domenica 25 marzo 2018

Pharmaelle, parola d’ordine: perseverare nell’eccellenza


Adrenoleucodistrofia, fibrosi cistica, obesità grave e gravissima.
Per alcuni sono parole, spesso astruse e di difficile comprensione, ma per centinaia di persone sono condizioni con cui convivere ogni giorno e che impongono tante rinunce: alle possibilità concrete di scelta, di mobilità, di opportunità relazionali.


Per questo c’è chi cerca di accompagnare queste persone in un processo progressivo, ma costante, anche se non privo di difficoltà, di miglioramento possibile della qualità di vita.
Pharmaelle.  E’ questo, infatti, il nome di un’azienda farmaceutica, la cui nuova sede è a Villarbasse (To), che sin dai suoi albori, nel 2013, si è proiettata con forza e coraggio nel panorama nazionale, con idee all’insegna dell’innovazione, coniugando due tipi di competenze: quella chimico-farmaceutica e di gestione manageriale e quella legale.
Il primo passo è quello di creare una squadra di lavoro appassionata e determinata. Questo vuol dire che, come in un puzzle in cui è necessario, affinché il disegno sia suggestivo, che tutte le linee e le sfumature di colore combacino, anche in questa squadra appare fondamentale selezionare le “tessere” giuste, affinché ogni talento sia valorizzato e posizionato nel posto più opportuno.
“Questo lavoro di selezione – spiega il Ceo Roberto Vico – non dev’essere limitato solo alla fase di start up, ma deve seguire tutte le fasi di sviluppo e di espansione di un’azienda, perché è necessario continuare ad attrarre talenti. E’ un circuito virtuoso: l’azienda, infatti, deve credere nelle proprie risorse e le risorse, progressivamente inserite, devono credere nell’azienda, sposandone operato ed obiettivi di crescita e sviluppo”.


Parlano, a loro volta, il linguaggio dell’eccellenza i fornitori scelti e le partnership strette, di calibro sovranazionale. Quella con la Alpiflor e quella con Vitux, produttrice della matrice lipidica che, con un’esclusiva internazionale, è protagonista del complesso vitaminico Effeci Vitadek, nella cosiddetta formulazione jelly, indicato per i pazienti con fibrosi cistica, per supplementare la loro alimentazione con vitamine liposolubili ad elevata biodisponibilità. Ed ancora il sostegno all’Associazione Italiana Adrenoleucodistrofia ed all’universo dei pazienti, attraverso la fornitura di Aldixyl e di OILife, ma anche il supporto alla squadra dei Lions Rugby di Bologna che, attraverso uno sport sano ed affrancato da stringenti logiche di mercato, educano le giovani generazioni, all’importanza di un corretto stile di vita, comprese, ad esempio quelle dei bambini e degli adolescenti affetti da fibrosi cistica, per i quali lo sport è fondamentale, al fine di migliorare le prestazioni polmonari e cardio-respiratorie, ma anche per favorire l’espulsione degli accumuli bronchiali.
L’azienda cerca di ottenere il miglior risultato possibile, coniugando l’esigenza del medico di mantenere un risultato costante nel tempo e quelle dei pazienti di avere il miglior prodotto possibile in termini di efficacia, nel rispetto dei loro bisogni e ritmi di vita, con un costo contenuto, sostenibile anche dal Sistema Sanitario Nazionale.


Arriva così la somministrazione sublinguale della vitamina B12, destinata a tutti coloro che non riescono ad assimilarla o hanno scelto di non mangiare più determinati cibi che la contengono. Una platea ampia, che va dai pazienti bariatrici, sottoposti ad un’operazione di riduzione dello stomaco, a coloro che hanno optato per un’alimentazione vegana.
“La somministrazione sublinguale – spiega Diego Cavrenghi, direttore scientifico Pharmaelle – rispetto a quella iniettiva intramuscolare, peraltro dolorosa, permette al paziente di rispettare i suoi ritmi di vita. E’ facile, non invasiva e veloce. In questo modo coloro che non sono più in grado di assimilare la B12, o coloro che non vogliono assumerla attraverso alcuni cibi, possono salvaguardare il proprio benessere neurologico”.
Infatti, la mancata assunzione di vitamina B12, a lungo termine crea scompensi metabolici e danni neurologici.
Per questo, la formulazione sublinguale, unica sul mercato, contiene entrambi i metaboliti attivi: la metilcobalamina e la cianocobalamina, per un effetto completo, che agisca su tutte le vie metaboliche.


La metilcobalamina, infatti, svolge un ruolo essenziale nel mantenere livelli adeguati di funzionamento nel sistema nervoso, immunitario e circolatorio. La adenosilcobalamina, l’altro metabolita attivo contenuto, invece, nella cianocobalamina, agisce nella sintesi della mielina e nel metabolismo di lipidi, proteine e grassi.
“La metilcobalamina – ribadisce il direttore scientifico – contribuisce significativamente alla formazione dei globuli rossi ed agisce alla radice contro le anemie legate alle carenze di ferro, permettendo di ripristinarne livelli adeguati in maniera stabile”.
Dato che, parafrasando Shakespeare, è nelle tempeste che si riconosce il nocchiero e di tempeste, nelle sue varie fasi di espansione, se ne potrebbero incontrare molte, i vertici traghettano l’azienda attraverso numerose “perturbazioni”, facendo lavorare insieme variegati talenti e dirigendo il lavoro di squadra verso gli obiettivi di tutela della salute programmati, in delicato ma fondamentale equilibrio tra le relazioni interne, che è necessario tutelare, e quelle esterne, che è necessario coltivare e sviluppare.


