio narrativo del casco dotato di luce - racconta Viola - volevo anche far vedere, mentre avanzavo verso il palco nel teatro vuoto,  l'assenza così stridente degli spettatori".

Mentre Ofelia resta chiusa nel suo micromondo, dialogando con i fiori, i cui significati le sono stati lasciati in eredità dalla madre morta prematuramente - il ranuncolo, la viola del pensiero, simbolo di una dolcezza intensa ma effimera e transeunte, il ciclamino, la margherita, le orchidee - il mondo irrompe violentemente a squarciare la sua intimità.

Prima il principe danese, discinto e sofferente, si presenta a lei durante la notte. In seguito giunge lo spirito della madre-fata, che la protegge e la incita a vivere e a non consumarsi fino a scomparire, cancellando le tracce del suo passaggio su questa terra. Poi la regina Gertrude, volgare e sguaiata, ma vitale, che la esorta a vivere senza sensi di colpa la carnalità "a carrettate".

Personaggi autonomi, sospesi tra questo mondo e l'altrove - dove si racconta che le anime dei trapassati giochino a dadi e dove ben presto arriverà Polonio con la sua ansia di comando - ma anche, forse, istanze conflittuali che si agitano all'interno dell'anima e del corpo della stessa Ofelia.

"Alla fine Ofelia - racconta Viola - è sotto scacco - rinnegata da un mondo che non le concede davvero la possibilità di scegliere, privata della possibilità di un amore puro e sincero, non può far altro che astrarsi da questo contesto di senso e significato, sottraendosi alla sua violenza. Infatti dopo la morte del padre crollerà tutto il suo universo. Tutto precipita, ma lei non si fa corrompere... non si incattivisce".

Così, come una sirena, dopo un breve volo, si immerge nelle acque e affonda, continuando a cantare strofe di vecchie canzoni confortanti.


 

Viola Di Caprio interpreta magistralmente tutti i personaggi, cambiando stili e timbri. Manipola con coraggio il testo shakesperiano. Ne sporca il sound, ma allo stesso tempo rimane fedele al suo spirito e al suo "sangue" contemporaneo e criptico,

domenica 27 febbraio 2022

Nozze di sangue di Lorca: un'amara condanna della dittatura, capace di spargere solo sangue e dolore

E' finito il conto alla rovescia per l'ultima replica di Nozze di Sangue di Federico Garcia Lorca, in scena stasera, domenica 27 febbraio alle 18, al Tram di Port'Alba.


 


Lorca, che avrebbe trovato la morte durante il regime franchista, trae spunto da un episodio di cronaca avvenuto nell'Andalusia rurale del 1928. Un fatto di sangue e di coltello che richiama il codice d'onore tipico della comunità della tribù.

Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies spiega che mentre le società sono rette dall'interdipendenza reciproca sul piano della divisione del lavoro, le comunità si basano sulla condivisione di usi, costumi e tradizioni che fondano un legame che ha il sapore dell'appartenenza.
 
Un'appartenenza basata, dunque, su un rigido sistema di regole che priva le persone della possibilità di poter scegliere per la propria vita e dà loro senso e significato solo in virtù del ruolo che rivestono all'interno del sistema familiare e sociale.
 

 
 
Così sulla scena non troviamo persone appellate con il loro nome proprio bensì la Madre, il figlio e futuro sposo, la sposa, la moglie e le voci di popolo.
 
"Il vero demiugo - spiega il regista Gianmarco Cesario - è la Madre, che decide delle vite di tutti. Ella incarna il dittatore per eccellenza e per questo ho scelto di farla interpregtare da un uomo". 
 
I personaggi sono tutti vestiti di nero, a indicare la forza omologante esercitata dalla comunità, ma anche la morte della libertà e del loro io.
 
Sullo sfondo del palco si intravede una sagoma  scura. E' il contenitore degli scarni costumi di scena, essenziali eppure di grande resa, capaci di diventare un pugno nello stomaco, uno shock per le coscienze, un monito.
 
Quella sagoma, per certi versi informe e totalizzante nella sua essenza, può divenire anche una tomba: per la libertà di azione e di pensiero, per i sogni e le speranze, per la tenerezza.
 