 Il filosofo d’Holbach sottolinea come le passioni non vadano soppresse, anzi: è una passione utile allo sviluppo collettivo della società a metterne in fuga un’altra, potenzialmente nociva. E’ quello che mira a fare la Pharmaelle, mettendo il profitto, che permette di avere un bacino di risorse da poter utilizzare in maniera continua e strutturata, al servizio della qualità di vita dei pazienti.
“Il nostro obiettivo – continua Vico – è la soddisfazione delle esigenze dell’utente-paziente. Questo è il miglior modo per valorizzare l’immagine dell’azienda e la sua responsabilità d’impresa. Infatti, un utente-paziente ‘accolto’ e preso in carico si farà portavoce di un passaparola legittimamente positivo”.
L’azienda farmaceutica Pharmaelle si pone al crocevia tra diversi interessi. Diktat: non tradire mai il suo impegno etico che mette al centro il miglioramento della qualità di vita di ogni essere umano, cercando di trovare il punto d’incontro tra i medici, che sono i suoi primi interlocutori e che poi dovranno con consapevolezza, sulla base di una più ampia e profonda conoscenza delle diverse patologie, prescrivere i supporti farmaceutici ed alimentari più adeguati, ai pazienti. Il trait d’union, dunque, è un piano terapeutico individualizzato e personalizzato, che metta al centro dell’attenzione la qualità dell’esistenza del paziente.


“I medici in tal senso – evidenzia Vico – hanno un ruolo di intermediazione fondamentale perché, avendo un contatto ed un’esperienza quotidiana con i pazienti ed i loro problemi, possono indicarci le esigenze fondamentali di questi ultimi. Lo sviluppo chimico del farmaco chiude il cerchio, ma questa fase di confronto appare d’importanza nevralgica, nell’intero processo ideativo”.
Un cammino delicato, com’è delicato lo sguardo rivolto ai pazienti, il ruolo di intermediazione con il segmento clinico ed il momento in cui, inevitabilmente, bisogna fare i conti con un contesto produttivo e socio-economico caratterizzato da non poche difficoltà. Un percorso dove la stella polare è costituita dall'obiettivo di “perseverare nell’eccellenza”, migliorando il proprio operato, un passo dopo l’altro.

Per maggiori informazioni: www.pharmaelle.com


mercoledì 14 febbraio 2018

Storie di Francesca Di Martino: nella sua personale dimensione pubblica e privata di persone illustri


Da venerdì 23 febbraio all’11 marzo l’appuntamento sarà all’AMStudio Art Gallery in via Massimo Stanzione, 10 (Napoli) con la mostra Storie, personale di Francesca Di Martino.
 Quali storie racconta Francesca Di Martino, attraverso i tratti tracciati sapientemente sulla tela?
Quelle dell’esistenza di personaggi noti, addirittura illustri, che hanno popolato e popolano l’immaginario delle persone comuni. Ma lo fa lasciando intravedere, oltre lo spazio del volto “pubblico”, mostrato sul palcoscenico, anche la dimensione più privata, celata dietro le quinte. Un trait-d’union, che sembrerebbe riuscire a creare un legame saldo tra le storie degli uomini illustri e quelle degli uomini non illustri di pontiggiana memoria,In questo modo la tela diviene spazio fisico dove si condensa il racconto, attraverso il ritratto. Lo spazio che ospiterà l’esposizione è diretto da Antonio Minervini, mentre la mostra è a cura di Francesca Panico.


“Quando scelgo di rappresentare – spiega l’artista -  attraverso la mediazione della pittura, il volto di un personaggio pubblico, devo necessariamente confrontarmi con quello che è il bagaglio delle relative immagini esistenti accessibili e per propria natura “pubbliche”. Il privato, in quanto tale e per fortuna, resta nella sfera del supposto, del pesunto tale, dell’idefinito che serba in se il suo fascino , il suo eterno mistero”.Un anelito a comprendere, a disvelare i moti più lievi dell’anima, a “sentire” le emozioni di chi, troppo spesso, per il suo ruolo pubblico, deve recitare un compione.Ma l’anelito rimane una supposizione, mai un’aletheia, un velo sollevato del tutto. La luce gettata su tali moti dell’anima è soffusa. La porta rimane socchiusa ed il tentativo di “sbirciare” rimane tale.Lo sguardo è discreto, quasi affettuoso, nel rispetto di ciò che appartiene all’intimità di ogni individuo e che lui stesso, e solo lui, può scegliere con chi condividere, in piena consapevolezza.Sono dieci le opere in esposizione, oli su tela, tra ritratti iconici e autoritratti realizzati nel corso di un decennio. In quei volti raffigurati vi è un palpabile scambio emotivo, capace di catapultare lo spettatore nella dimensione psicologica del personaggio dipinto.
“L’umanizzazione di una icona – continua Francesca - decostruita e riproposta in veste privata, è un ambizioso divertissement, ma non è il fine in sé quella riproposizione; non anela uno squarcio di verità. Quello che ricerco nell’irripetibilità di un volto è una aspirazione a quella verità. La carica emozionale primordiale, quella istintuale che si avverte quando ci presentano una persona per la prima volta… Quella specie di scossa elettrica che sentiamo nella mano e che ci percuote le braccia fin su la colonna vertebrale.. E’ quello che cerco di riportare in pittura”.


Una pittura fortemente espressionista, i cui segni vengono fuori da una pennellata grintosa e impulsiva, affiancata da corposi impasti di materia distesi a colpi di spatola. Il ritratto è una costante nella produzione di Francesca, è la sua ispirazione e il suo banco di prova. Nel ritrarre personaggi famosi come Diego Armando Maradona, Marilyn, Sofia Loren, Obama, la pittrice ci restituisce un’immagine che sigilla l’unione tra il mito e l’uomo in una veste privata.Così facendo, inoltre, Francesca Di Martino getta un ponte tra due universi, i cui attori, principali e comprimari, possono diventare entrambi protagonisti del ritratto ed in questa possibilità sembrerebbero poter riscoprire sentimenti, emozioni e, alla fine, una natura umana profondamente condivisa, al di là delle condizioni socio-economiche ed esistenziali apparentemente e fattualmente diverse.“Quando ritraggo persone a me accessibili – evidenzia ancora l’artista -  è piu semplice poichè posso studiarle, fotografarle, affidarmi a differenti informazioni, uditive, financhè tattili ed epidermiche. Con persone difficilmente raggiungibili posso soltanto scandagliare, nell’oceano iconografico, un sorriso, una smorfia, una ruga, il più possibilmente aderente all’idea che ho di lei/lui”.

La Galleria

Dopo l’esperienza positiva maturata in seno all’Art Point BP Med, la galleria della Banca popolare del Mediterraneo, i collettivi con l’associazione culturale La Fenice e la direzione artistica del progetto ODCEC - Cultura Energia Economia, Antonio Minervini, artista e gallerista, decide di aprire un suo spazio espositivo per dare visibilità alle risorse del territorio, in un quartiere, Il Vomero, che nel secolo scorso fu teatro di una grande rinascita culturale a Napoli. AM Studio si propone come luogo di confronto tra le arti. Dunque, non solo visual art ma anche letteratura, performance, dibattiti e uno studio di comunicazione per la promozione di eventi e realtà creative.



L’artista

Francesca Di Martino, classe 1977, si laurea in Scenografia all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha al suo attivo la partecipazione a differenti esposizioni collettive, concorsi e performance. Diverse anche le mostre personali: “Uccidi il tuo maestro” (2011), nello spazio letterario Caffè dell’Epoca di Napoli; “Dentro e fuori di me” (2015), all’interno della rassegna “Facciamo i conti con l’arte”, nella sede della Banca Popolare del Mediterraneo; “Manga p’a capa” (2015) per la rassegna “Human portraits”, alla Fonoteca di Napoli; Dècade al museo civico di Agerola (2017). È presente alla “Biennale del Fumetto nell’Arte” alla Passpartout Gallery di Milano. Partecipa al NAF Napoli Arte Fiera, alla mostra D’Oltremare. E ancora, al collettivo “Un Eco per tutti”, a cura di Linda Irace e Tony Stefanucci, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; alla 19h Generative Art Conference GA2016 “Empathize with my Gaze” di Firenze. Le sue opere sono presenti nel Museo a cielo aperto di Diamante e in differenti collezioni d’arte private.
AMStudio Art Gallery

Via Massimo Stanzione 10 - NapoliDal 23 febbraio al 11 marzoOrari e giorni: dal lunedì al venerdì, ore 16-20; il sabato ore 10-13Info e contatti: Antonio Minervini minervini@studioaml.it - 392 0860931Alessandro Minervinia.minervini.work@gmail.com – 393 4714198
x

sabato 3 febbraio 2018

Genesi: un viaggio per immagini alle origini del mondo

Ad alcuni giorni dalla chiusura della mostra Genesi di Sebastiao Salgado (svoltasi fino al 28 gennaio al PAN di Napoli) , dopo aver fatto decantare le emozioni, è il momento per me di condividerle appieno.

Dedicata all'arte ed ai viaggi in terre selvagge e ai confini del mondo di un fotografo che riassume in sè, per molti versi, anche i tratti dell'etnologo e dell'antropologo, Genesi mescola più anime, più luoghi, più vite, a volte antitetiche.

Prede e predatori, popolazioni del Polo, dell'Antartide e dell'Africa, osservatori ed osservati.




Vita e morte sembrano camminare a braccetto in queste terre, dove cedere al freddo, al caldo estremo, agli animali in agguato ed alle condizioni avverse parrebbe molto più semplice che trovare modi ingegnosi per adattarsi e per sopravvivere.

Ed invece questi modi li hanno trovati popolazioni che vivono in zone opposte del globo: da quelle che sopravvivono allevando renne, a quelle che allevano bufali e ricoprono sia se stessi sia gli animali con cenere ricavata dallo sterco bruciato, per tenere lontani da entrambi gli insetti ed i parassiti.