 
 
In essa trovano riposo il marito e il primogenito della Madre, uccisi da un oggetto tanto piccolo quanto mortale e infido come un coltello, strumento di vendetta durante la faida con i Felix.
 
Trovano sepoltura le speranze della sposa, che vorrebbe vivere come un uomo e amare alla luce del sole Leonardo, ma che, per sfuggire al suo destino di sepolta viva in una casa divenuta tomba, cerca di abbeverarsi alla flebile fonte d'acqua e di vita dello sposo.
 
Non a caso il suo viso scavato, il suo pallore e le sue labbra bluastre ricordano quelli di un cadavere e la sua corona di fiori d'arancio assomiglia più a un orpello mortuario fatto di petali avvizziti.
 
Trova la fine, in quella tomba che tutto e tutti fagocita, la dedizione e la tenerezza dello sposo, tradito nel giorno stesso delle sue nozze dalla fuga della sua amata con Leonardo.
 
Trovano la fine le mire di accumulazione capitalistica del di lei padre, che in quel matrimonio vede un accordo vantaggioso e a buon mercato, attraverso il quale poter ampliare e rafforzare il suo possesso, il denaro accantonato e consolidare - nonchè migliorare -  la sua posizione nella gerarchia economica, ma anche uno strumento per avere a disposizione braccia forti per dissodare una terra arida e ingrata, che pure bisogna trovare il modo di sfruttare.

Trovano la morte anche lo sposo e Leonardo, elemento disturbante dell'intera comunità, tormentato dai suoi demoni e inseguito dalle colpe che lo stritolano e si susseguono, mordendosi a vicenda. 
 
Lui che, quasi inconsapevolemente, scompagina questa struttura ferrea, dove ognuno ha la sua funzione, facendo sì che il figlio non sia più figlio nè sposo, nè sia tale la madre, nè la sposa, nè la moglie, come ribadisce il regista.

Trovano fine anche le chiacchiere del coro, delle malenlingue, che non hanno più nulla di cui sparlare o semplicemente da commentare o invidiare.
 
E, infine, trovano riposo anche le preoccupazioni della madre, ora che non ha più nessuno su cui vegliare. Tutti, infatti, ormai riposano sotto il grano dorato, annaffiato dalla pioggia.
 
Un'atmosfera claustrofobica e ostile, soffocante, dove persino la luce della luna, anzichè portare ristoro, diventa strumento di morte, perchè disvela il nascondiglio dei due amanti.
 
Al centro di tutto c'è il sangue : che unisce, che divide, che ribolle, che offusca le coscienze e i sensi, rombando  nelle orecchie, sorde al buonsenso e alla razionalità in nome di regole primordiali e crudeli.
 
Alla fine, quando tutto è ormai perduto, la sposa tenta di ripristinare l'ordine e di tornare nei ranghi, in nome della sua virginale purezza preservata.
 
Chiede la morte o il perdono che le permetta di piangere accanto alla Madre, riabilitata nella gerarchia costituita e agli occhi del mondo.
 
Ma tra le due donne non vi può essere comprensione nè umana compassione.
 
La Madre, infatti, ha annullato completamente il suo essere donna, in nome di un concetto distorto e patriarcale di onestà, e ora ha quasi una natura ermafrodita, in cui ha inglobato, sostituendolo, l'elemento maschile del padre ormai assente. 
 
Lei non è in grado di sentire, di provare empatia e nemmeno di comprendere l'altro da sè. 

Da lei può arrivare solo una dura  condanna per la sposa, che ha ceduto alle lusinghe della passione e delle emozioni e non ha saputo preservare la sua onestà in nome delle leggi della morale.
 
Le due donne, dunque, rimangono vicine ma separate da una trincea tanto invisibile quanto invalicabile, simili a due pietà dolenti contrapposte, ognuna chiusa nel proprio universo, dove il perdono non ha diritto d'accesso.

NOZZE DI SANGUE

di Federico Garcia Lorca

adattamento e regia Gianmarco Cesario

con Pietro Juliano, Leonardo Di Costanzo, Guido Di Geronimo, Germana Di Marino

e con le danzatrici Adriana Napolitano (17/18/24/25/26/27 febbraio) e Ilaria Leone (19/20 febbraio)

coreografia Mario Guadagno

costumi ed ambientazione scenica Melissa Di Vincenzo

musiche Pasquale Ruocco

disegno luci Tommaso Vitiello

assistenti alla regia Tina Ferrante | Carmen Pennacchio


 

domenica 13 febbraio 2022

Amleto: rivelare la verità attraverso l'arte, specchio della natura

 Amleto (o il Gioco del suo Teatro) per la regia e l'allestimento di Giovanni Meola è, come rivela il titolo stesso, un gioco. Un gioco cui sarà possibile assistere anche stasera, domenica 13 febbraio alle 18:00, al teatro Tram di Portalba.

Il gioco è penalizzato nella nostra cultura di riferimento, perchè viene associato a qualcosa di fanciullesco e in qualche modo di poco importante.

In realtà il gioco rappresenta, a tutte le età, uno strumento di crescita e di confronto, utile a allenenarsi, con leggerenza calviniana, nel role taking, l'assunzione del ruolo dell'altro, un momento in cui si indossano numerosi vestiti che apparentemente non ci appartengono. Serve a sperimentare, simulandole, varie situazioni di vita.

Poi c'è anche un altra prospettiva e ce la rivela la parola inglese joke, che significa scherzo. Mi viene in mentre un vecchio adagio che ci ricorda che "nello scherzo si dicono le cose serie".


 

E'  per questo che il principe Amleto, dopo che suo padre in sogno gli ha rivelato di essere stato ucciso per mano del fratello, decide di affidare al teatro, incarnato da un gruppo di attori che divengono specchio della natura, il compito di rivelare il vero. Per non dimenticare e per non spegnere il lume della ragione e della verità. Paradossalmente, però, in un mondo in cui le apparenze sono mistificatrici e la verità viene messa a tacere, per cercare di far prevalere la ragione il principe danese deve varcare i confini della pazzia.

Pare frutto di un gioco la rappresentazione che Amleto reclama. Poco più di uno scherzo, della facezia di un burlone, quei versi aggiunti quasi a caso per un divertissement, ma l'obiettivo del principe - filosofo è ambizioso: "continuare a essere e a esistere auteticamente per sognare". Ritrovare i sogni, dunque, e fugare gli incubi. Quelli che nascono dai complotti orditi da anime nere, scure come le pareti del palco del piccolo teatro Tram di Portalba che ospita la rappresentazione.

Il teatro, dunque, liberandosi da inutili orpelli e innaturali enfatizzazioni di situazioni e stati d'animo, rivela di avere un ruolo cruciale: riflettere la realtà, esserne specchio meno reale ma più vero, e far, parallelamente, riflettere su di essa.

Secondo le parole del regista, Amleto è uno dei personaggi più moderni della drammaturgia  e delle stesse tragedie shakesperiane. Non uomo idealizzato nè monolitico, bensì essere umano scisso, frammentato, corroso da dubbi e conflitti. Profondamente contraddittorio, laddove pensa una cosa e ne fa un'altra. Prende una decisione e poi fa un passo indietro.

Ofelia è la sua figura amata e complementare. Infatti, se Amleto vive il crollo delle illusioni e lo scollamento tra il dire e il fare, Ofelia non sa concepire una realtà diversa da come appare. Troppo onesta e tersa per concepire l'accusa infima, l'inganno e il complotto, questa figura, tragica , vittima dei demoni che la perseguitano al pari del protagonista, finisce per eclissarsi, forse per scelta o forse per tragica fatalità... l'opera originale e il regista non lo rivelano.


 

Sul palco si alternano solo tre attori ad interpretare tutti i personaggi, Solene Bresciani, Vincenzo Coppola e Sara Missaglia  della compagnia Virus Teatrali.

Assistente alla regia Chiara Vitiello e costumi di scena, all'insegna dell'essenzialità, firmati da Marina Mango.