Spesso la strategia di sopravvivenza sembrerebbe risiedere in uno stile di vita cooperativo, nello stringersi, più forte, nell'abbracciarsi, nel valorizzare le relazioni, tanto tra gli esseri umani quanto tra gli animali.

La galleria di immagini, in un suggestivo bianco e nero, che Salgado regala allo spettatore, assomigliano ad un libro su usi e costumi di persone e animali.

Spesso hanno il sapore e le sfumature sapienti di un ritratto, della china che scivola su un foglio. Di una matita a carboncino che disegna affascinanti alchimie.

Che si tratti di tribù che incidono sulla loro pelle vari simboli, che si inseriscono dischi di ceramica nei lobi e in bocca o si trafiggano il mento con un leggero cono di legno, per poi detergersi il corpo con accuratezza in acque limpide, tutto parla di stili di comportamento e di aggregazione.

Salgado studia anche i comportamenti degli animali: dei pinguini, adulti e pulcini, dei gabbiani, degli albatri, delle foche, dalla bocca spalancata e dagli enormi occhi liquidi, dei leoni marini.

Affascina la maestosità della balena franca australe, con la sua coda possente e il doppio sfiatatoio che fa fuoriuscire piccole gocce d'acqua vaporizzate che vanno a formare una V. 

O la corsa dell'elefante africano, che, spaventato dai continui attacchi a tradimento dei bracconieri, carica la jeep del fotografo, per poi andarsi a nascondere nel folto degli alberi.




A colpire è non solo la professionalità e la perizia con cui le foto sono state scattate, e che è impossibile non riconoscere anche per un profano, ma anche la passione, la forza espressiva, che sgorga dallo sguardo attento di un uomo cresciuto in una fattoria, che spesso si rifugiava in un luogo isolato e scrutava la vetta delle montagne in lontananza, sognando un giorno di andare a scoprire cosa ci fosse oltre.

E così ha fatto, con testardaggine ed in barba alla sua non più giovane età. Lo ha fatto con ogni mezzo: treni, carovane locali e persino mongolfiere. 

Un'osservazione partecipante in tutto e per tutto la sua.

Ma che molte di quelle popolazioni, alcune conosciute per il loro cannibalismo attuato nei confronti di nemici e di "stregoni" di tribù antagoniste, hanno accolto e lasciato osservare, perchè hanno percepito la sua richiesta genuina di un' alleanza comunicativa, in cui chi ritrae chiede a chi è ritratto di raccontare, con autenticità, qualcosa di sè.

Le emozioni a volte non hanno voce ma si riversano in parole ed immagini. 




Gli scrittori ed i fotografi sono legati da un sottile e tenace fil rouge: scrivono storie, raccontano quello che le loro orecchie hanno udito ed i loro occhi visto e quelle emozioni che hanno sfiorato e si sono insinuate sotto la pelle. 

I primi lo fanno con le parole, i secondi, parafrasando le parole di Salgado, disegnano storie tessendo fili di luce, intrecciando i chiari e gli scuri. 




Nelle opere di un maestro come Salgado c'è tutto un mondo fatto di parole, suoni, colori, odori, sapori. Le popolazioni indigene, secondo il suo racconto, gli parlavano come se lui stesse registrando. Perchè, come sottolinea il regista Wim Wenders nel docufilm Il sale della terra, sono le persone la linfa che nutre i luoghi. 

E quelle persone sentivano, percepivano nettamente, l'anima di quel fotografo esploratore, che sapeva raccontarne, attraverso le immagini, gli usi e le tradizioni. Con rispetto ed empatia. A lui, ripete spesso Wim Wenders, interessava davvero delle persone. E, nelle sue foto, c'è sempre l'incontro, ribadisce lo stesso Salgado, di due anime. Quella del fotografo e quella di chi alla fotografia si dona e si affida. L'Antartide e le gole del Gran Canyon; le riserve Navajo e gli sprazzi della vita degli animali e delle tribù indigene. La magnificenza delle piante più grandi ed il microcosmo di quelle più piccole, che hanno scelto di vivere, di adattarsi e resistere (così come gli uomini) in ambienti inospitali. 




Le finestre aperte su una vita caratterizzata dalla continua necessità di trovare strategie di adattamento che permettano di avere la meglio nella partita a scacchi con un clima e delle condizioni ambientali estreme. Fino ad arrivare alle calde terre d'Africa, non meno ricche di fascino, ma altresì di insidie. Salgado è molto più di un fotografo. E' cantore, attraverso le sue trame di luce, di frammenti di storia e memoria. 

Di quelle distese che si spera non scompaiano, aggredite dagli effetti distruttivi della cupidigia umana e di quegli animali e di quelle popolazioni che, a volte sostenendosi a vicenda, si muovono tra miti e riti (incisi sulla pelle e che solcano il loro corpo). Sembra di sentire sulla pelle la dolcezza dello zefiro o la calura appiccicosa della foresta pluviale, i morsi del gelo e l'ardimento che riempie il petto, qualora si lanci lo sguardo verso i filamenti di nubi, che si specchiamo e si confondono con la foschia e gli spruzzi che si sollevano dai fiumi. Così intrecciati che, spesso, pare difficile distinguerli. E resta nel cuore la maestosità di quel corso d'acqua dai riflessi neri laddove i suoi rivoli si incontrano e fanno l'amore con un lembo di terra scura e riarsa.



lunedì 8 gennaio 2018

Napoli Velata: la malia che ti prende nonostante tutto


Napoli velata, l'ultima pellicola del regista turco Ferzan Ozpetek, si struttura attraverso la sovrapposizione di diversi piani temporali. Il passato si mescola al presente sin dall'inizio. Che si trattasse di un thriller, con cadavere incluso, lo si sapeva dalle anticipazioni. Quindi, quando nelle primissime battute, la protagonista, Giovanna Mezzogiorno, uccide un uomo a colpi di pistola, ci si chiede se, come in molte pellicole, non si utilizzi l'artificio narrativo di partire dalla fine per poi ricostruire i fatti. 