 

Due voci femminili, in dialogo con quella maschile, che sgusciano fuori dalla propria pelle per entrare in quella di vari personaggi, partorendo e riparterendo, non senza sforzo, se stessi e interpretazioni sempre più sconsapevoli in un tourbillon, un vortice, che avvolge e stupisce lo spettatore. Una rappresentazione che alterna  diversi ruoli e che affida il cambio di ritmo e di ambientazione non a caratterizzazioni fisse e alla cristallizzazione di genere, bensì all'intensità della resa scenica, capace di traslarsi e traformarsi continuamente. 

 

A distanza di secoli le donne si riappropriano del palco, interdetto loro in epoca elisabettiana.

 

Ogni personaggio ha i suoi tormenti, amplificati da una cassa che rappresenta il rimbombo del dubbio nella coscienza. Un dialogo interiore esternalizzato attraverso una serie di domande rivolte all'amico Orazio, spettatore inerme dello scorrere di tanti fatti di tradimento e di sangue.

 


Ma il dubbio non viene mai fugato del tutto.

 

"Si tratta di un'opera densa di misteri e di cose non dette - rivela Meola - . D'altronde Shakespeare faceva parte della Compagnia del Ciambellano e tanti aspetti all'epoca, persino i più impensati, potevano assumere un significato politico. Se, per esempio, il personaggio della madre di Amleto fosse stato accusato esplicitamente di essere complice nell'assassinio del marito, quest'accusa sarebbe potuta suonare rivolta a Elisabetta nei confronti di Maria Stuarda".


Il riadattamento di Meola scompone e ricompone i frammenti della narrazione, li moltiplica in migliaia di potenziali specchi, incastri e punti di vista.

 

Il risultato è che lo spettatore, così come avviene per quegli specchi... non può non riflettere... su di sè e sulla sua identità; sulla vita con le sue inevitabili e ineliminabili contraddizioni; sul valore della cultura e del pensiero critico e sulla funzione del teatro che, attraverso apparenti infingimenti e giochi di ruolo, si fa veicolo di una consapevolezza profonda, capace di bucare il velo delle apparenze.


Ph. Nina Borrelli

mercoledì 5 gennaio 2022

Pizza Social Lab: cliente ben sfamato, palato consolato

 

"A che bello menu solo da Pizza Social Lab o sann fa!".
 
Se siete alla ricerca di un'Epifania ricca di leccornie, ma a misura dei gusti di tutta la famiglia, la vostra meta è in via Barbagallo 15 b.
 

 
 
Cinquecentocinquanta posti a pieno regime (compresi quelli allocati nello spazio esterno in fase di restyling). Circa 200 all'interno, tenuto conto delle misure di distanziamento. Un'atmosfera calda e accogliente, all'insegna dell'informalità. 
 

 
 
Una sfida cominciata quasi in concomitanza dello scattare del lockdown e delle misure anti-pandemiche, che ora vuole premere sull'acceleratore per recuperare sia lo stop legato  alla fase di chiusura forzata sia superare gli ostacoli tipici del momento di start-up.
 
Tre forni: uno per garantire una cottura lenta e dolce, tra i 350 e i 400 gradi; uno per una cottura più rapida e intensa a 480-500 gradi; uno esclusivamente destinato a sfornare delizie gluten free.
 

 
 
Tre tipi di impasto che danno vita a: una pizza contemporanea dal cornicione alto e idratato; una lievitata fino a 36 ore, ottenuta per sottrazione d'aria, definita 'a rot e carrett; una destinata agli avventori celiaci.
 

 
 
Due maestri pizzaioli all' opera: Antonio Mascia e Rosario Ferraro, cui, sul versante beverage, si aggiunge la maestria del bar tender Carlo Migliarotti con i suoi cocktail multicolor e multigusto.
 

 
 
"Al mio impasto aggiungo la biga, un prefermento - spiega Antonio -. La lievitazione è indiretta e dura fino a 60 ore, conferendo al tutto una grande idratazione. Io utilizzo un blend di farine 1 e 3, non raffinato e molto nutriente".
 
Via libera, poi, alla varietà dei topping con golose guarnizioni, frutto dell'incontro tra diverse tradizioni regionali, come nel caso della cotto, porcini e stracciatella di bufala.
 