Ed un po' questa possibilità disturba, in fondo, le coscienza per vari motivi. Uno tra questi è che il conoscere già il finale lascerebbe l'amaro in bocca... l'altro è che ci si duole, tutto sommato, del fatto che la protagonista si sia macchiata di un delitto. 

Ed invece no: non si tratta del finale, ma di un frammento del passato della protagonista che, come avviene per il present perfect inglese, continua ad avere effetti sul presente e lo condiziona attraverso una serie di cose non dette e malcelate, creando una sorta di eterno passato, sempre presente, e congelato in quell'attimo di tragedia , dove la vita è divenuta non vita,caratterizzata da un irrigidimento emotivo. Il non detto è malcelato perché come ricorda Pasquale, interpretato da un magistrale Peppe Barra, amico della zia Adele, interpretata da Anna Bonaiuto, a Napoli tutti sanno anche se fingono di non sapere. 


Tutti tranne Adriana, la protagonista, alla quale l'immagine dell'uccisione di quell'uomo, avvenuta sul pianerottolo di casa, quando era solo una bambina, è penetrata, come una scheggia, in un occhio, nascondendosi ai margini della coscienza, che si rifiuta di vedere, ricordare e assumere consapevolezza. Ma quella scheggia pure c'è, e dal luogo nascosto dal quale è annidata, continua a dolere. 

Una vista cieca dunque. Sono quegli stessi occhi cerulei che, in una scena successiva, vengono avvinti, rapiti e catturati  dallo sguardo intenso ed impertinente di Andrea. Andrea che pulsa di vita e di passione per una donna come Adriana, che le emozioni e i sentimenti li ha congelati ed anche il corpo, rigido emotivamente al pari di quei corpo freddi che lei, anatomopatologa, disseziona ogni giorno sul tavolo di un anonimo obitorio.

Ma, a contatto con il vigore ed il calore del corpo di Andrea, con la sua vitalità ed audacia, quelle emozioni, a lungo represse, si risvegliano, traboccano ed esplodono.

Vengono soffiate via anche le facili deduzioni e banalizzazioni riferite all'incontro tra i due. Infatti, quasi tutti sarebbero disposti a scommettere che Andrea, sciupafemmine impenitente, che solo dopo si scoprirà aver ammaliato anche la scoppiettante Catena, interpretata d Luisa Ranieri, quando Adriana si sveglierà non sarà più lì. 

Ed invece il personaggio interpretato da Andrea Borghi sa sorprendere. perchè prepara il caffè alla donna e glielo porta anche a letto, facendoglielo annusare per propiziare un dolce sorriso ed andar via dopo averla visto spuntare sul suo volto.

E continua a sorprendere quando ad una provocazione di lei che gli chiede se si lasci così un'amante, e quale ruolo lei ricopra per lui, risponde che lei può essere tutto: fidanzata, amica, amante.... "così quando finisce l'uno inizia l'altro".
Sorprende quando le dà un nuovo appuntamento, fissato per il pomeriggio, al Museo Archeologico Nazionale e durante il giorno le manda un messaggio affettuoso caratterizzato dalla parola "Vasame (Bacìami)" ripetuto svariate volte e accompagnato da un cuoricino.

 E la vita ricomincia a pulsare nelle vene e nei lombi della donna che, alcune ore dopo, passeggia per Napoli con un sorriso ed un viso raggiante ed una camicetta dai colori accessi, rosso fuoco e passione, che in quell'unica occasione andrà a sostituire i toni più cupi e freddi del blu, del nero e del celeste, con cui la protagonista solitamente si abbiglia.


Non si può dire che l'intreccio narrativo e l'approfondimento psicologico dei personaggi sia appassionante ed esaustivo.

C'è un clima costante di sospensione... come se il film dovesse entrare nel vivo della narrazione da  un momento all'altro... Solo che ad un certo punto scorrono inesorabili i titoli di coda e lo spettatore più esigente rischia di restare con un senso di "poco", come chi ha solamente assaggiato le pietanze da un buffet apparentemente ricco e variegato,

 Eppure lo spettatore sembra non poter rimanere indifferente, incatenato dal fascino che la pellicola, nonostante le innegabili pecche e le maglie larghe, emana e che produce una strana malia, un effetto di fascinazione.  
Sarà per quella Napoli,  bella e maledetta insieme, magica e decadente, sanguigna ed esoterica, che sa mostrare insieme il suo volto più maliardo ma anche, in maniera sottile, la sua ferocia.