 
 
Spazio a sua maestà la frittatina di maccheroni in 4 gustose varianti: classica; alla sorrentina (con gnocchi e ragù napoletano); alla carbonara; paglia e fieno, i cui ingredienti predominanti sono speck dell'Alto Adige, noci di Sorrento e taleggio.
 

 
È fondamentale ricordare che le materie prime utilizzate a completamento sono DOP, come per esempio  la provola di Agerola e il parmigiano stagionato 24 mesi. 
 

 
 
Se Antonio si sbizzarisce nelle coperture, dando vita anche a una magistrale pizza fritta ripassata al forno, arricchita da un ragù di manzo di prima qualità, che richiama alla memoria quello della tradizione più pura, tramandato dalle nonne alle mamme; Rosario resta fedele alla tradizione con gusti rigorosamente classici come Margherita, Marinara e salsiccia e friarielli.
 

 
 
"Utilizzo una doppia lievitazione - spiega - con farina Caputo 00. C'è una prima fase, che dura 24-28 ore, e la seconda che arriva fino a 36. La cottura è molto veloce e intensa e il risultato è una pizza croccante, ma non biscottata, e al contempo friabile, con la consistenza che di solito viene conferita all'impasto dall'utilizzo di farine rosse". 
 

 
Tutto il menu, rigorosamente fresco, è disponibile anche per celiaci, dall'antipasto al dolce. Infatti, come non cedere alla tentazione del cannolo fritto farcito con ricotta di bufala e, a scelta, gocce di cioccolato o amarene.
 

 
 
Come topping della pizza gluten free i maestri pizzaioli puntano sulla semplicità : una base di polvere di pomodoro, con aggiunta di pomodoro secco, di pomodorini semi-dry e di datterini gialli del Vesuvio in passata o pacchetelle.
 

 
 
La pizza a gusto vostro è servita! 
 

 

domenica 5 dicembre 2021

Le vie del gusto: valorizzare il territorio per ripartire

 Tutte le Vie del gusto portano alla valorizzazione dei prodotti territoriali. 

Lo sa bene Carmela D'Avino, direttrice de Il Mediano che, dopo la fase più dura e difficile legata al Covid, ha deciso di dare un segnale forte di ripartenza con una serata presentata dalla vulcanica giornalista Sonia Sodano

Tra i prodotti del territorio premiati spicca il nettare degli dei ricavato dall'l'uva catalanesca, tipica del monte Somma, riconosciuto Igt, prodotto dall'omonima azienda di Francesco Mosca, dal colore giallo paglierino che sfuma nel dorato. 

Un bianco che rivela di avere il carattere deciso di un rosso, capace di accompagnare piatti strutturati, e che meriterebbe di entrare in liste di calibro internazionale, al pari dell'ischitano Valpolicella. 
A evidenziarne le caratteristiche organolettiche la sommelier e giornalista Maria Consiglia Izzo.
E poi il pomodoro del piennolo, quello vero, frutto di processi selettivi e di un rigoroso disciplinare, coltivato dall'azienda agricola Don Camillo. Un packaging eco e bio (cartone e vetro riciclabili), rispettoso dell'ambiente, che strizza l'occhio al mondo della chimica, richiamando alcuni elementi della tavola periodica, e dell'arte.
 
Lo chef, Ciro Molaro di Tenuta San Sossio, location dell'evento, per far degustare il vero sapore di questa gustosa e puntuta ciliegina rossa, ha preparato uno spaghetto fuori programma che è andato a completare il già vasto e variegato menu della serata. 
 
Un'entree dai sapori di bosco, tra melanzane, patate, pomodorini e formaggio fresco, a farcire una parmigiana, uno sformatino di patate, un panino, definito bollino colorato, dalle mille sfumature di gusto e una bruschetta. Un risotto a base di castagne e zucca, frutti tipici dell'autunno, un'arista, insaporita con funghi e un sughetto alle castagne, e, come dessert, un cannolo da comporre con ricotta, gocce di cioccolato e granella di pistacchio.