Sarà per quel misto di raffinatezza degli ambienti, quella dei salotti più alla moda ed antichi, e saggezza popolare e popolana che anima riti come la figliata dei femminelli, la tombola vajassa, le atmosfere che caratterizzano le visite alla veggente e le voci che si rincorrono nei vicoli di Napoli.

Sarà quell'incontro tra i vivi ed i morti, a tratti affascinante, più spesso inquietante, che si dipana dal tavolo dell'obitorio, caratterizzato da un'aurea delirante, agli antri della città, fino ad arrivare nelle case infestate da ricordi e dai fantasmi del passato (il dialogo e l'accostamento tra vivi e morti è un tema caro ad Ozpetek: si pensi al fil rouge che lega le pellicole Mine Vaganti a Magnifica presenza).



Sarà quel velo, che nasconde ed insieme rivela la verità, facendola apparire meno cruda, ma anche il ricorso al simbolismo dell'occhio, l'occhio che, come il velo, sa guardare la realtà o "chiudersi" di fronte ad essa. Sa proteggere, quale simbolo bene augurante ma anche lasciare nudi ed inermi, scovando la presenza di un essere vivente ovunque lui si nasconda (l'occhio che tutto vede e tutto sa). Una silloge di simboli che sembrerebbero rappresentare, contemporaneamente, una cosa ed il suo contrario, in un dialogo caratterizzato da un costante conflitto. Un ponte tra opposti. apparentemente non riconducibili ad armonia.

Sarà infine che quella scala che si avvolge su se stessa, incastonata tra le mura di Palazzo Mannajuolo, ma anche le altre che si vedono nei film, così come alcuni corridoio oscuri, tetri e fatiscenti, ricordano quel percorso accidentato ed irto di ostacoli, quel dedalo, quel labirinto, che ognuno di noi compie per raggiungere il nucleo della propria essenza, la propria meta interiore ed esterna. Un viaggio, dentro e fuori se stessi che non sempre si conclude con successo e felicemente.
Il finale conserva quello stesso clima di sospensione. 



Perchè il velo rimane sempre sospeso, non viene mai sollevato del tutto. E perchè la Napoli dei misteri non svela mai totalmente i suoi segreti anzi, a volte, si diverte, come ogni "femmina" a confondere ancora di più e ad agitare le acque. Nel finale, in qualche modo, sembra di sentir risuonare il monito inciso sul cartello che si vede nella scena finale del film Quarto potere di Orson Welles. 

Quel "No trespassing" che fuga qualsiasi illusione di comprensione e soluzione definitive... Perchè vi sono dei limiti oltre i quali alla mentre umana non è dato andare.

sabato 23 dicembre 2017

La ragazza della fontana: crescere per diventare se stessi

Un paese di provincia "malridotto", un campo da calcio, gli amici, un ciclo di vita che si chiude ed i sogni da "quasi" adulto che sembrano fare capolino.
E' questo lo sfondo su cui si muove la vita del protagonista del romanzo La ragazza della fontana di Antonio Benforte, edito da Scrittura & Scritture.

Il protagonista fa i conti, in quell'estate afosa della sua adolescenza, con la diversità: quella delle emozioni che, con veemenza, si avvicendano dentro se stessi, rendendo fragili ed insicuri, in questa delicata fase di transizione, ma anche desiderosi di proiettarsi nel futuro; quella di un corpo che si trasforma diventando "altro" rispetto a quello  cui si era abituati e la diversità di orizzonti cui si aspira, che irrompe con prepotenza nelle aspettative di chi è ancora nell'età giusta per sognare e per immaginarsi un futuro possibile tutto da costruire.
E poi c'è l'altro da sè, che un po' affascina, un po' fa paura, rappresentato dal signore con il cappello, chiamato, il Capitano, un po' strambo e sgangherato, che guida un'auto sgangherata che sembra fargli il verso, quasi fosse una sorta di suo alterego, e che, nel suo capello, sembra custodire gelosamente mille segreti.
Uno di questi misteri potrebbe rappresentare la soluzione del giallo che comincia con il ritrovamento, nei pressi della fontana del paesino, da parte del gruppo di amici di cui fa parte il protagonista, del corpo di una ragazza morta.
Un romanzo che Antonio definisce non autobiografico, bensì frutto del suo percorso e delle esperienze vissute, che hanno fatto maturare in lui consapevolezze importanti, tali da condurlo ad essere la persona che è adesso e da trasfondersi nella sua scrittura, rendendolo capace di inventare mondi.
Ora passiamo la parola all'autore, per farci addentrare nel mondo letterario, ma verosimile, da lui creato, che si dipana attraverso una scrittura appassionata, semplice ed immediata, che ha un solo scopo (non premeditato): quello di far incontrare due universi. Quello creato dallo scrittore e quello del lettore.




Mi racconti la gestazione de la ragazza della fontana?


La prima parte de La ragazza della fontana l'ho scritta nel 2010. Si trattata soltanto di un abbozzo, una specie di soggetto da sviluppare. A quei tempi lavoravo in una casa editrice indipendente, a Milano, passavo molto tempo a leggere, editare e correggere i libri degli altri e quindi la ragazza della fontana, che ai tempi aveva un altro titolo, non trovò uno sviluppo ulteriore. Ero come bloccato. Solo dopo l'esperienza in casa editrice, a partire dalla fine del del 2013, ci ho rimesso di nuovo mano. E così, da gennaio a maggio 2014 ho ultimato il progetto. L'ho fatto leggere ad amici e proposto a qualche editore, e alla fine Chantale ed Eliana l'hanno accolto nella loro splendida famiglia


Qual è il sottile filo rosso che lega le vite dei protagonisti?


Senza svelare troppo della trama, c'è un sottile filo che lega le vite del ragazzino protagonista del romanzo, del Capitano e di Rebecca, la ragazza della fontana. E' un sottile filo che significa scoperta dell'ignoto e accettazione del diverso, dell'altro. Il sottile filo rosso che lega le vite dei protagonisti è il desiderio di andare al di là delle apparenze. Questo desiderio metterà in moto tutte le vicende e le evoluzioni nei personaggi del romanzo. 



C'è un intreccio ed in alcuni punti una sovrapposizione tra esistenza letteraria e la tua biografia personale?


Se intendi chiedermi se questo romanzo è autobiografico, ti dico di no. Nulla di quello che ho scritto l'ho vissuto in prima persona, di sicuro però tutto quello che ho vissuto è servito a rendermi l'uomo che sono ora, e influenza la mia scrittura e le mie storie. 


C'è una particolare scelta stilistica e linguistica?


Non mi sono posto tante domande mentre scrivevo questo libro. La storia è venuta fuori da se e ho voluto soltanto farlo in modo semplice e diretto. Spero di esserci riuscito. 



Quale è il messaggio che vorresti arrivasse trasversalmente ai tuoi lettori?


Con La ragazza della fontana ho voluto raccontare una storia di emarginazione, di accettazione del diverso, di amicizia e di crescita personale, tra mille difficoltà. Sono tutti temi che affrontiamo nella vita di tutti i giorni, con i quali ci confrontiamo continuamente. Il messaggio che vorrei arrivasse leggendo questo libro è quello scritto egregiamente dalle editrici nella presentazione del libro: "Ci vuole coraggio a essere se stessi, ma solo allora si comincia a vivere davvero".

lunedì 4 dicembre 2017

Bambola di stracci: la forza ed il coraggio di essere se stessi

Quanto le relazioni possono salvarci o al contrario distruggerci?
Quanto l’amore, la voglia ed il bisogno di accettazione possono essere strumenti di riscatto o al contrario di “ricatto” emotivo ed esistenziale?

Quanto la forza nasconde ed incorpora la fragilità e, in maniera complementare, la più grande fragilità può rivelare un’anima d’acciaio insospettata che dimostra a se stessa di saper reagire alla sofferenza e “ricostruirsi”?

Quanto si ha davvero la possibilità e la libertà, all’interno dei vincoli imposti dall’agone sociale, di scegliere chi si vuole essere per diventare davvero se stessi?

Ad interrogarsi su queste dinamiche di valorizzazione o, in maniera diametralmete opposta, di svilimento di sé, è Pasquale Ferro nel suo Bambola di stracci edito dalla società cooperativa ilmondodisuk, e-magazine e casa editrice attiva in città dal 2008, anno della crisi emergenziale dei rifiuti.
Il progetto di crowdfunding SOS Partenope fa tappa alla Fondazione Banco di Napoli (palazzo Ricca, via Tribunali 213), mercoledì 6 dicembre 2017, alle 17.00, nella sala Marrama, per presentare l’ultima fatica letteraria di Pasquale Ferro.



LA STORIA
Barbara è bella tanto da fare innamorare tutti. Persino la natura. E, paradossalmente, ama un uomo che non accetta il suo modo di essere "donna". Barbara affronta il mondo, vaga per le città e per i quartieri alla ricerca della sua libertà di esprimersi al femminile. Anche quando tocca il fondo e diventa una barbona, sotto i portici del Real Teatro di San Carlo, combatte per la propria sopravvivenza e per suoi sogni. Qual è il suo più vivo desiderio? L'amore, perché, come ciascuno di noi, ha bisogno di questa parola, prescindendo da tutto e da tutte le lingue che la maltrattano, la usano, se ne approfittano. Barbara lotterà contro la sua famiglia. Lo farà in nome della sua stessa sopravvivenza. Con le uniche armi che possiede: bellezza, scaltrezza, forza. Raccontando un universo che potrà sembrare inverosimile, attraverso personaggi conosciuti nei suoi percorsi. Bambola di stracci, troverà finalmente la pace o il grande amore? Ma chi è veramente Barbara? La risposta è nelle pagine di questo romanzo breve di Pasquale Ferro dove la realtà si mescola alla fantasia.
“Cerco sempre di filtrare la realtà attraverso la fantasia – spiega l’autore - . Barbara , bambola di stracci, l’ho conosciuta davvero, 40 anni fa al San Carlo, durante la prima di  Tosca con Placido Domingo. Adesso è divenuta la protagonista carnale nel romanzo appena pubblicato che è anche denuncia di un falso perbenismo. L’obiettivo è rendere visibili le donne transessuali”.
Leggendo la storia di questa moderna bambola di stracci, figlia dell’attuale  “società liquida” e di un’identità sessuale liquida e cangiante non ho potuto non pensare alla storia di o’ Barone, barbone partenopeo chi le Fede’n’Marlen, Federica Ottombrino e Marilena Vitale, hanno dedicato la canzone O’ mele, quel miele che, in nome della condivisione  e del rispecchiamento reciproco, della comprensione delle reciproche fragilità e dei nervi scoperti, può curare le ferite dell’anima.
Perché, anche se ognuno deve trovare in sé la forza di rialzarsi e di riscoprire le radici della propria reale identità, a partire da quella di genere, a partire dalla quale costruire e ricostruire il senso della propria esistenza, nessuno si salva da solo.