 
 
"Il desco - spiega il prof. Carmine Cimmino, storico del territorio - induce a pensare e costituisce una sorta di libro. Nel quadro dedicato a suo padre, Guttuso rappresenta un uomo intento a mangiare un piatto di pasta, con aria assorta ma anche famelica. Infatti, compie un gesto come a proteggerlo. La stessa protezione che ha offerto alla sua famiglia, consentendole di sopravvivere e di mettere il piatto a tavola, attraverso il suo duro lavoro. Un duro lavoro rappresentato dalle sue mani grandi, sporche e callose.
 

Il libro del cibo, come lo definisce Allende, parla di usi, costumi e tradizioni. E anche la serata ha dato spazio a arte e musica, premiando la voce, l'intensa interpretazione e la carriera di Gianni Conte

Per lui un busto della maschera di Pulcinella, offerto da Idee Regalo di Rachele Terracciano, simbolo di un territorio che nasconde dietro un moto di allegria le sue ferite, cercando con fatica di far emergere le sue potenzialità, nonostante le brutture e l'incuria che lo attanagliano.

venerdì 29 ottobre 2021

La commedia delle donne: un inno alla fragilità che sa diventare forza

 Una nota canzone sosteneva che  <<siamo donne oltre le gambe c'è di più!>>

Le protagoniste della pièce teatrale La commedia delle donne, Isa e Bea,  hanno gambe e spalle che a volte non reggono il peso della vita quotidiana e dei loro problemi, perché troppo gracili. Non nascondono i segni e le ferite dentro e fuori. Tra di loro esiste un legame forte che ha retto alla distanza fisica ed emotiva. 
 

 
 
Si sono ritrovate per mettere in scena La casa Nova di Goldoni, ma le prove vanno a rilento per mancanza di mezzi economici e di tempo, un tempo continuamente rosicchiato dalle tante, troppe, incombenze della vita quotidiana.
 
Isa, infatti, deve crescere da sola, tra fatica e incertezze, due figli. Bea vorrebbe essere ancora posseduta dal fuoco sacro del teatro, puro e totalizzante, ma anche la sua mente spesso finisce per vagare lontana, tra quello che il suo cuore vorrebbe ma che non è, un pulsare emotivo imbrigliato, nei fatti, dai legacci di una dipendenza affettiva. E quello che poteva essere ma non è stato.
 

 
 
Finzione e realtà si mescolano, mentre il passato torna e minaccia il presente, tra antiche nostalgie e segreti inconfessati che creano fratture e minano la fiducia.
 

 
 
Sull'orlo del baratro e della perdita definitiva, però, le due donne trovano la strada del dialogo e di una condivisione più profonda, che permetterà loro di sanare ferite e incomprensioni e di proiettarsi nel futuro puntando finalmente sulla propria reciproca forza e sul proprio valore, chiudendo i conti con il passato, per quanto ingombrante esso sia. 
 

 

Lo spettacolo era inserito nel Variazioni di Genere Festival, all'interno del Castello dei Conti di Acerra.
Un festival dedicato al difficile processo che permette di essere davvero se stessi. 

***Foto di Gennaro Manzo

domenica 4 luglio 2021

Alluccamm: il coraggio di esistere

 


Il Campania Teatro Festival  con la direzione artistica di Ruggiero Cappuccio, punta sulla cultura per una reale ripartenza.
 
Centocinquanta spettacoli che si snoderanno per circa un mese fino a metà luglio.
Quattro palchi posizionati all'interno del Real Bosco di Capodimonte, luogo simbolo dei fasti borbonici come ci ricorda Marco Perillo ne Il Sogno Reale.
 

 
 
All'interno di un ricco e variegato cartellone rientra lo spettacolo Alluccamm con Andrea Fiorillo e Mauro Collina, per la regia di Luca Pizzurro.
 
A gridare, in maniera liberatoria, dopo aver taciuto troppo a lungo, sono Dolores e Iolanda.
Alluccamm è una storia di soprusi, vessazioni e disperazione, individuale e collettiva, ma è anche narrazione di una ricerca coraggiosa, nonostante tutto: di se stesse, di una legittimazione all'esistenza, della soddisfazione di un umanissimo bisogno di appartenenza e accettazione.
 