LA PRESENTAZIONE ED IL CONNUBIO VIRTUOSO
Il saluto introduttivo è affidato a Paolo Di Lauro (Meridonare). Con l’autore interverranno: Paolo Valerio (Università di Napoli Federico II), Antonello Sannino (Arcigay Napoli) e Paola Silverii (Associazione VerginiSanità). Modera, Donatella Gallone. Letture a cura di Antonella Stefanucci.
Obiettivo di SOS Partenope: diffondere una nuova immagine di Napoli, smantellando i luoghi comuni, attraverso la traduzione e la stampa del “Dictionnaire amoureux de Naples” dello scrittore e editore
Jean-Noël Schifano. L’idea di collegare la presentazione del nuovo libro di Ferro al progetto di crowdfunding nasce da un’unica prospettiva: mostrare la vera e multiforme identità di Napoli, attraverso i suoi luoghi, la sua storia ma anche i suoi talenti.
E Pasquale Ferro è un talentuoso autore di teatro e di libri, impegnato in temi sociali di forte impatto, dall’usura all’omofobia, uno dei pochi autori napoletani tradotto in Russia. Già in corso la traduzione russa anche per “Bambola di stracci”, una storia ispirata da una vicenda vera, come tutti i testi scritti da Ferro, scrittore al di fuori di ogni regola.

L’AUTORE

Pasquale Ferro debutta nella scrittura con Gli odori dei miei ricordi (Atman edizioni 2000). Seguono, Genny Flowers (Suklibri 2002) Mercanti di anime e di usura (Ancora del Mediterraneo 2005), La luna esiste? (Luciano editore 2009), Una radura verde smeraldo (Istituto Italiano di cultura di Napoli 2010), Macedonia e Valentina, ‘O curaggio d’’e femmene (ilmondodisuk 2014). Tra i numerosi riconoscimenti, il premio Libero Bovio 2012 per I racconti di un cane camorrista, inedito in Italia e pubblicato in lingua russa nel 2013. Da alcuni titoli sono state tratte pièce di successo, messe in scena anche per le scuole.


LA MOSTRA

 “SOS Partenope. 100 artisti per il libro della città” è la mostra itinerante realizzata, in collaborazione con l’assessorato alla cultura del Comune di Napoli grazie alla donazione di circa 140 artisti italiani e stranieri per finanziare la traduzione e la pubblicazione del libro “Dictionnaire amoureux de Naples” di Jean-Noël Schifano lanciata dalla società cooperativa ilmondodisuk. Obiettivo: diffondere l’autentica immagine di Napoli in quasi 600 pagine. Terminata la prima parte della campagna di crowdfunding (con la raccolta di 10,540 euro sulla piattaforma Meridonare), che ha permesso di raggiungere il primo traguardo (acquisire i diritti di pubblicazione della casa editrice Plon e tradurlo), si dà vita ora alla seconda per impaginare, stampare e diffondere il volume che in italiano sarà “Dizionario appassionato di Napoli”.  Ora l’esposizione è proposta, in parte, nel suggestivo scenario dell’acquedotto augusteo del serino fino al febbraio 2018.
L’ASSOCIAZIONE VERGINISANITÀ
L’Associazione VerginiSanità nasce nel 2010 con l'intento di promuovere la realizzazione di progetti integrati finalizzati al recupero ed alla riqualificazione del contesto urbano dell'area del Borgo dei Vergini e della Sanità: tutela, valorizzazione e recupero del patrimonio ambientale ed architettonico quali strumenti per migliorare la vivibilità, la sicurezza e la crescita sociale. Nel 2014 ha preso in gestione i locali in via Arena Sanità, con l'obiettivo di promuovere e valorizzare il sito archeologico presente nei locali sottostanti, portato alla luce e all'attenzione della comunità scientifica.
Nell'ottobre 2015 è stata presentata alla stampa, in accordo con la competente soprintendenza archeologica, la scoperta e l'identificazione di un tratto dell’Acquedotto Augusteo del Serino, un'infrastruttura di epoca romana tra le più imponenti del mondo antico.
Due ponti-canale affiancati, riconducibili a quelli meglio conosciuti dei Ponti Rossi, sono stati rinvenuti nei locali sotterranei del Palazzo Peschici-Maresca, di proprietà dell'Arciconfraternita dei Pellegrini. Le prime ipotesi di studio hanno trovato le più ampie conferme, sia da fonti letterarie che da indagini dirette. La successione di pilastri e arcate in laterizi e tufo costituisce un’evidenza archeologica di eccezionale interesse per ubicazione, complessità e peculiarità costruttive, pur rappresentando quantitativamente meno di un millesimo del percorso totale dell'Acquedotto, che si sviluppa per circa 100 km, dalle sorgenti del Serino fino alla Piscina Mirabilis a Miseno.

https://www.meridonare.it/progetto/sos-partenope2