Alluccamm è la vita nei bassi napoletani, umidi e soffocanti, durante la seconda guerra mondiale, resa ancora più terribile dalle ritorsioni naziste.
 
E' la storia dei piccoli e grandi compromessi, quelli che si fanno per riuscire a sopravvivere.
Nella sua narrazione si miscelano rabbia, disgusto, ma quasi a tradimento, per chi aveva scelto di non sperare più, anche tenerezza, amicizia, momenti di autentica condivisione.
Dolores e Iolanda sono nate in in corpo che loro avvertono come sbagliato. Sono, infatti, biologicamente uomini ma identitariamente si sentono donne. 
 
 
 
Dura  e scontrosa l'una, sognatrice e in po' svampita l'altra: sono figlie partorite dalla medesima radice di dolore.
 
Dolores sin da piccola è stata al centro di violenza e mercimonio perpetrati verso un corpo piccolo e indifeso e nemmeno la sua trottola colorata è bastata a salvarla e a farla volare via da un destino infame, impostole dalla sua stessa madre quando si chiamava ancora Ferdinando.
Iolanda ha assaggiato i morsi nella carne della cinghia del padre, un "non-genitore" che ha cercato di raddrizzarla a suon di frustate.
 

 
 
Dolores è analfabeta, ma ha vissuto per un breve attimo il sogno di essere "sciantosa". Iolanda dalle suore ha imparato a leggere, ma non ha potuto diventare commessa, come avrebbe voluto. Accomunate da un medesimo destino, che le due riconoscono nel momento in cui si chiamano sorella, vorrebbero essere donne ma a tratti di sentono schiacciate dall'incombere della fame, delle privazioni, della vecchiaia giunta anzitempo e dal loro essere irrimediabilmente uomini.
 
Poi nella loro vita arriva inaspettata Rosaria, un raggio di luce, una speranza di amore filiale e di compiutezza, tali da sentirsi finalmente nel posto giusto.
 
Una possibilità che Dolores rifugge, per non far patire alla piccola il loro stesso destino di dolore e negazione, e Iolanda insegue caparbiamente per regalare alla neonata e regalarsi una possibilità di accudimento e amore profondi.
 
Ma la grande storia incombe, quella raccontata, per usare le parole di Pizzurro, da piccoli uomini, quegli uomini non illustri di Pontiggiana memoria.
 

 
 
E auto-segregarsi per sfuggire all'orrore non basta: esso si insinua in ogni piega della quotidianità, rendendola alienata e alienante. Isolamento, malattia, contagio, paura costante oggi non sono più per noi termini estranei alla nostra esistenza: non appartengono più solo ai libri di scuola.
 
Dolores e Iolanda il loro nome se lo sono scelto, ma ogni personaggio viene appellato con un soprannome, che fa riferimento , e quasi lo inchioda, alla sua condizione esistenziale, un marchio indelebile: la forestiera, il rosso, lo sciancato...
 
Un'opera magistrale in lingua napoletana divenuta ora un libro edito da Gremese. Una doppia operazione all'insegna del coraggio, che ha riportato un grande successo nell'ambito della manifestazione Napoli Città Libro a Palazzo Reale.
 
Una storia su temi attualissimi, con tanti nodi da sciogliere e ferite che ancora sanguinano.
Una narrazione che sorge dai quartieri della Napoli popolare e possiede una vita propria, rinvigorita dai racconti e dalla memoria dei testimoni. E'  fatta di carne e sangue.
 
Un'intensità amplificata dalle musiche di Enzo Gragnaniello e dal fatto che nulla è messo in scena e sulla scena a caso: le luci, la scenografia, i costumi, l'echeggiare delle voci fuoricampo... Ognuno vuole raccontare la sua storia.
 
Luca, Andrea e Mauro gliene hanno dato modo, stringendosi in un abbraccio reale e ideale che sa farsi famiglia autentica, al di là delle differenze biologiche, dello stigma e del pregiudizio.
 
Ph. Massimo Cuomo